venerdì 27 maggio 2022

Nemico pubblico - Public Enemies (2009): bye eye Blackbird

Tirate fuori il cappotto dall’armadio e indossate il Fedora, oggi ci metteremo sulle tracce di una leggenda americana, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Macho Mann!

Chicago. Cosa vi viene in mente se vi dico il nome di questa città? I Bulls, la pizza alta locale, il Blues e i film di Gangster, un argomento che Michal Mann, nativo della città del vento aveva affrontato nella serie tv “Crime Story”, due stagioni che non hanno avuto il successo di Miami Vice, ma sono rimaste nel cuore di quei pochi che hanno avuto il tempismo per vederla, visto che la serie con Dennis Farina è quasi scomparsa dai radar.

Cos'abbiamo imparato da questa rubrica sull’andamento della carriera di Mann? Che per il nostro il piccolo schermo è la palestra dove si sperimenta, mentre il cinema è dove si mette tutto in bella copia, quindi prima o poi Michele Uommo era quasi destinato a portare sul grande schermo una storia di Gangster e tanto per non farsi mancare niente, ha scelto solo il più famoso della storia della criminalità: John Dillinger.

Anche se i due per incontrarsi hanno fatto un giro piuttosto lungo, inizialmente “Public Enemies” avrebbe dovuto essere, guarda caso, proprio un progetto per il piccolo schermo, finanziato dalla HBO e con Robert De Niro a bordo nel ruolo di produttore esecutivo, lo sceneggiatore selezionato per scrivere il film, però, preferì completare le sue ricerche al meglio, ecco perché Brian Burrough pubblicò il saggio “Public Enemies: America's Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933–34” (2004), prima di contattare nuovamente la HBO che nel frattempo aveva lasciato andare il progetto, finito nelle mani di due nuovi produttori di lusso: Michael Mann e Leonardo DiCaprio, interessati uno a dirigere il film e l’altro ad interpretarlo.

"Ok, Leo continua cos... Ehi! Ma tu non sei DiCaprio!"

Ma siccome quando Martin Scorsese chiama, tutti rispondono, DiCaprio uscì di scena presto per finire a recitare in “Shutter Island”, guardandosi intorno Mann finì per trattare con due dei nomi più caldi del periodo ad ovest del buon vecchio Leo: Johnny Depp sarebbe stato John Dillinger e dopo una lunga trattativa, Christian Bale si sarebbe calato nel complicato ruolo dell’agente dell’FBI Melvin Purvis. Difficile trovare due più talentuosi e odiosi (per il sottoscritto) più di questi due, ma al netto dei risultati forse anche i più adatti.

Come da sua abitudine, Michele Uommo rimette mano alla sceneggiatura, insieme a Ronan Bennett e Ann Biderman, allo stesso modo applica la sua maniacale cura per il dettaglio a tutta la storia, la ricostruzione storica in “Nemico pubblico” è come al solito impeccabile, diventa palese guardando il film, senza bisogno di inutili spiegazioni che gli Stati Uniti del 1933 erano l’età dell’oro delle rapine in banca, un nuovo Far West in pieno “Middle East” americano, scorazzando e sparacchiando tra l’Indiana e Chicago, nessuno riesce a fermare la banda di John Dillinger che ha un vantaggio strategico, ma anche tecnologico, perché guida Cadillac con motori V8 e spara con mitra Thompson, sempre due mosse avanti all’FBI costretta a correre ai ripari per salvare la faccia, a proposito di faccia, Billy Crudup nei panni di J. Edgar Hoover è quasi irriconoscibile in questo film.

Leggendario, inossidabile, il più grande attore della storia del cinema Mitra Thompson. L’altro è uno con un bel cappello.

Come Dillinger, Mann rimette insieme tutta la banda, Dante Spinotti alla fotografia, l’alternanza tra digitale e girato in pellicola (che si alterna spesso senza soluzione di continuità), ma soprattutto tornano tutte le tematiche manniane, altri due professionisti, dediti completamente al loro lavoro ai lati opposti della barricata, di nuovo un rapinatore e uno sbirro come Heat, anche se qui volutamente manca il faccia a faccia tra questi due opposti, forse perché la vera sfida di questi personaggi è come loro stessi e soprattutto contro il tempo, sempre troppo poco, come per tutti gli eroi e antieroi manniani.

