giovedì 19 maggio 2022

Malcolm X (1992): a change is gonna come

In occasione del compleanno del grande leader nero, il 19 maggio si festeggia il “Malcolm X Day” negli Stati Uniti, mi sembrava proprio il giorno giusto per ricordare anche un altro compleanno, quello della biografia diretta da Spike Lee.

L’intenzione di realizzare un film sulla vita di Malcolm X in realtà era radicata ad Hollywood fin dalla fine degli anni sessanta, infatti i diritti di sfruttamento dell’autobiografia vennero ceduti alla Warner Bros. già nel 1967, un paio di anni dopo lo scrittore afroamericano James Baldwin, che aveva conosciuto di persona Malcolm X aveva iniziato invano a scrivere una sceneggiatura, solo il primo dei tanti tentativi mai andati a buon fine, che nel corso degli anni hanno visto coinvolti nomi come Calder Willingham prima e successivamente anche i vincitori del premio David Mamet e Charles Fuller. Non proprio la pizza con i fichi ecco.

Tra fogli accartocciati e false partenze, il progetto arriva fino al 1988, anno in cui Spike Lee si fa conoscere grazie al successo di “Aule turbolente”, ma proprio per le posizioni controverse del regista (e la sua proverbiale linguaccia) la Warner Bros. fa melina a centro campo, decidendo di affidare il progetto al più comodo (ma non per questo meno politico, la sua filmografia parla da sé) Norman Jewison, notizia per altro presa benissimo sa Spike Lee, seee lallerò! Il regista di Brooklyn cominciò a fare il diavolo a quattro, sostenendo che gli eredi di Malcolm X non avrebbero mai voluto vedere questo film diretto da un bianco, trovando l’appoggio del drammaturgo August Wilson. Insomma Spike Lee che fa Spike Lee, solo che quella volta ebbe la meglio, Jewison fece le valige e passò la palla a Lee, ma tornerà più avanti nel corso del post, quindi occhio.

"Gliene ho dette quattro a quel canadese", "Guarda che io ci lavorerò con quel canadese"

Tutto tranquillo fino al primo giorno di riprese? Con Spike Lee di mezzo? Impossibile. Riprendendo parte della sceneggiatura incompleta di James Baldwin, Lee si mise al lavoro scrivendo quasi tutto a quattro mani con Arnold Perl, secondo le ricerche del regista Newyorkese era un fatto comprovato che gli attentatori di Malcolm X appartenessero ad una moschea di Newark, questo sollevò un vespaio, il poeta afroamericano Amiri Baraka, uno dei nomi più noti della controcultura afroamericana, si mise a capo di un boicottaggio contro il film, reo secondo lui di diffondere l’odio nella comunità, ma Spike Lee andò dritto per la sua strada, rispondendo con quella sua linguaccia a tutte le accuse per cui il suo film, avrebbe omesso delle parti della vita di Malcolm X, sottolineandone altre, ovviamente quelle più incendiarie.

Incendiarie, tipo così, giusto per darvi un'idea.

Malgrado le pressioni della nazione dell’Islam per tentare di addolcire i toni, Lee non molla su niente, nemmeno sulla durata del suo film, tre ore di durata per la Warner sono troppe: «Ah però non erano tante per Oliver Stone per raccontare dei proiettili magici sparati contro il vostro presidente irlandese eh? Chi lo ha prodotto “JFK - Un caso ancora aperto”? Voi mi sembra?». Più o meno questo il tono di Lee, che pare si sia sentito anche al telefono con Stone, che ovviamente gli ha consigliato di non indietreggiare di un passo, risultato? 202 minuti di durata per Spike Lee, che come suo solito non le mandò a dire, cominciando a chiamare la casa di produzione “la piantagione” (storia vera). Mai prendere lezioni di diplomazia di Spike Lee, mai!

La lapidaria risposta alla domanda: cosa possiamo fare noi bianchi per la vostra causa.

Il piano del regista di New York è chiaro, dirigere un film che risultasse grande, almeno quanto il personaggio di cui voleva raccontare la storia, ma soprattutto che sapesse prendere le distanze dalla Hollywood bianca, un film dall’ampio respiro come una produzione di Scorsese, ma con le radici piantate a Brooklyn, una mossa che a distanza di trent’anni dalla sua uscita, molti sono ancora pronti a giurare che a Spike Lee non sia riuscita, ma forse solo ad una prima analisi distratta.

