venerdì 5 agosto 2022

I Soprano (1999-2007): made in America

Tra le frasi di Indy che cito più spesso, una torna utile per la serie di oggi: «Dovrebbe stare in un museo».

Per certi versi con “I Soprano” è andata proprio così, 86 episodi targati HBO, con una media stimata per ogni puntata di 13 milioni di spettatori, considerando che il canale a pagamento non raggiunge tutti gli americani un trionfo, volete un paragone diretto? Lost non è mai andato oltre gli 8 milioni (storia vera). 82 premi tra cui 5 Golden Globe, 21 Emmy di cui tre vinti solo dal protagonista James Gandolfini, per un numero di nomination in tripla cifra.

Ma la profezia di Indy è fondamentale quando si parla di questa serie, l’unica ad essere stata proiettata anche al MoMa di New York, regolarmente studiata ad Harvard come punto di riferimento della post-modernità americana è anche quella che il New York Times ha battezzato come “La più grande opera della cultura pop americana dell'ultimo quarto di secolo”, tutti dati impressionanti ma più modestamente vorrei solo aggiungere, la serie preferita di casa Cassidy, che sia una delle migliori di sempre non si discute, continuo a pensare che The Wire sia superiore in quasi tutto, ma sono questioni di lana caprina, nessuna serie parla alla pancia del pubblico (o alla mia) più dei Soprano. Giuro che non era una battutaccia sul continuo mangiare dei protagonisti eh?

Foto di gruppo, stile ultima cena.

David DeCesare in origine, americanizzato in Chase dal padre, era quasi con un piede fuori dalla soglia del mondo dei telefilm, perché ai tempi ancora li chiamavamo così, un media considerato da Chase troppo piccolo per le sue aspirazioni, tanto che il suo soggetto relativo ad un boss della criminalità del New Jersey che va in terapia per provare a gestire la sua vita complicata, circolava sulle varie scrivania fin dal 1997, per assurdo è stata la spintarella involontaria ricevuta da Hollywood a portare la svolta necessaria, l’uscita di “Terapia e pallottole” (1999) ha convinto i vertici della HBO, ma la paternità del soggetto è saldamente nella mani di Chase, che non a caso all’inizio della seconda stagione, mette in bocca al suo protagonista Tony Soprano, una battutaccia sul suo disgusto per il film di Harold Ramis, divertente quando volete, ma comunque incapace di non inciampare in una caratterizzazione macchiettistica dei personaggi, un problema che “I Soprano” non hanno mai avuto, malgrado il piagnisteo di qualche ex politico di uno strambo Paese a forma di scarpa che non vale nemmeno la pena di citare, perché ha solo dimostrato di non aver capito niente del lavoro di David Chase.

I due Boss insieme, creatura e creatore.

Per assurdo proprio l’Italia, luogo di origine dei personaggi della serie, non ha mai tributato quel successo in termini di pubblico che questa serie merita, trasmesso prima da Canale 5 e poi da Italia 1 ad orari sempre più improbabili della notte, nemmeno l’uscita in cofanetto nel 2008 ha davvero risollevato le sorti di una serie che è diventata amatissima dopo, quasi a sottolineare la distanza culturale tra gli Italiani e gli Italo-americani della serie, strano perché per titoli come “Romanzo criminale” o Gomorra, sono piovute le stesse identiche critiche da cui si difese ai tempi Chase, che lapidario andò dritto al punto: «Questa è una storia sull'America. Una storia che riguarda tutti. Chi si lamenta è un fanatico dell'etnia», impeccabile, ma andiamo per gradi come direbbe il signor Celsius.

Eppure un panino con l'affettato da Satriale con i ragazzi lo avrei mangiato sempre volentieri. Sempre meglio che essere l'affettato.

