venerdì 20 maggio 2022

Miami Vice (2006): il tempo è fortuna

Dicono che un criminale torna sempre sul luogo del delitto, discorso valido anche per alcuni artisti, parliamo di questo nel nuovo capitolo della rubrica… Macho Mann!

Dopo il successo come si dice in questi casi, di critica e pubblico di Collateral, i progetti a cui comincia a dedicarsi Michael Mann sono parecchi, a partire dalla biografia sulla vita di Enzo Ferrari, uno dei cantieri aperti da più tempo associato al nome del regista di Chicago per passare ad un film su Robert Capa, annunciato e poi scomparso dai radar, la leggenda vuole che l’imbeccata giusta a Mann sia arrivata proprio da Jamie Foxx che, dopo due ruoli da sfigatello (recitati entrambi come si fa in paradiso), abbia suggerito al regista che una particina da figo non gli avrebbe fatto proprio schifo, un po’ come il Rico Tubbs di Miami Vice. Che questa storia sia vera o no forse non lo sapremo mai, sta di fatto che Mann si mette a scrivere una sceneggiatura su un film ispirato alla mitologica serie degli anni ’80, immagino che appena lo abbia comunicato a quelli della Universal, negli uffici della casa di produzione sia partito un festino stile Yuppies, con la polverina da naso ripescata dai cassetti dov'era stata riposta da una ventina d’anni.

Ne abbiamo parlato nel corso della rubrica, Miami Vice potrebbe essere la singola serie televisiva più influente del piccolo schermo, quella che ha saputo influenzare le mode, mettendo d’accordo i fanatici dei polizieschi realistici, ma anche i tipi alla moda, figli dei videoclip di EMME Tivì. Normale che alla Universal abbiano fatto i salti di gioia, un film intitolato “Miami Vice” vuol dire accalappiare l’attenzione di chiunque, anche di chi non ha mai visto nemmeno un secondo di un telefilm che comunque conoscono TUTTI, perfetto per piazzarci dentro bei vestiti, auto di lusso, canzoni famose, tutti sponsor paganti disposti a sborsare soldoni per il tipo di pubblicità che un grande film può portarti il tutto patrocinato e reso immediatamente una sicurezza dal nome di Michael Mann, un regista che arrivava da un’infilata clamorosa di non uno, non due, non tre, ma quattro (magari cinque) titoli pazzeschi.

"Mentre tu fai la conta Cassidy, io avrei un film da dirigere se non ti dispiace"

Non è fantascienza l’idea di un autore che torna su un’opera da lui stesso creata, per rielaborarla, provando a dire qualcosa di diverso, nella storia dell’arte gli esempi si sprecano, lo stesso Mann, come abbiamo visto, ha spesso utilizzato il piccolo schermo come palestra e il cinema per mettere in bella copia le sue idee, ma una cosa è prendere un film per la tv (per quanto di qualità superiore) come Sei solo, agente Vincent e trasformarlo per il grande schermo, l’unico rischio al netto dell’investimento economico è che il film possa piacere o meno al pubblico, ma con un monumento come Heat - La sfida, il massimo che poteva accadere a Mann è che il mondo finalmente conoscesse la sua storia per come il regista l’ha sempre immaginata.

Ben altro livello di rischio è rielaborare per il grande schermo Miami Vice, una serie che nel caso migliore è conosciuta da chiunque anche solo per sentito dire e in quello peggiore, è il telefilm del cuore di una porzione di pubblico che di “remake” non vuole nemmeno sentire parlare, perché il reato di lesa maestà degli affetti è subito dietro l’angolo. Inoltre, nessuno ha mai messo in dubbio la paternità di Michele Uommo sulla serie, sarà anche stata creata da Anthony Yerkovich, ma ogni episodio terminava con la scritta in bella mostra “Michael Mann production” e senza la sua cura maniacale per i dettagli, dal realismo delle scene poliziesche ai vestiti selezionati con cura, Miami Vice non sarebbe mai diventata il successo globale che è stato in grado di influenzare la cultura popolare.

Vi sembra di conoscere i personaggi, in realtà è cambiato quasi tutto.

Quindi possiamo escludere da parte di Michele Uommo una certa volontà di marcare il territorio, di ribadire la paternità, se il regista di Chicago ha deciso di rimettere le mani su un’opera già grande sul piccolo schermo è stato perché aveva una storia da raccontare e la voglia di rendere quella storia enorme sul grande schermo. Mentre riguardavo la serie tv degli anni ’80 in occasione di questa rubrica, ci sono stati molti momenti in cui mi sono ritrovato a pensare al film che vidi la prima volta al cinema nel 2006, apprezzandolo poco, non faccio fatica ad ammetterlo, ma è chiaro che Mann sia riuscito a cogliere gli elementi più iconici (e quelli già cinematografici) dall'incarnazione precedente del suo lavoro, per riportarli dove nella sua testa meritavano di stare, ovvero al cinema che per Mann è sempre stato il punto d’arrivo.