Certo più volte nel corso dei 202 minuti, “Malcolm X” si concede dei momenti da biografia classica, Scorsesiano nell’andamento ma andiamo? Davvero vogliamo criticare un film per cui si può per alcuni tratti scomodare questo aggettivo? Io non me la sento, anche perché la critica di Lee si muove su più livelli, iniziamo dal meno palese: il cast.

Una delle migliori prove di Denzel o una delle migliori prove di Denzel? Siete liberi di scegliere.

Dopo averci lavorato in “Mo' Better Blues” (1990), Lee non ha dubbi e mette il ruolo del protagonista in cassaforte, Denzel Washington si applica con grande dedizione alla parte, la sua capacità di risultare intenso, drammatico e perché no anche minaccioso quando serve, tutte caratteristiche naturali di Washington, sono perfette applicate al personaggio, ma quello che colpisce di “Malcolm X” sono le attrici e gli attori bianchi che Lee riesce a radunare, beccami gallina se uno di loro ha un ruolo positivo! Karen Allen è l’assistente sociale che spezza la famiglia del protagonista, David Patrick Kelly il professore che riconosce in lui uno studente intelligente ma lo indirizza verso lavori manuali, più adatti ad uno della sua razza, Christopher Plummer il cappellano della prigione viene demolito nello scontro verbale sulla religione dal protagonista mentre Peter Boyle è il capitano della polizia chiamato a sedare la protesta pacifica. Spike Lee non prende prigionieri e da sempre, riesce ad essere estremista nel suo essere democratico fino al midollo, forse è vero che solo lui aveva il fuoco dentro che serviva per raccontare al cinema un personaggio fondamentale ma controverso come Malcolm X.

Nessuno ha mai guardato Peter Boyle con tanto odio, forse solo Sean Connery.

La prima proiezione del film completo che si svolse negli uffici della Warner, avvenne lo stesso giorno del verdetto del caso Rodney King, nella sua autobiografia Lee racconta di un mucchio di bianchi tutti a culo stretto, con l’occhio sull'orologio, terrorizzati all’idea di vedersi piombare addosso un’orda di neri incazzati pronti a rivoltare lo studio (storia vera). Il film malgrado tutto incassò più che decentemente ma meno delle aspettative, almeno rispetto al budget speso, altra occasione per Spike Lee per puntare il dito contro “la piantagione”, colpevole secondo lui di essersi impegnata di più nella promozione di “Gli Spietati” e poi chiedetevi perché Lee ogni volta che può attacca Eastwood, che semplicemente se ne frega delle critiche spesso campate in aria del regista di Brooklyn, quella al suo “Lettere da Iwo Jima” (2006) resta la più insensata di tutte.

Quando piove grandina, ricorderò per sempre la faccia di Denzel Washington, quella sera di febbraio inquadrato dopo essersi visto scippare da sotto il naso l’Oscar per il ruolo di miglior attore protagonista da Al Pacino per “Scent of a Woman - Profumo di donna” (classica scelta pavida dell’Accademy), abbiamo visto Denzel incazzato tante volte nei suoi film, ma quella faccio io non la dimentico, avesse potuto avrebbe fatto esplodere il teatro solo con lo sguardo (storia vera). Posso dire una cosa polemica anche io anche se non sono Spike Lee? Denzel Washington avrebbe poi vinto l’ambito premio nel 2002, in una serata particolarmente incentrata su attrici e attori di colore per l’Accademy, ma per il ruolo del nero cattivo e losco di “Training Day” (2001), meditate gente, meditate.

Vi assicuro che lo sguardo di Denzel quella sera era molto, ma molto più incazzato di così.

“Malcolm X” è un film bellissimo, ditemi quello che volete, 202 minuti sono tanti ma qui filano alla grande, perché Spike Lee divide in maniera netta la storia in tre atti molto ben identificabili, da ognuno dei quali il suo protagonista esce con una trasformazione fisica, metafora di una interiore, tale da rendere tutto ancora più chiaro (gli occhiali dopo la prigionia, la barba dopo il viaggio alla Mecca), ma prima di tutto Spike Lee utilizza il mezzo cinematografico al suo meglio per raccontare i tre atti di questa storia. La gioventù del protagonista è quasi un musical dai noti caldi (il direttore della fotografia Ernest Dickerson fa un lavoro incredibile in questo film), Malcolm Little è un nero che vorrebbe essere bianco, si veste seguendo la moda degli “Zoot Suit” sottoponendosi alla tortura dello stiramento dei capelli, una pomata che brucia come l’inferno se lasciata troppo tempo sulla testa, cosa che puntualmente al protagonista accade ripetutamente nel corso del film.