La televisione americana sul finire degli anni ’90 stava cambiando, telefilm come X-Files o Buffy stavano portando temi un po’ più adulti e un nuovo tipo di serialità nei canali in chiaro, ma la HBO, sul suo palinsesto a pagamento giocava in un’altra categoria, Oz aveva alzato l’asticella, del mostrabile sul piccolo schermo, ma anche del crudo realismo e il canale era alla ricerca di un erede allo stesso livello. David Chase ottenne una squadra di scrittori e registi di talento, che di lì a poco avrebbero fatto la storia del piccolo schermo, mi riferisco a nomi come Matthew Weiner, futuro artefice di "Mad Men" oppure Terence Winter papà della serie che porterà in qualche modo avanti il testimone dei Soprano, ovvero “Boardwalk Empire", a cui bisogna aggiungere anche l’ex attore passato alla regia, Tim Van Patten. Qualche istruzione per l’uso? Se sulle note della mitica “Woke up this morning” degli Alabama 3, quando Tony parcheggia nel vialetto (miglior sigla di sempre? Siamo da quelle parti) leggete “Directed by Tim Van Patten” mettetevi comodi, perché state per vedere uno dei migliori episodi della serie, non si scappa, così come non si scappa dal fatto che chiunque sia passato come pialla sui poetici titoli originali degli episodi, sia un criminale che meriterebbe di andare a dormire con i pesci (… put me in the water! Cit.), visto che i titoli italiani hanno la rara capacità di essere anonimi ma precisissimi nel loro sputtanare e anticipare il colpo di scena chiave dell’episodio, quindi il consiglio è sempre lo stesso, se potete godetevela in lingua originale, titoli degli episodi compresi.

Come l'episodio "Kennedy and Heidi" (6x18) che è una delle tante puntate capolavoro della serie.

“I Soprano” è il telefilm che ha nobilitato i telefilm, quelli che ora chiamiamo Serie Tv e paragoniamo al cinema, perché proprio al cinema si è rifatto Chase. James Gandolfini aveva lavorato ovunque senza mai sfondare, per averlo Chase ha messo le corna per terra, irremovibile, la produzione pensava che quell'omone non fosse adatto (facendo per altro andare in escandescenza lo stesso Gandolfini durante il suo provino, storia vera), ma Chase non ascoltò ragioni, quel suo atteggiamento da “Pagliaccio triste” parafrasando le parole dello stesso Tony, con quel sorriso capace di passare dal bonario al feroce in meno di un secondo, abbinato a quel corpo imponente, che a Chase ricordava il suo attore preferito da bambino, Jackie Gleason, nessuno avrebbe potuto essere Tony Soprano meglio di Gandolfini, anche se sul set non è stato certo tutto pesche e crema.

Come comincia la serie che ha rivoluzionato il piccolo schermo? Con delle anatre, nemmeno fosse un documentario.

Già ben disposto nei confronti della buona cucina, Gandolfini beveva parecchio ed era anche dedito all'utilizzo di altre sostanze, diciamo ad uso ricreativo mettiamola così, spesso spariva dal set anche per ore, poi per farsi perdonare portava a tutti costosi regali e in tal senso, è davvero impossibile distinguere il personaggio dall'attore che lo interpreta, impressionante il modo in cui in sei stagioni Tony Soprano passi dall'essere un quasi mio coetaneo (nel momento in cui vi scrivo) non particolarmente in forma, a sembrare mio nonno, poi uno dice, lo stress non fa male, no no!

"Stress? Non ti temo!"

Con un’idea del tutto cinematografica nella testa, Chase chiede e ottiene di dirigere di suo pugno il pilota della serie, ma il cinema è proprio il suo nord magnetico, in quest’opera post-moderna, la serie di David Chase riscrive i tratti distintivi del gangster Italo-americano forse per sempre, facendo propria la lezione di Scorsese e Coppola, dal primo pesca beh, di fatto quasi tutto il cast di “Quei bravi ragazzi” (1990) film citato costantemente dai personaggi nella storia, così come Il Padrino, di cui “I Soprano” è quasi una versione 2.0, con l’ascesa e i tormenti di Tony che vorrebbe essere come Don Vito, in realtà è Michael Corleone di un’epoca più nevrotica, dove i valori e il mondo dei personaggi sta crollando e lui rappresenta l’ultimo fragile baluardo, quello che vorrebbe essere come Gary Cooper, l’uomo forte e silenzioso, ma in realtà è l’ultimo dinosauro, raccontato poco prima dell’arrivo del meteorite.

Imitazioni di "Toro scatenato" ne abbiamo?

