giovedì 24 novembre 2022

Merantau (2009): in principio era il pugno

Potevamo convincervi a pugni, ma proviamo con le buone a farvi scoprire (o a rivedere) la “Trilogia del Silat” di Gareth Evans e Iko Uwais. Si parte con Quinto Moro ad accompagnarvi in un viaggio di crescita, narrato al dolce suono di pugni, calci in faccia e di denti spezzati in una sinfonia di ossa rotte.

Avete presente The Raid? Che ce l’abbiate presente o no siete nel posto giusto, e state leggendo del film giusto. Si perché Iko Uwais e il regista Gareth Evans non sono sbucati dal nulla: menare le mani è uno sport impegnativo, e come in ogni sport non ci si prepara alla prova più impegnativa senza un po’ di riscaldamento e tanto duro allenamento.

“Merantau” è quell'allenamento. È l’ingresso di Evans nel cinema di arti marziali (e non solo), avvenuto in maniera quasi casuale per un ragazzino cresciuto a pane e film di Jackie Chan. Ma il merito è tutto dell’insospettabile Signora Evans, capace di procurare al marito il lavoro della vita, un documentario di arti marziali in Indonesia. Il resto, come si suol dire, è storia. Questa storia.

Gareth Evans e Signora. “And here's to you, Mrs. Evans - we all love you more than you will know”

Il regista gallese è uno di noi. Uno che davanti a una scena esaltante, scazzottata o sparatoria che fosse, mandava indietro a ripetizione il nastro della vhs (voi non le avete conosciute bambini, erano piccole scatole con dentro i film). Evans guardava e riguardava, esaltandosi, interiorizzando il ritmo, gli stacchi, e quella dose di poesia che solo i calci sui denti sanno avere. Eppure nemmeno una vita passata a divorare “film di menare” l’aveva preparato alla folgorazione ricevuta in Indonesia, sul set di quel documentario. Evans rimane folgorato dallo stile marziale e incontra il suo destino, che ha la faccia e i pugni di Iko Uwais, uno che prima di diventare la risposta indonesiana a Tony Jaa e antenato di John Wick (ma più giovane e con le falangi al posto dei proiettili) faceva il ragazzo delle consegne. Praticamente la storia di Jamal Malik, però vera, con un milione di pugni dati e incassati invece dei soldoni da un quiz tv.

Và che cuore di mamma.

Ferocemente attratto dagli occhi da cerbiatto di Iko e dalle sue nocche sbucciate, Evans in uno slancio d’emulazione tira un calcio rotante alla vecchia vita e si trasferisce a Jakarta. Il tempo di ambientarsi passando per qualche lurido lavoretto televisivo e inizia a lavorare su Merantau, un film con dentro tutte le speranze dell’Indonesia di avere finalmente un film sulla sua arte marziale. La trama è semplice, i personaggi interessanti il giusto, i mezzi e il budget modesti ma la passione smisurata. Non è il solito filmetto di arti marziali cotto e mangiato se a fine pasto stiamo a chiedere il bis (cottura rigorosamente al sangue).

Concentrati sui calcinculo. Concentrati sui calcinculo. Concentrati sui calcinculo.

Evans passa i mesi a studiare sulle pellicole di genere, a capire più a fondo cosa lo entusiasma di quel cinema fatto con tre spicci e quattrocento calci. La parola d’ordine è leggibilità dell’azione e dello spazio, mostrare ogni botta, ogni pugno e calcio, in modo spettacolare ma non spettacolarizzato. Senza dare quell’idea di scena preparata per filo e per segno come negli action mainstream, o quel discutibile “effetto casino” in cui un regista (cough-cough… Paul Greengrass… cough) muove la macchina da presa un po’ a cazzo senza beccare un pugno che sia uno. Apro e chiudo parentesi su Greengrass, che pur con qualche discutibile esempio di combattimento ha fatto un lavorone con la saga di Bourne, apertamente citato proprio in Merantau nella scena d’inseguimento sui tetti.

Qui le scazzottate non sono fini a se stesse, seguono gli eventi partendo da una lite per poi trasformarsi in una sfida totale. Lo scontro tra un bravo ragazzo e qualche stronzetto di strada finisce per trasformarsi in uno scontro tra giustizia e crimine, tra bene e male, com’è buona tradizione nei film di menare.

