giovedì 4 agosto 2022

L'occhio che uccide (1960): dentro ogni spettatore si nasconde un guardone

«Io sono il cinema. Sono cresciuto con e attraverso il cinema; tutto quello che ho imparato l'ho imparato dal cinema; se mi sono interessato alla pittura, alla letteratura, alla musica, è stato grazie al cinema. Così, quando faccio un film come Peeping Tom, io sono il cinema.»
Michael Powell

Lo abbiamo visto anche la scorsa settimana parlando del film di Alfred Hitchcock, se per mestiere passi il tempo a raccontare storie, spiando i personaggi attraverso l’occhio della macchina da presa, prima o poi ogni regista avrà l’istinto di fare un film sullo sguardo, lo ha fatto anche Michael Powell, risultato? Ha cambiato per sempre la storia della settima arte e allo stesso tempo, ha messo fine alla sua stessa carriera (storia vera).

A volte non sono i grandi film a dare una spallata al mondo del cinema sconvolgendolo dalle fondamenta, a volte sono quelli microscopici, al limite del B-Movie come “L'occhio che uccide”, titolo italiano che adatta banalizza l’originale “Peeping Tom”, che fa riferimento alla tradizione popolare anglosassone, il personaggio diventato cieco dopo aver spiato Lady Godiva mentre cavalcava nuda. Evitiamo battutacce fin troppo facili ok? Fate i bravi.

Michael Powell girò questo film come ripiego e forse anche per togliersi qualche sassolino dalle scarpe dopo una lunga carriera, un prodotto a basso budget girato in poche settimane e costato appena 135 mila sterline, con le idee chiarissime e una forza dirompente tale da sconvolgere tutti, ma proprio tutti alla sua uscita.

"Che cagnara è solo un film, pensare che Facebook non è ancora stato inventato"

La filmografia di Powell, lunga quanto la vostra gamba e realizzata in buona parte con il sodale Emeric Pressburger non si discute, rappresenta una lunga lista di titoli da studiare per qualunque appassionato di cinema, tra i suoi titoli è doveroso ricordare una tripletta di classici realizzati uno via l’altro come “Scala al paradiso” (1946), “Narciso nero” (1947) e “Scarpette rosse” (1948), scusate se è poco. Va detto che “Peeping Tom” per certi versi rappresenta un’inversione ad “U” nelle atmosfere dei film di Powell, che qui ha fatto davvero tutto da solo, senza lo zampino del suo compare Emeric Pressburger, al massimo dello storico sceneggiatore Leo Marks, il risultato? Un capolavoro, anzi un vero Classido che però come l’arte nella sua forma migliore, ha offeso tutti.

Se siete tra quelli che amano recuperare le recensioni d’epoca (tendenza che sta tornando di moda ma per i motivi sbagliati) potrete divertivi a leggere le invettive delle penne intinte nel curaro che non risparmiarono niente al film di Powell, considerato osceno, morboso, da gettare nello scarico e mi riferisco alle recensioni più tenere (storia vera). La rivalutazione di questo classico fondamentale è arrivata solo negli anni ’70, grazie a nomi come Francis Ford Coppola e Martin Scorsese, che non solo hanno curato il restauro della pellicola ma zio Martino in particolare, annovera questo film, insieme a “8 ½” di Fellini, tra le basi di tutto il cinema giusto, grazie a Padre Tempo – il miglior critico cinematografico del mondo – è facile capire il perché.

La mia stessa reazione davanti ai film del maledetto GIEI GIEI Abrams.

Il film venne talmente massacrato che alcune parti tagliate sono andate perdute per sempre, la versione da 101 minuti è quella più vicina all’idea che Powell aveva del film, anche perché il regista per sua ammissione non ha mai amato i film eccessivamente lunghi oppure quelli con movimenti di macchina da presa troppo ricercati, avrà pure fatto fare un salto di 180 gradi al suo cinema con questo film, ma su questo punto fermo non ha voluto cambiare abitudini, anche perché il balzo rivoluzionario di “Peeping Tom” è quello con cui Powell ci ha portati dall’altra parte del punto di vista abituale dei film, rendendo protagonista la macchina da presa e soprattutto l’occhio di chi la utilizza per raccontare storie.