“I Soprano” è una perfetta rappresentazione dei mafiosi smaltitori di rifiuti del New Jersey, scrivere qualcosa di nuovo su una serie tanto amata e tanto studiata è impossibile, ma ci sono due elementi chiave che ci tengo a sottolineare, il primo è il realismo con cui tutti i personaggi sono stati tratteggiati, continuo a pensare che The Wire faccia un lavoro migliore del portare avanti (e far crescere) tutti i personaggi, senza lasciarne indietro nessuno, bisogna anche dire però che i Soprano, spinti avanti dal loro trascinatore Tony, diventano come membri della famiglia, proprio perché di questo la serie parla, una famiglia disfunzionale a modo suo (come lo sono tutte), descritta senza ipocrisie o meglio, con tutte le ipocrisie che determinano i rapporti di sangue, ditemi quello che volete, ma credo che come possa fotterti la tua famiglia, non lo farà mai nessun federale, ogni volta che rivedo i Soprano, proprio come per i Corleone, il modo in cui si guadagnano da vivere passa (in parte) in secondo piano, davanti alla perfetta e realistica messa in scena delle dinamiche di famiglia.

Sono profondamente convinto che Livia Soprano (interpretata alla grande da una delle poche attrici non di origini italiane della serie, la compianta Nancy Marchand) sia la cattiva più terrificante del piccolo schermo, nessuna ha mai pareggiato in malvagità con questa donna anche buffa nella sua goffaggine, nel suo strombazzarsi il naso con il fazzoletto ogni volta che nomina il marito defunto (‘nu santo!), salvo poi essere così diabolica, manipolatrice, incapace di un gesto d’affetto che sia uno. Non condivido e non condividerò mai lo stile di vita di Tony, i suoi “affari”, ma il logorio dello stomaco provocato dalla madre e dai parenti in generale quello sì, proprio qui sta una delle ragioni per cui questo telefilm ha saputo cambiare tutto, facendo la storia del piccolo schermo e della cultura popolare.

Il personaggio più cattivo del piccolo schermo con la CGI più brutta del piccolo schermo.

La dipartita prematura di Nancy Marchand, non solo ci ha portato ad uno dei primi casi di CGI utilizzata per sostituire un’attrice defunta (con risultati ammettiamolo, inguardabili), ma ha richiesto un “cambio basket” in corsa, rappresentato da Janice Soprano (Aida Turturro), l’odiosa sorella di Tony, campionessa del mondo di scelte imbarazzanti, del tutto identica alla madre nel carattere e nella capacità di far incazzare Tony, anche se non allo stesso livello di perfidia di Livia, forse per questo trovo la seconda stagione dei Soprano un po’ meno a fuoco (poco eh!), Janice è insopportabile, ma con Livia ancora a bordo, chissà dove sarebbero potute andare le trame di questa serie. Parliamo di un altro elemento chiave? L’Italia in questa serie.

La sindrome dell'emigrante riassunta per immagini.

Ho già detto la mia sulle inutili lamentele dell’inutile politico, i personaggi malgrado gli ziti al forno e l’ossessione per «Mangia qualcosa!» non sono Italiani, sono Italo-americani, questo diventa chiarissimo in uno dei miei episodi preferiti della serie, ovvero la puntata 2x04 (“Commendatori”), con i nostri in viaggio a Napoli, tutti gasati per far affare laggiù, carichi di aspettative per le loro origini avellinesi, salvo poi ritrovarsi stranieri in terra straniera, incapaci di parlare la lingua, nemmeno di mangiar il cibo locale, l’episodio si conclude con uno dei (tanti) momenti di culto di questa serie, ovvero loro in macchina, in silenzio, a contemplare l’uscita della tangenziale, i capannoni, le fabbriche insomma il non proprio meraviglioso New Jersey che vediamo attraversato in auto da Tony nella sigla, che in realtà è la loro vera casa, afflitti dalla sindrome dell’emigrante, i personaggi si atteggiano da Italiani, con nel cuore la malinconia per un Paese che in realtà non conoscono e non è il loro, e per altro il più delle volte si esprimono in maniera volutamente sgrammaticata, per sottolineare ancora di più la loro condizione, piccoli tocchi d’arte e di profondità in una serie che tra le altre cose, parla anche di attività mafiose.

Il mitico Furio, da Napoli con la sua coda di cavallo.

Di quelle si è parlato tantissimo, penso sia quasi superfluo ribadire come “I Soprano” sia un perfetto spaccato della vita criminale americana, quello che mi preme è porre l’accento su un elemento chiave che passa fin troppo spesso in secondo piano, vista l’abbondanza di chiavi di lettura in questa serie, ovvero l’uso della psicologia. Da una parte abbiamo un rappresentante di Cosa Nostra, con la loro filosofia di non parlare mai, opposto ad una psicologa per di più donna, che non solo risulta una spallata alla mascolinità tipica dei Gangster, ma è quella che minerà tutte le certezze del protagonista, mossa dal quel “dire tutto” tipico della dottrina Freudiana, insomma uno scontro tra opposti che non potrebbero essere più distanti uno dall'altra di così.

