lunedì 1 agosto 2022

La donna che visse due volte (1958): un vertiginoso classico


Alla sua uscita “Il ladro” (1956) venne bollato come un film fin troppo realistico, poco hitchcockiano, forse anche per questo il film successivo di Sir Alfred Hitchcock puntava ad essere molto più personale, oltre che, vabbè, robetta... Un classico della storia del cinema. 

La gestazione, però, non fu semplice, la riassume alla grande François Truffaut nel fondamentale “Il cinema secondo Hitchcock” quando intervistando il grande Maestro, il regista di "Effetto notte" (1973) sostiene che il romanzo originale, "D'entre les morts" (1954) di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, sarebbe stato acquistato lo stesso in Francia, perché dopo il successo di I diabolici che attirò l’attenzione proprio di zio Hitch, i due scrittori cominciarono a battere sui tasti come indemoniati per pubblicare di nuovo qualcosa di analogo, un soggetto che la Paramount acquistò al volo proprio per offrirlo ad Hitchcock.
 
Anche se, bisogna dirlo, l’adattamento non fu una parte semplice del processo: la prima stesura di Alec Coppel venne bocciata dal regista, nel tentativo di sbrogliare la matassa, la Paramount affidò il compito a Samuel A. Taylor che con le solite ingerenze da parte del regista inglese, sfornò la sceneggiatura di “Vertigo”, il titolo definitivo che soppiantò “From among the dead”, traduzione letterale del titolo del romanzo da cui è tratto.

Lo riconoscete? Pronti via, il cameo di zio Hitch.
 
La vertigine del titolo riprende vari elementi, non ultimo la mia, visto che scrivere di un classico come questo, uno tra i più analizzati e studiati della vasta produzione hitchcockiana un minimo di giramento di capo me lo procura, quindi un po’ lo comprendo Jimmy Stewart che qui interpreta l’avvocato e poliziotto John Ferguson, detto Scottie per gli amici, che non solo soffre di vertigini, ma a suo modo è perso in una vertigine amorosa che lo porta ad affrontare le svolte del suo inconscio, una vicenda per sua natura circolare più di una spirale e dove uno degli indizi è rappresentato da un ritratto con una donna con un’acconciatura a spirale, insomma “Vertigo” è un titolo così azzeccato per questa pietra miliare che in uno strambo Paese a forma di scarpa, non potevamo che stravolgerlo, per una volta non per forza facendo enormi danni.
 
Se “Vertigo” è un titolo tutto orientato al protagonista maschile e ai suoi turbamenti, nella versione italica l’attenzione è rivolta all’oggetto del suo desiderio, “La donna che visse due volte” non è solo un titolo chilometrico come da moda italiana del tempo, ma anche dannatamente evocativo, quindi non mi resta che aggiungere il mio contributo alla leggenda, il logo rosso dei Classidy!

 
Ok, ci vediamo domani per parlare di un altro fil… Non me la cavo così, vero? Forza, affrontiamo le vertigini allora. Come vedremo più avanti zio Hitch non ha proprio potuto contare su tutti i nomi che avrebbe voluto per realizzare questo film, però i suoi pretoriani non sono mancati, le musiche del compositore Bernard Herrmann combinate al talento di Saul Bass, aprono il film con alcuni dei titoli di testa più iconici di tutta la produzione hitchcockiana, un primo piano strettissimo sui dettagli del volto di una donna, la bocca, il naso, gli occhi, fino alla pupilla che si trasforma nella spirale della già citata vertigine, mentre siamo ancora imbambolati da questo esperimento di ipnosi, Hitchcock pronti via, fa iniziare il suo film in corsa sui tetti, la regola dei cinque minuti iniziali, quelli che determinano tutto l’andamento della pellicola, rispettata alla perfezione.

Per i titoli di testa, non abbiamo badato a spese, anche la colonna sonora oggi!
 
Scottie è sul tetto che scotta (ah-ah) impegnato ad inseguire un ladro in fuga, il suo collega poliziotto inciampa, resta appeso al cornicione e poi precipita nel vuoto, davanti agli occhi del protagonista che non è riuscito a salvarlo, un trauma che lo segnerà per sempre, provocandogli l’acrofobia che lo costringerà a rinunciare al distintivo.

"Beam me up, Scottie" (quasi-cit.)
 
