venerdì 22 aprile 2022

Heat - La sfida (1995): il crime movie losangelino definitivo

La preparazione, l’etica del lavoro e la disciplina, non ottieni un grande risultato senza uno di questi tre fattori chiave, ne parliamo oggi nel nuovo capitolo della rubrica… Macho Mann!

Cosa fa un regista quando ha raggiunto la notorietà e il successo al botteghino? Lo abbiamo visto tante volte anche nelle monografie dedicate ai registi qui alla Bara: fa il film della vita, quello che sognava di dirigere da anni. Michael Mann anche in questo caso ha saputo distinguersi, perché lui la storia della vita l’aveva già diretta, una versione in piccolo, una prova per la televisione intitolata Sei solo, agente Vincent, ma è stato solo dopo il successo di L’ultimo dei Mohicani che Mann ha potuto raccontare quella storia come desiderava fare davvero, perché per il regista di Chicago la televisione è la palestra, la preparazione prima del colpo, il cinema è la rapina vera e propria, dove si fa sul serio e mai come questa volta Mann ha fatto veramente sul serio, tanto che per parlare decentemente di “Heat”, non basta il già esaustivo post di Quinto Moro, bisogna essere in due come Vincent e Neil.

Come abbiamo visto Sei solo, agente Vincent per essere un film per la televisione, sfoggiava già buona parte dell’ossessione e la cura maniacale dei dettagli di Mann, tanto che dieci giorni vennero dedicati alla pre produzione del film, permettendo agli attori di calarsi nei rispettivi ruoli affiancandoli a veri poliziotti o criminali, per diciannove giorni di riprese. Per “Heat” mantenete la stessa proporzione, infatti la pre produzione del film durò cinque mesi e le riprese quattro mesi e mezzo, un tempismo al decimo di secondo per far uscire il film nelle sale americane entro la data prevista del 5 dicembre 1995 (da noi 9 febbraio 1996).

“Statemi a sentire bene, l’ho già girata questa scena, ma voi mi sembrate attori un pelo più bravi, quindi concentrati altrimenti niente dolce”

Un azzardo se pensiamo che Mann arrivava da La Fortezza e Manhunter, due film che di certo non erano stati dei successi, ma grazie a L’ultimo dei Mohicani il regista di Chicago poteva prendere il meglio per la storia lui stesso sapeva, ancora oggi rappresenta al meglio la sua idea di cinema, quindi se per la sua ultima fatica ha piegato lo star system alla sua volontà arruolando Daniel-Day Lewis, il passo successivo non poteva che mettere insieme nello stesso film i due nomi più grossi sul mercato: Al Pacino e Robert De Niro al massimo del loro talento, per la prima volta nello stesso film dopo Il padrino - Parte II, ma questa volta a recitare per davvero insieme, anzi uno contro l’altro come sottolineato dall’inutile (e nemmeno così preciso) sottotitolo italiano che si concentra proprio sulla “sfida” tra i due T-Rex più grossi di Hollywood, ignorando “Heat”, la calura, espressione storicamente associata alla “Madama” e ai polizieschi.

Per dirigere la bella copia su grande schermo del film della sua vita, Mann ha mollato una biopic su James Dean a cui stava lavorando e si è concentrato in pieno sulla storia, riscrivendone diverse parti e chiedendo alla sua responsabile Janice Polley di scovare parti della città di Los Angeles che non si erano mai viste al cinema ed è qui che “Heat” inizia a delineare una delle ragioni della sua superiorità rispetto alla concorrenza: Mann pur imparando la lezione di altri grandi registi, la assimila, la fa sua e poi la dimentica, “Heat” più che rifarsi a dinamiche e situazione tipiche della settima arte, pesca dalla realtà, dai criminali e dai poliziotti che il regista ha frequentato per preparare i suoi film precedenti, come ad esempio l’agente Tom Elfmont, con il quale Mann ha pattugliato le strade per settimane lavorando spalla a spalla, tanto che Elfmont finì per affidargli una pistola come un vero partner (storia vera).

Credetemi, sa di che parla, non fa solo finta.

Questo tipo di realismo doveva essere garantito da entrambe le parti della barricata, quindi per portare realismo anche nella caratterizzazione dei criminali, Mann afferrò la rubrica e chiamò un vecchio consulente, conosciuto nel carcere di Folsom dov'era detenuto quando Mann girò La corsa di Jericho, Edward Bunker oltre ad essere uno dei miei scrittori preferiti (storia vera), aveva visto il suo romanzo “Come una bestia feroce” adattato proprio da Mann per il grande schermo (“Vigilato speciale” 1978 con Dustin Hoffman), una copia del romanzo venne consegnata alla metà del cast impegnata nel ruolo dei criminali, per calarsi nella mentalità di chi in prigione non ci vuole tornare, anzi Nate, il personaggio interpretato da Jon Voight è stato riscritto interamente da Mann ispirandosi proprio al vecchio Ed Bunker, un piccolo cortocircuito cinematografico se vogliamo, visto che attore e scrittore erano entrambi nel cast del film A 30 secondi dalla fine.

