mercoledì 1 dicembre 2021

Cry Macho (2021): il Messico, due compari e un pollo (da combattimento)

Non è mai un film come gli altri il nuovo di Clint Eastwood, perché noi spettatori sentiamo il tempo sulle sue spalle più di quanto non sembri avvertirlo lo stesso Clint, che continua a lavorare senza sosta.

Non può essere il "solito Eastwood" perché sarebbe da ingrati dare per scontato il vecchio Clint, ma non lo è nemmeno quando il nostro mette su la sua seconda espressione, quella con il cappello sulla testa, perché vedere Eastwood sotto con cappello a tesa larga evoca grandi ricordi, inutile girarci attorno.

Infatti per certi versi “Cry Macho” arriva dal passato di Clint, il romanzo di N. Richard Nash è del 1975 ed è da allora che il cowboy protagonista, Michael "Mike" Milo è in cerca di un volto cinematografico che per un po’ pareva dovesse essere quello di Roy Scheider, poi Burt Lancaster, seguito da Pierce Brosnan e addirittura Arnold Schwarzenegger, ma non esistevano cavalli in grado di sostenere il suo peso aggiungo io. Non fu scelto già allora il volto di Eastwood solo perché ai tempi Clint aveva quarantacinque anni e non si sentiva abbastanza maturo per questa trama (storia vera), anzi era ancora così baldanzoso da scalare l’Eiger.

Se non si fosse capito, questa è la sua seconda espressione.

Oggi invece, quarantasei anni dopo l’uscita del romanzo, Clint ha fatto abbastanza chilometri (occhiolino-occhiolino) da sentirsi finalmente pronto per interpretare il vecchio Cowboy da rodeo Mike Milo, anzi forse ha aspettato anche un po’ troppo, ma cosa gli vuoi dire ad uno che a novant'anni (anzi, novantuno) entra in scena e buca ancora lo schermo? Niente, infatti la sceneggiatura è stata affidata al solito Nick Schenk di fiducia per un film girato come sempre con lo stile essenziale di Eastwood, uno stile anche più rilassato del solito, questo va detto.

Mike Milo è burbero, incazzato con il mondo e reduce da una caduta da cavallo che ha messo fine alla sua carriera da cowboy da rodeo, il suo capo Howard Polk (Dwight Yoakam) lo licenzia malamente ma un anno dopo torna da lui con il cappello in mano, per chiedergli di aiutarlo a portare negli Stati Uniti suo figlio Rafael "Rafo" Polk (l’esordiente Eduardo Minett, che fa davvero bene il suo dovere). Il ragazzo sta in Messico con la madre che in quanto dona di malaffare, Eastwood fa recitare con un vestito rosso che consiste in tutta la caratterizzazione del personaggio, vedete di farvelo bastare.

Quel sorriso, quel maledetto sorriso (cit.)

Howard per problemi non specificati ma intuibili, non può andare a riprendersi il figlio da solo, ma sa che il fascino da vecchio Cowboy di Mike potrebbe convincere Rafo a passare il confine, infatti tutto procede come da programma, malgrado il piccolo intoppo rappresentato dalla passione del ragazzo per i combattimenti tra galli, infatti el chico non muove un passo senza il suo gallo da combattimento, ribattezzato “Macho” (la parola più ripetuta di tutto il film), di fatto un metaforone con le piume.

Mi ero fatto una mia idea su “Cry Macho”, pensavo potesse essere un film con qualche legame con “Cockfighter” (1974) diretto da Monte Hellman, anche se sarebbe carino capire se N. Richard Nash avesse visto il film prima di scrivere il suo romanzo, sta di fatto che l’unico punto di contatto tra le due storie sono i combattimenti tra galli, che qui si vedono pochissimo, perché Macho, il gallo di Rafo è il metaforone di una certa mascolinità, che se non fossi nato retrò (per non dire vecchio) dovrei definire “tossica”, che è un po’ il tema portante di un film che la tocca pianissimo, infatti la battuta più riuscita la spara Clint, quando sardonico commenta al ragazzo il nome del suo animale dicendogli: «Se uno vuole chiamare il suo uccello Macho, va bene per me».

