venerdì 10 giugno 2022

Tokyo Vice - Stagione 1 (2022): straniero in terra straniera (in salsa Manniana)

Mi dispiace sempre arrivare al fondo di una monografia, ma mi è andata di lusso visto che oggi concludiamo con un titolo fresco fresco, quindi non perdiamo altro tempo e benvenuti all’ultimo capitolo della rubrica… Macho Mann!

Per essere un Blog microscopico dal nome vagamente spettrale che fa spesso fare gli scongiuri alle persone, questa Bara porta meno sfiga di quello che si potrebbe pensare, per lo meno a Michael Mann visto che dall'inizio di questa rubrica, il regista di Chicago ha finalmente sbloccato la sua biografia su Enzo Ferrari parcheggiata ai box da fin troppo tempo, ma soprattutto un po’ in sordina e senza troppi squilli di tromba, su HBO Max (in uno strambo Paese a forma di scarpa chissà dove e quando) ha esordito un altro progetto su cui Mann era al lavoro ormai da diversi anni, almeno dal 2009, anno di uscita del libro scritto da Jake Adelstein.

Chissà se Adelstein pensava alla celebre serie curata da Michele Uommo quando ha scelto il titolo per il suo libro, oppure se qualche amico del regista di Chicago, gli ha consigliato la lettura per semplice associazione, eppure “Tokyo Vice” non parla della trasferta giapponese di Sonny e Tubbs, ma è la cronaca della carriera dello stesso Adelstein a Tokyo, a partire dal 1993, quando fu assunto come reporter alle prime armi nel giornale Yomiuri Shimbun, nel libro tutta la sua difficile gavetta come occidentale in una grande testata giapponese, tra difficoltà di lingua e relazionali, ma anche il suo rapporto con Sekiguchi, un detective anziano che lo prese sotto la sua ala protettiva, impegnati insieme a seguire il caso dell'assassino di Lucie Blackman, capite da voi solo leggendo questa breve sinossi che è materiale per Michael Mann, non solo per quel “Vice” nel titolo.

Il tempo di finire l'ultimo capitolo del libro e Michele Uommo era già al lavoro.

La serie creata da J. T. Rogers per HBO, può vantare tra i produttori esecutivi Michael Mann che proprio come per Luck, ha deciso di dirigere di suo pugno anche l’episodio pilota, quello che dà l’impostazione a tutta la serie. Jake Adelstein qui ha il volto da bravo ragazzo di Ansel Elgort, attore lanciatissimo dopo i suoi ruoli in Baby Driver e nel West Side Story di Steven Spielberg, che con quella faccia un po’ così quell’espressione un po’ così e il suo 1,90 mt spicca tra gli abitanti di Tokyo più o meno come Woody Allen su un marciapiede di Harlem, una condizione di alieno su cui Mann lavora di cesello per raccontarci la storia del personaggio.

Oggi giochiamo a trova l'intruso.

Uno che insegna inglese ai locali per guadagnarsi da vivere e che impara arti marziali, finendo ripetutamente al tappeto, scelta visiva impeccabile per rendere l’idea della sua condizione di Gaijin in terra straniera, eppure il vero obbiettivo di Jake è un altro, ovvero superare il test per entrare a far parte della redazione di un grande giornale di Tokyo. Michele Uommo ci racconta il nervosismo dello studente facendomi un piccolo regalo: Jake insofferente per lo studio e la sua condizione, cerca un minimo di sollievo ascoltando Release dei Pearl Jam, scelta che conferma il buon gusto musicale di Michael Mann oltre che farmi molto contento, peccato che sia solo una scena di raccordo e non uno di quei momenti musicali con cui Michele Uommo ha saputo creare grandi momenti cinematografici, ma lo considero un regalo lo stesso, grazie signor Mann!

Il fan dei Pearl Jam in me ringrazia sentitamente.

Il test di Jake va male e bene in parti uguali, per essere uno che parla giapponese come se fosse la sua prima lingua, l’agitazione lo frega e il ragazzo si dimentica di rispondere alle ultime domande, quelle sul retro del foglio, un errore da pirla (che è una tipica espressione giapponese per indicare... Vabbè, un pirla) che mette fine ai sogni di gloria del ragazzo. No, perché comunque Jake è il classico eroe Manniano, uno così dedito al suo obbiettivo da totalizzare il punteggio migliore malgrado una parte di compito lasciato in bianco, questo gli apre le porte del giornale dove trova Emi Maruyama (Rinko Kikuchi) nel ruolo di sua responsabile e supervisore.

