venerdì 17 dicembre 2021

La parola ai giurati (1997): torna a testimoniare William Friedkin

Il remake, il rifacimento, la nuova versione di una storia diventata un classico del cinema è sempre un gran banco di prova per un autore, oggi parliamo di questo, banchi di prova e banchi degli imputati nel nuovo capitolo della rubrica… Hurricane Billy!

Dopo aver tentato la strada del thriller erotico alla moda degli anni ’90, il nostro William Friedkin si scontrò contro un altro momento di passaggio di quel decennio, mi riferisco al processo a O.J. Simpson, giocatore professionista di Football e attore accusato dell’omicidio della moglie e del presunto amante, conoscete di sicuro i fatti perché sono diventati ormai parte della cultura popolare. Come racconta nella sua autobiografia “Il buio e la luce”, il nostro Billy conosceva O.J. Simpson, anche perché il giocatore di Football aveva frequentato parecchio il cinema ed Hollywood, alla fine, è un posto di lavoro più piccolo di quello che si potrebbe immaginare, come racconta il regista nella sua autobiografia “Il buio e la luce”, Friedkin non credeva alle accuse contro O.J. almeno fino al momento in cui non sono emerse nuove prove contro di lui, il che per certi versi rendeva il regista di Chicago identico a uno dei dodici giurati di... Beh, La parola ai giurati.

Non so voi, ma io trovo insopportabile quando i giornalisti confondono finzione e realtà, citando film famosi nei loro servizi, paragonandoli ai fatti di cronaca, credo che un giornalista debba fare altro lasciando questo tipo di parallelismi ai cinefili, anche perché, parliamoci chiaro, il cervello di un appassionato di cinema cerca sempre di aggrapparsi ai film che ha visto, figuriamoci un maestro della settima arte come Friedkin che bombardato da notizie su O.J. Simpson corse a rivedersi il film di Sidney Lumet pensando: «Ma perché io non faccio film così?»

Dodici uomini arrabbiati, diretti da un regista che, comunque, non le ha mai mandate a dire.

Con un’idea esplosiva e rischiosissima in testa, il tarantolato Hurricane Billy (soprannome che non ti guadagni se sei nato pigro) si presentò ai vertici di Showtime, rete via cavo famosissima negli Stati Uniti, per capire se fossero interessati a produrre una nuova versione del classico “12 Angry Men”, ovviamente, visto anche il contesto mediatico creato dal processo ad O.J. Simpson lo erano e il nostro Billy, come da sua abitudine, risalì la fonte fino allo sceneggiatore originale. Proprio come aveva già fatto per Il salario della paura, il regista di Chicago contattò l’allora settantasette Reginald Rose che si stava amabilmente godendo il suo pensionamento nel Connecticut, finché l’uragano Billy non lo convinse a tornare in sella.

“12 Angry Men” era stato scritto originariamente come dramma televisivo della durata di un’ora, venne trasmesso nel 1954 per la serie Studio One e successivamente ampliato e brillantemente diretto da Sidney Lumet che ne fece il suo scintillante film d’esordio, diventato un classico del cinema nel tempo, visto che alla sua uscita resto nelle sale pochissime settimane (storia vera).

Per esprimere un giudizio, dovranno prima liberarsi dei loro pregiudizi.

Il piano di Friedkin era come al solito baldanzoso, il regista di Chicago chiese a Reginald Rose se era d’accordo ad aggiungere quanti più personaggi di colore possibile nella storia (assenti dalla versione di Lumet), per calcare la mano sulla questione razziale che aveva spaccato in due il Paese, visto che era uno dei temi su cui la difesa di O.J. Simpson era stata costruita, insomma il nostro Billy era ancora pronto a puntare la sua macchina da presa su quelle zone d’ombra che il cinema troppo spesso (soprattutto quello contemporaneo) cerca di ignorare, i “12 uomini arrabbiati” della storia sono personaggi incazzati, sudati e ossessionati dai loro (pre)giudizi, perfettamente in linea con gli antieroi che hanno sempre popolato il cinema di Friedkin, l’unica condizione imposta da Showtime per dare “luce verde” al progetto era chiara: avere un cast di tutto rispetto, il meglio che il budget di un milione e settecentocinquantamila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati poteva compare, Billy si tirò su le maniche è radunò il meglio su piazza.

"Nonno, io non l'ho mai visto a qualcuno piace caldo", "Beh... nessuno è perfetto!"

