mercoledì 29 giugno 2022

Trainspotting (1996): scegliete la bara o scegliete la vita?

Non volete scegliere? L’abbiamo scelto per voi questo trip, l’overdose giornaliera di parole e cinema. Vi lascio al vostro pusher di fiducia. La vostra Madre Superiora, il vostro Quinto Moro.

Scegliete la Bibbia. Ma anche no.

C’era questo prete dico. Non era proprio un prete. Stava in borghese, in incognito o come si dice. Un professore ecco, delle superiori. Teneva gli occhialini da nazista, anche se non sembrava tanto vecchio né cattivo, non come un nazista. Anzi, un pezzo di pane. Di quello morbido, da farci i toast. Certe uscite non te le aspetti da un cristocattolico in borghese che a una classe di quindicenni dice: “mi raccomando ragazzi, non dite ai vostri genitori che vi faccio vedere Trainspotting.” Storia vera.


Ve lo devo dire. Ho sempre avuto un gran bel culo. Dico sul serio. Vi mando una foto se non ci credete, o ve la pubblico in fondo al post. Perché ci vuole un gran bel culo a beccare per tutta l’infanzia e adolescenza un branco di adulti che smettono d’essere cristocattolici bacchettoni al momento giusto: quando si parla di cinema. Non è che me li sparassi in vena di nascosto, erano loro a prepararmi la dose, giuro. A tutte le età. Questi gatti ammansiti con la croce al collo e i santini appesi dappertutto, non erano proprio permissivi, neanche per il cazzo dico. Ma coi film era diverso. E questo prete mancato qui è l’ultimo della lista: un cristocattolico stitico autentico che ci fece vedere Trainspotting, a noi quindicenni, quel randagio. Un cinefilo incallito. Storia vera cazzo. Ora di religione significava film. Questo cristocattolico magari non tirava di boxe come Padre Karras, però la garra era quella, se al verbo stampato sulla Bibbia preferiva sermoni stampati in vhs. Così mi sono fatto discepolo della parabola Trainspotting, la mia preferita cazzo, anche perché il vecchio non voleva menarcela con la morale sulle droghe. Per lui tanto bastava il film. Forse perché c’era nato in quella generazione fottuta dall’ero. Amen e alleluia cazzo.

Il mio prof. vestiva uguale a Begbie. E non per il colletto alla V for Vangelo. Il suo guardaroba rispecchiava Begbie in ogni scena del film. Storia vera.

Scegliete la Scozia. Se proprio volete.


C’è stato Sean Connery giusto? Uno scozzese coi fiocchi, dico io. Ha pure vinto l’Oscar ma questo non significa un cazzo, dice Sick Boy. Sick Boy è un tossico fissato con Sean Connery, ed è il miglior amico di Mark Renton, ma solo nel libro, perché nel film Sick Boy è un vero stronzo. Chi cazzo è Renton? Il tossico protagonista, ma solo nel film. Perché sì, rota anarchica e mezzo dislessica di film viene da un libro parecchio incasinato, ma ci guadagnate sul velluto a guardare prima il film.

Sick Boy non è che sia proprio fedele allo spirito originale. Non è la personalità, è che Johnny Lee Miller che lo interpreta è inglese. Insomma, se un inglese può passare per scozzese, datelo a lui l’Oscar di Sean Connery cazzo. Ma con Renton ci è andata di culo, perché Renton lo fa uno scozzese vero. Perciò non potevano fare i migliori amici cazzo, e infatti le scene dove sembrano un cuore e una canna ZAC! segate in sala montaggio. Meglio così dico io. ‘Fanculo alle scene di troppo e alle versioni estese. Qui si va dritti a 90, che non è la posizione ma il minutaggio. Si lavora di sottrazione per tenere il ritmo. Alleluia e amen cazzo.

Dose pronta sotto il tacco e carisma da 007 per far fuori ogni perbenismo antidroga.

Sick Boy è un ossigenato del cazzo in fissa per Sean Connery, che Dio l’abbia in gloria, ma Sean ha speso metà carriera a fingersi un inglese al servizio di Sua Maestà. La cosa peggiore di Sean? L’avete visto Highlander? E’ la storia di questo scozzese cazzuto, Connor MacLeod, ma lo fanno interpretare a un francese. E il suo mentore Sean-leggenda-vivente-Connery, scozzese fino al midollo, fa il ruolo del fottuto spagnolo!

Voglio dire, che cazzo deve fare un povero scozzese per avere un po’ di sano orgoglio in questo stronzo mondo del cinema? Non venitemi a dire William “Braveheart” Wallace. Il nostro eroe nazionale a chi lo lasciamo? Agli americani. E poi si sa che agli americani piacciono di più gli irlandesi, o gli italiani perfino! Nemmeno questo sono riusciti a fare gli scozzesi, neanche arrivare terzi alla colonizzazione del Nuovo Mondo. Sono rimasti al palo, a farsi di ero e guardare i treni.