La trama si complica quando il suo ex-compagno di college, Gavin Elster (Tom Helmore), un grosso imprenditore locale, gli chiederà come favore di sorvegliare sua moglie Madeleine (Kim Novak), vittima di bizzarre ossessioni, la donna si identifica con la bisnonna materna Carlotta Valdés, ritratta in un quadra con una crocchia di capelli a spirale in testa, morta suicida a ventisei anni, ovvero la stessa età di Madeleine. Che poi, oh, se non fosse per le influenze nefaste della parente trapassata, lo scalino successivo è sempre “Il club dei 39 del 27”, Janis, Jimi, Jim, Kurt, Amy, quindi io le paranoie di Madeleine un po’ le comprendo.

Scottie incontra la donna per la prima volta in un ristorante di lusso, stupenda in un vestito non a caso verde (lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torneremo, suspence!), ovviamente se ne innamora perché, che cavolo, Kim Novak, è di una bellezza selvaggia, impossibile restare impassibili, a meno di non chiamarsi Hitchcock Alfred, Sir.

Eh, ti capisco Hitch, andare al lavoro ogni mattina con la consapevolezza di dover passare la giornata a fissare ‘sta racchiona con la MDP, una vitaccia, non ho idea di come tu abbia potuto sacrificarti così.
 
Già, perché come si diceva lassù “La donna che visse due volte” è forse il film più personale del Maestro del brivido, quello in cui la sua biografia va a braccetto con la trama, i suoi complicati trascorsi con le donne e la magnetica attrazione per le bionde, fanno del James Stewart di questo film – titolare di una prova cupa e disperata davvero notevole alla sua quarta collaborazione con Hitch – l’alter ego perfetto del regista che in quel periodo aveva due grossi problemi: la salute e Vera Miles.
 
La prima era stata minata dalla sua seconda (o terza? Fate voi) passione ovvero il cibo, costretto ad una dieta ferrea dopo un’operazione alla cistifellea che ritarò l’inizio delle riprese, Hitchcock era pronto a girare, ma a Vera Miles venne la malaugurata idea di restare incinta e se vi sembra una frase scortese sappiate che Hitch ne ha riservate all'attrice di ben peggiori, quando Truffaut nell'intervista fiume del già citato libro tratta l’argomento, ha la fortuna di trovare un Hitchcock che aveva già stemperato la furia, che bolla il tutto con un lapidario: «Poi ho perso interesse per lei, il ritmo non c’era più», il maestro del brivido e l’altra metà del cielo, storie tesissime.
 
Ora, non me ne voglia Hitch, ma Kim Novak è un gran bell’accontentarsi, forse per noi spettatori visto che oltre ad essere bellissima qui offre una delle sue prove migliori, anche se a Hitch questa qua, refrattaria al reggiseno e fin troppo interessata a dare spessore al suo personaggio (il regista dovette prenderla da parte e spiegarle che il suo interesse principale non erano le sfaccettature dei personaggi, ma il colpo di scena, l’effetto visivo finale, storia vera) proprio non piaceva, il tutto si riassume nella sua frase: «Almeno ho potuto gettarla in acqua», delle storie tesissime con l’altro sesso vi ho già detto, vero? Ok, andiamo avanti.

"Un po' più avanti Kim, ancora un po', ancora un passo grazie..."
 
“La donna che visse due volte” è un film diviso in due metà, un dato di fatto che il titolo italiano in qualche modo restituisce, quello che interessava ad Hitchcock era raccontare gli sforzi di un uomo nel ricreare l’immagine di una donna morta e aver dovuto rinunciare a Vera Miles (a cui comunque Hitch affiderà in ruolo chiave nel successivo Psycho) deve aver motivato il regista. “Vertigo” ha un ritmo bello largo e momenti molto evocativi, applicati ad un film curato nei minimi dettagli, non mi riferisco tanto all'ossessione per le righe verticali di Hitch che qui vengono riprese ovunque, dal campanile al drappeggio delle tende al disegno sulle cravatte di Stewart, quando più che altro all'uso espressionista delle forme e dei colori.
 
Gli specchi nel film sono ovunque, messi lì a rievocare il doppio, tema chiave della storia, ma anche il parallelismo tra l’acconciatura di Madeleine e la crocchia a spirale della sua bisnonna nel quadro, come se l’immagine (l’inquadratura cinematografica) diventasse una cornice alla cornice del dipinto, in questa trama che ricalca l’effetto Pigmalione, perché di fatto è la storia di un uomo che s'innamora del simulacro di una donna perfetta, arrivando a costruirne una perso nella sua vertigine amorosa.