“Public Enemies” è per prima cosa una sfida per Mann, esistono centinaia di film e adattamenti della vita di John Dillinger, il mio preferito, quello più a sangue caldo di tutti resta Dillinger di John Milius che sono sicuro Mann sia andato a rivedersi prima di dirigere la sua versione. La versione di Michele Uommo è una bestia a sangue freddo come il suo rapinatore, perfetto rappresentante del cinema di Mann, dove ad una prima occhiata sembra tutto freddo e distaccato, ma in realtà i sentimenti ci sono, spesso molto intensi, ma bruciano come fuoco sotto la cenere, anche perché i personaggi di Mann non hanno tempo, anzi per certi versi “Nemico Pubblico” è il film più di corsa di tutta la sua filmografia.

Faccette, nemmeno nel suo percorso di studi all'Università Mann per la recitazione riesce a farne a meno.

Proprio come Alì questa biografia è anti cronachistica, se conoscete i fatti li ritroverete raccontati solo attraverso il filtro del cinema, anche perché se la vita di Muhammad Ali è di pubblico dominio, quella di John Dillinger negli Stati Uniti è Vangelo, credo che i bambini a scuola studino le sue gesta, un novello Robin Hood con Fedora e mitra Thompson che Mann non ha bisogno (ne voglia, il suo obbiettivo è altrove) di raccontare per filo e per segno, infatti il suo film inizia di corsa e non si ferma mai, quando si ferma, vuol dire che ormai è troppo tardi per i protagonisti, ancora una volta anche per loro, il tempo è fortuna.

Di corsa è l’evasione dal carcere dell’Indiana che apre il film, il tempo di vedere la faccia da schiaffi (senza baffi, più avanti ci torniamo) di Johnny Depp e già lo vediamo costretto ad abbandonare uno dei suoi, appeso e ferito all’auto in corsa, tanto per mettere in chiaro la fretta di questo (anti)eroe che dovrebbe essere il cattivo, invece si comporta come il buono, infatti per noi spettatori lo sarà.

Pennellate di blu Manniano anche in digitale.

Di corsa è l’entrata in scena di Melvin Purvis, Christian Bale non parla nemmeno, perché sta correndo dietro a Pretty Boy Floyd (Channing Tatum, anche lui abbastanza irriconoscibile), sulle note della fighissima “Ten milion slaves” (dal 2009 fissa in tutte le mie playlist, storia vera), questo inizio sembra una versione in piccolo della scena finale di Heat, ideale per mettere in chiaro che Purvis è un mastino che non mollerà l’osso per niente al mondo, infatti in questo tripudio di cappotti lunghi, Fedora e mitra Thompson, tutto avviene di corsa, anche la sua nomina ad agente assegnato alla cattura del nemico pubblico numero uno della nazione. Lo apro subito il paragrafo su “Ciau bale”? Dai, diamoci dentro.

Entrate in scena grandiose, tanto quanto la selezione musicale.

Lo ammetto candidamente: Christian Bale mi piaceva di più quando si sceglieva i ruoli con più cura, dopo Batman è un attore sovraesposto che faccio fatica anche a sopportare quando mi si para davanti nei film, eppure qui è perfetto, cazzo, dev'essere stato complicatissimo tirare fuori una prova così misurata basata su un personaggio che non offre nessun appiglio al pubblico per provare non dico empatia per lui, anche solo fare il tifo per quello che dovrebbe essere il buono della storia. Per capire Purvis bisogna attendere la frase alla fine del film, l’unico momento dove “Nemico pubblico” rallenta la sua corsa, dove il destino dei sopravvissuti ci viene raccontato con una frasetta, Purvis dopo aver adempito al suo compito e lasciato l’FBI si è suicidato, una vita per la sua missione che è la quintessenza del personaggio manniano, fuori gelido dentro un cuore in fiamme, provate a riguardare ”Public Enemies” con questa informazione chiara in testa e poi forse sarà più facile valutare la prova di Bale e tutto il discorso sulla presunta freddezza dei film di Michele Uommo.

