sabato 28 maggio 2022

City on Fire (1987): oh, oh, oh I'm on fire

Sento da tempo l’esigenza di rendere omaggio al cinema di Hong Kong su questa Bara, l’Heroic bloodshed è una parte importante della mia – parolona – formazione come appassionato di cinema, il primo capitolo della trilogia “On fire” di Ringo Lam è ancora il mio preferito.

Scrivere di questo film oggi, in occasione dei suoi primi 35 anni è come raccontare di un pezzo di cinema che è scomparso, Hong Kong è stata per anni il punto di congiunzione tra oriente e occidente, il porto dei fiori è stato per me il luogo ideale dove ho mosso il primo passo nel cinema orientale. Bisognerebbe fare una lunga dissertazione sui cambiamenti avvenuti ad Hong Kong in questo lungo periodo, ma non sono la persona giusta per farlo e lo ammetto candidamente, mi mette anche più malinconia delle storie di Ringo Lam anche solo pensare a quanto sia cambiato tutto, in peggio purtroppo.

Trovo anche che abbia poco senso trattare questo film, monopolizzando il discorso con le sue “copie d’autore” famose, che non fanno altro che sottolineare quanto il film di Ringo Lam sia stato fondamentale anche per il cinema occidentale, un caposaldo del poliziesco, visto che la storia è quella di Ko Chow (Chow Yun-fat come sempre stilosissimo), sbirro infiltrato da lungo tempo negli ambienti della criminalità di Hong Kong, dove ha stretto un’amicizia virile con il malinconico rapinatore Fu (Danny Lee), di mezzo poi un grande colpo ad una gioielleria destinato a terminare malissimo, insomma la trama è più classica ora che allora, ma la messa in scena resta innovativa.

Nemiciamici, come Red e Toby.

“City on fire” nei primi cinque minuti iniziali, quelli che determinano tutto l’andamento di un film, si gioca subito la violenza, sporca, grezza, gettata in faccia al pubblico con la coltellata che macchia di sangue il bucato steso, un modo volutamente anti-glorioso di rendere la violenza, anche in maniera realistica, che per certi versi ha sempre distinto Ringo Lam dall’altro grande nome del cinema di Hong Kong, quel John Woo (sempre sia lodato), che invece l’ha resa spettacolare, ultra dinamica, un trionfo di grande cinema.

L’approccio di Ringo Lam è differente, forse per differenze culturali noi occidentali continuiamo ad etichettare la lunga parte “melò” della storia come il grosso difetto di “City on Fire”, lo ammetto candidamente è più facile farsi ammaliare dalla sparatoria, dalla lunga e realistica scena della rapina andata male e dallo stallo alla messicana finale, la scena simbolo di questo film. Ma la volontà del regista di scavare dentro i suoi personaggi, raccontandoli anche nella loro vita privata, contribuisce a renderli tutti più realistici, più credibili facendoci patteggiare con loro, in questo senso Chow Yun-fat è perfetto anche nelle incertezze del suo personaggio nel rapporto con la sua fidanzata, quasi degli spaccati di vita reale, in mezzo ad un classico del cinema di genere.

"Come ti sembra questa Bara Volante?", "Un postaccio, pieno di facce losche"

Quello che mi colpisce di “City on Fire”, oltre al Jazz di sottofondo, ai sassofoni a buttare è proprio l’uso della malinconia, che a ben guardare è un elemento chiave anche nella filmografia di John Woo ma Lam maneggia in modo diverso, i suoi personaggi sono già segnati, lo sappiamo d’istinto che questa storia non finirà bene, quindi il regista concede loro degli spaccati di vita, anche di serenità prima che la storia richieda il suo tributo di sangue.

La scena della rapina è un manuale di realismo applicato al cinema di genere, tutto va storto come potrebbe andare nella realtà, l’anziana signora che riconosce i rapinatori, l’ascensore non al piano che pare non arrivare mai, anche i piccoli intoppi, si sposano alla perfezione con quella volontà di realismo che Ringo Lam maneggia alla grande, nel finale poi tutto il lavoro fatto dal regista per farci affezionare ai personaggi paga dividenti.

L'azione, quella che ha fatto scuola (anche ad occidente)

Quando si parla di “Mexican standoff” viene sempre in mente l’uso che ne hanno fatto le copie d’autore del film di Lam oppure gli eroi di Woo, che si piantavano l’automatica in faccia come a voler dire: «Ok, ora parliamo», lo stallo alla messicana di Ringo Lam è l’apice di una lunga sequenza in crescendo, in cui l’amicizia virile tra i personaggi è quella che li motiva, ci sono diversi momenti in cui Ko Chow potrebbe uscire dal suo personaggio, il regista gli mette sulla sua strada diverse ideali vie di fuga, ma lui per ruolo e lealtà non ne imbocca nessuna, andando verso l’unica probabile, una fuga tra le pallottole che inevitabilmente porta all’ultimo faccia a faccia, in cui i personaggi hanno tutti le loro ragioni e allo stesso tempo hanno tutti torto, ma noi dopo 101 minuti nelle loro vite, siamo nella complicata posizione di patteggiare un po’ per tutti, in un misto di azione e malinconia che ancora oggi trovo irripetibile, proprio come il periodo di creatività che ha reso il porto dei fiori il ponte ideale tra oriente e occidente, almeno al cinema.