La storia considerata tanto scandalosa nel 1960 è quella di Mark Lewis (l’attore Karlheinz Böhm, aggreditato come Carl Boehm) un operatore e fotografo cinematografico schivo e introverso, che sogna di diventare un regista anche se il suo passato è stato segnato dal trauma di un padre violento, che lo utilizzava e lo riprendeva nei suoi esperimenti sulle reazioni dei bambini alla paura, un amore di papà insomma. Per dirvi del coinvolgimento del regista in questa sua opera, quando nel corso del film anche noi spettatori avremmo l’occasione di dare un’occhiata allo sfocato filmino paterno, il padre di Mark in quella scena è interpretato dallo stesso Michael Powell che se mi è concesso un paragone, è un po’ come quando vediamo la mano di Debra Hill brandire il coltello nella soggettiva iniziale che apre Halloween di John Carpenter, giusto per iniziare la parata di titoli famosi che non sarebbero esistiti senza “Peeping Tom”.

I famigerati cinque minuti iniziali, che qui hanno fatto davvero scuola.

Crescendo il nostro Mark ha sviluppato un’ossessione scopofila e non ridete! Si chiama proprio così, che lo poterò non solo ad uccidere le sue vittime ma a riprenderle per immortalare il momento della loro morte e attraverso uno specchio montato accanto all'obbiettivo della sua macchina da presa, mostrarlo anche alle povere malcapitate.

Luci, motore, azione... MORTE!

“L'occhio che uccide” non solo è uno dei primi film che io ricordi a portarci per esigenze narrative su un set cinematografico, mostrandoci tutta la preparazione che da semplici fruitori del prodotto finito di solito ci perdiamo, la scelta delle lenti, il posizionamento della macchina da prese e delle luci sul set, ma anche le dinamiche tra regista e attrici con cui Powell, dall'alto di una lunga carriera non solo conosceva bene, ma era anche prontissimo a mettere un po’ alla berlina. Ma prima di tutto questo è chiaro quanto “Peeping Tom” sia diventato un film fondamentale nel tracciare i canoni del genere Thriller ma anche dell’Horror.

Mark paga il suo essere diventato un “guardone” (come da titolo originale appunto) ed è ossessionato dal tentare di cogliere un momento, nel film afferma «Tutto ciò che riprendo è perduto» e in questo senso sembra di sentir parlare l’allora 55enne Michael Powell, una vita dedicata al cinema con la consapevolezza che fermare il tempo è qualcosa di impossibile, quello che viene impresso su pellicola in realtà è, ma sarà sempre, un momento irrimediabilmente passato.

Si capisce che lo sguardo in questo film conta no?

Ma il film risulta all’avanguardia anche nel delineare lo stile con cui verranno realizzati un quintale di film usciti dopo “Peeping Tom”, basta pensare all'inesorabile inquadratura che si avvicina alle vittime terrorizzate, che diventerà un classico del Giallo all'italiana, ma dove il film eccelle è nel tracciare il perfetto identikit dell’assassino.

Il sociopatico incapace di relazionarsi, con un trauma indotto dalla famiglia alle spalle, soggetto ad una sessualità frustata, repressa, che si manifesta solo attraverso la scopofilia (vi vedo che state ridendo sotto i baffi), ma anche la volontà di uccidere che procede mano nella mano con quella di essere catturato, tutti elementi classici che torneranno quasi identici in centinaia di altri film. Mi viene da pensare a Brian De Palma che ha più volte omaggiato il lavoro di Powell nel corso della sua filmografia oppure a versioni anche più estreme ma aderenti al canone creato dal regista inglese, come ad esempio Maniac di William Lustig.

Il tassametro dei film influenzati da Powell corre.

“L’occhio che uccide” è uno di quei classici talmente seminali, che guardandolo (verbo più che mai azzeccando) dopo l’infinità di film che ha influenzato, potrebbe quasi risultare banale nelle svolte, ma il primo a portare in scena l’accoppiata composta da un assassino in fissa con l’atto di guardare e una ragazza angelicata, che in quanto non vedente potrebbe essere l’unica in grado di salvarlo dalle sue stesse pulsioni è stato proprio Powell. Mi è impossibile credere che questa soluzione, questa scelta di personaggi non abbia influenzato Thomas Harris prima e Michael Mann poi, per caratterizzare un cattivo iconico come Francis Dollarhyde.