Grazie al fondamentale lavoro della direttrice del casting Mary Jo Slater, Friedkin trovò il modo di mettere insieme vecchie e future glorie, per cavalleria iniziò dalle signore perché il nostro Billy in un film estremamente maschile (d’altra parte si intitola “12 angry men”) ha voluto affidare il ruolo del giudice a Alzata con pugno Mary McDonnell, infatti il film inizia con un primo piano su di lei, uno sul ragazzo accusato di parricidio, il cui destino è nelle mani del responso della giuria. Trovo significativo che il ragazzo, nel momento più difficile della sua vita, alzi lo sguardo al cielo concentrandosi sui quei dettagli inutili che non guardiamo mai, se non quando la nostra mente non è molto altrove, tipo una pala appesa al soffitto che cerca invano di smuovere l’aria nel rovente tribunale.

Attrici bravissimi dal cast di BSG, prima estratta!

La macchina da presa di Friedkin segue i giurati mentre prendono posto nella stanzetta in cui si svolgerà tutto il film, per cercare di rendere la trama il più cinematografica possibile, il regista di Chicago ha chiesto ai suoi attori di muoversi in lungo e in largo in quella stanzetta come leoni in gabbia, incoraggiando i suoi operatori a sperimentare con gli angoli di inquadratura più arditi, armato di due macchine da presa a mano, Friedkin ha fatto tesoro del suo passato come documentarista e del suo talento di girare film dalla tensione palpabile, ma tutti ambientati in una piccola stanzetta, anche questa una costante per tutta la carriera di Uragano Billy.

La trama è forse anche inutile raccontarla, di fatto le svolte e buona parte dei dialoghi sono letteralmente identici a quelli resi celebri dal film di Sidney Lumet di cui avevo già decantato le lodi, quindi ad una prima occhiata potrebbe sembrare un film che si limita a giocare sul velluto, in realtà “La parola ai giurati” è come la torta Sacher, la ricetta originale ti lascia pochissimo spazio per improvvisare, ci sono elementi chiave che devi rispettare quasi religiosamente altrimenti quella che verrà fuori sarà un’altra torta, magari al cioccolato, magari buonissima, ma non una Sacher, quindi per cucinare una Sacher perfetta devi essere davvero bravo e il nostro Billy lo è per davvero. Intanto, con questa metafora sulla Sacher vorrei dire a Nanni Moretti: levati, ma levati proprio! Ed ora andiamo avanti con il post.

"Solo a me è venuta voglia di Sacher dopo la metafora di Cassidy?"

Dico sempre che La parola ai giurati è un classico che tutti quelli che vorrebbero scrivere, recitare, dirigere, montare un film o più in generale fare cinema, dovrebbero studiare a memoria, infatti su questo banco di prova che scotta, William Friedkin fa un lavoro incredibili tenendo la tensione altissima per 117 minuti, come faceva Lumet, ti fa avvertire il caldo della giornata d’estate più torrida dell’anno, ma anche della tensione crescente provocata da queste dodici teste calde chiuse in una stanza con l’aria condizionata rotta, il cast a cui ha affidato i singoli personaggi non solo fa brillare questa versione del film, ma serve a mettere in chiaro il tocco di Friedkin alla ricetta di quella Sacher cinematografica che è “12 angry men”.

La versione del film di Hurricane Billy è tenuta insieme da due monumenti del cinema americano in due ruoli opposti: il giurato numero otto, quello che con la sua testardaggine è l’unico a non dare per colpevole da subito il ragazzo è interpretato da un’icona come Jack Lemmon che, rispetto a Henry Fonda è meno passivo/aggressivo nella sua interpretazione. Lemmon è un altro grande vecchio che, come spettatori, istintivamente ci viene voglia di ascoltare, il suo giurato numero otto non urla, ma fa valere il valore di un’argomentazione ben fatta anche contro il suo diretto rivale, il giurato numero tre (interpretato dal leggendario George C. Scott che, guarda caso, aveva impreziosito con il suo talento L’esorcista III, giusto perché i gradi di separazione con Billy qui, sono meno dei canonici sei).

Attori bravissimi dal cast di BSG, secondo estratto!