"Che roba è?", "Lo ha scritto un tale di nome Bunker, ti piacerà sembra parli di te"

Quella faccia da schiaffi di Tom Sizemore, per calarsi al meglio nei panni di Michael Cheritto venne affiancato a diversi ex criminali, Ashley Judd e Natalie Portman (arrivata dritta dal set di Lèon) ebbero modo di parlare con le mogli di alcuni veri rapinatori o con le figlie di poliziotti per assimilare la loro mentalità, in un film così fortemente maschile, i personaggi femminili sono fondamentali, perché non solo rappresentano la speranza per un futuro migliore per i protagonisti, ma spesso subiscono e sono vittime dei loro uomini e delle loro scelte di vita, quando il Neil McCauley di De Niro dice che se vuoi fare il lavoro del rapinatore non devi avere affetti o fare entrare nella tua vita niente da cui non possa sganciarti in trenta secondi netti se senti puzza di sbirri dietro l'angolo, vuol dire che per rispettare questa disciplina, da qualche parte nel mondo una donna soffrirà per la tua scelta, tutto questo dipinge l’arazzo di un film che è al 100% di genere, ma allo stesso tempo un dramma umano in cui il microcosmo dei personaggi è tratteggiato in modo realistico e completo, tanto che è quasi impossibile parlare di personaggi di contorno.

“Heat” non è uno di quei film corali in stile Robert Altman, la casualità ha poco spazio (lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torneremo), qui sono i protagonisti che creano il loro mondo, ne determinano le regole e le seguono, costi quel che costi, ancora una volta siamo di fronte ai tipici eroi ed antieroi Manniani, professionisti votati alla loro professione come se fosse una causa, una crociata, in eterna corsa contro il tempo (fatale è infatti per Neill quel «Abbiamo tempo?» che determina la deviazione per chiudere i conti con Waingro), ma soprattutto due facce della stessa medaglia, su fronti opposti ma identici, come Will Graham e Dollarhyde, come Trismegestus e Molasar.

Tempo, è quando pensi di averne in abbondanza che scopri quanto scorre in fretta.

Mann era talmente consapevole di stare dirigendo il suo film della vita che oltre ai migliori attori su piazza (ci sono tutti, da Val Kilmer a William Fichtner, persino il cantante Henry Rollins si ritaglia un ruolo da guardia del corpo), il regista si è portato dietro tutti i suoi pretoriani... In piccoli ruoli compaiono Tom Noonan e Wes Studi, anche se proprio Kilmer è quello che Mann ha fatto filare più di tutti, affiancato dall’ex SAS Andy McNab, pare che alla fine della preproduzione, il divo noto per essere piuttosto bizzoso, era diventato un soldatino nel vero senso della parola, la tecnica un colpo in avanti, uno indietro prima di cambiare il caricatore è tipica dei SAS, intervistato da Robert Rodriguez, Mann con un ghigno soddisfatto racconta di come Vilker sparasse meglio del 95% dei soldati di stanza a Fort Bragg (Storia vera), dove il regista aveva spedito tutti gli attori impegnati a non infilarsi nelle banche, con il compito di annotare orari, numero di telecamere e guardie di sicurezza, come se un colpo lo stessero organizzando per davvero.

Un colpo avanti, uno indietro e poi ricarichi, da Man(n)uale.

Con questo tipo di cura per il dettaglio, le riprese di Mann filarono spedite, considerando il fatto che il regista di Chicago ha deciso di studiare cinema dopo aver visto “2001 odissea nello spazio” (1968), potremmo dire che “Heat” è un po’ come se Kubrick avesse diretto “Rapina a mano armata” (1956) con il piglio autoriale di quando raccontava di monoliti e viaggi nello spazio. Anche se alla sua uscita il film è stato più che altro lodato per la presenza in scena di Pacino e De Niro (vero traino commerciale della pellicola) è chiaro che esista un prima e un dopo l’uscita di “Heat”, quello che ancora oggi è il film di riferimento quando si tratta di rapine al cinema, il perfetto punto di contatto tra autorialità e film di genere, lo può amare chi vuole le sparatorie, ma anche chi frequenta solo sale d’essai, insomma il tipico film che qui alla Bara Volante chiamiamo Classido!