"Queste invece erano le mie vacanze al lago..."

Anzi a volerla dire proprio tutta, l’omicidio in soggettiva, la morte in diretta che il protagonista del film rivive attraverso le immagini (e noi spettatori con lui), era anche lo spunto di partenza di Strange Days, anche se Kathryn Bigelow nel 1995 ha letteralmente inventato una nuova macchina da presa per le riprese in soggettiva, dimostrando di aver fatto sua la lezione di Powell e di questo film.

Utilizzando uno stile per nulla invadente, quasi minimale nella saggezza con cui Powell qui, trova sempre l’inquadratura più adatta, questo film da una parte porta avanti la classica trama che per comodità riassumerò etichettandola come investigativa, dall’altra si muove in territori nuovi, mettendo al centro della vicenda il voyeurismo con cui Powell ci rende tutti complici del protagonista, per certi aspetti siamo noi che smettendo di guardare, potremmo mettere fine alla sofferenza delle sue vittime, ma continuiamo a farlo perché in fondo, vogliamo guardare, per sapere come continua la storia e quindi qui, forse bisogna mettere in lista anche i due “Funny Games” di Michael Haneke (originale e auto-remake americano), tra i film che devono più di qualcosa a “Peeping Tom”, che sarà anche stato fondamentale, ma di certo non fortunato.

Quello che succede sul set, resta sul set.

Mantenendo come riferimento l’uscita nei cinema inglesi, perché proprio da Albione arrivavano i due registi in questione, “L’occhio che uccide” uscito nel maggio del 1960 è stato massacrato dalla critica e decisamente affossato in termini di popolarità da Psycho di Alfred Hitchock (quando si parla di sguardo, lui è sempre nella zona delle operazioni) uscito invece nei cinema Inglesi a settembre dello stesso anno e accolto decisamente meglio.

A parità di ruolo fondamentale nella storia del cinema per entrambi i titoli, il film di zio Hitch si giocava un protagonista altrettanto disturbato, ma attraverso una regia un po’ più ricercata, meno diretta nel costringere il pubblico a guardare diventando complici, forse ha potuto evitare qualche polemica, ma niente mi toglie dalla testa che senza Powell a fare da apripista, sacrificando la carriera in nome dell’arte in un’immedesimazione totale con il suo protagonista, anche il film di Hitchock sarebbe stato recepito dal pubblico e dalla critica in maniera differente rispetto a come ancora oggi viene ricordato.

Ogni tanto dovremmo fare qualcosa di nuovo, magari guardare un film!

Ecco forse perché tutti conoscono Norman Bates ma pochi ricordano Mark Lewis, anche se “Peeping Tom” è un film fondamentale, anche solo per capire le radici nobili di tanto grande cinema, per quanto tutto questo sia nato in una pellicola costata solo 135 mila sterline. Ora mi toccherà prendere il toro per le corna e affrontare anche l’ultimo grande titolo dedicato allo sguardo e all’atto di guardare, intanto ci tenevo molto ad avere questo classico qui sulla Bara.

20 commenti:

  1. LA SETTIMANA VINTAGE prosegue spedita. Quando penso che POWELL abbia praticamente chiuso con questo CAPOLAVORO la sua immensa carriera, in coppia con PRESSBURGER,e' una delle cose piu' assurde della storia della settima arte, ma come hai ben detto il tempo e' il giudice supremo,anzi ,quando si dice che tutti i mali non vengono per nuocere,questa pellicola ha dato il via alla rivalutazione di tutta l'opera del regista che sia da solo che in coppia con PRESSBURGER HA REGALATO A NOI,malati di cinema,ma anche alla cultura in generale ,opere immortali da tramandare all'infinito. OTTIMO LAVORO CASS.....e la settimana non e' ancora finita. LUIGI

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    1. Grazie capo, resta un titolo fondamentale, anche se ha messo fine alla carriera di Powell, domani ultimo titolo grosso della settimana, cambiamo un po’ genere ma restiamo in zona classici fondamentali ;-) Cheers

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  2. Tu non immagini quanto adoro queste chicche di cinema vintage piuttosto che certi prodotti scialbi di adesso che si trovano sulle piattaforme.