«Non picchieresti mai uno con le lenti a contatto, vero?»

Nell'incipit, Iko Uwais si allena a corpo libero con l’equivalente indonesiano del coltellino svizzero (il karambit, meglio celebrato in The Raid 2), e offrendoci un’idea dello stile pencak silat. I primi scontri sono piccoli assaggi di un buffet che nella seconda metà diventa sempre più ricco e gustoso. Al crescere dei nemici la situazione si fa sempre più critica e drammatica, l’azione più brutale e violenta mentre la posta in gioco sale. È quest’evoluzione di atmosfera e combattimento – da leggero a più grave – che rende tutto coinvolgente, non mera esecuzione di coreografie fini a se stesse. E per quanto la vicenda sia semplice e lineare, quello che conta è sentirsi coinvolti nelle imprese del protagonista.

«Ospedale? Quante ambulanze potete mandare? Chiedo per degli amici»

Il “Merantau” del titolo è un viaggio, un rito di passaggio per i giovani indonesiani che lasciano casa per confrontarsi col mondo. Iko Uwais, con quella faccia da boyscout incarna l’anima pia del giovane Yuda, un ragazzo di campagna che si avvia pieno di belle speranze alla volta della capitale. Durante il viaggio incontra Erik, uno che c’è già passato e disilluso dalle storielle sul merantau, lo mette in guardia dalle insidie della città. Erik altri non è che Yayan Ruhian, quasi irriconoscibile coi capelli corti e quell'aria da cane bastonato, prima di diventare il leggendario cane pazzo in The Raid. Su di lui ci torniamo.
Armato di pugni e buoni sentimenti, Yuda si mette nei guai per salvare una ragazza da un pappone. Da qui in poi gli eventi precipitano in una Jakarta in cui tutti, ma proprio TUTTI in qualsiasi luogo e di qualsiasi nazionalità conoscono le arti marziali. Ragion per cui il nostro eroe dovrà menare fino all'ultimo respiro, anche perché i cattivi sono duri a morire: due fratelli in affari loschi, su cui spicca Mads Koudal che se la gode a fare il pazzo sadico, di quella follia che rende un cattivo tanto minaccioso quanto odioso, uno che vuoi veder preso a calci sino alla morte.

«Ho tutto il giorno libero» (cit.)

Dopo i primi venti minuti blandi, buoni per introdurre i personaggi, il film ingrana la marcia e accelera sino al finale. Tutto scorre bene nei suoi 105 minuti ma la versione internazionale, l’unica che possiamo vedere da questa parte del mondo, è stata sfoltita di una mezzora. La durata è perfetta così, ma gran parte dei tagli riguardano il personaggio di Erik/Yayan Ruhian, forse per tenere il focus stretto sul cammino dell’eroe. Il che rende strana la ricomparsa in scena di Erik, silenzioso e dimesso, e il cui percorso di evoluzione/redenzione doveva compiersi in virtù di queste scene tagliate. Un vero peccato, perché se Yuda rimane uguale a se stesso dall’inizio alla fine, incrollabile nel suo senso di giustizia, Erik era l’unico personaggio con un minimo di evoluzione in tutta la pellicola, oltre ad avere tanto da offrire sul versante calci in culo. Godetevi i prossimi 6 minuti e pensate che questo po’ po’ di roba è stato tagliato.


Pugno su pugno, calcio su calcio, lo scenario è sempre parte integrante dello scontro e rende tutto più familiare, più realistico mentre la frenesia cresce e tiene lo spettatore alla corda. Il contatto fisico si vede e si sente, la coreografia è come nascosta nella grezza confusione dello scontro. Il ritmo delle inquadrature e degli stacchi rende giustizia all'arte del silat anche all'occhio profano, passando da movimenti sinuosi e contorsioni fisiche a impatti brutali. Roba da gridare al miracolo visto che il tutto è stato girato con macchine da presa di tipo televisivo, quei bestioni pesanti che permettono ben poche contorsioni, e con la steady-cam a fare da jolly nelle scene più movimentate.

E Tony Jaa: MUTO!