I duri ben vestiti James 'Sonny' Crockett e Ricardo 'Rico' Tubbs, sono stati un modo per reinventare i poliziotti del noir, in una chiave di romanticismo forse inedita prima di Miami Vice, per questo la serie era piena di bellezze orientali capaci di portare via il cuore al loro capo Martin Castillo, oppure di scene d’azione estremamente legate ad un elemento umano con cui il pubblico si è sempre identificato, in particolare l’episodio 1x15 (“Smuggler’s Blues” da noi adattato in “Contrabbando”) quello con Trudy imbavagliata e legata a dell’esplosivo pronto ad esplodere, senza ombra di dubbio uno degli episodi più memorabili, è diventato il canovaccio su cui Mann ha re immaginato “Miami Vice” da capo, un’impresa rischiosa sulla carta, ma ancora di più nella realtà delle riprese.

Mullett dal passato, che nel frattempo sono tornati di moda, quindi ha sempre ragione Mann.

Con il ruolo di Tubbs messo in cassaforte e affidato ad un esperto del metodo Manniano come Jamie Foxx, il regista affida il ruolo chiave, quello di Sonny Crockett, ad uno come Colin Farrell, piuttosto quotato in quel periodo, ma ammettiamolo, non un attore che godesse di chissà quale credito nei confronti della critica, se ci pensate è lo stesso tipo di mossa che Mann avrebbe poi replicato con il Chris Hemsworth di Blackhat portando a casa risate a una delle migliori prove da attore di Thor, anche perché i punti di contatto tra i due film sono tanti (entrambi si giocano un abbraccio a dita incrociate identico per non essere una precisa richiesta da parte del regista agli attori, come fa notare Pier Maria Bocchi nel suo libro su Mann), infatti questi film rappresentano l’ultima fase della carriera di Mann, quella più moderna, interamente votata al digitale, in cui i personaggi utilizzano gli ultimi ritrovati della tecnologia e parlano un linguaggio tecnico, frutto delle ricerche accurate di Mann che, però, rischia di tagliare fuori una parte di pubblico, perché tutti gli ultimi titoli della filmografia di Michele Uommo guardano al futuro, proprio come fanno i loro protagonisti, anche per questo non sono film immediati, che richiedono tempo e visioni per essere apprezzati di più o in pieno, a seconda di quanto siate disposti a lasciarvi andare alla pura narrazione per immagini di Mann.

Infatti, la lavorazione è più che complessa, oltre alle massacranti sedute di allenamento sul campo e appostamenti a cui Mann sottopone i suoi attori, affiancati da veri militari ed ex poliziotti (la base del processo Manniano sugli attori), la lavorazione riporta parecchi incidenti, dagli uragani che hanno martellato la Florida fino ai set nel Centro America scelti da Mann per girare, talmente pericolosi che anche la polizia locale aveva paura ad entrarci tanto da dover arruolare bande criminali del posto per garantire la sicurezza, con ulteriori problemi generati proprio da chi avrebbe dovuto vegliare. Tutto qui? No, perché quando piove grandina.

Mann ha regalato la migliore "frase maschia" della carriera di Jamie Foxx.

Lo stesso Mann incassa lamentele dalla sua troupe, il regista spesso e volentieri fa saltare i piani di lavorazione quotidiani, stracciando le pagine della sua sceneggiatura (la prima scritta interamente di suo pugno dai tempi di Heat, per ribadire quanto per Mann questo film fosse sentito), per riscrivere o meglio, girare quasi a flusso di coscienza, guidato dalle immagini e dall'ispirazione del momento, un trasporto che lascia perplesso lo stesso Colin Farrell che intervistato fa l’errore che fanno in tanti davanti al cinema di Mann, quello di etichettarlo come troppo freddo e poco emotivo... Che ingrato, dopo che il regista gli ha regalato forse la sua migliore prova d’attore di sempre.

"Anche senza il forse Cass"

Ma quando piove grandina e anche il pretoriano Jamie Foxx fa lo sgambetto al suo regista, dopo aver portato a casa l’Oscar per “Ray” (2004… a mio modesto parere l’esempio di come NON dovrebbero essere fatte le biografie al cinema, di fatto l’anti-Alì), l’attore pretende più soldi che gli vengono concessi limando qualcosa dall'assegno del suo compare irlandese, poi durante una sparatoria sul set nella Repubblica Dominicana, Foxx prende l’aereo e decide che non avrebbe mai più messo nemmeno un alluce fuori dagli Stati Uniti per girare, perché la sparatoria non era quella orchestrata da Mann, ma una vera scoppiata sul pericoloso set (Storia vera).