Sir Alfred Hitchcock, arte su pellicola, 1958.
 
Vi ero debitore di un’icona dedicata al colore verde, la chiudiamo subito: Kim Novak entra in scena in un elegante vestito verde, poi, quando Jimmy Stewart comincia a pedinarla, la vediamo nel famigerato tailleur grigio che diventa uno dei tasselli chiave dell’ossessione di Scottie, grigio, per altro, come le tomba dove la donna vaga nel cimitero, un chiaro presagio di sfighe future.
 
Non venite a fare gli Spoiler-fobici con me, che qui oggi con l’acrofobia del protagonista è già un casino, poi il film ha più di sessant'anni, quindi sono sicuro che conosciate tutti la sua trama, anche perché il già citato titolo italiano fa un po’ da paracadute. Il colpo di scena che spezza in due il film è il volo dal campanile di Madeleine, un momento di tensione ottenuto grazie alla regia di Hitchcock, zoom all'indietro e carrello in avanti, in un’inquadratura che ha fatto scuola che per essere realizzata all'interno della tromba delle scale della missione di San Juan Bautista, il vero set per la celebre scena, avrebbe richiesto un sacco di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, il regista ottenne lo stesso risultato grazie ad un modellino ultra dettagliato (ma molto meno costoso) che gli permetteva di non dover nemmeno inclinare la macchina da presa, visto che ha potuto ottenere lo spettacolare effetto desiderato mantenendolo in piano (storia vera).

So che Steven Spielberg e Sam Raimi apprezzereanno.
 
Senza raggiungere gli apici surrealisti di “Io ti salverò” (1945), Hitch fa entrare il suo film nel mito anche grazie alla scena dell’incubo di Scottie, un traumatico risveglio tipo post peperonata che è uscito da questo film per diventare patrimonio di tutti gli horror dal 1958 a scendere, giusto per sottolineare quanti quintali di iconografia questo film abbia generato.

"KEVIN!"
 
La differenza sostanziale con il romanzo originale, è stata una soluzione imposta da Hitchcok al suo sceneggiatore, quando Scottie conosce la donna bruna di nome Judy (sempre Kim Novak), arriva un lungo dialogo in cui lei accetta l’invito a cena, solo dopo aver messo in chiaro la sua identità, somiglierà anche alla defunta Madeleine, ma di certo non è lei. Nel romanzo bisognava arrivare alle ultime pagine per svelare il mistero, zio Hitch, invece, alla faccia delle lamentele della Paramount, applicò uno dei suoi classici principi per tenere alta la suspence, ovvero fornire al pubblico più informazioni che ai protagonisti della storia.
 
Quando Judy scrive la lettera in cui confessa, come spettatori a metà film abbiamo la prova che lei è la stessa Madeleine di cui Scottie si è innamorato, veniamo a conoscenza del piano macchiavellico del marito Gavin Elster di sfruttare la fobia dell’amico per fregare tutti insomma, Hitchock se ne sbatte del giallo classico da risolvere solo nel finale e trasforma “Vertigo” in quello che lui desiderava per questa storia.
 
Gli sforzi di Jimmy Stewart, il bravo ragazzo d’America, di trasformare Judy nella defunta Madeleine gettano un’ombra inquietante sul personaggio di Scottie, gli sforzi di vestire la ragazza come l’amata trapassata, cinematograficamente parlando, sono mostrati da Hitch come se l’uomo stesse cercando di spogliarla invece di vestirla da capo a piedi. Ogni capo indossato è frutto di trattative e compromessi, quando, poi, Judy cede anche sul colore dei suoi capelli, come spettatori vediamo ritornare la Kim Novak che abbiamo visto in questo film, trasformata nella bionda hitchcockiana perfetta o quasi, manca solo un dettaglio e qui il colore verde torna prepotentemente di moda.

Pink Green, it's my new obsession (quasi-cit.)
 