Una delle poche rappresentati positive della categoria degli psicologi nell'immaginario, la dottoressa Melfi.

Gli attacchi di panico e gli svenimenti di Tony, provocati prima dalle anatre nella sua piscina (per poi dedicare la sua attenzione ad una cavalla da corsa prima e ad un gatto rosso nel finale) sono l’elemento su cui lavorare per la dottoressa Melfi («Ah paesana! Mammà era più contente se mi fidanzavo con te!» Cit.), qui interpretata da una Lorraine Bracco nel ruolo della vita, anche lei arrivata dritta da “Quei bravi ragazzi”, riveste i panni di un’analista, all'apparenza algida, in realtà anche lei un vulcano di emozioni sotto la facciata distaccata, che può sfogare a sua volta solo con il collega analista (interpretato da una delle tante facce note di questa serie, il grande Peter Bogdanovich), opposta in tutto a Tony, nell'etica, nel combattere gli stereotipi sugli Italo-americani, ma abilissima nel trattare con l’intrattabile capo della famiglia Soprano. Per me tra i difetti della serie (piccoli eh!) ci sta proprio il modo in cui la Dott.ssa Jennifer Melfi venga messa progressivamente da parte nel corso delle stagioni, fino alla sua fin troppo frettolosa uscita di scena prima del finale nella sesta stagione, anche perché detta fuori dai denti, nessuno ha mai saputo portare in scena il transfert medico-paziente meglio di questa serie, per altro spiegandolo alla perfezione al pubblico senza bisogno di lunghi spiegoni (come farebbe oggi qualunque altro programma o episodio di “In treatment”), ma solo per immagini, come si fa nel miglior cinema.

Hanno fanno più per la psicologia le gambe di Loraine Bracco che tanti trattati sul tema.

Anche perché l’episodio 3x04 (“Employee of the Month”) è il capolavoro nel capolavoro, a parte che contiene una delle scene più violente mai viste sul piccolo schermo, quella che ogni volta mi annoda le budella, anche se non la più violenta in assoluto, per quella abbiamo dovuto attendere quel pazzo di Ralph Cifaretto, interpretato da Joe Pantoliano che da solo, è riuscito a provocare una fuga di abbonati HBO per eccesso di violenza espressa (storia vera).

Ralph mentre guarda gli abbonati fuggire a gambe levate.

No, l’episodio 3x04 è una prova incredibile di Lorraine Bracco, che potrebbe allungare la mano e usufruire dei “servigi” (chiamiamoli così) del suo assistito, ne avrebbe tutte le ragioni, ma come il commissario Gordon in The Killing Joke, si affida ai suoi valori e riassume la sua fermezza in quel «No» secco, che conclude la puntata. Piccolo tocchi d’arte l’ho già detto vero?

Potri stare qui due anni e mezzo a decantare le lodi di una serie che ha fatto la storia, grazie alla prova dolente, feroce, ironica e sofferta di James Gandolfini, oppure passando attraverso ognuno dei personaggi di contorno, dalla “first lady” Carmela Soprano, Edie Falco si è portata a casa un sacco di premi per il suo ruolo della vita e sono tutti meritati. Perfetta nel rappresentare una donna tosta e fragile, annoiata dalla sua condizione di “moglie della Mafia”, fedelissima e testarda senza mai scivolare nello stereotipo.

Ha anche una mira notevole!

Oppure si potrebbe sottolineare l’importanza di Christopher Moltisanti (Luca Laurenti Michael Imperioli), il delfino designato di Tony, incastrato nelle sue pose da duro, effetti collaterali del suo ruolo, in realtà rappresentante di una generazione annoiata, con sogni di gloria facili anche nel cinema, visto che da solo Chris rappresenta la quota fanatici della settima arte, quando litiga con Jon Favreau (un'altra faccia nota, insieme a che so, Steve Buscemi, l’altro Tony destinato ad ereditare la corona sì, ma solo in “Boardwalk Empire”) oppure quando produce un Mafia-Slasher che ancora oggi guarderei molto volentieri, come Cleaver.