La corsa contro il tempo dei protagonisti che in quanto personaggi storici e non di fiction hanno la strada (e il destino) segnata, passa anche attraverso il corteggiamento, come Occhio di Falco e Cora, come Sonny e Isabella, anche Dillinger e Billie (Marion Cotillard) s'innamorano al primo sguardo, tema carissimo a Mann che porta avanti anche in questo film, i due ballano sulle note di “Bye eye Blackbird” che diventa la loro canzone, Dillinger le chiede subito di scappare con lui e quando Billie dice di non sapere niente di lui, la risposta è lapidaria: « Mi piacciono il baseball, macchine veloci, vestiti eleganti, il whisky e te. Cos'altro c'è da sapere?», l’amore per Mann è colpo di fulmine, il romanticismo manifesto e il tempo per i suoi personaggi, sempre troppo poco.

Didascalie che non leggerà mai nessuno presenta: Marion Cotillard.

Bisogna dire che manifesta è anche la spavalderia di Dillinger che parla spesso per freddure, ad esempio quando Billie gli chiede se è tanto che vive nella stanza d’albergo, lui serissimo le dice «Sì, da ieri», quindi bisogna dire che questo Dillinger spesso sfoggia l’umorismo dei personaggi di Adriano Celentano, in tal senso anche l’altro attore che mi fa sanguinare gli occhi con la sua apparizione nei film, Johnny Depp, qui funziona. Non riesce a limitare il suo “faccettismo” nemmeno all’Università per attori Mann, questo vuol dire che quel suo costante esibirsi in facce e faccette è una piaga di cui non ci libereremo mai (se non ci è riuscito Michele Uommo, nessuno può), ma per assurdo quei suoi sorrisetti a mezza bocca ben si applicano al personaggio, è un tripudio di facce e faccette anche la prima scena al cinema, quella dove i poliziotti chiedono al pubblico in sala di guardare le persone sedute accanto a loro, in cerca di qualcuno con la faccia da John Dillinger, malgrado gli sguardi di Depp, si resta aggrappati ai braccioli della poltrona lo stesso anche dopo averla vista più volte quella scena.

I momenti così in “Nemico pubblico” abbondano, il faccia a faccia in cella tra inseguito e inseguitore è fugace, di fretta anche quello come tutto in questo film («Si trovi un lavoro in un altro settore Melvin»), anche se uno dei miei preferiti è la sparatoria notturna, lo scontro a fuoco con gli uomini guidati da Stephen Lang (una delle tante facce note nel mucchio, insieme ai vari Giovanni Ribisi, Stephen Dorff e Stephen Graham, divisi nei due schieramenti tra guardie e ladri), Dante Spinotti fa il solito lavoro eccelso anche con la fotografia in notturna in questa sequenza girata in digitale, dove proprio come in Miami Vice, i colpi sparati hanno un suono così realistico che in sala (ma anche rivedendo il film a casa), viene voglia di tenere già la testa per non essere colpito.

"Giù la testa coglione" (cit.)

Gli unici momenti in cui “Nemico pubblico” sono quelli dove John e Billie provano a ritagliarsi degli spazi («Il tempo è fortuna»), una veloce scena al mare che con Mann non può mai mancare prima di fare l’ultimo giro insieme parafrasando le parole del rapinatore, nella corsa disperata dei personaggi verso i loro destino segnato dai fatti che gli Americani studiano sui banchi di scuola, ci sta tutto il romanticismo dei film di Mann, quel romanticismo da cromosoma Y, da uomini che non dicono, ma dimostrano con i fatti, sempre tenendo a mente quello che vi dicevo prima sulla storia di Melvin Purvis, provate a rivalutare la scena in cui l’agente dell’FBI entra nella stanza dell’interrogatorio di Billie e la porta fuori a braccia, era uno dei momenti chiave anche del film di John Milius, qui forse è l’unico momento in cui Mann concede qualcosa anche allo sbirro del film perché come spettatori, si possa almeno comprenderlo, perché, come detto, la vera sfida dei personaggi di questo film è con loro stessi.

Com'era quella sull'eroe di cui abbiamo bisogno e bal(l)e varie?