Quando la trasformazione si completa, Hitchcock, non a caso, immerge Kim Novak nella luce verde dell’insegna al neon fuori dalla finestra, per sottolineare attraverso un utilizzo espressivo del colore il messaggio: non solo ora Judy è la nuova Madeleine, ma l’ossessione del protagonista è sotto i nostri occhi. Se nella scena del cimitero, quando Scottie osservava il suo oggetto del desiderio da lontano, il regista attraverso dei filtri di nebbia, ottiene un riverbero (non a caso) verde del sole, il tutto per sottolineare l’intreccio.
 
La vestizione al contrario della nuova Madeleine è curata dal protagonista con un’ossessione per i dettagli da vero maniaco, l’uso del colore verde in quei due momenti chiave mette in chiaro la volontà di Scotti di ricreare l’immagine di una defunta, in poche parole di voler andare a letto con una morta, passare da acrofobia a necrofilia è un attimo, non è un caso se dopo Scottie, il regista inglese non ci ha messo molto ad arrivare a Norman Bates.

"Baciami, stupido", "Ehi ma quello era un film di Billy Wilder"
 
Se La finestra sul cortile era anche uno sguardo (ah-ah) disilluso sul matrimonio, con un Jimmy Stewart immobilizzato dal gesso e il più delle volte spettatore passivo degli eventi, distanti da lui come gli appartamenti dei vicini di casa, qui lo stesso attore interpreta un personaggio che al massimo deambula un po’ con il bastone nella parte iniziale del film, ma è ancora più spezzato, pur ricoprendo un ruolo attivo, qui è lui ad intervenire facendo vivere Madeleine per ricreare il trauma, solo superandolo potrà essere libero e, infatti, proprio per questo, “Vertigo” è uno dei film dal finale più cinico di tutta la produzione hitchcockiana, oltre ad aver influenzato quei cinque o sei quintali di cinema venuto dopo questa pietra miliare.
 
Tutti gli horror con un protagonista tormentato da un incubo psichedelico o con un uomo maltrattante e manipolatore devono qualcosa a questo film, in generale per temi e bionde ossessioni, registi come Wright, De Palma e Verhoeven si sono abbeverati alla fonte del Maestro della suspence, se poi io fossi una persona particolarmente colta e preparata, dovrei mettervi su un raffinato riferimento tra la bionda di Hitch e le Madeleine di Marcel Proust, ma siccome sono più un tipo pane e salame, per darvi un’idea di a che livello questo film abbia influenzato la cultura popolare, faccio un altro giro.
 
Madelyne Pryor, creata da Chris Claremont sulla pagine di "Uncanny X-Men" n. 168 (aprile 1983), di fatto è la donna di cui s'innamora Ciclope, capo degli Uomini-Pareggio, prima di scoprire che si tratta di un clone della defunta (allora) Jean Grey, primo grande amore del personaggio. A suo modo una donna che visse due volte con un nome volutamente Hitchcockiano, questo per dirvi di quanto lontano è in grado di proiettarsi l’ombra di un grande Maestro della settima arte e su questa metafora, direi che potrei tranquillamente concludere il post con una bella… SIGLA!

30 commenti:

  1. un CLASSICO che piu' CLASSICO non si puo'. HAI DETTO praticamente tutto.ZIO HITCH in quel periodo viaggiava alla media di quasi un capolavoro l'anno, STEWART passava tranquillamente dai film con lo ZIO AI WESTERNCAPOLAVORI, ne giro' 5, con ANTHONY MANN. E HITCH si preparava a giocarsi la tris : 1958 LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE, 1959 INTRIGO INTERNAZIONALE, 1960 PSYCHO.CREDO NESSUN REGISTA SIA MAI ARRIVATO A QUESTI VERTICI. LUIGI. BUONA SETTIMANA

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    1. Penso che davvero in pochi abbiano in carriera triplette di questo tipo, forse Friedkin anche se non sempre è stato sostenuto dal botteghino, buona settimana anche a te ;-) Cheers

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  2. un altro capolavoro di zio Hitch, inutile aggiungere alcunché...

    PS: però per la giornata di oggi mi sarei aspettato un post a tema di quel mito del cinema italiano che spegne 80 candeline... un talento così enorme, che pur essendo ligure è riuscito a portare sullo schermo Mimì, il siciliano più verace di sempre, battendo anche mostri sacri come il cast del Padrino o veri attori siciliani... e poi gli americani cianciano di appropriazione culturale, con ogni attore che può interpretare solo se stesso... tsk, solo perché non conoscono GIANCARLO GIANNINI!

