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lunedì 19 settembre 2022

Pistols (2022): never mind the Bara, here's the Sex Pistols


Potreste aver sentito la notizia, nel caso un breve riassunto: nell’anno in cui si festeggiano i settant’anni del suo regno, il più lungo della storia di Albione, l’8 settembre del 2022 si è spenta all’età di 96 anni la regina Elisabetta II. Lo stesso giorno su Disney+ è stata rilasciata la miniserie dedicata ai Sex Pistols.
Lo. Stesso. Giorno (storia vera).

Clamoroso tempismo che passa per anarchica botta di culo oppure, considerato che la serie Hulu (i cui diritti in Italia sono nella mani di Star, quindi Disney+) era stata annunciata per l’8 settembre del 2022 già da prima dell’estate, forse Hulu sapeva qualcosa che non sapevano nemmeno a Buckingham Palace? Anche perché ormai il finale di stagione di The Crown è stato scritto dai fatti.

Ovviamente la regina Elisabetta II è da sempre associata ai Sex Pistols e sapete quale altro nome è sempre stata associata alla celebre (per non dire famigerata) band punk? Quello di Danny Boyle. Ammettiamolo, tra tutte le associazioni tra soggetto e regista, quella tra quel vecchio punk di Manchester che ha diretto Trainspotting e il gruppo di Johnny Rotten era fin troppo facile, anche più che associare che so, Tim Burton e la famiglia Addams, anche perché sono ancora convinto che il regista con i riccioli non sia affatto quello ideale per la celebre famiglia (ma presto lo scopriremo), mentre quel tipo di disagio, quella volontà di rompere gli schemi e le palle portando se serve, un po’ di oscenità a furore, sono molto nelle corde di Boyle, strano che ci abbia messo così tanto.

I punk rispettano i pronomi (cit.)

Forse mancava il soggetto giusto, scritto da uno fresco fresco di un’altra biografia musicale, come Craig Pearce, che dopo il Re del Rock si è gettato sugli iconoclasti "sostenitori" della regina. “Pistols” è una miniserie in sei episodi della durata di circa un’ora ciascuno, che racconta ascesa e veloce caduta di una band che al netto di un solo disco registrato in sala e di zero strumenti suonati come si dovrebbe, hanno rivoluzionato il mondo della musica per sempre, dando rabbiosa voce ad una generazione “senza futuro” che nel movimento punk si ritrovava alla perfezione.

Credo che pochi altri gruppi più dei Sex Pistols siano stati analizzati e raccontati, anche perché in una manciata di anni hanno collezionato aneddoti, record di vendite e follia assortita come quasi nessun altro gruppo nella storia della musica, solo il papà di Juno, ovvero Julian Temple (che ovviamente compare impersonato anche nella serie) ha dedicato loro due documentari “La grande truffa del Rock 'n' Roll” (1980) e “Oscenità e furore” (1999).

Almeno è riuscito ad impugnarla giusta la chitarra, per suonarla poi vediamo.

L’approccio di Craig Pearce è differente, lo sceneggiatore sceglie di partire dall’autobiografia di Steve Jones, il cantante che non cantava e il chitarrista che non sapeva suonare, che di norma viene ricordato un po’ meno rispetto ai folli compagni, per certi versi il primo di quei "bellissimi assassini" scelti da Malcolm McLaren (Thomas Brodie-Sangster) partiti dal suo sexy shop chiamato semplicemente “SEX” e vestiti da capo a piedi dalla stilista Vivienne Westwood (Talulah Riley), lanciati con tutta la forza del loro disgusto contro l’istituzione.

Pearce in sei episodi copre tutti i momenti chiave della storia, dando spazio a tutti i personaggi in modo abbastanza omogeneo, una trama dove trovano spazio anche Chrissie Hynde (Sydney Chandler) futura leader dei The Pretenders oppure Jordan (un’irriconoscibile Maisie Williams), icona di stile e portatrice sana di punk.

Come sono diventati i giovani Stark, cresciuti senza una padre nel freddo di Gran Inverno.

Anche se per ovvie ragioni a tener banco sono i cambi di componenti, i dissidi interni, le faide, gli sputi, la droga e il basso suonato in modo non accademico, ovvero la storia dei Sex Pistols, che parte dal tormentato passato di Steve Jones (Toby Wallace) esempio di quello che resta quando tutti i bravi ragazzi sono già stati scelti, per arrivare al mio prediletto, Johnny Rotten che entra in scena con sguardo di fuoco alla fine del primo episodio e si prende il secondo. Menzione speciale per gli sguardi stralunati da pazzo di Anson Boon che vanno ben oltre la mera imitazione, godetevi la sua interpretazione a braccio sulle note di “I’m 18” di Alice Cooper, per una serie che io ve lo dico, vista doppiata perde una buona fetta della sua forza, visto che i dialoghi si mescolano con i testi e viceversa.

Lo sguardo da pazzo gli viene benissimo, nulla da dire.