Poi chiedetevi perché il suono dei colpi di proiettile in questo film sembra così realistico. 

A questo punto Mann è costretto a cestinare il gran finale in Paraguay, quindi quando guardate “Miami Vice”, probabilmente non ve ne accorgerete nemmeno, ma sappiate che quella sequenza tiratissima, con ostaggi, cecchini, visori notturni ed enfasi a buttare via è il “piano B” di Michele Uommo, una scena per cui molti registi darebbero via due dita di una mano, eppure tutti questi intoppi fanno lievitare i costi, fino a 135 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati, che comprendono anche i tagli al montaggio che Mann ha dovuto fare, sacrificando una mezz'ora buona di girato qua e là, dopo gli esiti tiepidi delle prime proiezioni di prova.

“Miami Vice” alla sua uscita non scalda nemmeno i critici, incassa benino, si paga le spese e va in positivo, ma non è il successo che la Universal sognava, la prima volta che l’ho visto non mi convinse molto, nel corso degli anni mi sono preso il mio tempo per rivederlo e capirlo. La volontà di Mann è chiara: Miami non è più il centro dello spaccio e della criminalità come negli anni ’80, quindi via tutti quei colori pastello, i mocassini senza calzini e anche la Ferrari bianca, anche se questo film rappresenta l’esordio sul territorio americano della Ferrari F430 Spider, il primo modello lo ha fatto importare Mann proprio per il suo film (storia vera).

Poi chiedetevi perchè il budget del film è lievitato più dell'impasto della pizza.

Il crimine è diventato più globale e per questo devono diventarlo anche Sonny e Rico, l’accenno di Mullet e i baffoni di Colin Farrell sono l’ultimo rimando agli anni ’80 che futuro oppure il primo accenno di futuro, visto che la capigliatura è tornata di moda (Mann ha azzeccato anche questa!), i personaggi hanno gli stessi nomi, fanno lo stesso lavoro, ma non hanno alcun legame con i loro predecessori se non quella propensione al romanticismo Macho che piace tanto al regista di Chicago, ma qui operano con carta bianca, sempre sotto copertura come con l’appoggio del governo, in una trama che spazia da FBI a DEA che mette via gli informatori guasconi della serie tv giocandosi al massimo una particina per un attore solido come Eddie Marsan, ci sono ancora il tenente Martin Castillo (affidato ad un altro fedelissimo di Mann, Barry Shabaka Henley) il detective Stan Switek (Domenick Lombardozzi), torna anche Trudy che, ovviamente, qui non è ribattezzata “Big Ass Trudy”, ma è interpretata da un’intensa Naomie Harris, in un film che riadatta tutto al 2006 a partire dalla musica mentre ci dice chiaramente di smetterla di affidarci alle convenzioni narrative a cui il cinema (e il piccolo schermo) ci hanno abituato, non potrebbe essere più chiaro di così fin dalla prima scena, i primi cinque minuti di un film che ne determinano tutto l’andamento.

Il logo della Universal sullo schermo che diventa nero per qualche secondo, dal silenzio parte Numb-Encore nella versione dei Linkin Park con Jay Z, non conosco i vostri gusti e tutto possiamo criticare alle musica tra il rap e il post Nu-Metal dei primi anni del 2000, ma rivisto oggi “Miami Vice” è ulteriormente migliorato perché nel frattempo i gruppi scelti da Mann sono diventati mitici, tutti tranne i Nonpoint, infatti la loro versione del tutto gratuita sui titoli di coda di “In the air tonight” è fuori luogo, un tentativo di ricordare il pilota della serie tv, ma a quel punto il film è terminato, quindi posso anche perdonargli la scelta facilona.

Immagini che potete sentire.