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    1. Ho la testa concentrata su altro in questo momento, quindi devo passare da zio Hitch, tra qualche settimana sarà più chiaro. Giannini è uno dei pochi di cui ho anche l’autografo (storia vera), una volta capiterà di scrivere del suo film (non Wertmulleriano) che preferisco, quello che mi ha regalato un tormentone “Il bestione” (1974). Cheers

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  3. Penso sia il mio Hitchcock preferito, anche perchè è una delle trame più interessanti.
    Il verde esce dalle fottute pareti, ricordo che dopo la prima visione lo guardai nuovamente appuntandomi tutte le volte che c'era qualcosa di verde.

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    1. Facile essere espressivi con il bianco e nero, zio Hitch lo ha fatto nella sua filmografia, più difficile esserlo con il colore, fatto anche quello, sempre nella stessa filmografia ;-) Cheers

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  4. Probabilmente il miglior film della storia Americana insieme a Quarto Potere di Welles

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    1. Siamo decisamente da quelle parti ;-) Cheers

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  5. L'ho visto da ragazzino, credo in uno dei mitici "Lunedì cinema" di Mamma RAI, e ricordo ancora che Hitch mi regalò un senso di vertigine assurdo: quelle riprese - le prime che vedevo in assoluto usare quelle tecniche - mi sono rimaste impresse a fuoco. Non ero in una grande sala buia, ero seduto al tavolino di casa mia insieme ai miei genitori a vedere un film su uno schermo medio, eppure quelle scene mi fecero perdere totalmente la sensazione di equilibrio. La porto nel cuore quella visione di allora.
    E comunque è geniale l'idea di "Mamma, ho ritrovato la moglie morta!", con Jimmy Stewart che anticipa Kevin :-D
    P.S.
    Grazie per le citazioni ;-)

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    1. Sono per la "ripetibilità" dei film, facile colpire tutti i sensi con uno schermo Imax e un impianto sonoro da terremoto, prova a rifarlo anche sul piccolo schermo di casa ad ogni replica, figurati un dovere e quando ho visto l'espressione di Jimmy, ho avuto un'illuminazione ;-) Cheers

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  6. Lo ammetto, tra i classici di Hitchcock, non il mio preferito: l'ho sempre trovato troppo 'freddo', troppo freudiano rispetto al materiale di origine (una lunga discesa agli inferi senza ritorno, molto più brutta, sporca e cattiva...). E per una volta James Stewart, con la sua faccia da fidanzatino d'America, non mi sembra l'attore giusto per la parte (nel romanzo un ex poliziotto corrotto che campa di espedienti); un po' troppo ripulito diciamo... Cmq dovrei approfittarne per rivederli tutti: se questo è il preludio a una rubrica sul vecchio Hitch, io sono contenta come il piccolo Kevin a Natale :)

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    1. La storia di un amore necrofilo, ci sta che sia un po' freddo. Scusa, freddure da Zio Tibio pilota di Bare Volanti ;-) A me piace l'idea che il bravo ragazzo d'america, qui sia alle prese con una storia torbida, dicono che sono quelli più tranquilli, quelli da cui devo guardarti. Mettiamola così, è il preludio ad una rubrica di sicuro, giovedì arriva un altro pezzo importante, se vuoi anche un indizio ;-) Cheers

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    2. Beh, se son corvi fioriranno :) (certo che c'è l'imbarazzo della scelta)

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    3. In effetti si, per fortuna direi ;-) Cheers

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  7. Mi stai facendo venire voglia di recuperare tutta la filmografia di zio Hitch, che chissà perché in TV non passa più neanche per sbaglio. Ho ricordi di visioni di questi film che stai recensendo alla Tv di casa ad un'età in cui oggi a stento fanno vedere Peppa Pig. Questo in particolare mi inchiodò per l'intreccio tutto particolare come giustamente sottolinei: dove voleva andare a parare lui, ricostruendo in quel modo l'immagine di una donna morta?
    Bellissimo quel fotogramma di lei davanti al quadro (che non sapevo di ricordare finché non l'ho visto qui da te).

    È possibile che per "La donna che visse due volte" la parola "capolavoro" sia perfino riduttiva.