Tra questi due opposti che non si attraggono, al massimo si urlano addosso, troviamo tutti gli altri giurati scelti accuratamente, perché il numero undici (quello che non parla per mezzo film, ma prende preziosissimi appunti che si riveleranno essere fondamentali) ha le rughe e il carisma di Edward James Olmos (e siamo a due futuri protagonisti di Battlestar Galactica per Billy), inoltre trovo molto interessante che il regista abbia voluto nuovamente con sé un attore che aveva contribuito a lanciare in Vivere e morire a Los Angeles, William Petersen che prima di “CSI Las Vegas” era il protagonista tutto votato all’azione e drogato di adrenalina, mentre qui il regista gli ha riservato un ruolo quasi opposto, uno dei personaggi più statici (e perché no viscidi, d’altra parte di mestiere nel film fa il commerciale) come il giurato numero dodici, quello che non si schiera mai se non a giochi fatti.

"Dovesse servire qualcuno che sa guidare contromano fate un fischio, ho una certa esperienza"

L’anziano giurato numero nove ha il volto di Hume Cronyn, uno che in carriera è stato diretto da tutti, (anche da Alfred Hitchcok) mentre forse il più caratteristico di tutti visto dalla poltrona comoda di Padre Tempo resta il giurato numero sei interpretato da quell’omone di James Gandolfini che, per altro, ha un passaggio di trama che ritengo molto interessante: nel fetido bagno adiacente alla stanzetta dove i giurati si scannano tra di loro per accordarsi su un verdetto unanime, ad un certo punto Gandolfini chiede a Jack Lemmon «Se poi fai tutto questo e scopri che è colpevole?», il giurato numero otto lascia in sospeso la risposta, ma mi è stato del tutto impossibile non pensare ai trascorsi di Friedkin con Paul Crump all’inizio della sua carriera, chissà se anche questa è stata una delle ragioni che ha spinto il regista di Chicago a dirigere la sua versione di “12 angry men”, stampa stipendiata, vi ho appena regalato una domanda per Billy che non sia sempre sul colore verde del vomito di Regan!

Anche i più grandi prima o poi devono fare una scappata in bagno.

Per altro, pare che durante gli otto giorni di prove e i dodici di riprese, una mattina Friedkin arrivato molto presto sul set trovò Gandolfini piuttosto nervoso, l’attore in ansia chiese al suo regista «Pensi che stia andando bene?», «Penso di sì», a quel punto Gandolfini sputò il rospo «Fra poco devo fare una scena con Jack Lemmon. Non ci posso credere». Billy mise un braccio attorno alla spalla dell’omone e gli disse: «Jim, un giorno la gente dirà lo stesso di te» (storia vera). Due anni dopo la HBO trasmise la prima delle sei stagioni di "I Soprano", il resto, come si dice in questi casi, è storia.

Anche Tony Soprano si interroga sulla scritta "Pause" in alto a sinistra.

Ma il vero valore aggiunto della versione di Friedkin sono i quattro attori di colore che impreziosiscono il film: il capo della giuria Courtney B. Vance, l’anziano Ossie Davis, l’uomo con l’esperienza di strada Dorian Harewood, ma soprattutto il giurato numero dieci, il mussulmano interpretato da Mykelti Williamson che tutti sicuramente ricorderete per il ruolo di Bubba in “Forrest Gump” (1994), film che, per altro, esiste grazie alla caparbietà della produttrice Sherry Lansing che s'innamorò del libro e combatté per portare la storia al cinema. Si dà il caso che Sherry Lansing sia anche la moglie di Billy Friedkin che una sera a letto in stile Sandra e Raimondo chiese: «Cosa stai leggendo così tutta presa?», «Forrest Gump, un romanzo, vorrei farne un film», risposta del nostro Billy? «Si chiama davvero Forrest Gump? Che titolo del cavolo!» (storia vera). Questo, signore e signori è stato il contributo di Hurricane Billy alla mitologia di uno dei film più amati della storia del cinema, poi chiedetevi perché quella che mandava a segno un successo al botteghino dopo l’altro a casa Friedkin è da sempre Sherry.

"Parlaci ancora un po' dei gamberi ti va?"

Il personaggio di Mykelti Williamson è un mussulmano bloccato nei suoi pregiudizi, in tal senso identico al personaggio di George C. Scott con l’aggiunta di una sfumatura, il giurato numero dieci si lancia in una feroce invettiva contro i “latini”, di fatto quelli che secondo lui rubano spacciano e mettono ancora più in cattiva luce i neri negli Stati Uniti... Insomma, se Sidney Lumet aveva un solo personaggio palesemente razzista nel suo film, il nostro Billy ne ha due, per altro, mettendo in chiaro che il razzismo non è solo quello degli uomini bianchi nei confronti dei neri, perché come al solito al regista di Chicago interessano le zone d’ombra dei suoi personaggi, se poi sono controversi tanto meglio, risulteranno più realistici. Ecco, anche per questo forse capite perché i film prodotti da Sherry Lansing sono più facili per il grande pubblico, no?