"Questa pilota a gli Jaegers, fossi in te non la farei incazzare"

Il metodo Manniano si vede tutto in questo episodio pilota, la ricerca del realismo non manca nemmeno qui, tanto che la puntata è quasi tutta (per ovvie ragioni) in giapponese, quindi menzione speciale per il talento di Ansel Elgort che ha dovuto imparare un intero copione in giapponese. Questa trovata linguistica non è solo un vezzo di Mann, ma il modo con cui il regista di Chicago sottolinea la distanza culturale tra il suo protagonista e il resto del mondo che lo circonda, infatti il pilota di “Tokyo Vice” è pieno di giochi di parole, di piccole incomprensioni, come quando i colleghi giapponesi di Jake lo credono un membro del Mossad, quando lui ha solo detto di venire dal Missouri.

Oppure il gioco di parole tra “Chicks” e “Chicken” che non ho idea come verrà tradotto quando e se la serie sbarcherà qui da noi, insomma un po’ di “Lost in translation” (passatemi la citazione) su cui Mann lavoro di cesello, anche se l’obbiettivo finale è, ovviamente, parlare di Yakuza, una serie di cadaveri ritrovati con le mani sfregiate e piene di tagli sono la pista che il testardo Jake comincia a seguire, con il supporto di un anziano poliziotto di nome Hiroto Katagiri, interpretato da Ken Watanabe, attore che da sempre fa da ponte tra Stati Uniti e Giappone e qui risulta una scelta perfetta.

Se siete appassionati di tatuaggi, lui sotto la giacca sfoggia più inchiostro di una copisteria.

Capite da voi che “Tokyo Vice” sempre fatto dal sarto per Mann, ci sono i giornalisti come in Insider, la criminalità raccontata attraverso gli occhi del giovane Yakuza Sato (Show Kasamatsu) protagonista di diverse sottotrame, ma ci sono anche due personaggi principali opposti, ma uguali negli intenti, tutta roba con cui Mann va a nozze. Anche perché, a ben guardare, proprio da Miami Vice (serie) passando per Miami Vice (film) e Blackhat, il regista di Chicago ha sempre avuto una certa fascinazione per le bellezze orientali, anche se la parte romantica della storia è garantita da Samantha Porter (Rachel Keller).

L’entrata in scena del personaggio di Rachel Keller è puro Mann, in un locale la ragazza al karaoke (più giapponese di così non è proprio possibile) sta cantando una versione con strofe in giapponese di “Sweet Child O' Mine” dei Guns N' Roses, se non ci fossero altri episodi e una trama da portare avanti, state pur certi che Jake e Rachel finirebbero lingua in bocca in tempo due secondi, il tipo di amore a prima vista tipico della storie di Mann, quello che inizia con uno sguardo (elemento chiave in tutta la poetica Manniana) com'era stato per Cora e Occhio di Falco o tra John Dillinger e Billie.

"Perché non ti piacciono i Guns N' Roses?"

Trattandosi di una serie tv le trame devono proseguire seguendo il libro, anche se il responsabile della serie J.T. Rogers ha dichiarato che gli autori si sono presi qualche libertà rispetto al testo originale, anche per esplorare le vite degli altri personaggi, infatti “Tokyo Vice” prosegue l’indagine anche se devo essere onesto, dopo il pilota di Mann il suo metodico lavoro di ricostruzione e aderenza alla realtà viene un po’ meno.

Se il primo episodio è quasi tutto parlato in giapponese, in altri episodi (“1x04 - I Want It That Way” dove viene fornita una spiegazione tutta orientale alla canzone dei Backstreet Boys, dopo quel pezzo per voi non sarà mai più lo stesso) ci sono scene in cui in redazione, tra colleghi giapponesi, i dialoghi sono tutti in inglese, mi chiedo perché debbano tutti parlare la lingua di Jake quando lui parla un giapponese perfetto, capisco la concessione al pubblico, ma è chiaro che Mann era stato molto più realistico nell'episodio da lui diretto.

Un'altra coppia di professionisti dediti al loro lavoro per Mann.

In ogni caso, “Tokyo Vice” resta una serie più che valida, per uno come me tirato su con i film di Takeshi Kitano vedere tutte queste trame investigative e questi Yakuza impegnati ad affettarsi le dita è una gioia, per altro la serie a livello di gradimento ha ottenuto un alto numero di ascolti negli Stati Uniti, quindi abbiamo la speranza che non faccia la (brutta) fine di Luck (ammazzata prima del tempo), anche perché la prima stagione si conclude salendo di colpi, sarà interessante proseguire l’indagine di Jake, magari con qualche altro episodio diretto da Mann, non mi dispiacerebbe affatto.

Ken Watanabe nella posa degli eroi della Bara.