A questo punto tanto vale guardare in faccia la realtà. Altro che grande orgoglio scozzese. Quando mai ci cagano dal resto del mondo civilizzato? Per ‘sto romanzo che non è un romanzo ma un cacatoio di storie di perdenti, stronzi, patetici, violenti e drogati. Perché Trainspotting è un successone. Ok cazzo. Va bene anche così. Ma quando leggi il nome dell’autore ti cascano le palle: Irvine Welsh. Sul serio cazzo? Irvine “il Gallese”. Quando poi fanno il film a chi lo fanno dirigere? A Danny stramaledettoinglese Boyle. Che di faccia poi, sembra un crucco.

Tenny Poyle esipisce sgvardo cattifo pronto a sparare a qvesti drocaten, jawohl Mein Fuhrer! (in realtà Danny è un pacioccone, ma resta pur sempre un inglese)

Scegliete una patria. Sceglietela meglio.


Va a finire che è una merda essere scozzesi, parola di Mark Renton. Renton, ecco l’eroe che ci meritiamo. Lo ruggisce forte al cielo delle Highlands quanto è merda essere scozzesi, e c’è da credergli se a interpretarlo c’è uno scozzese doc – alleluia cazzo – Ewan McGregor.

Il monologo di Renton che sputa sull’identità nazionale è un dritto e rovescio alla Andy Murray, la sveglia per non stare a raccontarsela che il tuo appartenere a questo o quel buco di culo del mondo sia chissà quale meraviglia, ma devi essere onesto nel riconoscerlo per quel che è. E per quanto ficcarti un ago in vena o strafarti di questo o quello non risolva uno stracazzo di niente, beh, è meno ipocrita che raccontarsi d’essere speciali per essere parte di un insignificante gruppo sociale cui appartieni solo per una bandiera piantata su per il culo, giusto perché sei nato qui o lì.

Le Highlands. L’alcol. La droga. La depressione. Gli amici stronzi. Bella la Scozia, ma non ci vivrei.

Scegliete il romanzo, critici da pipa e monocolo del cazzo.

Si, si, lo so che leggere è bello e salutare. Sono fantastici, i libri, perché ci puoi menare gli stronzi che è una bellezza. Al massimo stropicci qualche pagina, e se restano macchie di sangue vai di acqua ossigenata e candeggina. Il sangue sbiadisce ma l’inchiostro di stampa resta.

Trainspotting-libro è un romanzo-che-non-è-un-romanzo, un’accozzaglia di situazioni buttate una addosso all’altra, così come i personaggi che a volte non capisci di chi cazzo stai leggendo. Ma il film non si perde per le viuzze secondarie, ti ruggisce dritto in faccia con la sua fiata alcolica, ti prende per le palle e strizza forte. Non ti sei ancora ripreso che corri alla scena dopo, ingoiato nel vortice di eventi. Parti con “Lust for life” di Iggy Pop, e giù col monologo storico, su come si sceglie la vita giorno per giorno per tirare a campare. Ti punta il dito sul naso, questo film, te lo schiaccia forte come a un clown del cazzo. E ti ride in faccia, ti scherza e ti scopa senza preservativo. È il film che ti si fa, come un anarchico viaggio lisergico che sputa e ride in faccia alla società conformista, poi ti sbatte in faccia neonati morti e bravi ragazzi con ascessi al cervello. Fai giusto in tempo a renderti conto delle goccioline umide che ti sei ritrovato in faccia, gli sputazzi perché ‘sto film rideva in faccia proprio a te. Ma già si sta correndo al finale, brillante e ipocrisiaco. È qui il film si mostra per quel che è: costruito nel suo essere anarchico, un racconto bizzarro ma coerente che arriva quasi a negare se stesso, nel trionfo di chi vuol scegliere la vita. Perché Renton alla fine fa la sua scelta.

“Se non stai un po’ zitto te la pianto nel cuore. Hai visto Pulp Fiction?” (Cit.)

Scegliete un eroe. Scegliete una maschera.