"Questa mi sa che l'avevano già fatta Henry Fonda e Lee J. Cobb prima di noi?"

“La parola ai giurati” cucinato da William Friedkin è un omaggio al classico, ma anche un film incredibilmente al passo con i tempi, per certi versi, forse, anche più del comunque sempreverde film di Lumet, il fatto che sia andato in onda sul piccolo schermo non toglie nulla al valore di una pellicola che è puro cinema, potremmo dire che, complice la presenza di Gandolfini, la televisione ha fatto un salto di qualità rispetto al “cimitero degli elefanti” per la carriera dei grandi attori come veniva considerata un tempo, forse è un po’ merito del regista di Chicago, anche perché il suo film fece segnare i record di ascolti per il canale Showtime portandosi a casa diversi premi.

Di colpo la carriera di William Friedkin aveva ripreso nuovo slancio e credibilità, a questo punto il nostro Billy avrebbe potuto mettersi sulle piste di un nuovo successo al botteghino, oppure, forte dell’esperienza accumulata, tentare altre strade, lo scopriremo nel resto della rubrica dedicata ad Hurricane Billy che per il momento va in pausa festiva e tornerà tutti i venerdì a partire da gennaio, ma non abbiamo mica finito, eh? Abbiamo ancora un pezzo di strada da percorrere insieme a William Friedkin.

38 commenti:

  1. Ciao Cassidy, come si dice di questi tempi, mi hai "acceso un ricordo" nel senso che so di aver visto e apprezzato questo film ma non ricordo esattamente quando, se non le condizioni ambientali in cui lo vidi, ovvero lo stesso stramaledetto caldo e senza aria condizionata, proprio come i giurati della pellicola.
    Sicuramente però ricordo Jack Lemmon, un "gigante" che solo con la sua presenza regala carisma e spessore a tutto il film. Che poi, mi sono sempre chiesto ma non ho mai indagato, come si fa a diventare giurati negli Stati Uniti? E' una cosa obbligatoria o ci si deve iscrivere volontariamente in liste apposite, tipo scrutatori di seggio?
    Come al solito bel pezzo che mi ha messo voglia di vederlo nuovamente.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Credo che sia obbligatorio ma a turno, si viene chiamati per partecipare, ma non ho mai indagato a fondo, mi sono limitato a quanto capito dai film lo ammetto ;-) Cheers

      Elimina
  2. "Giuria avete un verdetto?" "Verdetto? era questo che dovevamo fare?" "Aaarh,in tutti i miei lunghi anni di carriera...." "Scherzetto verdetto!" " Ah oh oh oh,voi giurati mi farete morire!" Cit.

    RispondiElimina
  3. Carabara, io sono un fan da decenni dei dodici uomini indispettiti e credo, spero e "so" - considerati i miei agganci in Cinelandia - che da qualche parte qualcuno sta sempre pensando ad un remake. Come con Kong o Zorro o Tarzan o Bats. Sei un ragazzo discreto - come una tomba - quindi ti sussurro che Chris Nolan sta pensando ad una sorta di The Booth at the End ( che ha ispirato da noi The Place ndr ) incontra i dodici giurati. In sintesi: John David Washington è seduto in un locale a la Ed Hopper e dodici persone gli chiedono udienza come fosse don Vito Corleone perchè gli aiuti a risolvere le loro magagne. JDW che tutti chiamano Crazy Eight alle spalle e Otto ( sic ) di fronte impone loro delle corvee. Perchè lo fa? Come questo trasformerà queste persone? Può avere un rapporto con gli ultimi istanti del film in cui li vediamo dirigersi verso un tribunale? Ridley Scott è interessato a produrre il tutto. Non ci crederai, ma Mike Caine sarà della partita e forse anche Chris Bale e Adam Driver. Ciao ciao

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Caine, Bale e Driver, me lo hai quasi venduto malgrado il nome del regista e del produttore, ma si sa che a Cinelandia sono sempre più o meno gli stessi nomi a girare ;-) Cheers

      Elimina
  4. Oddio me lo sono perso! E dal tuo bel post capisco che devo assolutamente recuperare! Non so perché dalle prime righe pensavo che l'avresti disintegrato (paura da remake) invece capisco che è molto bello. Mi gasa assai, perché ovviamente ho adorato l'originale e dunque non posso perdermi questo. Nella terz'ultima foto uno dei giurati è per caso il cardinale in Angeli e Demoni? Mi sembra lui

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi sostituisco a Carabara per dire che hai ragione e si tratta di Armin Mueller-Stahl, famoso anche per Music Box con Jessica Lange.