“Merantau” è stato girato e montato quasi in tempo reale, con in mente la scena finale nel momento stesso in cui si svolge il combattimento, ed è questo il talento del regista: aver interiorizzato a tal punto lo stile made in Hong Kong da farne il punto (d)istintivo del suo cinema, tanto che nelle scene “tranquille” non viene da pensare a un fenomeno. Mi torna in mente quel che disse Valentino Rossi dopo aver provato la Ferrari: una Formula 1 funziona solo quando la spingi al massimo, se guidi piano e giri il volante lei non gira, tu pigi il freno e lei non frena. Evans è così: a velocità normali è un regista normale, ma quando il ritmo e l’energia salgono, quando si spinge sul pedale dell’azione, ecco che la sua visione esplode. L’antitesi pura di un Christopher Nolan, per dire.

Fermo immagine ottenuto rallentando le particelle della scena al CERN di Ginevra.

Pensate: crescere nella venerazione per Bruce Lee e Jackie Chan, e un giorno incontrare Iko Uwais. Quel che si dice avere più culo che anima? Anche. Ma bisogna pure metterlo davanti alla presa, il fenomeno, e qual è la cosa migliore – se non l’unica – da fare quando hai un artista marziale che buca lo schermo? Lo inquadri. Tutto. Non solo la faccia ma ogni suoi calcio e pugno. E no, non è così scontato, se in molti action si inquadra metà di quanto succede o si parla troppo, addirittura MENTRE ci si mena (come se Tuco Benedicto Juan Maria Ramirez non ci avesse spiegato le basi, che valgono tanto per le pistole quanto per i pugni).
Qui non si sprecano troppe inquadrature allo scagnozzo di turno, il protagonista è sempre piazzato al centro della scena mentre i nemici escono dalle fottute pareti. Lo spettatore e l’eroe hanno lo stesso tempo di reazione alle minacce, ed è lì che il colpo incassato fa più male, quello restituito ti gasa e la soluzione dello scontro soddisfa. Ma non c’è tempo per respirare perché ne arrivano altri! Da dove? Non c’è tempo per pensare. Schiva, incassa, contrattacca. Sempre in tensione, senza tempi morti.

Due contro Iko Uwais: uno scontro quasi alla pari. Quasi.

Anche se il meno famoso dell’ideale trilogia dei calci in culo di Gareth Evans e Iko Uwais (nella mai vana speranza di un The Raid 3), Merantau è un magnifico esempio di meta-cinema: la storia di un regista che non era ancora un vero regista e un ragazzo che non era ancora un attore. Due che hanno iniziato il loro viaggio nel mondo del cinema, sgomitando tra kung-fu e muay thai per farci conoscere un’altra espressione delle arti marziali, a noi bradipi da divano che sognando di dare calci in culo ci accontentiamo di non prenderne troppi, mai sazi di vederne a frotte su uno schermo.

P.S. Mille grazie a Quinto Moro per aver aperto le danze di menare, vi ricordo i suoi racconti che trovate QUI. Prossima settimana invece, vi invito tutti con me ad affrontare i piani di un certo palazzo, non mancate!

22 commenti:

  1. Occasioni sprecate in questa rece in numero 3:
    1) parlare del Silat indonesiano, la sua origine ispirata ai movimenti animali e l'influenza che ha avuto sulla tecnica del regista.
    2)Chiamare il film MENAN TU per restituirgli la sua etimologia italiana corretta
    3)Cogliere l'occasione di sottolineare l'essenza discount di fascia B di Iko nei confronti di Tony Jaa

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    1. In amicizia io l'ho sempre chiamato "Menantau" che comunque differisce di poco (storia vera). Per il resto è il primo capitolo di una trilogia di post in cui gli argomenti non mancheranno, perché si potrebbe scrivere di questi film ogni settimana e avere ancora molto da aggiungere. Cheers!

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    2. 1) " Il ritmo delle inquadrature e degli stacchi rende giustizia all'arte del silat anche all'occhio profano, passando da movimenti sinuosi e contorsioni fisiche a impatti brutali. Roba da gridare al miracolo visto che il tutto è stato girato con macchine da presa di tipo televisivo, quei bestioni pesanti che permettono ben poche contorsioni, e con la steady-cam a fare da jolly nelle scene più movimentate."
      2) severo ma giusto
      3) occasione non colta per opinione divergente (vedi didascalia: "E Tony Jaa: MUTO")