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    1. Scrivo di quello che vedo (per stare in tema con il post di oggi), quindi mi capita di scrivere anche dei film nuovi che di norma, piacciono tanto al pubblico. Ma in generale… a me lo dici? Fosse per me scriverei solo di film vecchi: hai più materiale da studiare e spulciare, Padre Tempo ti offre un punto di vista comodo, si possono consigliare titoli importanti e poi se un film non lo hai mai visto è sempre nuovo, anche se poi questo post farà la metà delle visualizzazioni di qualunque titolo usa e getta pescato su Netflix o simili, ma vuoi metterla la soddisfazione nello scriverlo? Porto avanti la funzione di pubblica utilità di questa Bara ;-) Cheers

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  3. Ammetto di non rivederlo da decenni, l'avevo recuperato ai tempi dell'università e ne ero rimasta giustamente affascinatissima per la freschezza di idee e la raffinatezza della messa in scena. Bisogna parlare di più di questi film e trovare il tempo (maledettissimo tempo!) di rivederli!

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    1. Penso proprio lo stesso, mi cerco sempre una scusa per farlo nel limite del possibile. Per altro dici bene, per idee e soluzioni sembra un film uscito mercoledì scorso. Cheers!

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  4. Fermi tutti, qui sta succedendo qualcosa: l'Universo ci sta mandando messaggi precisi!
    Anticipo che per il compleanno di Jimmy Cameron (16 agosto) ho tradotto una sua intervista ai tempi di "Strange Days", che per lui è un film di fantascienza mentre per la regista e il co-sceneggiatore è tutt'altro. Proprio quest'ultimo, Jay Cocks, dichiara ufficialmente di aver pensato a... indovina un po'?... Peeping Tom!
    Proprio ieri trovo citato questo film e oggi me lo ritrovo a volare sulla Bara: qualcosa di grosso sta succedendo nell'Universo...

    Scherzi a parte, dopo questa recensione devo andare a recuperare assolutamente un film che non mi stupisce sia stato massacrato poi riverginato dagli ispirati critici pennaioli :-P

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    1. Distrutto da chi è pagato per scrivere di cinema, riabilitato da chi guarda i film per piacere ;-) Mi hai fornito la pistola fumante, la prova che aver pensato a "Strange Days" mentre rivedevo “Peeping Tom” non era solo per una mia fissa, non vedo l’ora di leggerla! Cheers

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    2. Effettivamente Lucius, ora che lo dici, il parallelo tra Peeping Tom e Strange Days ci sta tutto! Molto interessante, come il post di Cassidy, naturalmente!

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  5. Sull'argomento la penso esattamente come il buon vecchio Re Stephen di Bangor.
    King sostiene da sempre che se vuoi imparare a scrivere, i vecchi classici della letteratura (lui fa particolare riferimento a quelli degli anni 50) sono imprescindibili.
    E credo che il discorso valga anche per la musica. E per il cinema.
    Ok parlare dei film odierni, ci mancherebbe. Ma se vuoi davvero parlare di cinema ma soprattutto imparare come si fa cinema, sono QUESTI i film che ti devi sparare.
    Perché danno lezioni a tutti. Ancora oggi.
    Film che ha l'infame nomea di opera maledetta. Un'etichetta che però non gli ha affatto portato fortuna, anzi.
    Lo considero un precursore. Il punto dove parte un filo rosso che collega molti film futuri e che per certi versi culmina in un altro film altrettanto maledetto. Ovvero "Henry - Pioggia di sangue".
    Per il regista dev'essere stato una sorta di esperimento. Come quelli che il padre pazzoide conduceva sul figlio, trasformandolo in uno psicopatico che a sua volta conduce esperimenti sul terrore. Ma con la differenza che il protagonista alza il tiro, proprio come un serial killer che matura e che si evolve. E i suoi compiono un passo in avanti agghiacciante.
    Verrebbe da provare quasi pietà, per lui. Se non fosse che Powell opta per un approccio diverso.
    Certo, non é Hitchcock. Ma il maestro per certi versi finiva a fare il guardone di tutti, carnefici e vittime comprese.
    Osservava con la freddezza analitica di un patologo.
    Qui ci si impersona letteralmente col punto di vista dello psicopatico, con tutto il carico di crudeltà e sadismo che ne consegue.
    Roba troppo forte, troppo estrema per quei tempi. Inaccettabile per il pubblico e per la critica.
    Era semplicemente troppo avanti, come spesso accade. Anche se il tempo, e chi di cinema ne capisce, ha finito per dare ragione a lui.
    Emblematico il finale: senza svelar nulla, sembra quasi che il protagonista abbia stabilito, come nel più classico dei metodi scientifici, che non rimaneva che un'unica cosa da fare, per far definitivamente suoi il dolore e il terrore provati dalle sue vittime...