No, non è la versione firmata da Spike Lee di The Mask.

Al suo fianco il compagno di furti e bisboccia Shorty Henderson (interpretato dallo stesso Spike Lee), perché il primo atto di “Malcolm X” sembra quasi tutt’altro, rispetto al film che si apre in tono funereo, con il discorso sull’incubo americano del grande leader, le immagini del pestaggio di Rodney King e la bandiera americana che va in fiamme (per la serie: toccarla pianissimo). Eppure è un film appassionante perché il suo odioso protagonista ha carisma, anche se spreca il suo talento e il suo cervello dietro alla droga, le donne bianche, vivendo come lo stereotipo del nero di cui i bianchi hanno paura. Qui Spike Lee fa un grande utilizzo del suo cast, Theresa Randle passa da donna angelicata a ragazza sfruttata dall’uomo sbagliato nel giro di metà film, Delroy Lindo (altro fedelissimo di Lee), regala l’ennesima grande prova nei panni dell’allibratore dalla memoria infallibile che vive della sua fama da strada, West Indian Archie.

Educazione di una canaglia, prima di capire davvero il proprio potenziale.

Si resta in tensione per l’arresto di Malcolm così per la sua vita in carcere, dove la fotografia si attesta su colori decisamente meno caldi rispetto al primo atto del film e dove il protagonista impara il valore del suo essere nero (e fiero), dalla prigione Malcom esce rinato, ma è qui che torna di moda il nostro già citato Norman Jewison: nella durissima scena del protagonista chiuso in cella d’isolamento, in lotta con la sua mente per non impazzire, Denzel offre l’ennesimo grande momento di recitazione (lo farà per tutta la durata del film), una scena che avrebbe idealmente ripreso quasi identica, quando nel 1999 recitò il ruolo di Rubin Carter nel film “Hurricane”, dove io sono piuttosto certo, Jewison abbia voluto rifare quella scena chiave che era presente già in “Malcolm X”. Ma occhio, perché il buon vecchio Norman non è l’unico regista bianco che ha dimostrato di aver imparato qualcosa dal film di Spike Lee, più avanti ci torneremo.

Tutto il secondo atto di “Malcolm X” ci mostra la parte più radicale e inflessibile di un personaggio che carisma ne ha da vendere, ma non è mai ritratto come un santo, anzi tutt’altro, è proprio difficile prendere le parti per uno che anche dopo la sua rinascita spirituale, trascura la moglie Angela Bassett per la sua missione, come se avesse sostituito una droga con un’altra, prima quella che si sniffava, ora la sua sacra crociata al fianco del molto onorevole Elijah Muhammad (Al Freeman jr.). Questa è la parte dove l’estremismo democratico di Lee si sposa alla perfezione con il suo personaggio, anche il suo Malcolm X combatte per una causa sacrosanta, ma lo fa con una volontà inflessibile che di democratico ha ben poco, quando la sua fede in Elijah Muhammad verrà meno, il film è pronto per un ulteriore cambio di fotografia, ma anche per l’ultima evoluzione del suo protagonista.

"Bow ties are cool" (cit.)

Nemmeno nell’ultimo atto di “Malcolm X”, Spike Lee fa l’errore di dirigere un santino, un’agiografia del suo personaggio, anzi è bravissimo a sottolineare come la comunità nera sia spezzata da faide interne molto ben rappresentate dagli attentatori, tra cui spicca Giancarlo Esposito, altro pretoriano e fedelissimo dei film di Lee, molto prima di mettersi a vendere pollo in Breaking Bad.