Caro Mark Renton. Alla fine hanno scelto proprio te. Quasi il più sfigato del gruppo a far da protagonista. Ma è sempre così nei romanzi di formazione, o come cazzo li chiamano gli intellettuali con la pipa e gli occhiali (e la sciarpa, usano la sciarpa quelli, per darsi un tono del cazzo). Insomma, non è che il fottuto libro girasse tutt’intorno a questo Renton come nel film, ma va bene così cazzo. Abbiamo un tossico eroe al centro della storia, ma meglio di Sick Boy, o di Begbie, o di Spud. Ok, forse Spud meritava qualcosa di più, ma chi gli sta dietro a quello. E come cazzo parla poi. Renton invece, oh, lui è perfetto per fare il narratore protagonista. Non è così stronzo. Sbaglia, soffre, scopa, ride, strilla. È come noi. Bucato come una gruviera, ma a posto cazzo.

Renton è lo sfigato scozzese di provincia che va al centro della storia, perché questa Scozia è la provincia della provincia del mondo, ed ogni provinciale o diseredato figlio di periferia può dirsi un po’ scozzese e un po’ intossicato. Mark “Rent-boy” Renton è il ragazzo in affitto per tutte le stagioni, per tutte angosce dei diseredati, la coscienza in affitto dei debosciati, dei falliti, di tutti gli intossicati del mondo. Intossicati per la merda sparata in vena, ingoiata via bocca o ascoltata via orecchie, o dalla cancrena dei lividi incassati ogni giorno. Il “trainspotter” per eccellenza, coi trenini sulla carta da parati nella sua cameretta del cazzo (un tocco di classe, quando la scenografia fa il suo cazzo di dovere).

Un fottìo di treni e nessuno che possa portarti lontano da quello che sei.

Scegliete una cricca. Scegliete gli amici.


Quella di Trainspotting non è solo la cricca di Renton, Spud e Sick Boy, è pure quella di Danny, Ewan e John. Boyle, McGregor e Hodge. S’erano già fatti dei trip in giro, piccoli omicidi tra amici. Un po’ ad ammazzare un po’ a rubare, solite cose. Ma per completare la banda mancava il vecchio Christopher Eccleston. Danny gli fa tipo “Chris ci torni a lavorare con me?” e Chris gli risponde tipo “non in questo secolo”. Ma io vi dico che è stata fortuna, che il futuro Dottor-Chi-Cazzo-6 aveva troppo lavoro, l’attorone di stirpe, per tornare in sella con quegli sfigati. Eccleston era un dritto, l’aveva capito il vecchio Boyle, fissato a merda con la sterlina. No dico, un altro film con degli amici pronti a scannarsi per una borsa di contante? Al vecchio Boyle gli hanno fatto mancare la paghetta da piccolo, da piccoli omicidi a piccole overdose tra amici, passando per “Millions” e “Millionaire”, c’ha il feticismo per le reginette stampate su fogli di carta verde. Meglio uscire dal giro, avrà pensato il vecchio Chris, prima di finire a fare softporn con letti coperti di sterline che neanche Mario Bava.

Insomma, finisce che Boyle ripiega su uno scozzese vero. E cazzo se era vero, il nuovo-monumento-nazionale-scozzese Robert “Begbie” Carlyle. Carlyle ci si è messo sulla mappa geografica con questo ruolo cazzo, urlando forte a tutto il fottuto mondo del cinema:

“Io sono io, e tu chi cazzo sei?”

Scegliete Begbie. E poi son cazzi vostri.


Se Begbie era solo un cazzone stronzo nel romanzo-che-non-è-un-romanzo, qui è… beh, è Begbie cazzo. È un metro e settanta di cazzo duro che ringhia, beve e mena su schermo. Ha dato a tutti una lezione di Scozia vera cazzo, parlando il vero scozzese cazzo. Quei fighetti della produzione hanno dovuto ridoppiare le sezioni con Begbie perché parlava troppo scozzese. Storia vera. Questo è Franco Carlyle Begbie, prendere o lasciare. Troppo scozzese? Certo, te lo rifaccio il tuo sporco ridoppiaggio per quei pallemosce butta-thé-ammare stellestrisce del cazzo. E te lo ridoppio peggio, chiaro? Slang Made in Scotland, e se non capisci un cazzo fattelo doppiare il tuo sporco film. Solo così puoi capirci qualche cazzo. E bacia le mie nobili palle scozzesi, dice Begbie.

Begbie è violento compagnia e tutti lo considerano uno stronzo ma hey, è un tuo amico, e non puoi farci niente. L’amicizia non è un’orgia di unicorni e orsacchiotti che si vogliono bene e s’aiutano. Manco per il cazzo. Far parte di una compagnia è la sopportazione gli uni degli altri, lo stare insieme nonostante tutto, anche quando sai che chi chiami amico ha torto marcio, perché pesta qualcuno senza senso. Oppure perché si buca, e per farlo ruba e fotte chiunque può. O ruba e fotte anche senza la scusa dell’ero. Oggi fotti qualcuno, domani qualcuno ti fotte. Capita. Sei cresciuto qui, in mezzo a questo schifo. Che vuoi fare? È così che va. Un po’ te lo meriti, un po’ no, ma è così che va cazzo. Spud lo beccano, Renton se la cava. È così che va in questi sobborghi scozzesi fatti di famiglie-bene cattoliche scandalizzate per il figlio scoppiato. Le giornate passano così tra una rota a una lite, tra una partita di calcio e una rissa da bar, una scopata e un buco in vena.