“Heat” resta il crime movie (Los Angelino) definitivo perché strizza fino all’ultima goccia di cinema contenuto all'interno di una trama se vogliamo minimale, da una parte abbiamo la squadra di rapinatori capitanata da quel Samurai di Neil McCauley (Rober De Niro), impegnata in una partita a scacchi con il dipartimento di polizia di Los Angles rappresentato dal tenente Vincent Hanna (Al Pacino). Tanto risulta metodico e dedito alla sua disciplina De Niro, quanto Pacino è sopra le righe, sempre proprio grazie a reazioni esplosive, come se il primo trattenesse dentro la belva e come se facesse fatica a domarla l’altro.

A ben guardare, alla “sfida” che tanto attizzava i titolisti italiani, si potrebbe affiancare una seconda sottotrama, quella relativa alle azioni rubate che permette a Di Niro di giocarsi la “frase maschia” sul parlare da solo al telefono, perché dall'altra parte della linea ci sta un uomo morto, ma quello che interessa a Mann è prima di tutto il dramma umano, ecco perché la rapina, anzi LA RAPINA, quella che per qualunque altro regista sarebbe un’ottima ragione per vendere l’anima al diavolo pur di averla come scena madre nel proprio film, per Mann arriva all’inizio, ma solo dopo aver presentato tutti i personaggi e le rispettive donne, avete presente la regola dei cinque minuti iniziali di un film? Quelli che ne determinano tutto l’andamento? Mann ci regala la versione definitiva espansa, un po’ come “Heat” è il crime movie losangelino definitivo. Inoltre, mettiamola così, i film ambientati nella città degli angeli non sono proprio pochi (e fanno categoria a parte), quindi questo resta un primato notevole.

"Ma il giorno della rapina non era Venerdì 13? Mi sono conciato così per niente!?"

Per essere un film dove il pubblico bramava vedere la sfida tra Pacino e De Niro, Michele Uommo sfoggia un tale controllo sulla storia tanto da giocare con quell'attesa, centellinandola, non come farebbe qualunque altro regista per tenere sulla corda il pubblico pagante, ma consapevole di avere un dramma corale da raccontare ben più avvincente della “sfida” tanto strombazzata nel titolo italiano. Ecco perché “Heat” dura 170 minuti e pare durare meno della metà, ogni elemento è talmente curato e cesellato da risultare fondamentale, parafrasando il paragone fatto da Stephen King con Martin Scorsese (che nello stesso anno usciva con un film di pari forza come “Casinò”): molti registi scrivono racconti, Michael Mann dirige romanzi.

Sono sicuro che se uscisse in sala oggi questo film, qualche “tuttologo” del Web avrebbe la faccia tosta di considerare il cambio basket tra il cuoco della tavola calda e Danny Trejo (nella parte di un personaggio di nome… Trejo, puro Mann!) come un “buco di sceneggiaturaaaaaaaa!”, ma visto che vi ero debitore di un’icona da chiudere lo faccio subito. Sempre citando King, i grandi sceneggiatori le coincidenze devono dimenticarsele, le coincidenze possono avvenire nella vita reale, mai in una storia scritta perché il pubblico finirà per percepirle come bassi trucchetti di scrittura, “Heat” è un film tanto incredibile da smarcarsi anche da questo Dogma della scrittura. Nel cinema antropocentrico di Michele Uommo, sono i personaggi a creare il loro mondo, quindi se serve un nuovo componente della banda, la preparazione di Neil è talmente meticolosa che è il mondo stesso a piegarsi ai suoi bisogni, fornendogli un ex galeotto esperto proprio dietro ai fornelli del locale dove sta pranzando e la trama funziona perché Mann ci racconta tutto di quel personaggio (a sua volta impegnato a cercare di plasmare con fatica il suo mondo), parlo di questo quando dico che non esistono personaggi secondari in “Heat”, ognuno ha lo stesso peso ed importanza degli altri, anche se nella fattoria degli animali di Mann, due sono più importanti degli altri.

"Facciamo a chi sbatte le palpebre per primo?"