In “Malcolm X” ci sono così tanti momenti in cui Spike Lee dimostra di essere un regista di classe che sono anche difficili da elencare tutti, l’uso dei flashback paterni che diventano parallelismi con la vita del figlio, oppure la lunga sequenza preparatoria all’attentato, in cui come spettatori, seduti sulla poltrona comoda della storia, sappiamo a cosa sta andando incontro il protagonista, ma Lee allunga volutamente i tempi, li dilata, regala a Denzel Washington la sua inquadratura simbolo (macchina da presa fissa e sfondo che scorre dietro come, come se il protagonista fosse fermo, la trovate in tutti i suoi film), con il destino segnato, il Malcom X di Spike Lee va incontro al momento in la sua vita terrena finirà, per dare il via alla sua leggenda, lo fa sulle note dell’iconico pezzo “A change is gonna come" di Sam Cooke, cantante di cui Malcolm X era amico e che come vi dicevo lassù, anche un altro regista avrebbe utilizzato, nella fattispecie Michael Mann in Alì, proprio per la scena della morte di fratello Malcolm.

A Spike Lee joint (marchio di fabbrica)

Quello che mi piace poi del finale di “Malcolm X” è il modo in cui Spike Lee come spettatori, ci sfila fuori dalla finzione del cinema, aprendo le porte del suo film alla realtà, prima con le foto in bianco e nero di Malcolm X, poi con una sfilza di volti noti che hanno deciso di prendere parte all’ultima scena Ossie Davis, Bill Cosby, Michael e Janet Jackson, Magic Johnson e Michael Jordan, ma nessuno di questi grandissimi nomi me ne voglia, perché il colpo vero di Lee è il monologo finale di Nelson Mandela in persona, che a ben guardarlo di cinematografico non ha poi davvero molto, ma in modo del tutto naturale Spike Lee sembra volerci dire che il suo personaggio è stato talmente grande e importante da non poter restare all’interno del riquadro dello schermo, la frase «Io sono Malcolm X» è l’invocazione alla Spartaco fatta dal regista ai suoi fratelli e sorelle. Spike Lee sarà quello che sarà (ed è quel che è), gli possiamo criticare quasi tutto, anche il (dis)gusto nel vestire, ma non possiamo dire che sia sempre stato un regista davvero capace o che per “Malcolm X” non avesse avuto delle motivazioni superiori. A distanza di trent’anni è ancora più chiaro che solo lui poteva raccontare al meglio la storia di questo grande leader nero al cinema, quindi buon Malcolm X Day.

20 commenti:

  1. Zio Portillo

    Non rivedo questo film da un secolo! Un mio caro amico e compagno di squadra dell'epoca (negli anni '90 fissato con la cultura e la musica nera americana) mi passò la VHS di questo e di "Mo better blues" (e di quest'ultimo pure il CD con la notevole colonna sonora). E di Malcom X pure un libro-biografia che, ammetto, non ho mai iniziato...

    Ammetto che all'epoca non conoscevo molto Malcolm X, cioè sapevo chi era, sapevo delle sue lotte ma la sua figura mi era molto più sconosciuta rispetto a quella di Martin Luther King. E dopo aver visto il film di Lee ho capito il perché. Denzel letteralmente sugli scudi e, concordo, a mani basse la sua miglior prova di sempre.

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    1. Ci voleva un po’ di Spike Lee su questa Bara, il giorno è quello giusto e poi questa prova di Denzel va ricordata, da Oscar senza averlo vinto. Cheers