Dillinger è un personaggio come Alì, strabordante, “Larger than life” direbbero gli Yankee (e i Backstreet Boys, che sono Yankee quindi tutto torna), allo stesso modo “Nemico pubblico” è come Alì: la storia di un personaggio che costruisce se stesso, il suo mito, ecco perché uno dei pochi momenti in cui Mann concede al film di rallentare è la scena in cui Dillinger, con nuovo baffo e paglietta in testa, s'infila nella stazione di polizia, guarda le fotografie appese dei ricercati, ovvero della sua banda (perché i personaggi di Mann partono sempre dallo sguardo, per costruire le loro storie, da Dollarhyde in giù, nessuno escluso.). Cercatevi una foto di John Dillinger su Google, quasi sicuramente ne uscirà fuori una con i caratteristici baffetti, quelli che Depp sfoggia solo nella parte finale del film, quando il mito di Dillinger si completa e quando non sono le tue azioni in vita a renderti tale, di solito è la morte a farlo.

La scena nella stazione di polizia è l’equivalente locale dell’attraversamento del Coyote di Collateral, una pausa nella narrazione, quasi una frattura, per lasciare spazio ai personaggi, da qui in poi tutto è apparecchiato per il gran finale, che Michele Uommo rende cinema grazie... Beh, ad un cinema.

Un personaggio che crea se stesso, ovviamente attraverso il cinema (letteralmente)

Dopo aver creato la sua leggenda, Dillinger si rifugia al cinema per guardare “Le due strade” (1934), i baffetti di Clark Gable sono gli stessi, le frasi del personaggio sembrano mettere finalmente sotto forma di parole i pensieri che Dillinger non ha mai avuto il tempo di esprimere, per certi versi “Manhattan Melodrama” è già un film sulla vita di Dillinger e a dircelo è proprio il personaggio che ha completato il suo percorso e quindi può lasciare che a questo punto la storia (e il suo destino) lo catturi definitivamente. A differenza di Alì, Mann non ci lascia così, con il personaggio al suo meglio ma questa volta fa l’ultimo passo perché la sua storia, il suo film non è ancora finito.

Quando la storia e il destino ha richiesto il suo tributo di sangue, allora finalmente “Nemico pubblico” può rallentare, quasi fermarsi sul volto in lacrime di Billie, un primo piano che dura... Boh? Un’infinità e mezza. Non c’è una sola altra scena del film su cui Mann si soffermi di più. Per la storia le ultime parole di Dillinger resteranno per sempre un boffonchiare incomprensibile, per la storia racconta da Mann le ultime parole di Dillinger devono essere per forza per Billie, bye eye Blackbird, poi dicono che il cinema di Michele Uommo è troppo freddo, distaccato e senza sentimenti, eh?

Il cinema di Mann, quello privo di emozioni. See buonanotte anzi bye bye (blackbird)

Un film di Gangster, per di più uno su un argomento inflazionato come la vita di Dillinger nel 2009 è un mezzo suicidio, eppure “Public Enemies” intercetta un certo ritorno di questo genere, Gangster Squad (2013), "Black Mass" (2015) volendo anche The Irishman, il film incassa benino anche (e forse soprattutto) grazie alla presenza del divo protagonista, ma come al solito porta a casa i soliti commenti tiepidi da parte della critica, specialmente negli Stati Uniti. La costante di tutti gli ultimi film di Mann è quella di aver saltato il fosso, portando in scena un linguaggio che trattando il pubblico come un essere pensante, per assurdo risulta ostico, non allineato ai canoni della Hollywood degli spiegoni e delle biografie edulcorate, per questo titoli come Blackhat sono stati ingiustamente maltrattati ed avendolo già trattato questo film (ma è in arrivo la versione riveduta e ampliata del post, storia vera), la rubrica su Michael Mann dovrebbe concludersi qui, invece da quando questa Bara è partita in volo sulle piste del regista di Chicago, il nostro ha ricominciato a correre, per farsi inseguire come Dillinger, quindi ci rivedremo qui tra sette giorni, per un'altra corsa non mancate!

22 commenti:

  1. Dei film a qui Christian Bale a preso parte,tendo a preferire roba come "Equilibrium" di Kurt Wimmer,molto sottovalutato e da riscoprire!