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    3. Vorrei sempre essere nella condizione di dover scegliere tra il miglior Iko Uwais e il miglior Tony Jaa, bisogna dire che sono questioni di lana caprina o di semplice gusto personale, in ogni caso è “difficile” compararli perché uno (Jaa) è più avanti nel corso della sua carriera. Bisogna dire che Iko Uwais e tutta la banda Indonesiana (da Mad Dog a Joe Taslim) stanno continuando la loro vetrina del Silat, mentre Tony Jaa, che tra i due è quello a cui piace fare più il divo, anche per continuare a lavorare si è trasferito in Cina, dove ha snaturato il suo modo di combattere, cedendo ai cavi e le tecniche cinesi di lotta, sacrificando il suo stile Thailandese. Cheers

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    4. Ho recuperato Merantau in coppa con Ong Bak 3, confronto impietoso. Jaa è un fenomeno e non si discute, ma Iko buca lo schermo.
      Alla fine conta tanto il tipo di film e il manico che c'è dietro alla macchina da presa, lo dimostra Triple Threat dove hanno recitato insieme, senza che nessuno dei due ne uscisse particolarmente bene.

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    5. Esatto aggiungo solo che forse Tony Jaa ha avuto gli acuti personali più alti (e gagliardamente tamarri), ma spesso le parti non marziali dei suoi film sono pochissima roba. Cheers

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  2. Questo mi mancava, però sembra davvero una piacevole sorpresa.
    Mamma che "sbabbatello" il giovine Gareth Evans!!
    Di film di arti marziali ne ho visti tanti ma c'è sempre posto per qualcosa di fresco, se poi si tratta di una trilogia di post dedicati, ancora meglio.
    Non so perché ma questo film mi riporta alla mente quando Zack Mayo in Ufficiale e Gentiluomo è reghazzino e si picchia per strada con dei bulli, non ricordo però se era in Malesia o Indonesia a dire la verità, che ovviamente lo saccagnano perché conoscono le arti marziali...
    Ciao

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    1. E' il primo dei tre film della coppia Uwais ai calci e Evans alla regia, i prossimi sono The Raid 1 e 2.
      Guardalo perchè merita, dal punto di vista visivo e coreografico è ottimo, oltre che coinvolgente.
      lo trovi su Prime Video (dovrebbero pagarci per questo sponsor)

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    2. Grazie Quinto per la dritta, volevo proprio chiedere dove poterlo trovare. I Raid li conosco e mi piacciono assai, anzi penso che il Dredd con Urban debba parecchio a queste pellicole. Aió!

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    3. In realtà Daniel-San l'intreccio Dredd/The Raid è più intricato di così, ma ne parleremo la prossima settimana, oppure se vuoi QUI dove avevo già trattato la questione. Cheers!

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    4. Hai ragione, avevo anche commentato il tuo post, il problema è che... Ne fai troppi, me ne ero scordato! Faccio ammenda, considera che ho una certa età!!
      Però sono ancora in forma per altra stagione agonistica di volley, oggi ho (incredibilmente) passato la visita per il certificato!!

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    5. Mitico! Ricorda non sono gli anni, ma sono i chilometri ;-) Cheers

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    6. Cass lo scrivo qui e non in privato (così ho testimoni): mettere in chiaro dove si può trovare il film, a inizio o a fine commento può essere un incentivo alla visione, come per la rubrica sui "57 canali", scrivere ogni volta dove si trova questo o quel film.

      Il Dredd con Urban l'ho sempre evitato ma adesso ho un motivo per recuperarlo.

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    7. A volte lo scrivo nel testo del post, in caso di film più datati invece non lo faccio proprio, devo prendere queata buona abitudine ;-) Dredd è The Raid immobile, ma sono curioso del tuo parere. Cheers!

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  3. Piangi Berabdal sotto la tendal, piangi Merantau sopra il comau...
    ... dopo questa VERGOGNOSA divagazione, beh, io lo vidi dopo i due The raid. Forse questo me l'ha un po' attutito, ma lo stacco netto tra quando iniziano le mazzate e tutto ciò che lo precede è assurdo.

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    1. Anch'io l'ho visto dopo i due The Raid, ma al contrario me l'ha fatto apprezzare un sacco, perchè parte piano ma poi corre, e fa capire che Evans ha fatto un bel percorso. Per la media dei "film di menare" a mio parere se la gioca benissimo coi classici.