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  2. Lee e' indubbiamente un grandissimo regista, anche se non sempre mi va a genio.
    Nel mio caso e' piu' una sorta di questione caratteriale.
    Alle volte e', come dire...un po' troppo pieno di se', e se la canta e se la suona da solo.
    Difetto comune tra molti autori, ci mancherebbe.
    D'altra parte, senza l'ego in certi campi non vai da nessuna parte.
    Il fatto e' che non e' proprio il tipo che accetta le critiche.
    Se ti azzardi ti risponde che e' meglio che ti stai zitto che tanto di cinema non capisci nulla, e poi sei pure bianco.
    Su questo non posso dargli torto, è capisco anche che ha i suoi motivi per essere incazzato. L'importante e' che non diventi una scusa.
    Gran bel film, che mi ha aiutato a fare luce su una figura controversa come Malcolm X.
    Inutile girarci attorno: qui da noi, secondo la storia narrata sui libri di scuola (scritta dai bianchi, va precisato), Malcolm X e' il cattivo.
    Uno dei nuovi leader nati sull'onda delle contestazioni studentesche, come quelli delle Pantere Nere o Potere Nero (lui era dei Musulmani Neri, se non ricordo male). Che promulgavano un'approccio alla lotta per i diritti civili un po' piu' estremista.
    Lui era quella che voleva la rivolta armata, gli scontri di piazza, l'America messa a ferro e fuoco a suon di fucili e bombe. E che dava addosso a Martin Luther King dandogli del debole, del rinunciatario, dello "Zio Tom" esponente della media borghesia che con la sua contestazione non violenta faceva solo il gioco dei bianchi con cui era pappa e ciccia.
    Ma come spesso si scopre tentando di cercare la verita' da soli e senza pregiudizi, le cose sono un filo piu' complesse di come si narrano.
    Non tutto e' bianco o nero (appunto).
    E pure King, dipinto da sempre come un santo, aveva le sue luci ed ombre. Ma forse come personaggio faceva piu' comodo, agli storiografi (bianchi).
    Con uno cosi' era sicuramente piu' facile empatizzare.
    Ma Malcolm X, esattamente come tanti altri, aveva i suoi motivi per essere cio' che era e non poter essere diversamente.
    Era quel che aveva vissuto, passato, subito.
    Forse, vedendo il finale, vien da pensare che avesse ragione King. Anche se in fin dei conti ha subito il medesimo destino.
    La violenza chiama solo altra violenza. Ma pare che il martirio sia necessario, per ispirare chi rimane e convincerlo a proseguire la lotta. Che non finisce mai.
    C'e' ancora tanto, da fare. Piu' di quanto si pensa. E non solo col razzismo.
    C'eravamo illusi di aver capito, che avessero capito.
    Ennesima prova monumentale di Denzel, che gia' era in lizza per diventare uno dei miei preferiti.
    Da vedere.

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    1. Non ti preoccupare, quando parla di Basket è uguale, d’altra parte è un fan dei Knicks, il che la dice lunga ;-) Cheers

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  3. Stai rispolverando i film "miliari" della mia vita.
    Se Braindead e' il film con cui ho conoscuto mia moglie, Malcom X e' il primo film al cinema andato a vedere con una ragazza. Non l'ho piu' rivisto, ma ricordo un film bello potente, nello stile "gospel" di Spike Lee, che ai tempi non sbagliava un film.

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    1. Le citazioni, usate bene Bro ;-) Cheers

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    2. Ho il dvd ma l'ho visto una sola volta, sia perchè la durata è impegnativa ma soprattutto perchè me lo ricordo piuttosto chiaramente in tantissime scene e passaggi importanti, il che la dice lunga. Ci sono addirittura alcune frasi precise che ricordo dalla prima visione, e credo sia uno dei film più responsabili nel forgiare il mio pensiero critico e politico. La scelta di Malcolm di allontanarsi da Elijah Muhammad, la scelta se stirarsi o no i capelli (che era presente anche in Alì), il discorso sul Gesù biondo dagli occhi azzurri, e il discorso per cui se un uomo bianco alza le mani contro un nero, fratello, fai in modo che quel bianco non possa alzarle più contro nessun altro.

      Il citato il caso di Rodney King ha incrociato a doppia mandata il mondo del cinema, entrando pure nella produzione di "Un giorno di ordinaria follia" che spero di portare a breve su questi loculi. Ora che ci penso quel film è quasi un anti-Malcolm X, ma dovrei rivedere questo film per metterli in prospettiva.

      Torno a studiare.

      p.s. non avevo pensato all'incrocio tra il finale di Malcolm X e Spartacus ma ci sta tutto!

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    3. Penso ci abbia pensato Spike Lee, grande appassionato di cinema classico. Io non avevo pensato ad un legame con il film di Schumacher, non vedo l'ora di leggerti. Cheers

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  5. Strana una cosa, ma neppure troppo, che questo film non evidenzia... ossia che Maslcom X (come anche Cassius "Mohamed Ali" Clay) era per il separatismo razziale, vale a dire che secondo lui (giustamente) i bianchi dovevano figliasre con i bianchi, i negri con negri, i gialli con i gialli ed i rossi con i rossi. Infatti questo era uno dei motivi per cui era avverso a King, perchè quest'ultimo era per il mescolazionismo. In oltre, in merito di questo, Malcom aveva le simpatie (pure ricambiate)di numerosi gruppi conservatori/identitari bianchi che approvavano ed appoggiavano questa sua visione separatista, in netto contrasto con quelle progressiste e mescolazioniste che si stavano formando in quel periodo.
    Ma ovviamente i 'sto fimetto mainstream da milioni di dollari made in jewllywood non è stato detto niente... chissà perchè?!