La sequenza iniziale ci butta nel vivo dell’azione, Sonny ci prova con una barista carina nel mezzo di un’operazione in discoteca, sembra di essere di nuovo in una delle scene madri di Collateral, invece Mann disinnesca tutte le nostre aspettative, una chiamata sul telefono di Tubbs e l’operazione salta, uno dei loro informatori è stato bruciato e senza nemmeno pensarci, siamo già dentro una trama più grande, perché “Miami Vice” è tutto così, non ha un momento di sosta, solo l’elemento romantico della storia fa rallentare il ritmo dando spazio e un po’ di tempo ai protagonisti che, ancora una volta, sono professionisti dediti al loro lavoro, come sempre nel caso degli eroi Manniani e per non perdere l’abitudine, sono in corsa contro il tempo. «Il tempo è fortuna» dice Isabella (Gong Li) a Sonny, il loro tempo insieme è l’unico in cui sono veri per davvero (malgrado il ruolo da infiltrato), informatori che si suicidano gettandosi sotto camion in corsa, corse notturne sugli Offshore, irruzioni notturne per colpire il cartello e dare credibilità al loro ruolo da infiltrati, Sonny e Rico corrono corrono corrono, con lo sguardo sempre rivolto altrove.

Come fa l’informatore John Hawkes che guarda l’orizzonte (pensando alla moglie uccisa) prima di fare l’estremo gesto, come fa Sonny intento ad estorcere informazioni, per un attimo esce dal suo personaggio, guardano il mare (da sempre elemento calmante e di pace nei film di Mann) prima di tornare di nuovo al lavoro, «Vivi ora la vita è breve, il tempo è fortuna» e quel tempo Michele Uommo lo concede ai suoi personaggi rallentandolo come un vero demiurgo, ritagliando spazi per Rico e Trudy ma soprattutto per il vero baricentro del film, la storia d’amore tra Sonny e Isabella.

“Fino a Cuba per un Mojito. Per fortuna non ho chiesto una Grolla valdostana”

Il poliziotto infiltrato che s'innamora della moglie del boss, ora vi sfido, trovatemi un archetipo narrativo più vecchio e abusato di questo, oppure pensate di affidarlo ad un regista di minor talento rispetto a Mann, il risultato sarà datato, più di una replica di Miami Vice con i suoi colori pastello rivista da un ragazzo giovane oggi, Mann, invece, ha affinato il suo cinema così tanto da non avere più da tempo bisogno di (troppe) parole, il potere è tutto nelle mani delle immagini, adattandosi, seguendo il flusso come Vincent, Michele Uommo dirige questa storia viscerale in modo viscerale, il trucco con “Miami Vice” è proprio questo: dimenticarsi di tutto quello che avete già visto o che pensate di conoscere già, lasciandosi trasportare dalla immagini, dai silenzi, dall’uso della musica, tre elementi di cui Mann è totale e assoluto padrone, perché come li utilizza lui al cinema, oggi come oggi, nessuno è ancora in grado di fare.

Un tema caro a quel romanticone di Mann è l’amore tra un uomo e una donna che si guardano, perché nel suo cinema parte tutto dallo sguardo, dopo quello nasce il desiderio, come tra Occhio di Falco e Cora in L’ultimo dei Mohicani, «Cosa guardate, signore?», «Guardo voi, signorina» un attimo dopo sono già avvinghiati, per certi versi un timo di amore totale, animalesco se vogliamo, ma puro perché istintivo, reale, perché... Beh, succede anche questo, alla faccia di Hollywood e delle sue convenzioni, che prevedono innamoramenti a tappe prefissate e canoniche, s'innamoreranno così anche John Dillinger e Billie (la prossima settimana su questa Bara), lo fanno i protagonisti di Blackhat e lo fanno Sonny e Isabella che vanno a prendersi un Mojito dove lo sanno fare bene, ovvero all’Havana dritti in motoscafo e poi a fare l’amore sulle note di “Shape of thing to come” degli Audioslave che tornano nella filmografia dopo Collateral e lo faranno ancora nel corso del film.

Il romanticismo è roba da uomini, anzi da Michele Uommo.

“Miami Vice” è principalmente questo oltre a sparatorie e scene tattiche girate con un realismo che levati, ma levati proprio, è il tentativo (riuscito) di Mann di liberare i personaggi creati sul piccolo schermo da ogni tipo di vincono, alla faccia di chi crede che il suo cinema si freddo, distaccato, poco emotivo, le emozioni nei film di Mann sono raccontate come fanno gli uomini, cuori in fiamme dietro facce da duri da cui per ruolo, non deve trasparire nulla, i sentimenti si comunicano con le azioni, infatti Mann rinuncia quasi totalmente ai dialoghi e fa esplodere la passione sulle note di “Wide Awake” che dei tanti video girati dagli Audioslave, il migliore in assoluto è proprio la porzione del film di Mann dove si sente il loro pezzo, con Sonny e Isabella avvinghiati sui sedili posteriori della limousine, provate a concentrarvi solo su quella scena, i gesti dei personaggi vanno di pari passo con la musica, tra tutte le scene “musicali” del regista di Chicago, questa potrebbe essere la più intensa di tutte.