Quando ti dicono che sei un bravo ragazzo, e ti senti sprofondare.

Scegliere gli amici. Sceglietevi un ruolo.


Scegliete un protagonista: Ewan McGregor è lo scozzese che ce l’ha fatta. Scegliete un cattivo. Il menù offre Begbie il violento, o Sick Boy il cinico egocentrico. Spud è il contorno, monumento al disagio, il cervello bruciato dalla roba da far tenerezza. Scegliete una vittima. Allerta spoiler: è Tommy il bravo ragazzo che deve finir male, che un povero stronzo va sacrificato sull’altare della cattiva scelta della droga. Ma niente moralismi, anzi la si faccia così com’è, sporca e subdola: perché cos’è essere tossici, se non la caduta nell’oblio, nel disinteresse per tutto ciò che non è la roba, il distacco da tutto e tutti, compreso il gattino che ti caga per casa e ti infetta con le sue malattie? Magari ti cacavi sotto per l’HIV eh? E non pensavi al gatto che ti cacava per casa.

Sembra di stare al supermercato. Maxi offerta Gusti-Disagio. Tanti gusti di stronzo diversi, sottoprodotti da provincia, cacati fuori da un racconto antiromantico sull'amicizia fatta di risse, sostegni temporanei, abbandoni, tradimenti. Un branco di underdog, di anti-Beatles che si muovono in un mondo di mitologie perse, cambiando formazione come cambiano le stagioni, quando qualcuno muore o viene inghiottito e divorato dalla depressione o dall'alcol. Come le rock-band, ma senza le folle strepitanti e milioni di dischi venduti. E senza nessuno che si ricorderà di te. Perché se non sei Iggy Pop, non gliene frega un cazzo a nessuno di cosa ti spari in vena.

Dilemmi di provincia: Passerà mai il treno? Diventerò qualcuno? Se il treno passasse ora, almeno mi vedrebbero al notiziario.

Scegliere la vita.


‘Ste storie di tossici e disadattati hanno sempre esercitato fascino su di me, un sottogenere di cinema, dimenticato come quelli che sono morti o finiti ingabbiati nell’ispirarlo. A vedere – o leggere – Trainspotting non ci sono cazzi. È un trip. Ma se il romanzo-che-non-è-un-romanzo sembra una supposta d’oppio che ti sale lenta, il film è un tiro di coca a buon mercato che ti manda su di giri, ti esalta, deprime e poi rilassa nell'ineluttabilità della vita che hai scelto. O che ti ha scelto, qualunque cazzo di cosa voglia dire. Ti viene voglia di farti un altro giro, di rivederlo. Sotto con un’altra dose. L’incipit ti folgora e prende a sberle con quel “scegli la vita”, scegli questo e quello. Da come scegli di campare scegli pure come morire. Pensare che quel monologo doveva arrivare a metà film, ma col cazzo che avrebbe avuto lo stesso effetto. Allora meglio spararselo subito per mettere le cose in chiaro, sulle note di Iggy Pop, che ci butta nel tour di deliri e musiche che viaggiano su schermo, con questi falliti scozzesi di due generazioni: personaggi degli anni ’80 – nel libro – ancora vivi e presenti nei ’90. Prima di morire o sopravvivere e svanire tra una scelta di vita e l’altra. Prima di diventare ex tossici padri di famiglia, arrivisti assicuratori e venditori d’auto usate. Cosa credete, che tutti i tossici di allora siano morti e sepolti? I sopravvissuti si sono scelti la vita. Essi vivono – o sopravvivono – tra noi. Sono diventati i nostri vicini di casa e parenti. I nostri padri, i nostri zii, i nostri fratelli. Per qualcuno più giovane, addirittura i nonni.

Un goccio alla salute delle tossiche anime perdute.

Alcuni ci sono morti, a fare il Trainspotting, aspettando il loro treno, guardando i vagoni passare e portar via gli altri, i loro amici e compagni. Alcuni sono rimasti a guardare come se non ci fosse nient’altro da guardare, come uno spettacolo che era l’unico possibile, sognando dove sarebbe andato quel treno. A portarli via da una parte o dall'altra, senza sapere da che lato fosse la strada giusta, se in fondo al buco dell’ultima pera o alla redenzione dopo l’ultima rota, lasciata indietro nella speranza che fosse per sempre. A dividersi tra chi andava al cimitero e chi andava a scegliersi la vita. A scegliere un altro brano di Iggy Pop o di Bowie da ascoltare, magari un libro da leggere e un film da guardare. A ripetersi in silenzio, come ignari del sussurro sottopelle, di rigar dritto lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.

