sabato 2 luglio 2022

Rise - La vera storia di Antetokounmpo (2022): perfetto per il pomeriggio di Canale 5

Ci sono storie sportive che sono già cinematografiche senza bisogno del caramello della Disney, una di questa è sicuramente quella di Giannis Antetokounmpo, il campione NBA difficile da marcare ma anche da pronunciare.

La pallacanestro ne ha salvati tanti, dalla miseria, dalla strada, a volte anche dalla prigione, nel caso di “The Greek Freak” (soprannome da impiegare nel senso migliore del termine), la prima di tante tirate d’orecchie al film va al solito, inutile, sottotitolo italiano che forse avrebbe dovuto utilizzare il plurale, perché questa è la storia degli Antetokounmpo.

Il gioco è semplice: pronunciatelo giusto.

Figlio di immigrati nigeriani, Giannis è nato ad Atene come i suoi quattro fratelli, ma senza la cittadinanza greca in accordo con le leggi locali. Vivendo come apolide e in totale clandestinità, papà Charles si sostentava vendendo occhiali e borse (non per forza del tutto originali) per le strade di Atene, sognando un futuro migliore da calciatori per i figli, finché i pargoli non hanno scoperto quel giochino con la palla a spicchi che come si diceva lassù, qualcuno ne avrebbe anche salvato.

Giannis e suo fratello Athanasios detto "Thanasis" (come sempre in questo tipo di storie, quello bravo a pallacanestro, anche se ora in pochi ci crederebbero) avevano un paio di scarpe da basket in due, perché le finanze di famiglia quello concedevano (storia vera).

"Per fortuna abbiamo lo stesso numero, altrimenti sai che sfiga?"

Come sia arrivato questo "Freak", dal campionato di A2 greca in cui giocava con la maglia del Filathlitikos, fino al Draft NBA del 2013 è una delle più belle e bizzarre storie di pallacanestro, come si dice in questi casi una favola che aspettava solo un lieto fine, arrivato con l’anello per il campionato 2020-2021 con i Milwaukee Bucks, squadra che Giannis ha riportato alla vittoria finale dopo l’unico titolo vinto nella storia della squadra della città della Harley Davidson, arrivato nel 1971 grazie al talento di un altro “freak”, un ragazzone di nome Lewis Alcindor, questo prima di cambiare religione e nome in Kareem Abdul-Jabbar, per andare ad Hollywood a fare i film con Bruce Lee e vincere tutto con i Lakers.

“Rise” rappresenta l’ansia di Hollywood di raccontarci questa storia (vera), che era già così cinematografica che forse, non aveva affatto bisogno di un film, non uno come questo almeno, perché parliamoci chiaro, la trama sarà anche competente nel suo seguire con fedeltà la pagina di Wikipedia di Giannis (zone grigie e parti omesse comprese), ma il film di Akin Omotoso che trovate su Disney+ starebbe benissimo nel palinsesto pomeridiano di Canale 5, la storia del cestista senza passaporto talmente bravo da arrivare in NBA grazie al supporto della FAMIGLIA, insomma avevamo bisogno di un altro film Hollywoodiano a ricordarci dell’importanza dei parenti? Ne escono già ottantasei la settimana.

Se non altro è coerente, The Greek Freak non è uno che salta giù dalla barca al primo problema, citofonare Bucks per conferma.

Che la storia vera della famiglia Antetokounmpo sia già di suo una favola non si discute, a mio avviso non aveva certo bisogno di essere raccontata come ha fatto Akin Omotoso, edulcorando ancora di più i fatti e procedendo con l’avanti veloce sui passaggi meno chiari, per altro utilizzando sempre la stessa soluzione narrativa: un volo ad uccello con la macchina da presa sopra la città di Atene.

Come fa Giannis ad andare regolarmente a scuola da clandestino? Inquadratura sui tetti delle case di Atene. Perché le squadre e gli addetti ai lavori si impegolano così tanto con il ragazzo malgrado le evidenti difficoltà burocratiche? Un altro po’ di inquadrature sui tetti e avanti veloce con la storia.