Al regista di Chicago non interessa lanciare una forza inarrestabile come Al Pacino, contro un oggetto inamovibile come De Niro, o meglio il punto di arrivo sarà quello, lo sappiamo tutti anche prima di iniziare a guardare il film, per prima cosa a Mann interessa mettere in chiaro che i due protagonisti sono due facce della stessa medaglia, infatti il loro primo faccia a faccia avviene a distanza. Con un gran colpo di genio Mann ci mostra Vincent impegnato a guardare il suo avversario durante un sopralluogo attraverso le telecamere di sicurezza, grazie alla fotografia di Dante Spinotti (una statua a quest’uomo sarebbe quanto mai gradita) i due personaggi si “guardano” per la prima volta attraverso uno schermo, dove sono rappresentati come uno il negativo dell’altro, letteralmente visto che l’immagine sullo schermo è quasi completamente nera. Un momento intensissimo, tra due personaggi che s'inseguono e continuano a guardarsi a distanza (perché lo sguardo nel cinema di Mann è tutto, Dolarhyde guardava i filmati delle sue vittime, i Mohicani a fine film guardavano dall’alto un Paese che stava per lasciarli indietro e così via), tanto che quando poi il vero faccia a faccia tra i due sfidanti arriva, accade quasi in modo anti climatico.

Come abbiamo visto parlando di Sei solo, Agente Vincent, l’incontro alla tavola calda tra poliziotto e criminale a cui dava la caccia è stato ispirato a Mann da fatti realmente accaduti, ma la differenza di potenziale tra questa scena e quella gemella di L.A. Takedown è indefinibile: Pacino e De Niro, i due eterni contendente nei cuori del pubblico per il ruolo di più grande attore vivente, opposti in tutto in questo film (ruolo, stile di recitazione, anche i colori scelti da Mann per i rispettivi abiti), si confrontando per riconoscersi uguali, nessuno dei due mollerà, ma in questo duello c’è del rispetto e mai in Occidente, nessuno ha saputo raccontare i temi cari all’Heroic bloodshed di Hong Kong meglio di come ha fatto Michael Mann in questo film.

La "frase maschia" del vecchio Bob, ovvero: come ho imparato a rispondere al call center fastidiosi.

Lo scontro tra queste due forze opposte è inevitabile, ecco perché la sparatoria in strada è una danza di sangue e guardandola viene voglia di gettarsi a terra non solo per invocare gli dei del cinema, ma anche per non essere colpito da qualche pallottola vagante... Fateci caso è una sequenza talmente realistica che quando Val Kilmer idealmente guarda in camera sorridendo, consapevole che ci sono gli sbirri ad attenderli ed ora si farà sul serio, la musica termina di colpo sul ghigno di Kilmer e cominciano sei minuti di spari, i più realistici mai visti al cinema, senza più la coperta calda della colonna sonora, il realismo e il metodo che Mann segue con religioso rigore (al pari di Neil) applicato al grande cinema di genere.

Questo è il secondo post che dedichiamo a Heat qui sulla Bara Volante e penso che potremmo scriverne altri due senza troppe difficoltà tanti sono i dettagli da analizzare in questo capolavoro, quello che ci tengo a sottolineare è il modo in cui Mann abbia prima portato l’estremo realismo al cinema, applicandolo a quello di genere per fargli fare un salto di qualità innegabile, ma poi abbia sfruttato ogni fotogramma del film per imprimere a “Heat” un’aura di finzione cinematografica che rende questa storia così realistica, quasi sospesa nel tempo. Il buio dietro al balcone dove Neil dà primo bacio alla sua donna è di un nero mai così profondo (per quella statua a Spinotti quanto dobbiamo aspettare?), la città di Los Angeles sullo sfondo è talmente protagonista da non restare sullo sfondo, persino la scelta degli ambienti o dell’arredo serve a raccontare delle solitudini dei protagonisti, qui alla Bara Volante mi piace trattare i film di genere con lo stesso rispetto che di norma, i cinefili colti con la pipa e gli occhiali decidano solo ai film “alti”, con “Heat” il mio lavoro è molto più semplice perché è lo stesso approccio di Mann ed è sotto gli occhi di tutti.

Friedkin preferiva Magritte, Michele Uommo invece sceglie Colville.

Michele Uommo riempie di arte il suo muscolare film di rapine, il dipinto “Pacific” di Alex Colville, del 1967 è come il fotogramma di un film, una scena statica che racconta una storia, quella pistola, l’oceano sullo sfondo, Michael Mann prende i suoi personaggi e li immerge nel dipinto di Colville, non è un caso se una delle immagini più iconiche (di questo film pieno di momenti che hanno segnato la storia recente del cinema) sia proprio la versione Mann di “Pacific”, dipinto in rigoroso “Blu Manniano”, solitudini maschili e tormenti interiori che solo il mare può tentare di lenire, fuga anche contro il tempo) dalla giungla di cemento Losangelina che stringe nella sua morsa i protagonisti.