“Miami Vice” è un film che cresce con il tempo e le visioni, nel 2006 non lo avevo capito, ma mi diventa sempre più chiaro ad ogni nuova visione, siamo di fronte al cinema del futuro, maneggiato (o Manneggiato? Scusatemi) da un regista che ha il totale controllo del potere dell’immagine, il finale infatti, quello in cui torna “Shape of thing to come”, resta uno dei più intensi diretti da Mann, con il mare e il “Blu Manniano” a fare da coperta di Linus ad un film che sembra non iniziare e, se per questo, nemmeno finire, l’ultima scena prima dei titoli di coda ci toglie anche la sicurezza di una conclusione vera e propria, come se la prossima settimana, in un cinema vicino a noi, dovesse andare in onda il prossimo episodio della versione pensata in grande per il grande schermo di “Miami Vice”.

A questo punto della rubrica, dovreste sapere che tipologia di blu è questo.

Non è poco chiedere al pubblico di accettare tutto questo, di lasciarsi andare così tanto dimenticando un passato glorioso lasciandosi andare alla narrazione per immagini, quasi a flusso di coscienza di Mann, non è poco per niente, ma ci sono poche occasioni per farlo al cinema e questo film anche in “home video” non perde (anzi guadagna) la sua forza, quindi meriterebbe una rivalutazione, ora i tempi sono più maturi, noi siamo più maturi per il cinema del futuro di Mann, prossima settimana, un altro importante capitolo di questo viaggio nel tempo che per essere tale, deve tornare indietro, fino a John Dillinger, tra sette giorni qui, non mancate.

26 commenti:

  1. primi quindici minuti con la sequenza nella discoteca fantastici. un mix perfetto di sguardi,attesa,musica ,e poi l'elegante corteggiamento alla barista un tocco di classe. per il resto il film va'. ottimo cass. buon week end da luigi

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    1. Parte da lì poi non si volta più indietro, nemmeno a controllare se gli spettatori sono ancora in scia, coraggioso, ma mi piace quando un regista tratta il pubblico come persone pensanti. Buon fine settimana anche a te ;-) Cheers

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  2. Sai come la penso... L'abito (figo) non fa il monaco... (o Crockett & Tubbs) ... Ma come film poliziesco è buono

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    1. Anche molto buono, lo so bene e capisco la sensazione, il film utilizza i nomi dei personaggi per poi andare in una direzione quasi completamente diversa. Tra tutti i film di Mann è quello che mi ha richiesto più visioni, se riesci a lasciarti andare a questo “flusso di coscienza”, le tematiche del regista di Chicago possono regalare emozioni, non è immediato, ma mi piace che un regista tratti il suo pubblico come persone intelligenti, in un cinema contemporaneo pieno di spiegoni a tutti i costi, Mann va in direzione ostinata e contraria (cit.) Cheers!

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    2. Citazione che mi trovo spesso ad utilizzare anch'io, amando un certo cantautore...

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    3. Buongustaio ;-) Cheers

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  3. Io questo film non l'ho proprio digerito. Stavo anche preparando un pezzo da inserire nel mio blog, ma dopo il tuo penso non sia più necessario. Ottimo pezzo, come sempre.

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    1. Troppo gentile, io invece lo leggerei proprio volentieri perché è il più tosto, ma anche per certi aspetti il più personale film di Mann, tutto tranne che immediato. Ho faticato ma credo di averlo, non dico capito, come si dice in questi casi, mi è arrivato ;-) Cheers