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  4. Arrivo tardi ma plaudo all'iniziativa ^_^

    Sono affezionato a questo film perché il DVD me l'ha regalato all'epoca Stefano Di Marino, lo scrittore non più fra noi, quando Iko ancora non era esploso ma conoscevo bene Tony Jaa. Che poi, vorrei sottolineare, non basta Jaa da solo, che è un ottimo atleta: lui è solo la punta di diamante di quei fenomenali combattenti allenati dal mitologico Panna Rittikrai, anche lui purtroppo nel Paradiso dei Draghi. Se non fosse per Rittikrai non esisterebbe la nuova ondata marziale thailandese che ha conquistato il mondo.
    Ecco, Iko non ha un geniale coreografo alle spalle, e si vede tutto in questo primo, grezzo e rozzissimo film, che si guarda con grandissimo piacere ma è lontano anni luce dalle coreografie del thailandese Rittikrai. Inoltre è pieno di evidentissimi trucchetti che rovinano lo spettacolo marziale - tipo gli stuntman che cadono in maniere palesemente "guidate" da corde invisibili: si vede che Gareth si stava facendo le ossa e poi ha parecchio aggiustato il suo stile.
    Iko qui è un ragazzino, ma per fortuna è cresciuto benissimo e nei suoi film da adulto è una forza della natura, soprattutto per precisione, che poi è la parte migliore di un eroe marziale. Però temo che questo Merantau non sarebbe mai stato un Ong-bak per Iko, non sarebbe mai stato cioè il filmone del lancio: se non fosse arrivato "The Raid" (quello sì che ha spazzato via tutto) temo che sarebbe rimasto solo un buon piccolo film marziale come ne producono a secchiate, in Asia.

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    1. Non poteva e non pretendeva di essere un nuovo Ong Bak, anzi tutto considerato dall'inesperienza di Evans al budget modesto e tutti i limiti, è un film sorprendente. Ong Bak era fatto coi mezzi e si vedeva, ebbe una grande distribuzione e poteva contare su ben altre premesse.

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    2. Si vede subito che Evans è uno che impara in fretta, gli enormi passi da gigante fatti in così pochi titoli prodotti dimostrano che è uno che ci si mette "anima e core", e questo mi rende ancora più simpatico Merantau, perché aiuta a capire quanto poi siano migliorati tutti ;-)

      "Ong-bak" non ha avuto chissà che possibilità in più, solo dopo il suo successo asiatico pezzi grossi occidentali gli hanno garantito una distribuzione capillare, aiutata dal fatto che Rittikrai portava il giovane Jaa in dimostrazioni dal vivo in giro per il mondo, a dimostrazione che non c'erano cavi né computer-grafica (in realtà sì, c'era, ma discreta). I figli meno fortunati di Panna (tipo Dan Chupong o JeeJa Yanin), che cioè non hanno avuto lo stesso successo internazionale di Tony, sono però protagonisti di film parimenti splendidi sotto ogni punto di vista.
      Mentre "Merantau" aveva talenti ruvidi, in piena evoluzione, la forza esplosiva di "Ong-bak" era di avere un regista già geniale come Prachya Pinkaew e un coreografo-regista di enorme esperienza, oltre che di un esercito di stuntman pronti a massacrarsi. Lo si vede subito dal fatto che in "Merantau" nessuno porta il cappello o capelli buffi, come in "Ong-bak", perché sanno che cavi e computer grafica impediranno loro di dover sbattere la testa :-P
      Sono comunque bellezze diverse, provenienti da gusti di cinematografie diverse, si finisce sempre per metterli insieme solo perché raccontano una storia simile e hanno entrambi lanciato splendidi eroi marziali. Anche se Tony è crollato subito mentre Iko per fortuna ha sfornato molti più film.

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    3. Vero, concordo su tutto in particolare su un punto, senza il seguito non tanti sarebbero andati a recuperare "Merantau", anzi ancora oggi tanti parlano del secondo capitolo, citato anche troppo da chi non ha visto altri film di arti marziali. Cheers!

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    4. Cappelli strani no, capelli strani si: i capelli di Iko erano un problema da gestire tra una scena all'altra, quando si sudava o c'era troppa umidità (cioè sempre) diventava un parruccone gigante, infatti in The Raid l'hanno rapato e via.

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    5. Stavo per dire la stessa cosa, nei seguiti hanno risolto il problema, alla radice ;-) Cheers

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