Arte a confronto, con tocchi di "Blu Manniano".

Il finale all’aeroporto è pura arte, poetico come morire per mano dell’unica persona sulla Terra che ti capisce per davvero, ma anche poetico perché la perfetta conclusione di una cavalcata da 170 minuti che ha cambiato il cinema e l’immaginari collettivo per sempre.

“Heat” non ha distrutto i botteghini come si potrebbe immaginare dal suo notevole lascito, le emozioni dei film di Mann sono, come dico sempre, fuoco sotto la cenere e il suo cinema arde allo stesso modo, ecco perché ancora oggi tanti (troppi) lo considerano erroneamente un regista freddo e tutta estetica, qui è lo stile a creare la sostanza e da quella sostanza tanti hanno pescato a piene mani. La serie tv “Bosh” a partire dalla sigla prova a cavalcare le atmosfere di “Heat”, così come la seconda stagione di True Detective, un tale fin troppo idolatrato ha provato a fare il Michael Mann in una scena di tre minuti e mezzo mondo è pronto ad intestargli tutti i suoi averi, mentre Mann per aver fatto se stesso al suo meglio viene ancora dato quasi per scontato, ma senza “Heat” non avremmo avuto che ne so, “Ronin” (1998), a cui anche un Maestro come Frankenheimer si è palesemente ispirato. Capita che un regista una volta raggiunta la vetta diriga il film della vita, qualche volta il risultato è splendido, ma nessuno e intendo dire proprio nessuno, si è presentato a questa prova fatale con più preparazione, cura e meticolosità di Michael Mann quando ha diretto “Heat”, nessuno ci ha fatto avvertire il “calore” che si portava dentro da sempre più di lui con questo film. Ecco perché Michael Mann merita di sedere allo stesso tavolo dei grandi come Walter Hill (a cui la regia era anche stata proposta), Sam PeckinpahWilliam Friedkin per rubare il fuoco agli dei del cinema, l’unico modo è con una rapina sul grande schermo.

Tre ore per arrivare qui, non un solo minuto sprecato.

Prossima settimana, invece, andiamo a fondo di un’altra grande storia piena di eroi Manniani… Avete da fumare? (cit.)

32 commenti:

  1. MANN COL SUO STILE INIMITABILE E PERSONALE CI REGALA UN FILM IMMORTALE.OMAGGIANDO A MODO SUO TUTTO UN GENERE.ANDANDO ADDIRITTURA OLTRE.IO CI HO VISTO DENTRO ANCHE MAESTRI COME MELVILLE, FRIEDKIN E PECKINPAH.VISTO IN SALA ALLA SUA USCITA.MI RICORDO CHE VOLEVO NON FINISSE MAI.UN SALUTO DA LUIGI

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    1. Michele Uommo si è potuto sedere allo stesso tavolo dei migliori, ogni volta che rivedo il film mi sembra chiarissimo ;-) Cheers

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  2. Filmone della Madonna. Sceneggiatura coi controfiocchi, regia e fotografia incredibili e interpretazioni magistrali. Un capolavoro e, per quanto mi riguarda, il picco assoluto dei lavori di Mann che sfiorerà di nuovo in seguito (Collateral) ma non saprà replicare l'epica sfida (così facciamo contenti i titolisti nostrani...), le dinamiche e la figaggine dei personaggi di De Niro e Pacino.

    Come dissi l'altra volta nel post di Quinto, uno dei primi film "adulti" che mi fece andare sotto pesantemente e che consumai a furia di rivedere.

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    1. La differenza è che “Collateral” non è stato scritto da Mann, ma ne parleremo a breve, in ogni caso ci tenevo ad affrontare a mia volta “La sfida” di scrivere di questo capolavoro ;-) Cheers

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  3. Suoer casting, super direzione...un film imbattibile ancora oggi in patria. Oltretutto l'aver messo Bob e Al su quel tavolo, in quella maniera, è forse una delle scelte più azzecate che gli americani abbiano fatto nel loro cinema.

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    1. Scelta impeccabile, anche quel giocare sull’aspettativa della loro “sfida”, non ha una singola sbavatura questo film, al massimo sono io che ci sbavo sopra ;-) Cheers

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    2. E non scordiamoci il cattivo più bastardo di sempre! Da una parte sono contento che abbia ispirato Il Cavaliere Oscuro di Nolan, è un film con molte lezioni di classe da ogni prospettiva nella quale viene messo sotto esame. Per me è veramente il poliziesco definitivo Americano.