"Ma vaffanculo Cassidy, tu ti guarderesti qualunque horror!"

Tra i miei preferiti senza ombra di dubbio il tirchio ma fedelissimo Paulie Gualtieri (Tony Sirico) con i suoi capelli da puzzola, un vero gangster con passato criminale che è stato dentro diverse volte, che qui interpreta lo sgherro di un gangster (storia vera).

Il modo di gesticolare di Paulie è leggendario.

Anche se il mio preferito resta, anche per motivi puramente Springsteeniani il fedele consigliere, Silvio Dante interpretato da quel mito di Steven “Little Steven” Van Zandt, rockstar prestata alla recitazione e alle imitazioni di Al Pacino, uno che è andato talmente sotto con il ruolo, che poi è tornato sul luogo del delitto con la sottovalutatissima Lilyhammer.

E Al Pacino... MUTO!

Ci sarebbero un milione di argomenti da affrontare sulla serie che ha cambiato tutto, perché ha assecondato la mia naturale propensione per fare il tifo per i cattivi, Tony Soprano è senza ombra di dubbio un criminale, ma è impossibile non riconoscersi nei suoi dubbi e tormenti, senza di lui non avremmo mai avuto i protagonisti di “Mad Men”, Nucky Thompson, Walter White, Frank Underwood, o le varie derive Narcos del piccolo schermo. Per una serie che ha episodi singoli che rasentano il puro genio (vogliamo parlare della caccia al russo di Chris e Paulie?) e un finale che ancora si mette in tasca quello di qualunque altra serie per polemiche, dubbi e teorie al limite del complottistico generate. Volete la mia? Ovviamente SPOILER nel prossimo paragrafo:

Se leggerete senza aver visto il finale, dovrete fare i conti con Tony.

«DING!» oltre a generare tensione con un campanello (prima di Breaking Bad) e aver reso iconica “Don't stop believin” dei Journey (prima di “GLEE”), quel finale è il paradosso del gatto di Schrödinger applicato alla serialità, Tony è allo stesso tempo vivo ma già morto, mai un uomo che va in bagno o Meadow che ci mette un mese a parcheggiare (ovvero il niente) ha creato così tanta tensione, ogni «DING!» Potrebbe essere quello fatale oppure un bel niente, non importa poi davvero, perché se scegli lo stile di vita di Tony, lo sai che ogni momento è quello buono per sfuggire ad un attentato (anche una coltellata alle spalle, come nel caso di zio Junior) oppure di lasciarci i calzini, alla faccia di chi crede che questo genere di opere non facciano che glorificare le figure dei mafiosi, quei lunghissimi dieci secondi di schermo nero, in cerca di una prova, un indizio definitivo sulla condizione dei Soprano, sono quello stato di non vita e non morte, che chiunque decida per una vita criminale vive ogni secondo, non riesco a pensare ad un finale migliore di questo. Fine del paragrafo con gli SPOILER.

Così vi ho messo un'immagine del finale, senza rovinare la visione a nessuno (al massimo vi farò venire fame)

Anche se per certi versi, forse anche complice il triste destino di James Gandolfini, che ha pagato caro il suo stile di vita, viene da pensare che Tony sia ancora in giro, con le torri gemelle (scomparse dalla sigla nella quarta stagione, poi ditemi che i Soprano non sono stati perseguitati dalla sfortuna) nello specchietto retrovisore, forse lo è davvero perché il lascito della serie di David Chase, che ha cambiato la serialità televisiva per sempre è davvero ancora in circolazione, magari con il sigaro in bocca, New York alle spalle, mentre imbocca la New Jersey Turnpike, verso quella palude nebbiosa che è il Jersey con gli Alabama 3 nelle orecchie, io come i Journey non ho smesso di crederci, perché il lascito di questa grande serie è ancora sotto gli occhi di tutti, Italo-americani nel mondo ma “Made in America” nel midollo, ciao guagliò! Fate i bravi (ragazzi).

... Got yourself a gun (cit.)

18 commenti:

  1. A-DO-RO. Da subito, da sempre e per sempre. Ovviamente ho tutte le puntate e ho rivisto la serie per due volte nel corso degli anni. Il finale è fantastico. Il finale è bellissimo. Il finale spiazza i cuori dolci in attesa di spiegazioni. Dopo la discussione con Bobby, qualche puntata prima, non poteva che finire così. La soggettiva si è spostata su soprano e... buio. Cit. "Forse quando la morte arriva non te ne accorgi nemmeno..."