A scanso di equivoci, sia chiaro che La Bara Volante non incoraggia in nessun modo il consumo di pere. Men che mai per curare il male di vivere.

Grazie a Quinto Moro per averci portati tutti in Scozia, vi ricordo qualcuno dei suoi lavori, che potete trovare comodamente QUI.

26 commenti:

  1. Capolavoro sia il film che il post

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    1. Quinto in versione Irvine Welsh spacca ;-) Cheers

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    2. di sicuro è il capolavoro di Boyle, per me resta il suo film più ispirato e iconico

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  2. Che botta 'sto film! Al contrario di Qunto Moro non mi fanno impazzire le storie di tossici e disadattati (e infatti "Radiofreccia" fu una delusione per me) ma questo è sopra tutto. Grazie di averne parlato (e di averne parlato così 😀). "Dottor-Chi-Cazzo-6" le batte tutte, e a proposito visto che è stato nominato: a quanto una bella recensione di "Piccoli omicidi tra amici", che ho ancora la vhs (storia vera)?
    A me all'ora di religione toccò "L'attimo fuggente"... bei tempi....

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    1. D'ora in poi sarà per sempre Dottor-Chi-Cazzo-6, ora scriverà alla BBC per chiedere di cambiare ufficialmente il titolo ;-) Cheers

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    2. Trainspotting riempì parecchie ore di religione, impiegammo tipo 2 mesi a vederlo tutto perchè il prof. mostrava il film a più classi quindi non si ricordava mai a che punto era con questa o quella classe. La cosa bizzarra è che vederlo così a spezzoni aveva un effetto molto straniante ma affiscinava comunque.

      p.s. potrebbe nascere uno spin-off Doctor-Who-Da-F*ck

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    3. Se esistesse la controparte yankee, avrebbe sicuramente quel titolo ;-) Cheers

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  3. Non solo io dissi ai miei genitori che volevo vedere Trainspotting, ma fu addirittura mio padre ad accompagnarmi al cinema. Ero in terza superiore, e ricordo che mi venne la ridarella quando vidi le scene del "peggior cesso di Scozia" e del "problemuccio" di Spud la mattina dopo la discoteca, mentre tutto il resto mi lasciò silente e apatico (a parte la scena dell'astinenza di Renton...Nemmeno Welsh l'aveva immaginata meglio). Ero giovane e stupido.
    Poche settimane dopo presi il CD del soundtrack (una perla da decuplo disco di platino) essenzialmente per potermi ascoltare in loop Born Slippy degli Underworld e snobbare il resto. MTV la metteva in heavy rotation all'epoca e io, lo ripeto, ero giovane e stupido.
    Rividi Trainspotting molti anni dopo, quando ormai il suo ricordo era un puntino nei retrovisori della mia memoria, e nella mia testolina da adulto mai cresciuto mi dissi "Ma che cosa mi sono perso? come ho fatto a non capire?". All'epoca poi, stavo leggendo A scanner darkly di Dick e mi venne naturale fare un parallelo tra Renton e Arctor. Nel suo rappresentare situazioni tanto grottesche quanto tragiche, Trainspotting (tanto il film quanto il romanzo) era fondamentalmente uguale, ma senza tute dissimulanti e polizia sotto copertura.
    E' ironico il fatto che questi esponenti di una "beat generation" moderna siano stati interpretati da delle quasi-supertars, gente che per destino doveva "scegliere la vita" (e uno di loro ha scelto gli Jedi) ma assolutamente credibili ad interpretare gente che poteva essere benissimo i miei vicini di casa o i miei amici. Già...Renton, parafrasando Philip Dick direbbe oggi di questi suoi amici: "questi i compagni che ho avuto, i migliori, rimarranno in me e il nemico non sarà perdonato. Il nemico fu il loro sbaglio nel gioco della vita. Fateli giocare ancora, in qualche altro modo e lasciate che siano felici"

    I miei complimenti al Signor Moro. Avanti fortza pàris.

    - Matt Giger da Facebook

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    1. La scena dell'astinenza è una delle più inquietanti mai viste, è una di quelle in cui il mezzo cinema può davvero fare la differenza rispetto allo scritto. Poi è questione di talento visivo e di quanto sei disposto a spingere. Lì Boyle ha davvero spinto al massimo e McGregor dà i brividi.