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    1. In realtà lo dice benissimo, anche apertamente. Prova a riguardarlo, senza il cappuccio in testa questa volta ;-) Cheers

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  6. Io ero lì, in una delle mie ultimissime notti degli Oscar, quando sapevamo tutti che nessun attore abbronzato sarebbe mai salito sul palco da vincitore, com'era antica tradizione di un premio che ha sempre goduto di stima immotivata. Malcolm X durava troppo? Così hanno premiato un bianco che per 146 infiniti minuti pontifica su se stesso parlottando di niente. (All'epoca Tele+ rispolverò il vero "Profumo di donna", quello con Gassman, quindi detestavo il finto remake con Pacino, che aveva tolto tutto il buono e come ogni altro suo film parlava solo di Pacino per più di due ore infinite!) Premiare un atto di onanismo attoriale come "Scent of a Woman" ha un unico senso: il gusto di NON premiare il titanico Denzel, che verrà preso in giro dieci anni dopo, quando ormai la questione razziale è così bollente che l'avrebbero premiato pure per uno spot dei lassativi.
    Denzel meritava quel premio prima, durante e dopo Malcolm X, era chiaro a tutti così come era chiaro che non sarebbe mai successo, almeno nel millennio in cui il premio era nato.
    Sono andato sotto di testa all'uscita del film, ma penso sia una cosa genetica: sin da quando ho memoria sugli scaffali di casa campeggiava l'Autobiografia di Malcolm X, comprata dai miei genitori appena sposati, quindi diciamo che il personaggio si respirava in famiglia anche se non ne sapevo molto. Scoprirlo grazie ad un orgoglioso polemico e scorretto come Spike è stata una delizia. Buon anniversario, unico film che avrebbe meritato l'Oscar 1993, malgrado non fosse candidato in quella categoria.
    P.S.
    Avrei capito se quell'anno avesse vinto Robert Downey jr., perché personalmente lo trovo meraviglioso in "Charlot", ma temo che la sua vita personale dell'epoca fosse un tantino problematica per l'Academy :-P

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    1. Gran prova quella di Robert Downey Jr. nel dimenticato "Charlot", cosa ha scelto l'Accademy tra un attore abbronzato, uno che faceva dentro e fuori le galere e una leggenda come Pacino? Il più scarso dei tre film e la meno efficace prova di Pacino. Più o meno ho smesso di credere agli Oscar allora, le grandi prove e i grandi film non hanno per forza bisogno di premi ;-) Cheers

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    2. Ve bè, io che sono un iscritto pagante al partito Pacino (prima, e a quello di Denzel dopo), sono sempre rimasto basito dall'Oscar per questo e non per altri film. A metterlo in prospettiva col resto del materiale A.D. 1992 c'è da ridere e piangere insieme. Ragion per cui, crescendo e disilludendosi sugli Oscar e i premi in generale, arrivi a capire che la storia del cinema non la fanno i premi.

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    3. No per niente, già solo nella filmografia di Pacino visto che lo abbiamo citato, gli Oscar non vinti sono bruciati, quindi belli i premi eh? Però meglio i film. Cheers

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  7. Che ti devo dire Cass, Spike Lee è uno dei miei maestri di cinema, questo è uno dei sui film migliori. Avessi una classe di alunni alla quale far vedere cosa è e come si fa bene il cinema con il cuore e il cervello, questo è un titolo imprescindibile.

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    1. Lo penso anche io, capisci che non potevo perdermi il compleanno ;-) Cheers

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  8. Grande film, visto più di una volta su un personaggio affascinante come Malcolm X che, nella comunità nera, ha avuto molto più impatto di King. Nel film sono resi bene tutti i suoi passaggi politici e personali. MTV invitando Denzel provo a farne una parodia e inquadrando Washington si resero conto che l'avevano fatta fuori dal vaso e interruppero tutto. Consiglio, sempre Malcom X la serie TV godfather of Harlem che oltre ad avere un ottimo withaker e un grande Esposito, presenta di Malcom X un ritratto interessante

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    1. La devo vedere, nella mia lista da parecchio tempo, grazie per avermela ricordata ;-) Cheers

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