"Sono sicuro che qualcuno abbia scelto nomi ben più bizzarri"

Clint Eastwood inizia il suo film inquadrando la routine dei cowboy da rodeo con un angolo d'inquadratura sbilenco, come a voler far notare il tempo passato o forse a prendersi gioco del mito di tutta quella mascolinità, poi però la storia e il film si attestano su un comodo pilota automatico fatto di amicizia e rapporti padre e figlio nati in viaggio, in cui i momenti d’azione ci sono, ma per ovvie ragioni bisogna trovare un modo per non rendere tutto grottesco, quindi la prima rissa, quella che un tempo Clint avrebbe risolto lui stesso a pugni, qui viene disinnescata a colpi di astuzia.

Dimenticati lunghe scene di rodeo come se fossimo in L'ultimo Buscadero di Sam Peckinpah, qui si risolve con un decente lavoro della controfigura e via anche nell'ultima scena, il colpo di coda dall'azione prima del finale, di un film procede calmo e rilassato per 104 minuti, si gioca proprio l’intervento di Macho, che di colpo si trasforma in Poyo il gallo da combattimento di Chew, togliendo Clint dall'impiccio.

“Cry Macho” funziona nella misura in cui come spettatori siete disposti ad accettare un film con momenti tenerissimi, anche tra Clint e Marta (Natalia Traven), signora che fa apprezzare a Mike la vita da questa parte del confine, per una storia di buoni sentimenti che procede con l’andamento di uno dei pezzi country della sua colonna sonora. Siamo dalle parti della migliore produzione Eastwoodiana? Non credo proprio, Se il cappello vi ha fatto pensare agli Spaghetti Western, male perché qui siamo più in zona “Bronco Billy” (1980), ma con molta meno satira.

"Ho tenuto a bada anche Charlie Sheen, a te ti mastico e ti sputo ragazzino"

Già perché parliamoci chiaro, il personaggio di Mike Milo non ha alcuna caratterizzazione se non quella di essere interpretato da Clint Eastwood e proprio per questo, si porta dietro tutto il bagaglio di personaggi dell’attore, il che lo rende perfetto anche vista la sua età, ad impersonare uno che di tutte quelle pose da “Macho” non ha mai avuto bisogno prima (al massimo erano gli altri ad atteggiarsi alla Clint Eastwood) e di sicuro non ne ha bisogno ora che è troppo vecchio per queste stronzate (cit.)

La lezione è che il “machismo” è ben diverso dalla grinta, solo che per raccontarlo Eastwood in “Cry Macho” sceglie una comoda favola, un romanzo di formazione ultra classico, anche troppo forse, in cui gli apici emotivi latitano e la tenerezza nei rapporti tra il burbero cowboy e i buoni messicani tiene banco, anche se fa un po’ troppo libro “Cuore” a volte. Sono voltati paragoni enormi per “Cry Macho”, ho visto snocciolare tutti i titoli della filmografia di Eastwood (qualcuno ha tirato in ballo "Gli spietati" fate i bravi dai), per dare risalto al fatto che il vecchio Clint è di nuovo sotto il cappello a tesa larga a sfoggiare la sua seconda espressione, ma la verità è che il suo “Cry Macho” Eastwood lo aveva già girato nel 1978, quando ancora poteva tirare pugni, viaggiare guidando con una lattina di birra in pugno e dove al posto del ragazzino e del pollo, aveva Clyde l’orango.

"Almeno Clyde sapeva fare il dito medio, tu non hai nemmeno quello opponibile"

Perché di fatto “Cry Macho” è un Filo da torcere della terza età, in cui ormai sei troppo vecchio per fare il pirla con il vecchio Clyde e se le pose da macho non te le sparavi a trent'anni (perché ribadisco, erano gli altri ad atteggiarsi a Clint Eastwood) figurati se puoi iniziare a novant'anni, anzi novantuno. A suo modo una lezione su come camminare con la schiena dritta e la testa alta, da parte di uno che per tanti di noi maschietti e sempre stato un modello di vita e cinema, che qui ci ricorda che la vita e il cinema a volte, sono due cose differenti.

Lo fa non con il suo film migliore, non scherziamo nemmeno, però Clint è ancora in sella e beccami gallina se posso tirarmi indietro davanti al suo nuovo, anzi, beccami gallo da combattimento in questo caso specifico.