Ovviamente non può mancare l’ascesa dell’uomo con nome da criceto, ovvero Sid Vicious (Louis Partridge) e della sua Nancy (Emma Appleton), giusto per ribadire quante altre volte i Sex Pistols siano arrivati al cinema anche interpretati – in linea di massima benino – da nomi come Gary Oldman e Chloe Webb nel classico “Sid & Nancy” (1986).

Ma chi è il vero Malcolm McLaren della situazione? Chi porta valore aggiunto a questa versione di una mitologia ormai nota a tutti perché raccontata in mille modi? Proprio l’approccio alla materia di Danny Boyle, che si barrica dietro un rigoroso formato 4:3 per utilizzare tutte le armi del suo cinema, affilate dai tempi di Trainspotting per sporcare volutamente il foglio: immagini d’epoca dell’Inghilterra di fine anni ’70 da mescolare al veleno sputato nel microfono da Johnny Rotten durante le incisioni di “Never mind the bollocks, here's the Sex Pistol” oppure cambi di tempo, di ritmo, un montaggio alternato su immagini apparentemente senza contesto, in realtà perfette per fotografare alla perfezione l’ambiente che ha partorito quella rabbia che solo nel punk poteva trovare una sua voce.

Come il bradipo dei cartoni, però scritto in modo diverso.
 
Danny Boyle ci regala la sua selezione dei migliori pezzi dei Sex Pistols ed è chiaramente un uomo in missione, anche i titoli degli episodi sembrano scelti per raccontare il disagio dietro al mito, l’episodio 1x03 è di fatto la genesi della vera storia dietro alla furente (e dolente) “Bodies”, in queste sei ore di piena anarchia, Danny Boyle è libero di fare quello che vuole dal punto di vista visivo e la sua esigenza narrativa si vede tutta. La risposta arriva anche dalle singole prove degli attori, che vanno ben oltre l’ossessione tutta moderna che per rappresentare a pieno un’opera o la storia di un artista, sia necessario replicarlo identico in ogni sua posa. Insomma Danny Boyle alla britannica maniera solleva indice e medio (da noi ci facciamo bastare il ditone lungo di mezzo) per dire a roba come Bohemian Rhapsody cosa pensa davvero di quel modo di fare cinema e biografie ed io, in quanto raffinatissimo custode della Bara mi schiero e sto con il vecchio punk di Manchester tutta la vita.
 
Dopo Pam & Tommy, Hulu colpisce ancora e questa frase mi serve solo a ribadire che è Disney+ a portare qui da noi il catalogo Hulu, perché ancora c’è qualcuno che fa il figo alle feste facendo facile ironia su una serie prodotta da Disney sui Sex Pistols. L’ironia vera piuttosto è il tempismo con cui è stata rilasciata sulla piattaforma, poi dicono che il punk è morto eh?

A questo proposito metto le mani avanti, la prossima settimana avremo un'altra dose di Danny Doyle, restare in zona.

8 commenti:

  1. La sto seguendo.
    Bella, mi piace.
    Anche perche' Boyle, pur con le polveri ultimamente un po' bagnate, e' perfetto quando si tratta di narrare vite allo sfascio e storie al limite.
    Dall'idea che mi sono fatto io, ho sempre trovato Sid e compagnia marcia andante piu' personaggi che cantanti.
    E mica erano gli unici, eh. Se non fosse che da tutta quell'accozzaglia sono venuti fuori dei gruppi che nel decennio successivo hanno davvero marchiato a fuoco il panorama musicale mondiale.
    E stavolta sapevano suonare, tra l'altro.
    Se non fosse che quando inizi a farti ricordare piu' per le boiate che combini che per quello che suoni, non e' mai un buon segno.

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    1. Danny Boyle qui a volte è a fuoco a volte edulcora, ma per prendere a prestito la tua espressione, Boyle con le polveri bagnate per me resta meglio di tanti altri che si sfornato di passare per bravi. Per fortuna è tornano il periodo con le serie nuove in uscita, ma ci tenevo ad iniziare da questa ;-) Cheers

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    2. Su Boyle ho solo un grosso rammarico.
      E' partito troppo a razzo, infilando due bombe atomiche una dietro l'altra.
      No, sul serio...come fai, a far meglio di cosi'?

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    3. Non si è mai buttato su progetti "facili" tipo uno 007, però si dopo "28 giorni dopo" era già tra i registi di culto per il suo lavoro, l'Oscar tra capo e collo è arrivato per il suo titolo che ancora oggi ritengo più "gnecco" ;-) Cheers

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  2. non conosco i Sexy Pistols se non di nome, quindi non saprei giudicare la serie, ma certo che nel Guinness dei Primati delle "date di uscita toppate" il primo posto non glielo leva nessuno :-D

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    1. Se avessero voluto farlo apposta, non gli sarebbe venuta così bene ;-) Cheers

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  3. segnata, presto la vedrò anche io xD

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