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    3. Super bastardo, se poi un dieci percento dell'idolatria (spesso immotivata) riservata a Nolan andasse verso Chicago e verso Mann, saremmo tutti più felici ;-) Cheers

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  4. Io però credo non si possa celebrarlo abbastanza senza mettere sul piatto la pazzesca colonna sonora di Michael Brook. Per la prima volta alle prese con un film, il magico chitarrista offre atmosfere davvero incredibili. La rapina rimarrà nella storia, ma immaginatela senza Brook.. ;

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    1. Sono quelle scene come “L’estasi dell’oro” con Wallach che corre tra le tombe, togli la musica hai perso un pezzo enorme dell’esperienza, e la musica per Mann vale spesso più dei dialoghi. Il “problema” di un film come questo è che potrei scrivere un post alla settimana su “Heat” e avrei ancora elementi da sviscerare per le settimane successive. Cheers

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  5. Non lo guardo da anni e l'ho visto in età troppo giovane per capirci qualcosa a livello di "stile" o autore. So solo che mi è sempre piaciuto come film, e che rimasi molto colpita dalla profondità e dalla malinconia che riuscivano a trasmettere i personaggi anche in quello che il mio cervello percepiva solo a livello di heist movie. Dovrei rivederlo.

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    1. Per me il cinema di Mann e come la musica dei Pink Floyd, posso stare mesi senza ascoltare un loro pezzo, poi quando mi riprende non ascolterei altro. Idem per “Heat”, bisogna trovare tre ore, ma sono tre ore spese bene, classico film che migliora ad ogni visione. Cheers

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  6. "Un tempismo al decimo di secondo" è un omaggio al grande Jack Burton dì la verità...gran post Capo!!!

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    1. La mia vita è un omaggio a Jack Burton ;-) Grazie capo! Cheers

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  7. All'epoca la campagna pubblicitaria italian puntò "leggermente", ma proprio un'anticchia sulla presenza dei due divi "per la prima volta insieme", eppure non giravano foto di scena come quella che hai mostrato, ed era lecito dubitare che De Niro e Pacino non si fossero mai neanche incontrati, visto che non esisteva una sola inquadratura che li vedesse insieme, solo controcampi. Finché non sono uscite fuori foto di scena che provavano che davvero i due attori almeno un giorno sono stati sullo stesso set, non ci ho creduto. E infatti quando sono tornati insieme per "Sfida senza regole" si sono assicurati di farsi vedere bene insieme nelle stesse inquadrature, memori della sòla del '95 :-D
    Scherzi a parte, grande post e grande atto d'amore per un regista che temo non ne riceva molti.

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    1. Esatto, “Sfida senza regole" fin dal titolo italico è l’anti-Heat, l’Heat per tutti, del tipo: ve li diamo noi quei due insieme, infatti la colpa di “Heat” (e di molti film di Mann, facciamo anche tutti) è quella di non trattare il pubblico come dei fessi, insomma in questo senso è l’anti-Nolan, per quello Mann è il classico regista che in tanti sono pronti ad indicare come bravo bravissimo, ma poi nessuno conosce e ricorda mai per davvero, per fortuna ho una Bara Volante per farlo ;-) Cheers

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    2. SFIDA SENZA REGOLE,FILM CHE DALLA NOIA NON HO PORTATO A TERMINE. I MANN IN GIRO SONO POCHI.LUIGI

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  8. Mi ricordo che lo avevate gia' trattato, anche se era stato per certi versi un lavoro su commissione (come certe rapine grosse, del resto...).
    Ma e' un'iniziativa in linea con lo spirito dell'opera.
    Alle volte un autore si rende conto di dover rimettere mano ad un suo lavoro.
    Perche' non ha detto tutto, o non gli e' riuscito di esprimersi come avrebbe voluto.
    "Heat" e' il suo opus magnum, l'opera omnia di Mann.
    Il punto massimo della sua cifra stilistica dove riversa le sue idee, le sue invenzioni, le sue ossessioni.
    Ridefinisce il genere, al punto che diventera' il termine di paragone per ognuno che da li' in poi vorrà cimentarsi.
    Ho comunque un rammarico. Credo che spesso non si comprenda ancora la portata dell'impatto che ha avuto questo film.
    Tra chi come al solito lo critica col solito ritornello dell'esercizio di stile fine a se' stesso (che pizza) è chi lo ha bollato come un "semplice" Pacino vs. De Niro.
    Ora, lo dico e lo ripeto. Se non sei un fuoriclasse a tua volta come regista, di due pesi massimi come loro non te ne fai nulla.
    Come con Hannibal. Per Mann non sono il fulcro, il punto di forza. Sono una risorsa, un valore aggiunto da spremere per migliorare ulteriormente il quadro d'insieme.
    Un passo ulteriore verso la perfezione.
    Ma con Mann spesso la gente guarda il dito e si dimentica della luna.
    Quel che si dovrebbe guardare e' la messa in scena dell'operazione, precisa e perfetta come gli ingranaggi di un orologio svizzero.
    La preparazione, i colpetti collaterali che precedono quello definitivo (perche' e' l'ultimo, se non sbaglio. Dopo spariranno per sempre) , la pianificazione col basista e poi gli imprevisti.
    Il traditore, il "soffia" che butta li' un'informazione a caso sperando che se a salvargli il culo, il detective che fa due piu' due e che procede da solo e dritto contro tutto e tutti, supportato solo dalla sua squadra.
    Ed e' guerra. I due schieramenti non potranno che finire addosso l'uno contro l'altro, in uno scontro frontale paragonabile a quello tra due treni in corsa. Fino al culmine. Che non e' LA RAPINA.
    Ecco, quella scena andrebbe vista sullo schermo piu' grande che avete, con un impianto sonoro che levati. La tv non rende l'idea. Ma neanche un minimo.