      Scanner Darkly lo lessi molti anni dopo, anche dopo il film di Linklater. La cosa che più li accomuna forse è il racconto della bizzarra quotidianità dei personaggi che vivono in questo stato di alterazione perenne. Nel romanzo di Dick però c'è un tasso di malinconia molto più esasperante, almeno io l'ho percepito così, perchè lo stile di Welsh a tratti "disinnesca" il dramma, per quanto sappia essere immersivo.

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    2. E' vero...E se non sbaglio anche quella scena era accompagnata da un'altra traccia degli Underworld (di cui però non ricordo il nome) altrettanto inquietante.
      In effetti penso che il paragone che ho fatto con Dick sia un po' ardito (parliamo di due generi completamente agli antipodi), ma la sensazione che ho avuto leggendo i due libri è la stessa che hai descritto: il romanzo di Welsh è molto più improntato al "verismo" puro che alla mera narrazione, e per me che ero abituato a generi più "d'evasione" lo trovai - a livello di stilistica e tematica - parecchio duro da mandar giù.

      - Matt Giger da Facebook

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    3. Mi intrometto solo perché ho letto colonna sonora, aggiungo solo: restate su queste Bare ;-) Cheers

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  4. Aggiungo pure che all'epoca, a causa della sua interpretazione, credevo fermamente che McGregor fosse tossico marcio.

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    1. Spaventoso, secco come un chiodo. Cheers

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    2. McGregor si fece spiegare da dei veri tossici come si "cucinava" la dose prima iniettarla, e decise di tagliarsi i capelli (come nel film) per avere un aspetto più trasandato. Un grande.

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  5. Può un film parlare di un argomento tristemente noto ma di cui chi è nato come me negli anni '70 ne ha sentito parlare tanto senza capire nulla?
    Se alla regia c'è un grande come Boyle e ci sono attori dello spessore di McGregor e Carlyle, allora direi proprio di sì.
    Fortunatamente non mi sono mai avvicinato a quella brutta roba che circolava tanto in quegli anni, però, un pò per insegnamenti materni, un pò per le storie di ragazzi che conoscevo e si sono rovinati, diciamo che uno pensa di conoscere l"argomento, fino a quando vede una pellicola di questo tipo e improvvisamente capisci di non saperne nulla e anche che forse sei stato semplicemente fortunato a non fare la fine di uno di quei ragazzi.
    Grande post del Quinto e grande film, andrebbe veramente proiettato nelle scuole per dare consapevolezza di come eravamo, ora con le droghe sintetiche e le Terrazze Sentimento però direi che tutto è molto diverso....

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    1. Hai scelto la vita, bravo. Noi qui invece abbiamo scelto Quinto Moro, l'uomo giusto al momento giusto ;-) Cheers

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    2. Mah, non so se ho scelto la vita, sicuramente ho scelto la Bara e con essa, tutti i suoi occupanti!

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    3. Qui sopra è pieno di Begbie e Spud ;-) Cheers

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    4. Beh, quando si dice "andrebbe proiettato nelle scuole", io l'ho scoperto proprio così.
      Il tema droghe ha perso molto con la fine degli anni '90, scomparse dai radar, tranne quando se ne parla a cazzo di carlino ragionando su proibizionismi vari, raramente in modo serio.

      Poi c'è un curioso paradosso: mentre le storie di gangster, grandi boss e spacciatori si vendono sempre benissimo, quelle dei tossici assai meno.
      La dipendenza da droghe pesanti è tema da cortocircuito: non gliene frega a nessuno perchè parla di una minoranza. Solo che si tratta di minoranze trasversali ad etnie e gusti sessuali. Trainspotting, con questo ritratto impietoso di provincia scozzese è molto bravo nell'avvicinare il tema al pubblico.

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    5. Che poi a ben pensarci, nella vita è più facile incappare in un tossico che in un grosso gangster, in generale credo che negli anni '90 si sperimentale di più con sostanze non proprio legali, ma la consapevolezza era anche maggiore sul tema. Cheers