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    1. Ho finito di rivederla nuovamente qualche giorno fa, non perde un grammo della sua forza, Bobby ad un certo punto diventa un po’ la coscienza, l’anima candida (a suo modo), quel dialogo conta molto e anche io penso che un finale migliore di così, non avrebbero proprio potuto sceglierlo. Cheers

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  2. Ogni volta che si apre il capitolo Sopranos mi scende una lacrima. L'ho divorata all'uscita televisiva, l'ho amata il doppio della prima volta durante una storica maratona in lingua originale in cui ho coinvolto il mio inquilino in Australia che odia tuttora i "film di mafia" eppure si è divertito ed emozionato tantissimo, la colonna sonora è stato il mio primo acquisto in America quando ancora non esisteva la maledetta globalizzazione e le cose erano davvero difficili da trovare (e valevano davvero qualcosa, come le serie, come l'attesa tra un'episodio e l'altro, come i doppiaggi/adattamenti ancora curati), insomma, I Sopranos li ho vissuti. E mi si continua a spezzare il cuore ogni volta che uno di questi bravi ragazzi televisivi ci lascia...

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    1. Come per “Il padrino”, vale lo stesso discorso, “I Soprano” parla anche di mafia, ma per prima cosa parla di una famiglia disfunzionale a suo modo, per questo dovrebbero vederlo tutti, anche chi è allergico (comprensibilmente) alle storie di criminalità. Ti capisco perfettamente, quando è arrivata la brutta notizia su Tony Sirico ero impegnato a rivedere la serie, quella sera stessa ero arrivato proprio all'episodio ambientato a Napoli, dove salutava tutti a colpi di «Commendatori» (storia vera). Cheers

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  3. Altra serie che so che dovrei vedere come The Wire, Babylon 5, The Expanse e tante altre... Bel post, trasuda passione!

    E sei il secondo di cui mi fido che loda Buffy senza se e senza ma. La devo aggiungere alla lista?

    Comunque i traduttori il vizio di mettere stupidi spoiler nei titoli ce l'avevano anche in The X-Files, visto che hai citato pure quella... :--/

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    1. Dovresti, "Buffy" è un classico ha fatto moltissimo per la serialità. Ecco a me manca "Babylon 5" ad esempio, conosco "Stracchino" solo per il suo lavoro come autore di fumetti. Cheers!

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  4. Prima o poi la devo recuperare xD

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  5. Serie che ho cominciato a vedere a tarda notte, quando ancora potevo, su Canale 5 e mi ha appassionato fin da subito ma, complice la programmazione "ballerina", per usare un eufemismo, ho poi mollato dopo averne visto diversi episodi... Quello che ricordo, forse anche perché non l'ho vissuta con continuità, è il rapporto strano ma anche "vero", nel senso del rispetto che si percepiva tra loro, tra Gandolfini e la psicologa, che mi spingeva ogni volta a volerne vedere di più, per la curiosità di come si sarebbe evoluto, ma soprattutto perché nessuno prima era stato tanto accurato nel mettere in atto delle sedute di psicoanalisi.
    Sicuramente dovrei prendere il cofanetto e vedermela tutta...
    Il grande problema è il tempo. Lo so che non sto ragionando quadrimensionalmente, però non riesco proprio a trovarlo... Però rimane lì con The Wire e Banshee, prima o poi me le riprendo tutte.
    Grazie Cass per il prezioso contributo!

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    1. Sono qui per questo e credimi, ne varrà la pena ;-) Cheers

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  6. Confesso,mai amati troppo i Soprano, per l'Amarica preferisco The Wire, SOA e Mad Men PS: mi aspetto la recensione di una serie trash,danno anche più spunti

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    1. Di quella ne escono fin troppe, fammi scrivere di qualcosa che merita una volta ogni tanto. Cheers

