martedì 20 settembre 2022

Three thousand years of longing (2022): liberate il genio (di George Miller)

C’era una volta Tilda Swinton e Idris Elba chiusi in una stanza d’albergo da soli per 108 minuti a fare dei numeri incredibili. No, messa così potrebbe sembrare un po’ equivoca, ricomincio.

«Ve lo dico subito, non è quel tipo di film ok? Solo perchè sia chiaro»

George Miller resterà per sempre un bipede irripetibile, d’altra parte è Australiano no? Quindi possiamo aspettarci di tutto e in effetti nella sua carriera di tutto è arrivato. Paramedico con la passione per il cinema, in carriera ha fatto beh, robetta, semplicemente ha prima cambiato per sempre la percezione degli inseguimenti automobilistici al cinema e poi ha codificato il futuro post-apocalittico.

Quando tutti pensavano che sarebbe stato per sempre quello di Mad Max, tra una sortita nel futuro del suo celebre anti eroe e l’altra ha firmato titoli anche molto diversi, arrivando a vincere un Oscar con l’animazione e poi di colpo, quando nessuno ci credeva più, ha diretto il film del millennio, un capolavoro da sbattere in faccia a tutti quelli che ancora pensano che i film di genere non possano e non debbano sedersi allo stesso tavolo degli altri classici della settima arte.

Da Fury Road non sono passati tremila anni ma solamente sette, quasi pochi per le abitudini di Miller, il cui nuovo lavoro è un'altra prova del suo talento e della sua volontà di non restare imbrigliato in un genere o in una saga, anzi potremmo quasi dire che “Three thousand years of longing” se non proprio un manifesto programmatico è almeno una bella presa di posizione da parte del regista australiano.

Il genio fuori dalla lampada, George Miller.

Al netto dello stesso regista, dello stesso fidato direttore della fotografia (John Seale), dello stesso compositore (TOSSICONE Junkie XL a cui collaborare con Miller ha fatto solo bene) e a ben guardare anche di un cameo di Megan Gale anche qui, di fatto George Miller ha firmato un film che è l’anti-Fury Road, infatti l’errore madornale sarebbe approcciarsi a questa nuova opera aspettandosi un’altra corsa folle come quella.

“Three thousand years of longing”, tratto da “Il genio nell'occhio d'usignolo” (1994) scritto da Antonia Susan Byatt, sono 108 minuti quasi tutti basati sui dialoghi, io ci ho scherzato con le mie caSSate ma di fatto è davvero Tilda Swinton e Idris Elba in accappatoio che parlano in una stanza d’albergo, anche se la storia è più interessante di così.

Come tutte le favole inizia con c’era una volta, Miller ci porta nell’era in cui con un aereo puoi volare da uno stato all’altro e con un telefono dalla superfice di vetro puoi fare di tutto, insomma, la volontà è quella di cercare la magia attorno a noi come fa la sua protagonista, Alithea Binnie (Tilda Swinton) un’esperta in storie e racconti, con un matrimonio finito alle spalle e la serenità ritrovata di chi non ha davvero bisogno di niente di più nella vita per stare in pace, non di certo di un altro uomo per sentirsi definita, denaro oppure potere, ad Alithea basta trovare l’emozione nella storie e non è un caso se Miller ci mostra il personaggio impegnata durante un simposio a tema, dove si ribadisce che gli antichi miti e i vecchi Dèi hanno trovato nuova forma e nuovi nomi anche nella storia moderna, un po’ come ci aveva già dettagliatamente raccontato Shyam… Shyamal… Michael Knight, con il suo Unbreakable.

George Miller, un lettore come noi (e qui ci sta la cit.)

Alithea parla alla platea con alle spalle immagini degli eroi della Marvel e della Distinta Concorrenza, che per altro sono stati interpretati nel corso degli anni sia dalla stessa Tilda Swinton che da Idris Elba e di cui Miller è grande appassionato, se non fosse stato per i suoi tempi di lavorazione Biblici, il primo film sulla Justice League of America sarebbe stato diretto da lui e Megan Gale sarebbe stata Wonder Woman (storia vera), posso dirlo? Scelta impeccabile, ma questa storia non è mai stata raccontata e prima di agitarvi ve lo dico subito, “Three thousand years of longing” non è un altro film con tizi in super calzamaglia.