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  6. Due piccole premesse su Welsh.
    In primis, é forse l'unico.
    A fare cosa?
    A riuscire a descrivere LA MERDA.
    In tutte le sue forme e declinazioni, e nelle sua quintessenza più pura.
    E non solo come materia organica anfibia composta da polifosfati organici.
    Ma anche quella degli ambienti degradati e squallidi, di grigiume quotidiano, dell'assenza di scopo e dell'insopprimibile voglia di far male. Agli altri e a sé stessi.
    Lui e i suoi ragazzi terribili di Leith. Talmente ben riusciti da aver dato vita ad un autentico universo espanso. Al punto che spesso li vedremo tornare in altri racconti, in altri romanzi, in altri spezzoni.
    Anche solo come semplici quanto tragiche comparse.
    C'é poco da aggiungere. Uno dei miei film della vita. Beccato, visto e consumato al momento giusto. E con le consequenzialità giusta.
    Perché il film é stupendo, ma il libro lo considero mille volte meglio.
    Se hai visto il film.
    Concordo in pieno. Se non avete letto il romanzo, fatelo solo dopo aver visto il film.
    Così sovrapporrete ai personaggi i volti degli attori. E vi renderete conto della scelta di casting semplicemente perfetta, con interpreti azzeccatissimi.
    Vedrete scorrere sulle pagine le musiche e i brani di una colonna sonora da urlo.
    E vi immaginerete le scene con una regia perfetta degna di un Boyle che qui é al top della forma.
    Non ci é mai più arrivato a simili livelli, il nostro Danny. Nemmeno con “28 Giorni Dopo”, che pur mi é piaciuto un sacco.
    Il film di Resident Evil che avremmo tutti voluto vedere, anche se nella seconda parte mi é sempre scaduto un po'.
    Non é nemmeno colpa sua, eh.
    E' che tanto talento certe volte diventa una maledizione. Specie se parti a razzo.
    Tra “Piccoli Omicidi” e questo ha sganciato due bombe atomiche uan più potente dell'altra, paragonabili alla potenza di mille soli.
    Cosa puoi fare, meglio di così' e' impossibile.
    E' impossibile, quel che ha cercato di fare dopo. E cioé di superarsi.
    E' impossibile. Non dopo due film così. Non dopo questo.
    Il paragone con “Radiofreccia” ci sta tutto, anche se il film del Liga viene dopo.
    Là il problema della dipendenza viene affrontato mediante uno del gruppo, che con la sua morte diventa il cardine che tiene legati i sopravvissuti. Anche ormai cresciuti, e sempre più distanti. Sempre più lontani.
    Ma lo si affronta con l'amara consapevolezza di aver a che fare con una realtà aliena ed ignota, dove a chi ne sta e saggiamente ne resta fuori rimane difficile comprendere fino in fondo i motivi o le scelte che spingono una persona a spararsi la prima pera e dare così inizio al suo cammino verso la lunga e dura strada del tossicomane.
    Per saggezza o per paura, magari Perché vorrebbe provare ma poi vede cosa accade a chi é già finito nel tunnel.
    Ci voleva un film come questo. Per sbatterci nell'inferno delle pere, se pur con una certa dose di ironia.


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    1. Ci suggerisce sghignazzandoci in faccia coi suoi denti marci che dovremmo farci tutti qualche anno di dipendenza da droghe belle pesanti, così forse solo allora inizieremmo a capire.
      Che il tossico si fa perché gli piace un casino, innanzitutto. E non vede assolutamente la ragione per cui dovrebbe smettere.
      Qui non c'é nessuna beata adolescenza allungata dove vivi col miraggio della grande città e del primo lavoro sullo sfondo, a cercare di goderti gli ultimi scampoli di spensieratezza prima di finire nel grande fiume della vita.
      Qui il treno é già bello che passato. Continuano a passare, 'sti maledetti treni. E non cambia mai niente.
      Non c'é lavoro, non ci sono obiettivi, non ci sono prospettive. E non c'é più nemmeno la campagna.
      La periferia ha inghiottito e fatto un sol boccone di tutto.
      Non c'é niente, per i tossici e gli spostati. Tranne di di rimediare abbastanza da potersi sparare un altro buco, sperando che non sia l'ultimo perché talmente pieno di schifo da farti lasciare le penne.
      Perché é quello, ad ammazzarti, spesso. Non la droga in sé, ma quello con cui la tagliano.
      Non ti rimane altro. Anche perché, parliamoci chiaro...chi non si buca, come sta messo?
      Peggio di chi si fa, certe volte.
      Ognuno ha la sua dipendenza. Dall'alcol, dalla violenza, o da una vita mediocre.
      Chi é regolare (come Tommy. Anche se lui si fa di anfe, almeno nel libro), come minimo sta incasinato con le donne.
      E allora questa é la gente che ha capito tutto? E che dovrebbe aiutarli?
      Al diavolo. Piuttosto vado avanti a non capire niente, o con quel poco che capisco. Ma a modo mio, almeno.
      Forse un giorno capirò qualcosa in più. Sperando di non crepare, nel frattempo.
      Nella trasmigrazione da carta a pellicola l'opera non perde praticamente nulla.
      Taglia, aggiusta, sposta, riduce e adatta come può. Come meglio può, e come meglio di così non si può.
      Alcuni passaggi vengono dolorosamente sacrificati, ma é necessario perché come sempre in un libro ci sta davvero troppa roba.
      Renton nel film lo trovo giusto un filo più stronzo. In fin dei conti la fine di Tommy e della sua storia con Lizzie é dovuta tutta alla sua bastardata con la videocassetta.
      In entrambi i casi é lui a fornirgli la prima dose, ma almeno nel libro cerca di dissuaderlo fino all'ultimo.
      Poi, che cavolo...in fin dei conti paga e la pelle é sua.