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  4. Piccola quanto doverosa premessa: a me é piaciuto.
    E tanto, anche.
    Più che altro perché Mann andrebbe premiato anche solo per le intenzioni, stavolta. E per il coraggio.
    Per il fegato di aver voluto affrontare il suo drago.
    Va da solo nell'antro a fronteggiare il mostro che lui stesso ha contribuito a creare, e che forse ha persino finito col sfuggire al suo controllo.
    Il problema é come fare, dato che quando un autore rimette mano alla sua opera in genere é per demolirla. Per dare vita a qualcosa di nuovo.
    Come fare a decostruire qualcosa con cui di fatto hai settato uno standard, e non solo dal punto di vista visivo?
    “Miami Vice” ha stabilito un diktat nella moda, nella cultura, nell'immaginario collettivo.
    In tutto, ecco. Così si fa prima.
    Come fai?
    Prima di tutto devi essere un genio, e poi devi avere due palle così.
    E Mann non difetta né di uno né dell'altro.
    Poi prendi le regole che tu stesso hai stabilito, fai finta di seguirle e poi le rigiri a tuo vantaggio.
    E qui Mann lo fa. Usa il linguaggio di quel mondo per farlo a pezzi, e per lanciare un messaggio devastante.
    Un messaggio a cui i più non erano assolutamente pronti, e che non volevano assolutamente sentire.
    Ma ci arriviamo.
    Dal punto di vista pratico, la produzione fu travagliatissima.
    Il maltempo, i continui ritocchi, le gang che creavano casini e la defezione di Foxx, che di fatto obbligò Mann a riscrivere il finale.
    Tutto terreno fertile per lo stuolo di avvoltoi che bazzicano da sempre nell'ambiente.
    La maledetta progenie che sta lì appostata ad aspettare che uno faccia un passo falso per ricoprirlo di fango. Tutti ben felici di aver trovato il nuovo “I Cancelli del Cielo” o “Il Salario della Paura”.
    Perché anche con Mann c'era un mucchio di gente che solo l'idea di vederlo finalmente fallire la faceva godere come un riccio.
    In realtà non fece sfracelli ma non andò nemmeno poi così male, alla fine chiuse pure in attivo.
    Ma cos'é che fece storcere davvero il naso a tutti?
    Il messaggio.
    Mann usa il simbolo stesso degli anni 80 per dire una sola cosa. Ma chiara e forte.
    GLI ANNI 80 SONO MORTI, GENTE.
    Sono finiti vent'anni fa. E non perché il mondo é cambiato.
    Alla fine Miami, Cuba, Los Angeles, New York, Milano o qualunque altra cosa sono rimaste grossomodo le stesse, dal mero punto di vista del glamour. Al punto che un ragazzino ritrova la stessa magia di sempre.
    Siete VOI, ad essere cambiati. A non essere più quelli di prima.
    Come é giusto che sia, aggiungo. E non ci potete fare niente.
    Capito?
    Lo credo che nessuno voleva sentire una roba simile. Non i produttori, e nemmeno il pubblico.
    Perché già ci si prestava, alle prime operazioni nostalgiche.
    Insomma, inizi il nuovo millennio tutto bello speranzoso. Poi dopo neanche due anni scoppia un casino tremendo, e ti rendi conto che é sempre lo stesso schifo e che nulla é cambiato.
    Logico che ti rifugi, almeno con la testa, nel periodo in cui credevi di stare meglio.
    La scena del “tocca e leva” all'Havana per gustarsi il miglior mojito del mondo, che solo lì lo sanno fare come si deve, é emblematica.
    Negli anni 80 con la storiella di Hemigway e della Bodeguita del Medio fa cevi colpo. Negli anni 90 trovavi ancora qualcuno che abboccava. Nel 2000 e rotti hai semplicemente sfracellato i cosiddetti, che ormai la conoscono anche i sassi.




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    1. Dal canto mio posso assicurare una cosa: non manca nulla, qui.
      Fidatevi. C'é tutto quello che ho imparato ad apprezzare di “Miami Vice”.
      C'é Sonny che nel momento più inopportuno finisce vittima di un inatteso colpo di fulmine, e deve decidere tra ciò che ama e ciò in cui crede.
      Come nel telefilm.
      C'é Rico che cerca, spesso senza riuscirci, di far conciliare famiglia e lavoro. Difficile, quando hai a che fare con delle autentiche belve umane. E infatti la moglie finisce ad un passo dal rimanere uccisa.
      Come nel telefilm.
      Ci sono i momenti d'azione sfrenata intervallati dalle luci, dalle pause, dai silenzi. Con i protagonisti che guardano verso un orizzonte che noi possiamo solo immaginare. Che non riusciamo nemmeno ad immaginare. Ma che capiamo comunque al volo.
      E poi il finale aperto, sospeso, in piena tradizione.
      Manca tutta l'estetica degli anni 80, ed é tutto più grezzo e tamarro.
      Ma Mann ci fa capire che quello era solo il contorno, la cornice. L'aveva messo allora perché era ciò che richiedevano i tempi.
      Allora funzionava. Ma quel che conta...é la storia.
      E invece noi, tutti noi, come tanti piccoli stolti ci siamo fissati sul dito e abbiamo lasciato perdere la luna.
      Per il resto, cifra stilistica a pacchi. A quintali.
      In un sol colpo a momenti Mann ridicolizza sia la scena in discoteca di “Collateral” che quella della sparatoria in “Heat”.
      Lo dico e lo ripeto, a costo di bestemmiare. Ma dimostra che ormai solo Mann può battere Mann.
      La scena dell'irruzione é semplicemente pazzesca. Sembra REALE, non riesco a definirla in altro modo.
      Un'operazione da presa in diretta, sembra di essere lì nel mezzo.
      E poi la scena iniziale, sulle note di Numb/Encore. Che c'entra in pieno la tendenza musicale del periodo, é perfettamente sul pezzo.
      Ennesima riprova di quanto sia importante abbinare musica ed immagini,
      E...lo voglio dire. Ci manchi, Chester.
      Interpreti perfetti.
      Foxx é una garanzia. Ma la vera sorpresa sono Farrell e Gong Li.
      Sul primo avevo i miei seri dubbi a prescindere, mentre lei (che tra parentesi, é BELLISSIMA. Da sempre) l'ho sempre vista più a suo agio coi drammoni storici.
      Eppure se la cavano a meraviglia. E ancora una volta, il loro é il tipico comportamento da predatori notturni della metropoli.
      Niente preamboli. Si vedono. Si annusano. Si piacciono. Si accoppiano.
      Uno dei migliori film di Mann, secondo me. E che rappresenta l'ideale chiusura di un cerchio.