In cerca di storie, Alithea compra in un negozietto quello che dalle mie parti verrebbe definito un “ciapapuer”, una sorta di bottiglia dalla strana forma, che sfregata con lo spazzolino da denti elettrico in albergo, PUFF! Libera il Djinn al suo interno. Se avete visto uno (o tutti) i film della saga di “Wishmaster” saprete perfettamente che si tratta dell’antico mito mediorientale, da noi più popolare grazie a Superfantagenio con Bud Spencer alla versione Disneiana, insomma è il genio della lampada, solo che è fatto a forma di Idris Elba con orecchie a punta e pizzetto arancione.

Lettrice, amante delle storie e accumulatrice seriale. Je Suis Alithea.

Come ogni Djinn che si rispetti, una volta domate le sue dimensioni e tirato fuori Albert Einstein dal televisore della stanza, il nostro genio si mette al lavoro per estorcere i famigerati tre desideri ad Alithea, la donna al mondo che non sente davvero il bisogno d’altro nella vita, se non di appagare la sua fame di storie, insomma, Alithea è una di noi alla fine, io la capisco.

George Miller tira fuori il suo lato più romanticone e lo mette al servizio di una storia sulle storie, di fatto il genio si proclama uno sciocco per amore, uno che si è fatto intrappolare in una bottiglia più volte ma in quanto fatto a forma di Idris Elba (per altro in gran forma considerando che spegne cinquanta candeline quest’anno) un po’ di magnetismo animale lo sprigiona e dai suoi racconti, si conferma anche un discreto romantico.

Feeeeeeenomenali poteri cosmi, in un minuscolo spazio vitale (cit.)

Più che ai suoi poteri Alithea è interessata alla sua storia, i tremila anni di nostalgia del titolo, che dalla stanza d’albergo generano tre storie, tutte rigorosamente al femminile (perché Miller è comunque il papà di Furiosa e il tema gli sta a cuore e si vede), quella della regina di Saba, quella di un’ingenua concubina innamorata di un principe e quella di una giovane sposa amante della matematica, tre storie di donne con cui il Djinn cercherà di convincere Alithea a desiderare qualcosa.

L’estro visivo di Miller è sempre lo stesso, i tre racconti nel racconto fanno abbondante utilizzo di effetti speciali, spesso in modo creativo, ad esempio ho amato il trucco della bottiglia che si scioglie, perché “Three thousand years of longing” in questo senso prende delle posizioni precise. A livello di atmosfera mi ha ricordato quella porzione di storie di Sandman in cui Sogno degli Eterni nemmeno compare oppure si manifesta in lungo e in largo nel corso della storia umana, infatti non sarebbe male se la serie tv chiedesse consulenza a Miller in tal senso.

«AMMIRO!» (cit.)

Se dal punto di vista visivo i tre racconti sono sontuosi, il cuore della storia sta tutto in quella stanza d’albergo con i protagonisti in accappatoio, per un film che è l’anti Fury-Road, perché sviluppa trama e personaggi basandosi completamente sui dialoghi, un film incredibilmente verboso (forse anche un pelo troppo) in cui la chimica tra i due protagonisti è davvero ottima e l’atmosfera generale è onirica, tale da rendere questo film più vicino a che so, Parnassus di Terry Gilliam che all’ultimo film della saga di Mad Max, malgrado i nomi coinvolti siano gli stessi.

Quello che ho apprezzato di “Three thousand years of longing” non è tanto la sotto trama romanticona, presente ma non così invasiva che lo ammetto, non è molto nelle mie corde, ma più che altro il manifesto amore per le storie, quello sì che sento molto mio. Non solo Miller si rifà ai classici delle fiabe e delle leggende, senza bisogno di scimmiottare nessuno (ci sono trovate visive tutte matte, come il liuto con le manine che si suona da solo, o la zebra-giraffa), ma soprattutto ribadisce l’importanza della fantasia e della creatività e lo fa usando l’arma che maneggia meglio, quella del cinema.

«Almeno non sono blu come Will Smith»

Con gli stessi collaboratori Miller può dirigere Fury Road o il suo film negativo, allo stesso tempo usando gli attori e gli effetti speciali che normalmente vedreste in un film di super eroi, lui fa un passo indietro riportando il mito alle origini per ricordarci l’importanza della fantasia e della creatività, in questo senso davvero l’australiano si stringe idealmente la mano con un altro pazzarello come lui, il già citato Gilliam, anche per mandare un altro messaggio che sento molto mio, nel suo essere fuori moda.

Se invece di ostentare sempre, spinti dalla stessa voglia di Alithea di trovare nuove storie, imparassimo a goderci quelle che abbiamo, non voglio rovinarvi la visione ma nel finale ho quasi visto la precisa volontà di dire al pubblico: ma non è una figata stare a casa propria, per prenderci tutto il tempo che ci serve anche per restare idealmente insieme alle storie che amiamo? Sarà che già sono nato “casalingo” di mio e mi sono allenato una vita intera ad avvolgermi nel caldo abbraccio che una bella storia (che sia un libro, un film o un fumetto) può raccontarti, ma ci mancava solo Miller a darmi ulteriori conferme.