Ma se “Tokyo Vice” prosegue, questa rubrica per ora, termina qui la sua corsa, anche se sono sicuro che prima o poi arriveranno altri titoli firmati dal regista di Chicago, proprio la sua biografia su Enzo Ferrari, ad esempio, m'interessa molto. Ci tenevo a portare il cinema di Michael Mann su questa Bara, in un mondo giusto, scorrendo le pagine dei Social-Così le bacheche dovrebbero essere piene di film di Michele Uommo, anzichè sempre di quella manciata di (per carità, bellissimo) titoli che tornano sempre fuori, dal mio punto di vista Mann è un regista rispettato, ma troppo poco ricordato, forse anche troppo poco compreso nella sua importanza, spero di aver contribuito in minima parte per quanto mi è possibile ad averlo fatto conoscere un po’ di più, per me è stato un piacere in quanto Manniano di lungo corso, mi auguro anche per voi e visto che mi ha fatto il regalo di inserirla in “Tokyo Vice” io gliela contro dedico… Musica!

10 commenti:

  1. Dài, confessa, questa serie e relativa recensione te la sei inventata per finire col botto la rubrica: è tutto uno scherzone! :-D
    Scherzi a parte, è incredibile il tempismo e Mann dovrebbe mandarti almeno un ringraziamento: per esempio io non avevo mai fatto caso che mi ero perso così tanti film della sua produzione, era in pratica un nome fra tanti e invece ho scoperto un autore. Per tutta questa positività Mann dovrebbe mandarti almeno un cesto-regalo :-P
    Il problema linguistico che sollevi è uno di quelli che non riesco a capire: un film non dovrebbe parlare nella lingua dello spettatore? Invece per supposte regole di verismo abbiamo film assurdi dove la gente parla una lingua che non parlerebbe mai solo perché pensano così di essere più veri. Era meglio il doppiaggio italiano di una volta, quando tutti parlavano italiano :-D

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    1. Se me la fossi inventata, non sarebbe venuta fuori così spudorata ;-) Grazie a te per aver seguito tutti i capitoli, McTiernan aveva risolto il problema con un colpo da grande uomo di cinema, Mann qui ha puntato sul realismo, i registi dopo di lui invece, giù di inglese senza senso, anche se capisco che una serie tutta in giapponese possa essere troppo per il pubblico americano ;-) Cheers

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  2. Bellissima monografia su un autore che ha dato tanto alla TV e al cinema, creando iconografia a palate, ma sempre con tanta sostanza che non è sfuggita a chi non si è fermato alla patina delle sue opere...
    Tokyo Vice l'avevo già "fiutata", tanto che ne ho scritto anche sul tuo blog, non fosse altro che per la presenza di Ken Watanabe che considero un grande attore, quindi sicuramente dà ancora più lustro a questa ultima produzione.
    Discorso doppiaggio: visto che per lavoro, purtroppo, non ho più la possibilità di utilizzare la lingua di albione e visto che le lezioni di giapponese che ho fatto mi sono servite poco o nulla, poteva essere una buona occasione per prendere due piccioni con una fava, se avessero mantenuto l'impostazione della puntata pilota... Vedremo quando uscirà su una delle piattaforme disponibili in Italia, comunque è forse il telefilm che attendo di più, soprattutto perché è diverso da quanto viene proposto ultimamente... Buon venerdì sera!

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    1. Grazie mille, ho colto l'occasione per omaggiare uno dei miei preferiti e portare anche questa serie sulla Bara, ora che la porti qualcuno in Italia, buon venerdì anche a te ;-) Cheers

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  3. Tempestiva al massimo, direi.
    Ne avrò sentito parlare sì e no un paio di settimane fa.
    Spero di vederla il prima possibile, sia da appassionato di Mann che del Giappone in generale.
    Per il resto ti ringrazio per questa esauriente retrospettiva su uno dei miei registi preferiti di sempre, realizzata con cura e precisione certosine.
    E visto il soggetto trattato, non poteva essere altrimenti.
    Tra Friedkin e Mann ultimamente posso dire di aver fatto il pieno.
    Ma sono lo stesso curioso su chi potrebbe essere il prossimo...
    Intanto complimenti.

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    1. Ci tenevo molto ad entrambi, hanno formato la mia passione per il cinema poliziesco, per il prossimo nome, sono già al lavoro, posso dirti che sarà grande, forse la rubrica monografica più lunga di questa Bara, non vedo l'ora di iniziare. Cheers

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  4. Michael Mann ha approvato tutte le puntate di questa rubrica (e io mi aspetto di approvare "Tokyo Vice", quando riuscirò a vederla) ;-)

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    1. Aspetto il tuo parere e mille grazie ;-) Cheers

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  5. Speriamo arrivi da noi

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    1. Dita incrociate e occhi su Sky, di solito loro comprano la roba targata HBO oltre ad aver già portato da noi anche l'altra serie di Mann, "Luck". Cheers

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