      Elimina
    2. Billy ha firmato due rifacimenti, entrambi di classici ed entrambi bei film, così su due piedi non ricordo altri registi che sono riusciti in tale impresa ;-) Cheers

      Elimina
    3. Grazie Crepascolo, si è proprio Armin Mueller-Stahl qui ricopre il ruolo del giurato occhialuto, quello che non suda e sta sempre compassato nel suo completo ;-) Cheers

      Elimina
    4. Di nulla - ti confesso che sto sistematicamente facendo la cresta alle mance di mia suocera a Crepascolino per mettere da parte una somma sufficiente a girare un film con Armin Mueller-Stahl e Stellan Skarsgård che sono due giocatori di scacchi che si mandano messaggi con le mosse dalle due parti del Muro, ma Stan Tucci e Ben Kingsley - due tristi travet dei servizi segreti ed avversari da sempre - credono che i due scacchisti siano spie. Ciao ciao

      Elimina
    5. Di nulla - se riesco a produrre il mio Gambetto* Scherzetto, vi manderò un paio di biglietti omaggio

      * Arrocco non fa rima con scherzetto e io non ho l'abilità che aveva Lina W. per i titoli

      Elimina
    6. Titolo provvisorio di lavorazione "Il muro delle spie", oppure "Scacchiera di spie" ;-) Cheers

      Elimina
    7. Se mi posso permettere, io lo chiamerei "Controscacco", sottotitolo, La spia che arroccava.

      Elimina
    8. Aggiudicato! ;-) Cheers

      Elimina
    9. In pratica un "Revolver" (2005) al contrario? Lì tutti pensavano che Jason Statham in galera giocasse semplicemente a scacchi invece tramite le mosse mandava fuori dei messaggi, nel tuo film avviene il contrario :-P

      Elimina
    10. Esatto! Non ci avevo pensato è proprio "Revlover"... Peccato la parola per un pelo non è palindroma ;-) Cheers

      Elimina
  5. Quando riesci a fare un remake che non sfigura con un classico, puoi solo levarti il cappello di fronte a Friedkin

    RispondiElimina
  6. What? Esiste un remake?
    Il film di Lumet è uno dei miei preferiti in assoluto, stratosferico, memorabile. Ma questo lo vedro!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esiste ed è anche una bella versione, anche se non so bene come definirlo, si tratta di uno di quegli adattamenti che ritorna alla fonte, potremmo dire come l'ultimo "IT", "True Grit" dei fratelli Coen e lo stesso "Il salario della paura" di Friedkin, strano che nessuno abbia ancora coniato una parola in inglese per definirlo, forse perché la mia precisazione è inutile pedanteria tipica del sottoscritto ;-) Cheers

      Elimina
  7. In genere quando la dolce meta' ti fa un suggerimento velato ti sta dando un ordine...e Billy avrebbe fatto meglio a seguirlo.
    Ma non ce lo vedevo, a dirigere "Forrest Gump".
    Friedkin non e' da storie edificanti.
    Invrealta', visto che si parlava di legal-thriller, me ne aspettavo un altro.
    Questo l'ho visto, ma pensa che me l'ero completamente rimosso!
    Ripensandoci, Friedkin fa un lavoro egregio.
    Considerando la tipologia di film, non hai molto spazio di manovra ed esistono regole ferree da cui non si puo' assolutamente sgarrare.
    Se no fai una roba che non c'entra nulla, e al massimo ti puoi trincerare dietro ad un "Io l'ho interpretato cosi'."
    Tipo Pagagnino con il remake di "Suspiria", per intenderci.
    Qualcuno me lo spiega che cavolo c'entra la lotta armata tedesca con un collegio gestito da streghe?
    Boh.
    Friedkin le rispetta tutte, le regole.
    Recupera un gran cast, con parecchi attori in disarmo ma che davanti ad una macchina da presa fanno sempre la loro porca figura. Perche' sono dei grandissimi.
    Lima dove occorre, togliendo dettagli che apparirebbero anacronistici come il fatto che una giuria non puo' piu' essere composta da soli bianchi (gente, non siamo piu' negli anni 50,ormai si e' in una societa' multietnica. E meno male).
    E intanto cogli l'occasione per dimostrare che il razzismo non e' solo una questione di colore della pelle, ma un modo di essere. E che vale da ambo le parti.
    Attori tutti in palla (e Ribadisco...ciao,James. Ci manchi) e recitazione con nervi tesi e a fior di pelle.
    Come dico sempre...quando operazioni simili sono cosi' ben fatte, hanno il mio favore incondizionato.
    Perche' sono il modo migliore per omaggiare i classici. E coi classici non si scherza.
    Allora con Friedkin ci si rivede dopo le feste. Che ha ancora qualche bell'asso nella manica, da giocare.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il fatto interessante secondo me è che Billy avrebbe una produttrice a casa sua, ma caparbio, continua a scegliere storie in direzione ostinata e contraria, stima anche per questo ;-) Cheers