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    1. Ci può stare, ma non fa parte della rubrica su Mann. Cheers

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    2. SuperMann😂😂😂 sono un cretino, lo so

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    3. Lascia stare, che sono quasi arrivato alla fine della rubrica senza mai fare quella battuta, quasi un miracolo per i bassi standard delle mie freddure ;-) Cheers

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  2. Altro grandissimo film, a parer mio inspiegabilmente sottovalutato rispetto ad altre sue opere.
    Dillinger alla fine era uno spietato criminale, che l'immaginario collettivo ha dipinto ed eletto ad una sorta di eroe proletario che combatteva i ricchi, il potere e l'autorita' costituita come le bande di James e di Quantrill ai tempi del west. Che in realta' non erano che volgari fuorilegge.
    Proprio come da noi, con un sacco di gentaglia che con la scusa della lotta di classe compivano razzie e delitti di ogni tipo.
    Qui e' tutto molto romanzao, , ma e' interessante l'analisi che ne esce fuori.
    Ovvero storie di uomini, delle leggende che si creano attorno ad essi e dell'incapacita' di stare dietro alle stesse.
    Gli uomini non tengono il passo delle leggende, e' inutile.
    Anche se Mann ricostruisce tutto con la solita cura maniacale e certosina, rappresentando aneddoti che per quanto documentati, paiono assurdi.
    Anche se non sarebbe la prima volta che la realta' si dimostra piu' inverosimile della fantasia.
    Basto vedere l'evasione, talmente rocambolesca da risultare quasi comica. O il fatto che Dillinger entri in una stazione della polizia senza che nessuno lo riconosca.
    Ma d'altronde sarebbe l'ultimo posto dove uno si aspetterebbe di trovarlo, no?
    Su Depp nutrivo qualche dubbio, che gia' non lo reggevo piu'. Ma esattamente come con Smith, Mann riesce a farmi andar bene anche quelli che non sopporto.
    Su Bale nessuna paura. Oh, li' son gusti. Ma carattere (schifoso) a parte, ai tempi era tra i miei attori preferiti.

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    1. In genere nei film di Mann non vi e' molta distinzione tra buoni e cattivi. Ma qui le differenze si annullano.
      Hoover e' un'arrivista, che sfrutta l'istituzione che lui stesso ha creato per arrivare alla Casa Bianca (e vi riuscira'), e indice una conferenza stampa persino quando si soffia il naso.
      Logico che quelli sotto di lui siano identici.
      Purvis e' un burocrate, affamato di carriera, che non si ferma di fronte a nulla. E che per catturare Dillinger mette su una banda di tagliagole identici ai criminali a cui danno la caccia, se non peggio. Che ricorrono persino a pestaggi e torture (la scena dove torchiano il gangster ferito da' fastidio persino fisico) , pur di estorcere informazioni.
      Ma le donne si lasciano stare. E infatti la scena dove interviene per salvare la compagna del suo rivale e' un punto a suo favore. Anche se poi la liquida con un "Si riveduta, per favore".
      Nessuna empatia. E infatti tratta John per quello che e'. Un pendaglio da forca.
      Per gli altri e' un genio, un ribelle, un adorabile matto. Non per lui.
      "Non ci sara' nessun vedremo, Dillinger. Lei finira' in galera, e ci restera' fino al giorno in cui la porteranno a penzolare appeso a una corda. Non c'e' altro da aggiungere."
      In quanto a Dillinger, la parte dopo l'evasione e' quella che preferisco.

