lunedì 26 settembre 2022

Mike (2022): like Mike, if I could be lik… no niente, Mike sbagliato scusate


La vita di Mike Tyson è stata talmente folle da non poter non attirare l'attenzione, in quest’epoca in cui una biografia viene concessa a tutti, anche a chi in vita sua ne ha combinate decisamente meno dell’ex campione del mondo dei pesi massimi.

Avevo dei dubbi e li mantengo in buona parte, visto che sono ancora convinto che il film per la televisione firmato HBO del 1995 intitolato “Tyson”, fosse ancora il più adatto a raccontare la furia dei pugni del pugile, anche perché ad interpretarlo ai tempi erano stati scelti i muscoli e il diastema di Michael Jai White, per altro in gran spolvero, se non lo avete mai visto ve lo consiglio.

Non sarà MJW, ma il fisico non gli manca.

Per quanto riguarda “Mike”, fin dal titolo sono chiari gli intenti di mettere al centro della miniserie composta da otto episodi, più la persona che il mito del pugile, che in carriera è stato chiamato in tanti modi, Iron Mike, il cannibale e qui lo etichettano anche come “saltalberi” al costo di farsi spaccare la faccia a colpi di pugni. La formula è collaudata, perché rimette insieme la coppia che ha firmato una delle biografie (o dramma sportivo, fate voi) più bello e sottovalutato degli ultimi anni, non mi stancherò mai di consigliare Tonya e occhio perché in “Mike”, Margot Robbie ricopre un ruolo come produttrice, giusto per confermare la bontà della formula.

Steven Rogers torna a sceneggiare, mentre dietro alla macchina da presa il suo compare Craig Gillespie, firma un’altra biografia in odore di anni ’90, dopo Pam & Tommy, che in comune con “Mike” ha il canale originale americano, ovvero Hulu e la destinazione italica, il palinsesto Star su Disney+, detentore per il nostro Paese di tutta la roba piena di violenza sesso e parolacce di Hulu. Giusto ribadirlo perché ancora questo concetto è oggetto di battutine fuori fuoco su “Infernet”.

«Ah ah una serie su Mike Tyson prodotta da Disn...» SBAM!

Parlavo di formula ed è chiaro che squadra che vince non si cambia, il ritmo di “Mike” è veloce, a tratti quasi da videoclip (non è un caso che il finale di stagione sia stato diretto da uno specialista del genere come Director X), in otto puntate di circa mezz’ora l’una, il ritmo alto è garantito, così come la velocità, che sembra un po’ la stessa con cui Iron Mike faceva mordere la polvere ai malcapitati finiti davanti ai suoi pugni, basta un ellisse narrativo sulle note di "X Gon' Give It To Ya" di DMX per raccontarci come il ragazzino grasso con la zeppa in bocca che le prendeva da tutti, sia diventato il “mostro” in grado di far durare i match due round o poco più, in base a quanta voglia aveva di giocare.

Ma prima di tutto “Mike” è strutturata come una confessione a cuore aperto, sfruttando tutti gli eventi intercorsi nella vita del pugile che il film targato HBO del 1995 non poteva prevedere, ma anche la sua nuova carriera di intrattenitore, la serie inizia su un palco dove Tyson (Trevante Rhodes) sotto un riflettore racconto al pubblico in sala tutta la sua vita, seguendo il rigoroso ordine di ascesa, caduta e rinascita (l’episodio finale si intitola “Phoenix”), unica mancanza grossa, la controversa storia con Naomi Campbell, che probabilmente non ha firmato proprio tutti i fogli per apparire rappresentata nella miniserie, viste che le precedenti storie tesissime con il pugile sono state storiche (mazzate).

Prima delle notti da leoni (che comunque non si è mai negato)

Trevante Rhodes offre una prova frizzante, la sua trasformazione (anche fisica) è evidente, netta nel seguire la vita e la carriera di Tyson, il tutto condito da un difetto di pronuncia e un modo di gesticolare che ricorda davvero quello di Iron Mike, con una postilla doverosa, quando parla Trevante Rhodes si capisce, l’inglese (se così possiamo chiamarlo) di Mike Tyson invece è del tutto incomprensibile, quindi da questo punto di vista è stato un minimo ingentilito per la serie.