      Elimina
    2. Sorry, Guadagnino.
      Non Pagagnino.
      La tastiera...

      Elimina
    3. Si capiva dal titolo del film, anche se si sa, Pagagnino non ripete ;-) Cheers

      Elimina
    4. E aggiungerei anche, meno male (che non ripete)!!

      Elimina
    5. Ehehe ci può stare ;-) Cheers

      Elimina
  8. Non ricordo se era Tele+ o altro canale, comunque all'epoca scoprii che andava in onda questo film e ho storto la bocca: mai toccare i classici, se poi sono capolavori di Lumet devi starci solo che lontano. Ignoravo fosse di Friedkin (autore che, scopro dal tuo ciclo, ho sempre ignorato senza saperlo!) Comincio a vederlo e niente, incastrato sulla sedia fino all'ultima scena: ero già pronto a irridere il film, a ribadire che nessuno deve permettersi di toccare i classici, invece sono rimasto lì con la bocca aperta fino all'ultimo: e la trama la conoscevo benissimo!
    Non lo rivedo da allora, quando è uscita la versione di Mikhalkov (la recensirai?) mi sono rivisto solo l'originale di Lumet, ma lo ricordo ancora con grandissimo piacere.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Billy Friedkin ha fatto piccole ma sostanziali modifiche e da grande uomo di cinema, ha potutto dire la sua anche con un classico enorme come quello di Lumet. Avevo visto la versione di Mikhalkov, mi era piaciuto molto, per ora non credo, ma potrei sempre completare la trilogia ;-) Cheers

      Elimina
    2. Mi aggiungo al commento del fratello Lucius per sottolineare che anche io, prima del tuo intrigante ciclo, non ero a conoscenza del fatto che molte belle pellicole che ho visto nel passato fossero di Hurricane BillY!
      Ripensandoci ora lo stile asciutto, senza fronzoli e inutili orpelli, avrebbe dovuto farmi sospettare qualcosa...

      Elimina
    3. Ci sarà un motivo se ho scelto di portare questo regista sulla Bara no? Visto che tre quarti della sua filmografia sono semi sconosciuti. Cheers

      Elimina
  9. Non sapevo esistesse il remake di quel capolavoro di Lumet! Serviva un regista coraggioso per affrontare l'impresa, e a quanto pare il risultato è meritevole. Continuo a non capire la necessità di rifare film già ottimi in partenza, ma fa piacere vedere che la cosa sia stata fatta bene!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vero, ma se vengono fatti per un urgenza narrativa e non per sfruttare un nome famoso di solito è già un buon inizio. Cheers

      Elimina
    2. Quando si ha qualcosa di nuovo da dire rispetto all'originale il remake può anche diventare opera a sé stante, come qui Hurricane Billy dimostra assai bene di aver capito... Certo non ha avuto paura di misurarsi con Lumet, esattamente come Philip Kaufman, John Carpenter e David Cronenberg non ne hanno avuta nei confronti rispettivamente di Don Siegel, Christian Nyby/Howard Hawks e Kurt Neumann (ma di quali remake starò mai parlando, chissà) ;-)

      Elimina
    3. Non lo so, non ne ho proprio idea, ma tra gli esempi di rifacimenti positivi, dovrebbe sbucare anche il nome di Friedkin, che in carriera questa mossa da Maestro ha saputo giocarsela due volte ;-) Cheers

      Elimina
    4. E chi indovina qual è l'altra merita di guadagnarsi un salario da paura (ehm) ;-)

      Elimina
    5. That's a bingo! (cit.) ;-) Cheers

      Elimina