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    1. Minimo sindacale quella parola, posso dirti che ricordo gli stessi tempi, roba da tardo pomeriggio su Rete 4 e trovavi la "Scuola Hitch per bambine e bambine che vogliono imparare il cinema a colpi di brividi" ;-) Cheers

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    1. Ho avuto una visione, sarà colpa delle vertigini? ;-) Cheers

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  9. "Sir Alfred Hitchcock, arte su pellicola, 1958." Concordo totalmente.
    "Sir Cassidy, recensione allo stato dell'arte, 2022." Aggiungo sentitamente ;-)

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  10. Altro capolavoro, e non mi sento di aggiungere altro.
    Hai detto tutto tu!
    Ottima recensione, tra l'altro.
    Solo una cosa: la scena dell'incubo l'ho vista da piccolo e mi aveva inquietato non poco.
    Diciamo che tiene davvero fede al nome originale...
    Rivedendolo in seguito scopri i messaggi più profondi e insiti nella pellicola, soprattutto quelli che riguardano il tema del "doppio" e dell'ossessione.
    Di quanto possa diventare pericoloso per la propria salute mentale ma soprattutto per quella fisica degli altri l'esser disposti a tutto pur di assecondarla.
    Non ce ne si libera mai, a quanto sembra. Ed é una scelta che, in un modo o nell'altro, la si paga a caro prezzo.
    Carissimo, visto che il destino cinico e carogna é sempre in agguato.
    Sempre la stessa storia: se non si superano i propri demoni, questi prima o poi torneranno a rovinarci la vita.
    E sempre nel momento in cui tutto sembra andar bene.
    La caduta é sempre dietro l'angolo. Appunto.

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  11. Giovanna La Pazza4 agosto 2022 08:01

    Concordo con chi, riteneva Stewart troppo il"bravo ragazzo americano" , per questo ruolo. A mio parere non era affatto versatile, forse perchè il concetto è stato apprezzato solo molto tempo dopo ad Hollywood e questo attore, in particolare, me lo ricordo in molti western, sempre senza macchia e paura. Quanto a Vertigo, ormai è abusatissimo come tema del doppio, persino nei film di hitch(il sipario strappato), non c'è un thriller, un horror , una telenovela di un certo livello che, non proponga il sosia, il gemello, la mente divisa. Personalmente l'unica cosa che, trovo intrigante(perchè dai, il tema "ti rivelo la truffa perchè amo la tua faccia da pollo" è anch'esso veramente abusatissimo:) è il finale. Uno dei più inaspettati, almeno per l'epoca, perchè dai" quando c'è sentimento, non c'è mai pentimento"!

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    1. Su Jimmy mi sono già espresso, per il resto se sono diventate trovate classiche è perché qualcuno quella grammatica cinematografica prima l'ha creata, qualcuno tipo zio Hitch, naturale poi che dopo questo film, abbia abbracciato l'horror più smaccato facendo visita al Bates Motel ;-) Cheers

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  12. Capolavoro nient'altro da dire

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  13. Forse è il film di Hitchcock più replicato in televisione, un classico del cinema oltre che dei thriller.
    Kim Novak mi piace più come Judy che come Madeleine, un po' per gusto personale, un po' perché Judy arriva per distendere un po' la situazione, anche se ben presto scrive quella lettera allo spettatore e sembra di assistere a una puntata di "Colombo", e questo me lo fa scendere un po' nelle mie preferenze.
    Dato che hai citato gli Uomini-Pareggio 😂, aggiungo che questo film presenta anche un personaggio letale in modo fulminante: quella suora dalla sagoma alla Belfagor starebbe benissimo tra le fila di Magneto!

    Una cosa che non mi è chiara (ultimamente mi pongo quesiti tardivi su film già visti varie volte): quando Scottie porta a casa propria Madeleine dopo averla salvata dalla baia, perché usa l'auto di lei (è chiaro che non sia la propria, dato che poi lei si dà alla fuga mentre lui è al telefono)? E poi come recupera la propria, dato che il mattino dopo è di nuovo a fare pedinamenti?

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    1. Eclisse narrativo, zio Hitch sosteneva che il cinema è come la vita ma senza le parti noioso, quinci ci ha evitato il recupero dell'auto che non era proprio avvincente o fondamentale ai fini della storia ;-) Cheers

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    2. Non pretendevo di vedere la scena, ma almeno un cenno nei dialoghi, per dare coerenza. 😁

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    3. Vorrei solo vedere film con "problemi" così ;-) Cheers

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