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  7. Questa serie, al suo arrivo (tra l'altro, correggetemi se sbaglio. Ma la memoria, certe volte...sbaglio, o alla primissima apparizione l'avevano chiamata "Affari di Famiglia"? Come il primo episodio, guarda caso), alla pari di tante altre fu una chiarissima dimostrazione di come stava messa la tv italiota.
    Ovvero un autentico regime televisivo che se ne strafregava totalmente del pubblico e non aveva alcun tipo di rispetto nei suoi confronti.
    Tra episodi trasmessi a random (aka a cazzo, così ci intendiamo), senza una benché minima programmazione o scaletta settimanale, con orari e giorni che variavano di continuo, spesso trasmessi a orari assurdi o a notte fonda, strapieni di pubblicità così una puntata ti durava quasi il doppio, senza contare gli spot che partivano tra un fotogramma e l'altro e l'ordine degli episodi spesso totalmente casuale e senza alcuna logica, se non addirittura in senso contrario...
    Un autentico museo, appunto. Ma degli orrori, però.
    Non proprio il terreno migliore per cose che facevano della consequenzialità il loro punto di forza.
    Perché questa, come tante altre, gettò il terreno per tutto quel che sarebbe venuto dopo.
    E quindi, per capirci qualcosa, devi seguire le cose con un certo ordine.
    A spizzichi e bocconi avevo cercato di seguirla, anche ricorrendo al caro e vecchio videoregistratore (che ancora funzionava, dato che il digitale terrestre non era ancora arrivato a incasinare tutto). Perché avevo intuito che possedeva qualcosa di speciale.
    Serie pazzesca. Per interpreti, personaggi, per tutto. Per un James Gandolfini (ci manchi) che é assolutamente mostruoso. E di cui non rimpiangerò mai abbastanza la dipartita.
    E qui si apre una dolente parentesi. Senza che ci si metta di mezzo per forza la morte di qualcuno, ma quando tiri fuori delle prestazioni così superlative come fai a rimpiazzarle?
    Andando indietro nel tempo qualcuno potrebbe dire che é un problema che risale sin dai tempi di Bobby di "Dallas". Al punto che dovettero ricorrere a uno stratagemma assurdo (non tanto, per chi bazzica i fumetti. Basti pensare a Spidey e al suo clone...).
    La madre di Tony ne é l'esempio più eclatante. Ma penso anche al Pablo Escobar di "Narcos" interpretato da Wagner Moura, O al Frank Underwood di Kevin Spacey in "House of Cards".
    Non puoi. E' inutile.
    La cosa incredibile di questa serie che alla fine ti fa provare persino simpatia e affetto per persone che compiono cose a dir poco immonde.
    Perché al di là dei vizi, dei complicati rapporti con gli stessi famigliari, delle rivalità con altre famiglie e organizzazioni ad ammazzarti, un bel giorno, sarà la vita stessa. La terribile vita che conduci, alla faccia di chi crede che quella sia una bella vita.
    Pare che chi abbia fatto le autopsie sul corpo dei mafiosi abbia visto un autentico disastro, a livello clinico.
    Con sintomi simili e con organi vitali ridotti tutti nella stessa pietosa maniera, pur trattandosi di individui diversissimi tra loro. Come se soffrissero di una medesima sindrome.
    La malavita, come lo stesso nome dimostra, é davvero un'esistenza grama. Che ti devasta e corrode da dentro, come il peggiore dei veleni.
    Tony e quelli come lui sono condannati all'inferno. Ma credo che se lo stiano già vivendo da un bel pezzo, su questa stessa Terra.

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    1. Mi pare che il titolo all'inizio fosse stato rimaneggiato così, vediamo se qualcuno ha dati di prima mano non basati sulla memoria ;-) Cheers

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  8. Vista in DVD comprati a scatola chiusa e mascella a terra per il finale (pensai ad un disco difettoso e feci una ricerca su internet), una serie direi misconosciuta eppure seminale nel suo essere "fedele" alla realtà. Mi riprometto da tempo di rivederla ma ancora non l'ho fatto. Gandolfini giganteggia ma tutto il cast è veramente ben assortito ed affiatato. Mi fa sorridere il fatto che poi abbiamo usato proprio Gandolfini nel ruolo del sindaco di NY nel remake de "il colpo della metropolitana", da leggerci un sottotesto a noi ignoto?

    Nizortace

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    1. Per altro Tony Scott è uno di quelli che ha fiutato il talento di Gandolfini prima di tutti e lo ha fatto lavorare ogni volta che ha potuto. Cheers

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  9. Gandolfini è morto l'anno in cui ho dato la maturità (anche se in ritardo eheh!), a lui ho dedicato il mio diploma. E poi.....

    - She said, you're one in a million
    You got to burn to shine
    But you were born under a bad sign
    With a blue moon in your eyes -

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    1. La dedica direi che ci stava proprio tutta. Cheers

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