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    2. E' una leggenda, un grande, e tutti lo rispettano. Ma ormai il mondo e' andato avanti senza di lui. La criminalita' organizzata si e' gettata nell'imprenditoria, le rapine non rendono piu'.
      Ma lui solo quello sa fare, e per continuare ormai puo' rimediare solo i pazzi e i disperati. Gente che assalita le banche piu' per la prospettiva di uccidere che per il bottino.
      E qui Mann getta una luce nuova. Perche' all'inizio c'era piu' organizzazione, piu' stile, piu' rispetto.
      In una vera rapina non c'era bisogno di ammazzare nessuno, se filava tutto liscio.
      Quindi a creare l'icona di individuo sanguinario sarebbero stati i tizi che si trascinava dietro. Perche' un capo e' sempre responsabile di quel che fanno i suoi uomini.
      Purtroppo non era nemmeno colpa sua. Quello gli era rimasto, purtroppo.
      Finisce in uno scontro tra macellai, dove vince il piu' cattivo. Come in ogni guerra.
      La sua fine e' quasi banale, senza gloria.
      Termina con un'uccisione quasi a sangue freddo, con un colpo sparato a bruciapelo.
      Pero' si prova quasi un senso di sollievo.
      Ha smesso di scappare, di correre, di affannarsintanto.
      Finalmente.
      Una fine che pero' non lascia soddisfatti i suoi inseguitori.
      Sara' un caso che Purvis finira' suicida?
      Forse si era rotto qualcosa pure dentro di lui.
      Scene con cifra stilistica a pacchi pure qui: tipo la sparatoria in cui tirano le cuoia quasi tutti i gangsters, con la tecnica in presa diretta ripescata dritta da "Miami Vice", che gia' mi aveva esaltato.
      Qualcuno potrebbe dire che all'epoca la tecnologia non poteva permettere riprese simili, e io rispondo E CHI SE NE FREGA.
      Ma mi sono rimasti impressi i due balzi. Quello fatto da Depp oltre il bancone e quello compiuto dal vice di Purvis lungo il pendio, che termina con lo sbirro col fucile gia' puntato, col colpo in canna e pronto a far fuoco.
      Innaturalmente lunghi, sembra che non finiscano mai.
      I due paiono volare, galleggiare nell'aria, come Jordan prima di fare canestro.
      Lo ammetto, estetica fine a se' stessa. Pura pornografia visiva, come diresti tu.
      Puro godimento per lo spettatore, a parer mio. E di nuovo, chi se ne frega se' e' implausibile.
      E si', "Ten Million Slaves" e' strepitoso.
      Filmone.

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    3. Piccola correzione:
      Era "Si rivesta, per favore."

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    4. L’estetica per Michael Mann non è MAI stata fine a se stessa, più o meno è dall’inizio della rubrica che lo ripeto ogni venerdì. Non capisco cosa intendi quando dici che all'epoca la tecnologia non poteva permettere riprese simili. Cheers

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    5. Dove sarebbe comico questo film esattamente? Cheers

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    6. No, mi riferivo ad alcune critiche (strampalate) sul fatto che i film pseudo-storici non dovrebbero venire rappresentati con effetti digitali o con un taglio registica moderno, perche' non corrisponde alla realta'.
      Hai presente la scena di Titanic con le riprese a volo d'uccello?
      Ecco, in parecchi criticarono la scelta perche' a detta loro nel 1912 non esistevano i mezzi per effettuare riprese di questo tipo.
      Si', e' un cercare il pelo nell'uovo.
      A parer mio una scena, se hai i mezzi, perche' mai non dovresti rappresentarla nel miglior modo possibile?
      Sul comico no, al piu' viene da sorridere.
      Se non fosse che nella realta' cose simili avvengono di continuo.
      Giustamente Mann, nella sua perfezione, rappresenta tutori della legge tutt'altro che infallibili. O talmente instupiditi dalla routine da non accorgersi nemmeno quando uno gliela fa sotto al naso.
      Vien da credere che sul serio ci sono momenti in cui tutti guardano dall'altra parte, e non solo chi sta favorendo la fuga.
      I piu' lasciano correre senza volerlo.
      Se si pensa che tre mesi fa circa uno e' riuscito a scappare ancora grazie al lenzuolo appeso alle sbarre!
      Nel 2022!
      Ovviamente ritengo che la scarsita' di uomini, mezzi e la fatiscenza delle strutture abbia il suo peso.
      Contiamo che persino Alcatraz, per essere un penitenziario di massima sicurezza, faceva acqua da tutte le parti.
      La sua inespugnabilita' la garantiva il territorio circostante, soprattutto. Per via del lungo tratto di oceano che la separava dalla costa, perennemente mosso e spesso infestato da squali.