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    1. L'ho vista in un bar (cornice perfetta), su di un maxischermo formato telone per diapositive, e con tanto di casse poste per tutto il locale.
      Che il proprietario ci teneva a vedersi le partite come se fosse allo stadio. Ma non c'erano partite, quella sera.
      Sono a sbevazzarmi la mia birra quando all'improvviso scoppia l'inferno. Gestito e filmato da Dio in persona.
      Volano e fischiano proiettili dappertutto, una roba pazzesca. Da buttarsi sotto al tavolo.
      Rimango in estasi.
      E la cosa incredibile e' che una scena simile in un altro film l'avrebbero messa alla fine. Qui siamo si' e no a tre quarti.
      La stessa sensazione l'ho provata nel sequel di "The Raid", dove Gareth ti piazza una scena pazzesca dietro l'altra (il massacro nel cortile, Hammer Girl e Bat Boy, Prakoso...) ma ti da' da capire che non hai ancora visto niente.
      Mann ti tira una manata sulla spalla e ti dice "Fidati, il meglio deve ancora venire".
      E infatti da li' in poi gli eventi precipitano. In realta' era gia' tutto messo in moto da tempo, sin dall'inizio.
      Sta tutto subendo una brusca accelerata, il piano inclinato e' diventato verticale.
      Tra sbirri all'inseguimento e criminali in fuga, Neal potrebbe scappare. Dovrebbe.
      Ma e' un uomo d'onore, e non lascia le cose in sospeso.
      Anche se per certe scelte c'e' un prezzo da pagare. Sempre.
      Destino. Li' in quel bar i due si chiedono se non sia possibile fermarsi e lasciar perdere, prima che finisca in una carneficina.
      Non possono. E' la loro natura.
      Mann anticipa anche una scelta geniale che verra' poi ripresa da Friedkin, Scorsese e...beh, si'. Pure Nolan.
      Capisce che per fare un film monumentale devi avere i grandi nomi anche nelle seconde linee.
      E infatti prende gente che magari non e' piu' sulla cresta dell'onda, ma che anche come caratterista fa il suo porco dovere. Alla grandissima.
      Studi ('a grande!!), Kilmer, Sizemore, Voight...tutti grandissimi. E pure la Judd è la Portman.
      Eh, si'. Le donne. Che qui rivestono un ruolo particolare.
      Perche' dietro i predatori da citta' che lottano e si azzannano senza pieta' ci sono sempre delle femmine. Delle grandi femmine, per cui ne vale sempre la pena.
      Oh, anche gli sbirri e i gangster tengono famiglia. Anche se spesso disastrate. Oppure sorprendentemente unite, nonostante le vite perennemente al limite condotte dai padri.
      Le donne. Che siano complici, amanti, o vittime piu' o meno inconsapevoli. Oppure angeli il momento prima e vipere quello dopo. O inattesi fuori programma frutti di altrettanto imprevisti colpi di fulmine (una costante, nei film di Mann. Ci si annusa. Ci si piace. Ci si accoppia. Come animali notturni guidati dall'istinto) che rischiano di mandare tutto a monte.
      Capolavoro, anche se ingiustamente incompreso.
      E ottima recensione.
      Complimenti. E' sempre bello riparlarne.