Si chiama stallo alla Messicana anche se lo fanno ad Hong Kong?

Della trilogia “On Fire”, composta da “Prison on Fire” (1987) e “School on Fire” (1988), proprio per manifesta malinconia questo resta il mio preferito, ci tenevo ad avere questo compleanno e questo titolo sulla Bara, perché è un film e un regista, sempre incastrato tra tanti grandi nomi, ma che andrebbe ricordato come loro pari, non solo come ispiratore o nota a piè di pagina di titoli più famosi e popolari.

10 commenti:

  1. Lo stallo alla messicana, magari con pure la camera che gira intorno come la musica di Fossati, è uno di quei momenti wow che amo nel cinema, anche se non ho mai impugnato un'arma.

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    1. Buongustaio, poi sono convinto che il cinema serva anche a questo, esplosioni e sparatorie mi piace vederle nei film ;-) Cheers

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  2. Lam, Hark, Woo.
    Come spesso accade sono partito dall'ultimo della lista, e da li' in poi e' stato un correre a recuperare i vecchi lavori del suo paese di origine.
    E poi si sa...quando non c'e' piu' materiale, ti butti su tutto quello che possa sembrare anche solo simile.
    Mi si e' aperto un mondo. Vero e proprio Kung Fu applicato alle pistole.
    C'e' stato un tempo in cui eravamo intrippatissimi, con questa roba.
    Poi Hollywood si accorse di loro, e sembravano sul punto di conquistarla.
    Mi ricordo quando si parlava di affidare 007 a John Woo.
    Ve lo immaginate Bond alle prese con stalli alla messicana e due pistole per volta?
    Alla fine Woo fece a tempo a girarselo per conto suo (beh, piu' o meno. Mission Impossible 2, E fu una figata pazzesca uguale).
    Per me non capirono mai fino in fondo il vero potenziale di questi registi. Fatto sta che contaminarono l'intero genere (è darne vita a nuovi, li' per li' penso a Tarantino e il figlioccio Rodriguez. Ma pure i Wacho-cosi) e si fini' per condensare un ventennio di cinema in un paio d'anni, portando tutto a saturazione.
    E il risultato lo si riassume in una frase del buon vecchio McClane in "Die Hard 4".
    "Basta, con 'sto c€&&o di Kung Fu"!!".
    Ecco, appunto. Tanti saluti.

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    1. Lasciamo perdere l'uso maldestro fatto da Hollywood di questi grandi autori, il fermento creativo di Hong Kong resta qualcosa di irripetibile, talmente potente da influenzare l'occidente, in un modo o nell'altro. Cheers

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    2. Si', non potevi definirlo meglio.
      Alla fine si ritrovarono ingabbiati nelle regole e nelle pastoie di un cinema troppo diverso da quello a cui erano abituati, e che non li capiva.
      Forse li temeva, persino.
      Non so perche', ma pensando a loro mi torna in mente Bruce Lee, perche' il discorso di fondo era uguale.
      Qualcuno avrà' senz' altro pensato "Ma davvero vogliamo farci fare le scarpe da questi musi gialli?"
      Si', e' inaudito. Considerando che tra Bruce e loro sono passati trent'anni.
      Ma mi sa che non ci sono andato poi troppo lontano.
      Intanto Woo fu il primo a capire come usare Van Damme a dovere senza dovergli far tirare calcioni e spaccate a tutto spiano, altro che Emmerich.
      Ve lo ricordate "Senza Tregua"?
      Filmone.

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    3. Si, anche perché Woo riceveva solo proposte per film di arti marziali e comunque, gli "affiancarono" Sam Raimi lo stesso. Comunque JCVD la costante, recitava in "Maximum Risk" di Lam e in "Double Impact" di Hark. Cheers

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  3. E' passato parecchio tempo, l'ho visto all'epoca in cui scoprii che era stato la fonte della illustre "copia d'autore", ma ricordo che mi è piaciuto parecchio. Ho un debole per lo stile di Hong Kong, proprio perché è così diverso dal nostro: si può passare da una scena romanticissima e dolce, quasi fanciullesca, a un massacro sanguinario dove i cadaveri volano ovunque. E' un contrasto che i primi tempi mi ha colpito forte e spaesato, ma poi mi ha conquistato. Non so se mi piacerebbe in un film occidentale, ma da Hong Kong me l'aspetto e anzi ci rimarrei male se non ci fossero stili diversi a contendersi la scena.
    Ringo è bravissimo e queste storie noir d'azione gli vengono maledettamente bene, sia nello stile "sporco" anni Ottanta che in quello più "stiloso" in epoche più vicine.

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    1. Esatto, penso sia tutto qui il problema (che non è tale) del film, il gusto occidentale tende a catalogare certe parti del film come eccessive, di troppo, quando invece sono tipiche dello stile e anche molto belle ai fini della trama, Ringo Lam sapeva il fatto suo, hai ragione anche quando ha iniziato a fare film un po' più laccati. Cheers

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  4. Ahimè non l ho visto. Cercherò di farlo. Ho visto maximum risk e the replicant e non mi sono dispiaciuti

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    1. Film osceni di Ringo Lam non ne ricordo, alla fine mi piacciono tutti, ma questo è ancora quello che preferisco ;-) Cheers

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