“Mike” racconto nel dettaglio la storia, senza pietismi, l’unico addolcimento è stata la pronuncia di Trevante Rhodes, sul resto la serie non tira mai via la mano sulle colpe del pugile, l’episodio cinque (“Desiree”) ribalta completamente il punto di vista, portando al centro della scena (se non proprio del ring) l’allora 18enne Desiree Washington (Li Eubanks) vittima di violenza sessuale da parte del campione del mondo. Ma “Mike” mette anche in chiaro come l’industria sportiva non provi nemmeno ad aiutare qualcuno che avrebbe avuto davvero bisogno di supporto, più interessata alla furiosa potenza dei suoi pugni. Il personaggio stesso, dall’alto dell’esperienza, dalla poltrona comoda di Padre Tempo, degli sbagli del passato, delle cicatrici e dei tatuaggi in faccia, ci racconta il suo “cammino dell’anti-eroe”, da ragazzino che le prendeva da tutti, fino a diventare il “mostro” del suo primo allenatore, Cus D'Amato (un Harvey Keitel in gran forma), fino agli eccessi, “il cannibale”, per arrivare con gran fatica, lutti e perdite ad essere semplicemente Mike, in una serie che non assolve, al massimo sottolinea quanto l’ex campione del mondo sia parte della cultura popolare.

Harvey Keitel nella versione dei Mickey di turno.

Allo stesso modo, ma in maniera meno efficace vista la natura del soggetto, “Mike” segue la scia di serie come Winning Time, con la differenza che i Los Angeles Lakers li puoi raccontare solo attraverso la loro soap opera tutta matta perché sono proprio questo, un’infinita telenovelas a base di pallacanestro, Mike Tyson invece è un narratore inaffidabile, perché ognuno è l’eroe della propria storia, anche quando è consapevole di essere nei casi migliori, un anti eroe, anche se ho un sospetto.

«Vi ho raccontato di quella volta in cui mi sono menato con Donnie Yen
 
Temo che la rottura della quarta parete, che un tempo era una rarità, stia diventando sempre più speso l’espediente per tenere alta l’attenzione di un pubblico che segue le serie con un occhio sulla tv e l’altro sul telefono. Sta di fatto che finché l’espediente non diverrà abusato, va detto che per “Mike” ci sta come il cacio sui maccheroni, perché ammettiamolo, nessuno vorrebbe essere come Mike, ma tutti un po’ lo abbiamo ammirato perché ha avuto la forza di arrivare in alto e la follia di non negarsi niente, quindi se non si trattava di vera ammirazione, almeno di sincero interesse nel vedere il mondo dal suo punto di vista, in questo senso “Mike” è un KO al primo round, una vittoria netta.

6 commenti:

  1. Ero molto titubante, temendo la solita "vita del santo" zuccherosa, invece la tua recensione mi consola: mi sa che me la vedrò, ma sui miei scaffali di casa l'unico Mike è Michael Jai White ^_^

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    1. MJW non si batte, ma per fortuna la formula “Tonya” funziona anche per Iron Mike e malgrado qui da noi esce per Disney, si vede che è un prodotto Hulu ;-) Cheers

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  2. Pensare che Mike è sempre stato molto amico con 2Pac, strano che hanno scelto DMX (pace all'anima sua). Una serie biopic sportiva da 4 episodi mezz'ora cadauno? sembra interessante anche molto fruibile.Vedrò di vedere.

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    1. Posso dirlo? Scelta molto bianca. Nel senso che se chiedi ad un uomo tra i trenta e i cinquanta di scegliere un pezzo Hip Hop cattivo, quasi sicuramente sceglierà DMX, anche se va detto che funziona molto bene nella dinamica della scena, per il resto te la consiglio, dura poco ma è una buona biografia. Cheers

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  3. Da appassionato la stavo tenendo sott'occhio.
    Mi ispirava, specie dopo aver visto la scena di Iron Mike che spara un cartone in soggettiva (mi ricorda l'intro di FIGHT NIGHT: ROUND 3, giocone pazzesco), ma al contempo nutrivo qualche dubbio.
    Soprattutto perche' il protagonista era un po' troppo alto, ma d'altra parte un tracagnotto come Tyson era duro da trovare.
    Resta il fatto che la sua forza la costituiva proprio questo fattore: il corpo piccolo garantiva una reattivita' e un'esplosivita' anomale, per un peso massimo.
    Comunque, a leggere la tua rece sembra che meriti.
    Gli daro' una chance.
    Ora vorrei qualche biopic in tema MMA (tipo Kimbo Slice, ad esempio).
    Oppure sui primi UFC. E ci vedrei bene il grande John Milius al timone, visto che in parte era un'idea anche sua.

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    1. Hanno fatto una buona scelta di casting, il protagonista si carica sulle spalle tutta la miniserie. Mi piacerebbe che Milius fosse abbastanza in forma da farlo, anche solo per sapere che starebbe abbastanza in forma fisica per farlo. Cheers

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