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    2. Direi di no, l'annuncio del film non ha fatto rumore, si è cominciato un po' a parlare della produzione travagliata, ma come nota di colore, non ho memoria o dati sul fatto che fossero tutti in attesa di vedere Mann fallire, anzi penso che sia un film uscito con meno della metà della solita enfasi, di qualunque rifacimento di un classico della tv, persino "Starsky & Hutch" con Ben Stiller avava fatto storcere (giustamente) più nasi. Cheers

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    3. Il problema (che non è tale) di questo è dei prossimi film di Mann è quello di trattare il pubblico come esseri pensanti, anti-Nolaniano, perché non perde tempo in spiegoni, ma racco ta dando tutte le informazioni che servono, eppure i social così sono pieni di Nolanenon di Mann come dovrebbe essere, felice di andare in direzione opposta. Cheers

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  5. Film del cuore, uno dei miei preferiti degli ultimi anni. Dopo la riconquista del grande pubblico grazie a quella bomba ad orologeria di Collateral, qua saliamo tantissimo di livello, e si va anche oltre. Personalmente fu amore a prima vista, fin da subito mi accorsi di essere davanti a un cinema che si distingueva da tutto e tutti,e naturalmente destinato a non essere capito da molti. Mi piace dove spieghi la scelta di Mann di girare " a flusso di coscienza" e in parte arriva al pubblico, ma da un autore come lui la trama sotto rimane fortissima e impeccabile, per un mix perfetto e totalmente nuovo per un film (di quei livelli).

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    1. Si ha la sensazione, più che comprovata dai fatti, che Mann sia un regista estremamente rigido, se non proprio algido, bisognerebbe definirlo meticoloso in tutti, anche nel metodo, ma qui pur mantenendo quella meticolosità, ha firmato il suo film più di cuore, nel senso di romantico nella trame e sentito per lui, oltre ad aver alzato il livello come giustamente sottolinei, forse è iniziato il cinema del futuro a Miami ;-) Cheers

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  6. Io sono ancora alla fase uno, quella della prima visione che non ha convinto. Ok, in realtà non mi è proprio piaciuto, ma confido nel tuo incitamento a dargli altre possibilità perché migliora ad ogni visione. Non ho mai visto un episodio della serie quindi non ho problemi col remake, ma proprio non mi ha preso: aspetterò le fasi successive ;-)

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    1. Arrivano, abbi fede che arrivano, sono la testimonianza umana che è così ;-) Cheers

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  7. Sì, credo di doverlo rivedere anch'io. All'epoca non rimasi convinto fino in fondo, lo ammetto... più di tutto, mi aveva spiazzato la sua (del regista) decisione di realizzare per il grande schermo un remake di qualcosa che su piccolo schermo aveva già funzionato alla perfezione (e, ovviamente, non potevo nemmeno soffrire di nostalgia per quegli anni '80 che Mann brillantemente nella serie già aveva demolito pezzo per pezzo, pur adottandone all'apparenza estetica e stile). Questa tua appassionata recensione, comunque, mi sta spingendo in direzione delle fasi successive... ;-)

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    1. Tra tutti i film di Mann, questo è quello che sale di colpi nel tempo, più di tutti. Poi è il titolo con cui ha fatto fare un balzo in avanti al suo cinema, un'ulteriore evoluzione. Cheers