22 commenti:

  1. Piccola riflessione personale, ci metterei la firma ad arrivare a 91 anni con la grinta e la lucidità di Clint. Detto questo, ovviamente non possiamo, almeno dal mio punto di vista, aspettarci opere sul livello di quelle passate. Clint è sempre stato un attore muscolare, la cui presenza bastava a galvanizzare noi giovani spettatori, oltre alle battute spicciole. Mi sembra che ogni film in età anziana sia una sua personale riflessione sul ruolo delle persone di una certa età nella società moderna e sulla capacità di insegnare qualcosa alle nuove generazioni, magari anche cose che riteniamo scontate ma che sono passate forse un pò in cavalleria, magari cercando anche di sistemare vecchie magagne. In ogni caso Clint resta sempre un grande. 👋

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Dipende, con quella sua essenzialità nel dirigere prima o poi gli capiterà per le mani il soggetto giusto, anche perché sua filmografia alla mano, con cadenza puntuale sforna un nuovo film e ancora più puntualmente uno che spicca, quindi per me Clint ha sempre fiducia totale, se non l'ha lui, chi dovrebbe averla? ;-) Cheers

      Elimina
  2. Quindi beccami gallina avrai a vedere India a jones 5 al cinema con fordv80enne io no

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non vedo il legame, inoltre al massimo sarebbe Indy 4, non so perché tutti parlano di quinto capitolo, quando si sa che i film di Indy sono tre, tre... TRE! ;-) Cheers

      Elimina
  3. Giustamente Clint non ha insistito, come invece continuano altri, a portare il ruolo tipo Ispettore Callaghan ancora a 91 anni. Sarebbe stato poco credibile. Il Clint del 2021 racconta quello che può raccontare un uomo della sua età.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esatto, infatti questo lo trovo molto apprezzabile ;-) Cheers

      Elimina
  4. Anche io sarei incline a dare sempre una chance a Clint, nonostante l'età, ma devo dire che la visione di The Mule mi lasciò abbastanza freddo (incluse le scene in cui dovrei credere che può intrattenere varie giovani donzelle come fosse un ventenne)... Comunque se capita dalle mie parti proverò ad andarci! :--)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. A me "The Mule" era piaciuto, anche solo per la battuta «Devo chiamare il mio cardiologo» ;-) Cheers

      Elimina
  5. Concordo in pieno con l'amico Daniele.
    E che gli vuoi dire, al vecchio Clint?
    Niente, se non augurargli che la salute e la lucidita' lo sostengano sempre, e che possa andare avanti cosi' per altri cent'anni.
    Non riesce a smettere. Ma perche' dovrebbe?
    Si diverte troppo. A lavorare, dirigere, interpretare.
    A quell'eta' penso diventi tutta una questione di costanza.
    Finche' hai qualcosa che ti tiene impegnato, vai avanti.
    E fa niente che ormai gli riesce piu' l'espressione da vecchietto rognoso che da duro. E che piu' che incutere rispetto e timore suscita tenerezza.
    Va bene cosi', Clint. Sei un grande.
    Mascolinita' tossica? Io direi sana, se si parte dal presupposto che non deve essere per forza tutto da tenere o tutto da buttare.
    La sua e' la mentalita' dell'uomo d'altri tempi. Che le donne le rispetta, eccome. Anche se alle volte rinuncia a capirle.
    Noi siamo fatti in un modo, loro in un altro. Con buona pace di chi vuole farti dire a tutti i costi che non e' cosi'.
    E cosa ci sarebbe, di male?
    Come in "Gran Torino", nel rapporto tra il vecchio e il ragazzo ci vedo una lezione di autorevolezza. Che non va confusa con autoritarismo.
    E' semplicemente la capacita' di prendere decisioni per te quando tu non sei in grado di prenderle. Perche' ha sul groppone il quadruplo dei tuoi anni e delle tue esperienze. E che capisce quando e' il caso di mettere fuori il muso per te e di prendersi pure un calcio nelle palle al posto tuo, quando occorre.
    E che c'e' di male, ripeto?
    E' il classicismo storico del cinema, di mestiere. Magari un po' didascalico, ma funziona sempre.
    Un grande, comunque.
    Massimo rispetto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Alt! Se vogliamo proprio utilizzare il termine "mascolinità tossica" (e ne farei volentieri a meno) non ha nulla di buono, e fino a qui non si scappa. Se parliamo di cosa voglia dire essere un uomo, allora il cinema di Eastwood e anche questo "Cry Macho" ha delle cose da dire, non facciamo confusione che già su "Infernet" l'uso delle parole a capocchia abbonda. Cheers