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    7. Negli anni '30 appena esisteva il sonoro, quindi i film di gangster dovrebbero essere tutti film muti? Ma qualcuno davvero scrive queste menate? :-D Non ci trovo ironia, al massimo sono le coincidenze, che Mann sa usare nelle sue storie (vedi "Heat"). Cheers

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  3. Lo confesso, altro titolo di Mann che ho saltato per colpa di Depp (neanche sapevo fosse di Mann!), erano anni che Johnny era ovunque e la mia sopportazione era bella che esaurita. Ora che ti ho letto, il recupero sarà più facile, anche se vedere Depp in un qualsiasi film è per me fonte di dolore fisico :-P
    Ah, e la didascalia sul mitra Thompson è geniale ^_^ Davvero un'arma che ha scritto la storia del cinema.

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    1. Ti comprendo perfettamente, ho sofferto per la scelta di casting ma devo dire che alla fine è quella giusta. Da anni ho in testa una roba in più parti su Mitra Thompson, devo solo decidermi ad iniziarla ;-) Cheers

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    2. Come fratello Lucius, anche io ho saltato questo film per la presenza di Depp, che guardacaso, continua a importunare ancora con il processo che lo vede contrapposto alla ex moglie, un misto di farsa e realtà che potrebbe essere materiale per il nostro Uommo.
      Purtroppo i mitra, soprattutto l'AK 47, che fa un suono unico quando te lo scaricano addosso (quasi cit.), per quanto abbiano anche su di me un fascino magnetico, sono di triste attualità di questi tempi, se poi anche il mito Steve Kerr sente il bisogno di farci una riflessione, forse siamo davvero arrivati al punto di non ritorno. In ogni caso chiedo scusa per queste riflessioni a ruota libera e ne approfitto per segnalare la scomparsa di un altro grande come Ray Liotta, che dava parecchi punti a Depp ma non ha avuto la stessa fortuna... Ciao

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    3. Si nota che il film non lo hai visto ;-) Scherzi a parte, pur non apprezzando le scelte di carriera di Depp, devo dire che qui la sua prova è una delle ultime degne di nota, anche se nemmeno Mann ha potuto togliergli il faccettismo, al massimo ha potuto utilizzarlo ai suoi fini, come sempre ha fatto con divi e star. Cheers

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  4. Non trovo particolarmente simpatici né Depp né Bale, ma per Mann si possono anche fare dei sacrifici: in questo caso io l'ho fatto e non sono rimasto deluso, anzi. Entrambi funzionano alla perfezione, nulla da dire (è pur vero che nemmeno Michele è riuscito ad eliminare del tutto il "faccettismo" di Johnny ma, se non altro, l'ha ridotto ai minimi termini piegandolo alla sua visione del personaggio), tanto che nei ruoli di Dillinger e Purvis non ci avrei visto altri migliori di loro (Di Caprio compreso)...
    P.S. E la didascalia sotto Marion Cotillard io l'ho letta ;-)

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    1. Sei riuscito a leggerla in virtù della tua grande forza di volontà ;-) Per il resto è proprio così, alla fine ci voleva una faccia da schiaffi per Dillinger, continuo a preferire Warren Oates, ma Depp qui fa il suo dovere. Cheers

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  5. L' ho trovato purtroppo senza ritmo, però concordo che sia una delle ultime prove di Johnny (Attore più sopravvalutato del mondo)Depp Ps: c'era Channing Tatum?!?!?!

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    1. Si, anche se viene spazzato via da Bale al primo colpo, però si, era proprio lui ;-) In realtà trovo che abbia dei gran crescendo questo film, ogni singola scena parte da “immobile”, solo che ogni volta apre ricominciare da zero, per quello ad una prima occhiata sembra che salga mai di colpi, ma bisogna dire che va anche un po’ a braccetto con il modo di raccontare i sentimenti di Mann, a me tutti i suoi film, alla seconda visione colpiscono il doppio e poi continuano a salire di colpi. Cheers

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    2. Mi sa che era il periodo in cui a Tatum gli si chiedeva di smettere di recitare (critica e pubblico)mi sembrava strano trovarlo in un film d' autore🤣

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    3. Di sicuro, per minuti e visibilità, si sarà più divertito a recitare in G.I.Joe che qui ;-) Cheers

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