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  8. Il film lo trovo molto bello, soprattutto per i motivi che hai indicato. Qui più che nella serie TV, i protagonisti hanno l'aria di essere due professionisti, anche ben inseriti nel contesto delle agenzie governative, che mettono il dovere davanti a tutto, fino a quando non scatta il risvolto romantico, ma anche questo è un appendice di un disegno più grande.
    Sicuramente grande enfasi è data da Uommo all'utilizzo di tecnologie moderne in un'ottica di svecchiamento dall'originale.
    Discorso protagonisti: mentre trovo Foxx azzeccato e anche simpatico, Farell per quanto lo reputi un attore decente, non ha nulla del carisma di Don Johnson, e questo può essere un problema in una pellicola Sonnycentica. Comunque pur essendo un integralista della serie TV non mi sento di bocciare questa pellicola, anzi la ritengo un buon poliziottesco. Buona domenica

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    1. La questione delle tecnologia è importante, fa parte della ricerca sul campo che è parte del metodo di lavoro di Mann, lo aveva fatto per la serie tv, lo ha rifatto per il film, solo che la tecnologia e le tecniche di polizia sono cambiate nel frattempo. Si Don Johnson è un'icona, non si discute, ma secondo me Farell qui funziona alla grande, non per fare l'icona, ma per incarnare l'eroe Manniano che il regista voleva raccontare in questa storia, più il Sonny di Mann che il Sonny della serie che tutti conosciamo. I due Sonny e i due "Miami Vice" sono abbastanza uguali ma diversi, da non urtare il ricordo uno dell'altro, almeno io la vedo così ;-) Cheers

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  9. Della serie TV ho solo vaghi ricordi che non mi permettono di esprimere un giudizio. Di questo film ho l'opinione che mi sono fatto guardandolo una volta e non apprezzandolo particolarmente, ma forse allora devo dargli altre chance perché arrivi a piacermi? La tecnica di Mann non la si discute, ma secondo me il film ha altri problemi che non mi hanno reso la visione piacevole...

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    1. Conosco pochi che lo hanno amato subito questo film e io non sono tra quelli, ma ti dirò che è quello che cresce più con il tempo, tipico dei lavori più personali dei registi, questo è il film più personale di Mann. Cheers

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  10. Lo vidi al cinema nel 2006, ricordo esattamente che il giorno dopo stavo a Pisa con alcuni utenti del DVDForum e parlavamo proprio di "Miami Vice". Io ero l'unico esaltato e continuavo a dire che non avevano capito il film, perché era qualcosa di completamente inedito nel panorama dei film d'azione. Ricordo benissimo che in sala eravamo una decina di persone e che almeno tre se ne andarono poco dopo il primo tempo. Io invece ero affascinato e rapito da tutto quello che vedevo passarmi davanti agli occhi. Nel cinema di Mann c'è sempre qualcosa da imparare, in questo "Miami Vice" molti registi, soprattutto quelli di serie tv degli ultimi anni, hanno imparato come creare le scene d'azione con la macchina a mano. Credo che persino Greengrass (uno che con la macchina a mano ha fatto la fortuna sua e dei Bourne), sia rimasto basito davanti alla sparatoria finale.

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    1. Lo penso anche io, penso sia il film più spiazzante di Mann (ora e allora) perché era (ed è) dieci anni nel futuro, almeno, per non dire venti. Inoltre ha un’emotività che quando ti prende ciao, non ti molla più, alla pari di “Manhunter” questo è l’altro titolo in cui la filmografia di Michele Uommo ha fatto un ulteriore salto in avanti e di qualità. Cheers

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  11. Questo film lasciò un pò così anche i più manniani (me compreso).
    Confermo che a rivederlo un pochino sale, ma con questo film io ho sempre lo stesso problema: non mi ricordo praticamente nulla della storia e dei personaggi. E' l'unico film di Mann che mi ha fatto questo effetto anche dopo averlo rivisto. Infatti ho avuto dei flashback solo rileggendo il pezzo e vedendo le foto.
    Blackhat, che ho rivisto due mesi fa, me lo ricordavo molto meglio, però ricordavo tanto la trama quanto una sfilza di scene esagerate.

    Miami Vice lo rivedrò (ovviamente), però ecco, se devo decidere quale Mann rivedere, questo non sta in cima alla lista.

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    1. Sicuramente il film di Mann che richiedere di essere masticato di più, non trovo che "Blackhat" abbia queste scene così esagerate, per certi versi tra motoscafi e aerei in parata, forse "Miami Vice" esagera di più, sono sicuramente film molto simili per sensibilità, uso della tecnologia e volontà di non trattare il pubblico come tonti, sono sicuramente i due titoli meno apprezzati della sua filmografia, più li riguardo più ci trovo elementi che me li fanno apprezzare, più del titolo di venerdì prossimo, che mi piace ma in generale è stato accolto meglio. Forse il problema è che sono film proiettati verso il futuro. Cheers

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