      Elimina
    2. Concordo in pieno.
      E' il cinema da uomini, quello con cui siamo cresciuti.
      Poche parole, tanti fatti.
      Basta uno sguardo e ci si intende al volo.
      E Clint e' uno specialista, perche' e' tutta la vita che ci sta in mezzo.
      E ormai, complice anche l'eta', non si perde in fronzoli e va dritto al sodo.
      Credo che uno dei vantaggi di fare film dopo i settanta sia di essere consapevoli di non aver tempo da perdere.
      Sai quel che vuoi, come farlo e come renderlo al meglio.
      Certo, Clint ha le sue idee e il suo modo di fare film. Ed e' improbabile che se ne venga fuori con qualcosa di diverso da quel che sa fare.
      Ma credo sia il limite artistico di ogni regista.
      Non puoi metterti a fare quel che non conosci.
      E credo che un giorno diranno la stessa cosa di altri registi, quando arriveranno alla stessa eta'.
      Tipo Tarantino. Mi aspetto che a ottant'anni lo accuseranno di fare sempre gli stessi film.
      Ma cosa puo' fare, d'altro?
      Sara' una mia impressione ma sta diventando sempre piu' difficile dire qualcosa senza che qualcuno si offenda.
      Hanno ridotto i concetti all'osso, a furia di semplificarli. Eppure esporlo e' una roba complicatissima.
      Assisti a dei fraintendimenti che hanno del clamoroso, davvero.

      Elimina
    3. In realtà la regia di Eastwood va dritta al sodo puntando all'essenzialita fin dal 1971, "Brivido nella notte". Cheers

      Elimina
  6. Secondo me Clintone c'e' ancora, e potrebbe tirare fuori il suo grande film rupertsciamennoso ripieno di vecchiezza e laconicita'. E tanto in The Mule che in questo ci sono lampi e momenti in cui intravediamo quel grande film, ma il problema e' che entrambi se li e' fatto scrivere appunto dal mediocrissimo Nick Schenk - uno capace di scrivere un film tutto basato sul fatto che il protagonista e' un vegliardo insospettabile usato come corriere della droga proprio in quanto vegliardo e insospettabile, e poi nell'UNICA scena in tutto il film in cui si dovrebbe verificare la sua insospettabilita' se la cava con uno stupido trucco che avrebbe potuto usare chiunque di qualnque eta'. Date a questo vecchio un vero sceneggiatore, per dio!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lo penso anche io, va bene la routine e l'abitudine, la strada che conosci, ma sono anche sicuro che Clint ha altri colpi nel suo beh, revolver ;-) Cheers

      Elimina
    2. Vabbe', Nick Schenk ha pure scritto Gran Torino però.

      Elimina
    3. Vero, anche se a costo di dire qualcosa di poco popolare è il film più famoso tra la produzione recente di Eastwood, ma non quello più curato, anche in fase di sceneggiatura. Lo dico da estimatore del film, che sia chiaro. Cheers!

      Elimina
  7. Ma l'hai visto in anteprima?

    Comunque un film con Clint va sempre visto, anche se probabilmente il top di questa sua ultima fase di carriera l'ha già raggiunto con Gran Torino.
    L'anno prossimo parlerai de Gli Spietati in occasione del trentennale?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anteprima al Torino Film Festival. Per "Gran Torino" ti ho risposto qui sopra, invece per "Gli Spietati" volevo già scriverne quest'anno, tanto finisco per rivederlo una volta l'anno, ma visto che ho sempre un filone aperto sui Western, a questo punto consideralo in lista per l'anno prossimo ;-) Cheers

      Elimina
  8. Con Clint alla fine anche quando mi dico "no, basta, questo non lo guardo", poi alla fine lo guardo e mi piace pure, quindi non farò lo stesso errore: quando sarà, senza fretta, lo guarderò e sicuramente mi piacerà ^_^

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esatto, alla fine è una costante, per me anche più del nuovo Allen il regista per cui faccio proprio come hai descritto tu, identico uguale ;-) Cheers

      Elimina
  9. 91 anni Eastwood se li porta bene, è in forma per la sua età, solo che giustamente fa quello che può fare senza strafare e resta sempre credibile, a sentire certe recensioni americane pensavo chissà cosa facesse, invece risolve molti ostacoli con l'astuzia e se poi occorre, un pugno finale.

    Se pensiamo ai grandi maestri, dopo i 70 anni al 90% anche loro o si sono ritirati, o hanno fatto merda a ripetizione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esatto, ma da alcune recensioni sembrava un altro "Unforgiven", per fortuna mi fido sempre meno della critica stipendiata. Ho una mezza teoria sui registi che hanno superato i 70, un giorno riuscirò a metterla nero su Bara come si deve ;-) Cheers

      Elimina