Anche perché malgrado la buona prova del cast, in particolare di Uche Agada credibilissimo nei panni del giovane Giannis e di Dayo Okeniyi in quelli di papà Charles, il regista non si sforza nemmeno per errore di mostrarci un po’ di basket giocato, per lo meno diretto un minimo decentemente, in un paio d’ore scarse di film si intravedono un po’ di allenamenti ed è impossibile seguire l’andamento di una partita, qualche acrobazia, un paio di corse di Giannis e Thanasis, ma se la specialità dei fratelli Antetokounmpo fosse stato il ping pong, per il regista e la storia sarebbe stato lo stesso, visto che l’interesse è quello di sottolineare la pronuncia corretta del cognome Antetokounmpo, oltre a tutti i dettagli della storia che già fanno parte dell’iconografia del giocatore.

A mani basse la scena migliore del film (ma ci voleva anche poco)

Perché Giannis è così speciale? Oltre ad essere un frugolone di 2,11 metri (tanto, ma la normalità per i professionisti della pallacanestro) ed avere una storia personale unica alle spalle, per qualche motivo tutti dovrebbero puntare sul suo talento correndo anche dei rischi? Il film si guarda bene dal precisarlo, totalmente ignorante (e disinteressato) alla questione della pallacanestro, preferisce farcire una storia già da favola di suo, di elementi al caramello che stonano. Fa così schifo dire che l’agente che lo segue lo fa anche per la promessa di tanti (ma tanti) soldi? Bisogna per forza caratterizzarlo come una sorta di santo laico che aiuta gli Antetokounmpo perché se lo meritano e perché sono buoni? Va bene pararsi dietro lo scudo della “storia vera”, però da qui all'agiografia al saccarosio il passo è più breve di quelli che farebbe Giannis lanciato in contropiede.

Quando una biografia risulta meno interessante che leggere la pagina di Wikipedia dedicata al protagonista è un bel guaio, il vero stupore generato da “Rise” sta nel poterlo vedere su Disney+ e non nel pomeriggio di Canale 5, incastrato tra “Un amore di corgi” e qualche programma con Barbara D’Urso, proprio vero che in pochi sul grande schermo, sono riusciti a rendere il dramma (ma anche il cinema) già insito in certe storie sportive. Ed io che sognavo il “Karate Kid” tedesco, la storia dello smilzo Dirk Nowitzki da Würzburg, allenato dai metodi da pura avanguardia di Holger Geschwindner, roba da far sembrare canonici quello del Maestro Miyagi, ma se il risultato deve essere una robetta da pomeriggio di Canale 5 così, piuttosto mi riguardo Karate Kid 4, consapevole che certe storie, appartengono al parquet della pallacanestro, con titoli come Winning Time e Hustle in circolazione, sprecare la storia di Giannis e la sua famiglia così è un fallo antisportivo.

6 commenti:

  1. In effetti l'avrei tenuta lontano da Hustle.. almeno temporalmente.. ;)

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    1. Visto a breve distanza poi va sotto bevendo dall'idrante nel confronto, sembra più finta la storia del vero Giannis che quella dell'immaginario Bo Cruz. Cheers

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  2. Curioso, ogni produzione americana ci spinge ad odiare la famiglia e a vivere soli, invece questo film rivela la grande verità del contrario???? :-D
    Scherzi a parte, leggendoti è come se avessi già visto la serie "Mamma, ho trovato un pallone da basket", anzi probabilmente la tua recensione le è superiore. Ormai se è targato Disney+ è simbolo del già visto ma moooolto più zuccheroso. I film Disney con cui sono cresciuto negli anni Ottanta al confronto erano delle pericolose avanguardie ribelli :-P

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    1. Veramente, ora direi che assomigliano sempre di più all'Impero, cosa che per altro sono visto che controllano ogni angolo della galassia dell'immaginario ;-) Cheers

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  3. Incasso il secondo no e lo salto: il giovine che si è visto il trailer lo ho bocciato come visione serale, il tuo titolo, oltre che le parole finali, mi fanno capire che poso impiegare meglio il mio tempo.

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    1. Puoi leggerti la pagina di Wikipedia su Giannis o cercare qualche video su di lui sul TuTubo, di sicuro tutto più emozionate che questo filmetto, salta pure senza pietà, "Hustle" mille volte meglio. Cheers

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