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    1. Pochi mesi dopo Hitchcock si è trovato la strada quasi spianata, non ho ancora cambiato idea sull'effetto "scudo umano" che è stato Powell. Cheers

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  6. Cultissimo assoluto, uno dei capolavori della storia del cinema senz'ombra di dubbio :)

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    1. Sicuramente, anche solo per aver ispirato tanto cinema giusto ;-) Cheers

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    2. Infatti il capolavoro di Powell è per chi ha OCCHIO, come tutti i grandi nomi che hai giustamente citato ;-)

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    3. Per Jannacci ci voleva orecchio, per Powell invece occhio ;-) Cheers

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  7. Capolavoro! Mi chiedo se il terzo capitolo di questa "trilogia dello sguardo" sia per caso un certo film di Brian De Palma, oppure se rimaniamo sui classici più classici con un altro film, diretto da un regista italiano, di cui, coincidenza vuole, sempre De Palma abbia firmato poi una sorta di opera gemella una quindicina di anni dopo. Ma magari sono totalmente fuori strada. Un altro dei film più belli sul voyeurismo, e per bello intendo bello in modo doloroso, è il film tratto dal sesto comandamento del Decalogo di Kieslowski, in particolare il film che il regista ne trasse allungando un po' le cose rispetto all'episodio televisivo. Si chiama "A short film about love" in inglese e non posso che straconsigliartelo in caso non lo avessi visto, se sei appassionato del tema e anche se non ti sei sparato tutto il Decalogo, può essere visto benissimo come film a sé. Oltretutto con una delle donne più belle mai apparse sullo schermo, a mio parere.
    Concludendo, e scusa per il pippone, sarebbe bello vedere un giorno qui sulla bara anche qualche altro film di Powell (in coppia con Pressburger). Tra quelli che non hai citato "Duello a Berlino" (nella versione integrale, non nello scempio che ne è stato fatto nella versione italiana) è da vedere assolutamente. Per me questa coppia ha prodotto insieme in una decina d'anni o meno alcune delle opere cinematografiche più clamorosamente fantasiose e stupefacenti mai viste nella storia del cinema. Clamorosamente sottovalutati entrambi, dovrebbero essere citati sempre e da chiunque insieme ai grandissimi.

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    1. Cerco di alternare novità e classici perché poi questa Bara riflesso quelli che guardo (per restare in tema). Pressburger e Powell sono tra le basi, pian pianino mi piacerebbe portare altri loro film qui sopra, mentre il Decalogo è ottimo, si soffre però a guardarlo, non lo faccio mai a cuor leggero. Per i prossimi capitoli, avrai presto tutte le risposte, ma tutte tutte, tempo di tornare dalle ferie ;-) Cheers

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    2. E' perfetto il mix tra film nuovi e classici che proponi! Il Decalogo sì, è bello ma duro, cinema non per tutti i giorni ma da vedere quando si è nel mood adatto. Buone ferie da un'assidua lettrice, son curiosa di vedere se ci ho azzeccato sul terzo film!

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    3. Grazie mille per la pazienza nel leggerti tutte le mie cazzate ;-) Cheers

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