#Io sto a casa (a leggere e guardare film)

Insomma, pur essendo estremamente parlato, “Three thousand years of longing” è la classica storia strana che parla a chi è disposto ad ascoltare, non si cita mai abbastanza il genio di George Miller, trovo incredibile che questo grande regista partendo dagli stessi elementi magici, possa tirare fuori una storia adrenalinica ad alto numero di ottani basata sulle immagini e un’altra, intimista e chiacchierona in grado di toccare le corde giuste, alla fine siamo tutti qui per le storie, quelle raccontare bene, quel pazzarello australiano sa davvero come farlo, in attesa di tornare a correre consumando benzina nel deserto con lui, trovo bellissimo che George Miller abbia altre storie differenti e coinvolgenti da raccontare.

Ed ora, per un secondo parere, passate a trovate SamSimon dalle sue parti.

10 commenti:

  1. In pratica The Big Kahuna in versione fantasy? Scherzo. Forse non è così , cioè l'altro era davvero tutto in una stanza d'albergo coi tre che parlavano fra di loro (era in fondo tratto da un lavoro teatrale). Qui invece mi dici che i racconti sono portati visualmnete sullo schermo. Potrebbe essere interessante, ma al pubblico credo sia piaciuto ben poco.
    Oh poi io i film strani li adoro eh...

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    1. Al grande pubblico non piace niente che siamo minimamente diverso da quello che già conoscono, infatti Miller parla (anche) un po' di questo, strano, ma io sono tipo da roba strana ;-) Cheers

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  2. Mai mi sarei aspettato un film del genere da MIller: vuoi vedere che stavolta mi godrò un suo film senza sbuffare, come mi è capitato con tutti i suoi Mad Max? :-D

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    1. In effetti nella sua filmografia ne ha fatti tanti molto diversi da Mad Max, sto pensando tipo a "Le streghe di Eastwick" ad esempio ;-) Cheers

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    2. Ma infatti, Miller ha una vita cinematografica pure al di fuori della saga che l'ha meritatamente fatto conoscere ai più, e si è dimostrato capace di sorprendere ogni volta (vedi anche "Le streghe di Eastwick", appunto) con una diversità diversa ;-) Ragion per cui non mi stupisce il tema che ha deciso di trattare: come mai potrebbe fare a meno di mostrare il suo amore le storie (amore di una storia, storia di un amore), visto quante ne ha raccontate? C'è del Genio in tutto questo, tanto che il personaggio di Idris Elba potrebbe benissimo essere un fiabesco Avatar dello stesso Miller...
      P.S. Il personale dell'albergo origlia a turno alla porta della stanza di Elba e Swinton:
      Swinton: "12490778765512! 2434567990675214!"
      Elba: "678543321099854! 9807688143256798492!"
      Cameriere: "Riesci a sentire qualcosa?"
      Addetto alle pulizie: "Sì, dei numeri incredibili" ;-D

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    3. Numeri che fanno girare la testa (cit.), sarà eternamente quello di Mad Max, giusto così, però anche lui ha dei seri numeri e del serio talento ;-) Cheers

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  3. Eccoti qui! Fantastico post di amore verso un film che è una dichiarazione d'amore verso le storie, in qualsivoglia forma, e ha pure una storia d'amore dentro! E poi si vede il tuo amore per George Miller, ma come si fa a non amare quell'uomo?

    Questo passerà alla storia della Bara come il commento dove appare più volte la parola "amore"? E non ho nemmeno citato George Amore Romero! X--D

    Anche io avevo in mente Parnassus come primo riferimento a Gilliam, oltre ad altri come il suo Quijote e forse ancor di più il Barone di Munchausen. Grazie mille per il link, vado a contraccambiare! :--)

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    1. Con Romero la "A-Word" va fuori scala ;-) Penso che la dose abbondante di Gilliam abbia influenti positivamente sul mio giudizio, in ogni caso di nulla un piacere! Cheers

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  4. ho appena finito di leggere la tua recensione de “i predatori dell’arca perduta “ dove scrivi “fa nen tant cine”, adesso “ciapapuer”, mica che, invece che una bara, sei un… barotto come me?

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    1. Purtroppo si perché sono un piemontese strano con aspirazione da "sudista", però si, Torino 011 ;-) Cheers

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