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    2. Uno di quei film talmente grossi, che si meritava il post di Quinto e del mio, non avrei mai lasciato indietro l'occasione di scriverne, anche se è beh, una sfida ;-) Cheers

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  9. Come ha scritto il fratello Lucius, ai tempi la promozione di questa pellicola era tutta basata sulla contemporanea presenza dei due fuoriclasse nella stessa scena. De Niro era all'apice della carriera, Al Pacino un attore ritornato sulla cresta dell'onda, era come avere Pelé e Maradona, Tyson e Mohammed Alì, Sampras e Agassi...
    Insomma era un modo per attirare la curiosità di noi giovani spettatori, però poi la solidità della pellicola ti incollava alla storia. Nello specifico la costruzione delle vite dei due antagonisti aveva davvero uno spessore e un'accuratezza che solo uno come Uommo poteva presentare su schermo. Prima di questo film solo in Affari Sporchi avevo trovato qualcosa di simile... Grande film e grande post. Spero questo ciclo duri ancora tanto!

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    1. Ti ringrazio e per fortuna ancora ci sono tanti film di cui devo scrivere per questa rubrica ;-) Cheers

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  10. "Jimmy due volte" approva questo post ;-)

    Non avevo mai pensato al simbolismo del primo scambio di sguardi tra Vincent e Neil, uno negativo dell'altro.
    Bello anche il fatto che il loro secondo non-incontro avvenga in una controspiata di Neil, che attira gli sbirri in pieno giorno per fotografarli bellamente. Tu mi spii e mi dai la caccia di notte? E io ti spio e sbugiardo di giorno.

    E non conoscevo nemmeno il quadro che cita quell'inquadratura mannifica.

    Certi film meritano visioni, rivisioni, studi e controstudi.
    Il discorso sul galeotto che entra in squadra all'ultimo minuto è l'esempio perfetto per rivalutare il film alle visioni successive: io ho capito quel personaggio e la necessità di quella sottotrama solo alle visioni successive. Quel pezzetto di storia, oltre a completare la gamma di personaggi (maschili e femminili), smonta quella che sarebbe stata una forzatura, una stonatura.
    E poi Heat è tutto così: è un incastro di storie nelle storie, di vite che si incontrano e scontrano.

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    1. Lo penso anche io, oltre ad essere una travata che funziona meglio ogni volta che rivedo il film, cosa che faccio sempre più spesso, con il passare degli anni sono peggiorato (o migliorato, fai tu) in tal senso. Cheers

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  11. Il più grande neo-noir di tutti i tempi. Capolavoro immortale. Kilmer recita!!!

    Un incastro di storie che si lambiscono, sfiorano, incrociano e s'incontrano tra loro, personaggi che ad ogni visione regalano sempre cose nuove.

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    1. I film che hanno fatto la storia del cinema recente, per davvero però. Cheers

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  12. Due giganti (e il mondo di personaggi vivi e vibranti che gravita loro intorno) dalle parti opposte della barricata, una barricata tutt'altro che solida, tanto da chiedersi in continuazione se starne al di qua o al di là faccia davvero differenza... Pacino/De Niro come positivo e negativo, yin e yang, ma noi lo sappiamo benissimo quanto nella filosofia di Mann questi "poli" siano intercambiabili, altrimenti non potrebbero esistere quell'onore e quel rispetto reciproco fra sbirro e rapinatore: faranno entrambi ciò che devono, fino in fondo, senza esitare ma senza nessun odio.
    Detto questo, mi sento di proporre due cose:
    1) Una statua a Dante Spinotti, da realizzarsi il più rapidamente possibile
    2) Un Oscar per la recensione a Cassidy, consegnato di persona da Michele Uommo ;-)

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    1. Sono d’avvero lo Yin e Yang Manniano, intercambiabile come dici tu perché Mann ci ha raccontato storie da entrambi i lati della barricata. Ti ringrazio ma sarebbe già un onore consegnarlo io a lui, affitterei anche lo smoking per l’occasione ;-) Cheers

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  13. Decine e decine di minuti di applausi per questo post e per questo film che, è vero, ogni volta mi stupisco che duri tre ore perché a guardarlo sembrano 45 minuti.

    Nolan ha provato a fare il suo Heat, e il risultato non lega nemmeno le scarpe al film di Mann. Hai ragione anche a scrivere che potresti dedicargliene vari di post, le cose da dire non mancano, è un film incredibile e ha segnato il cinema di genere (e autoriale) senza ombra di dubbio.

    Bravo Michele Uommo, come lo chiami te! :--)

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    1. Ti ringrazio molto, me ne sono resoconto mentre scrivevo, ma già lo sapevo, in un mondo giusto sarebbero tutti fan di Michele Uommo non di Nolan ;-) Cheers

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