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    2. A Tommy spetta la fine squallida che nel libro viene riservata a Matty, che nel film non c'é.
      Idem per un paio di personaggi femminili come June e Hazel, e il personaggio di Diane viene decisamente ridotto.
      Stesso discorso per Swanney.
      Non c'é Davie, ed é un peccato. Perché i suoi sono tra i capitoli migliori del libro. E se pensate che il generalissimo Franco Begbie sia un bastardo, sappiate che Al Venters é cento volte peggio.
      Ma lui non faceva parte del quintetto base, era più un cane sciolto. E quindi ci sta. E il suo schifosissimo risveglio se lo appioppa Spud, che é perfettamente in linea col tipo di personaggio.
      Spud é Spud, su questo non ci piove.
      E Begbie...cazzo, E' BEGBIE. Fa paura.
      Simon l'ho trovato anche lui un po' più stronzo che nel libro. Tra lui e Rents c'é uno strano rapporto.
      Diciamo che Mark lo odia, perché é migliore di lui. E lo sa. Lo sanno entrambi.
      Mark é lo sfigato del duo, Simon é quello figo. Che va forte con gli amici, con le ragazze, con le serate, con tutto.
      E' il figo che lo sfigato decide di accollarsi, andandogli dietro a rimorchio nella speranza di beccarsi qualcosa della sua luce riflessa.
      Ma chi sfrutta chi, in realtà?
      Nel libro comunque sono più amici che nel film.
      Il discorso finale cambia un po' tutto il senso, dandogli forse un'inaspettata svolta ottimistica.
      Nel libro Rents scappa coi soldi. Sì, ma in direzione di Amsterdam, che per un ex – tossico equivale ad un accesso di droghe pressoché illimitato, specie se hai un mucchio di grana in tasca.
      Se non fosse che ho visto il film prima giurerei che brucerà tutti i soldi come il povero coglione che é ed é sempre stato, per ritornarsene a Leith in brache di tela.
      Nel film sembra finire bene, ma...sarà davvero così?
      O é forse l'ennesimo slancio di entusiasmo di un perdente, destinato ad esaurirsi presto in un nulla di fatto come tante, troppe altre volte?
      Certe cose e certe persone non cambiano mai.
      E sono riflessioni fatte non tenendo conto del seguito, badate bene.
      Capolavoro, comunque. Uno dei miei film della vita.
      E stupenda recensione, Quinto.
      E' stato un vero piacere leggerla, complimenti.

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    3. Quinto Moro si è superato ;-) Cheers

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    4. L'aspetto interessante, come in molti buoni film tratti da un buon libro, è come cambiano certi equilibri tra i personaggi. Per ragioni di minutaggio e semplificazione c'è da cambiare. La scelta di fare di Trainspotting un film "veloce" da 90 minuti a confronto di un romanzo denso e ricco di personaggi, è una scelta in parti uguali coraggiosa, ragionata e necessaria. Per me ha senso sacrificare tanto se riesci a colpire il pubblico. E pazienza se hai cambiato e tolto tanto.
      Un'altra cosa che ho visto accadere più volte è la "fusione" di eventi che riguardano 2 personaggi o più, racchiusi in un solo personaggio (come nel caso di Tommy qui).
      Serve a salvare certi ottimi spunti di un libro ed evitare la dispersione dovuta a troppe facce e troppi personaggi nel film.

      Tornando al discorso sulle dipendenze e le droghe, pochi film hanno l'onestà di spiegare l'assuefazione col puro e semplice piacere che offre la roba a chi ne fa uso. Di contro, non trascura tutti gli aspetti sociali, famigliari e sociali che riguardano il buttarsi nella mischia tossica.
      Per quanto io lo adori, un film come "Requiem for a dream" porta una visione molto più schematica e rigida della dipendenza, mentre "Trainspotting" e "Radiofreccia" riescono a segnare qualche punto in più, essendo spogli da pregiudizi sull'argomento.

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    5. Per ta ere del fatto che "Requiem for a dream" moralizza come a pochi altri film ho visto fare, ponendo il pubblico su un piedistallo sicuro e privilegiato per compatire o più semplicemente schifare i protagonisti, cosa che Boyle e Ligabue nei rispettivi film non fanno mai. Cheers

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