venerdì 12 novembre 2021

Vivere e morire a Los Angeles (1985): ognuno ha i propri affari, all'inseguimento della grana

«Sarai anche sopravvissuto a Cleveland Georgetown e fuggito da New York, ma qui siamo a Los Angeles, amico. E ora stai per scoprire che questa fottuta città del cazzo può uccidere chi gli pare!», con questa citazione quasi a tema, vi do il benvenuto al nuovo capitolo della rubrica… Hurricane Billy!

Los Angeles e New York, la Città degli Angeli e la Grande Mela, i due luoghi cinematograficamente più visitati e raccontati dal cinema americano, che non potrebbero essere più simili e allo stesso tempo più distanti (anche geograficamente) una dall’altra, quattromila chilometri con tutta l’America nel mezzo, per due climi opposti, due filosofie di vita agli antipodi inconciliabili, ben riassunte da un newyorkese purosangue come Woody Allen in “Io e Annie” (1977), quando di Los Angeles diceva che era la città dove il solo progresso culturale è che puoi curvare a destra col semaforo rosso. 

Forse per il “racconto di due città” (oggi mi sono svegliato in vena di citazioni alte), ci voleva un ragazzo terribile nato quasi a metà strada, a Chicago, infatti in quel periodo della sua carriera, William Friedkin era proprio così nel mezzo del cammino della sua vita (artistica), con il suo storico manager Tony Fantozzi che ormai andava in giro a dire a tutti che «Friedkin ad Hollywood è bruciato», comprensibile dopo le ultime polemiche sollevate dai suoi film.

A Los Angeles devi avere stile, anche quando sei sul set a dirigere.

Ormai dovreste saperlo, perché nel corso di questa rubrica su Hurricane Billy mi sono già esposto e compromesso, Friedkin verrà per sempre ricordato per un solo film, eppure tutti gli altri che ha fatto mi piacciono molto di più, in particolare i polizieschi che sono davvero la tipologia di film in cui il regista di Chicago ha sempre dato il meglio. Sarebbe troppo facile bollare “Vivere e morire a Los Angeles” come un Il braccio violento della legge ambientato a quattromila chilometri sulla costa opposta, per certi versi la formula è davvero quasi la stessa, ma con le stesse differenze che intercorrono tra la fredda e scorbutica New York e l’assolata Los Angeles.

Qua la mia arte degenere arderà / Tra suoni danze e dipinti chiamami Edgar Degas (cit.)

The French Connection è nelle stesse parole di Friedkin nella sua biografia “Il buio e la luca”, un film macho e ruvido, con uomini davanti e dietro alla macchina da presa, mentre “To Live and Die in L.A.” è stato definito dal suo regista “unisex”, più vicino alla sensibilità della Città degli Angeli che ha potuto contare su una sensibilità più femminile anche nel reparto tecnico, con molte più donne volute da Friedkin in ruoli chiave come i costumi e gli arredamenti. Quindi, se il primo grande poliziesco di Hurricane Billy era un Newyorkese degli anni ’70 perfettamente incarnato dal grugno di Gene Hackman, questo nuovo capolavoro (perché di questo si tratta) è un figaccione californiano fatto a forma di William Petersen, diversi in tutto, ma, a ben guardare, molto simili nei temi che contano, quelli tipici del cinema di Friedkin: l’ossessione dei protagonisti, personaggi al limite che si muovono nelle zone grigie tra il bene e il male e, soprattutto, un inseguimento, il vero sale del Cinema, sempre seguendo la lezione del Maestro Howard Hakws, ma andiamo per gradi.

Questo è solo un assaggio, dell'inseguimento parleremo più avanti.

Gerry Petievich è stato per diciannove anni un agente dei servizi segreti, assegnato a compiti che andavano dalla protezione del Presidente (“il presidente di che?” cit.) fino alla lotta contro i falsari specializzati in banconote false, dopodiché ha romanzato la sua esperienza in un libro dal titolo appena appena fighissimo come “To Live and Die in L.A.” in cui il protagonista era una versione estrema di se stesso, una testa calda appassionata di bungee jumping di nome Richard Chance ossessionato dall'incastrare il falsario e artista Rick Masters, colpevole di aver inondato la città di fogli verdi farlocchi, con sopra facce di ex presidenti defunti, ma anche di aver ucciso il compare di Chance, un poliziotto anziano sostituito preso dal giovane e zelante John Vukovich, in una corsa contro il tempo in cui il concetto di bene superiore viene piegato a piacimento, in precario equilibrio sul regolamento della polizia di Los Angeles.

William Friedkin sa che per la materia che ha per le mani e per lo stato della sua carriera, nessuna grande casa di produzione avrebbe mai prodotto un altro suo film al limite, per questo i suoi vecchi contatti da appassionato di Basket gli sono tornati molto utili: Irv Levin ex proprietario di due squadre della NBA, i Boston Celtics (i preferiti di Billy) e i figli di un Dio minore di Los Angeles, i Clippers, ma anche in quota di maggioranza della New Century Productions che mise sul tavolo i soldi necessari a produrre il film che sarebbe stato successivamente distribuito nelle sala dalla MGM.

Va bene che di solito di parla di soldi sporchi, ma così non vi sembra di stare esagerando?

Lo abbiamo visto anche nel corso della rubrica, William Friedkin non si è formato ad una scuola cinematografica illustre, ma si è fatto le ossa con i documentari, quindi quella dose di sano (e crudo) realismo non è mai mancata in nessuno dei suoi film, perché la settima arte sarà anche il trionfo della finzione, ma quante più cose reali e realistiche fai davanti alla macchina da presa, tanto più il tuo film risulterà verosimile oltre che resistere alla prova del tempo, ecco perché proprio grazie a Petievich (autore insieme a Friedkin della sceneggiatura buttata giù a tempo di record), l’ex agente dei servizi segreti si fece garante di un anonimo falsario che illustro ed insegnò a Willem Dafoe la tecnica di stampa e di invecchiamento delle banconote false, centrifugate nella lavatrice insieme alle fiches da gioco. A proposito, parliamo del cast del film.

“Stai parlando di me per caso?”

Ancora una volta Friedkin dimostra di essere un grande regista, specialmente di attori meno famosi, proprio come accaduto a Roy Scheider, il nostro Billy non ha nemmeno fatto un provino a Dafoe, lo ha scelto sulla base di quel volto incredibile dopo averlo visto nel ruolo del cattivo in Strade di fuoco (storia vera), giusto per confermare che i gradi di separazione tra tutti i registi preferiti da questa Bara, sono spesso meno dei canonici sei.

John Turturro era ancora un signor nessuno quando Friedkin gli affidò il ruolo chiave di Carl Cody il compare di Masters, John Pankow, invece, come Dafoe, aveva recitato una piccolissima parte in Miriam si sveglia a mezzanotte (cosa vi dicevo lassù riguardo ai gradi di separazione tra i prediletti di questa Bara?) ed era perfetto per il petulante nuovo compagno di Chance, John Vukovich che, anche fisicamente, sembra quasi l’opposto del protagonista. Già... Il protagonista... Per scovarlo Friedkin è dovuto salire su un tram, un tram che si chiama Desiderio.

"Tu saresti il mio nuovo gemello? Non mi somigli per niente siamo due strambi sbirri"

Nella cittadina di Stratford ad ovest di Toronto, un giovane attore stava facendo registrare code fuori dal teatro di donne e ragazze che, più che al dramma di Tennesse Williams, erano interessate a quel manzo del protagonista, William Petersen ex giocatore di football cresciuto nell’Idaho (stato americano che si pronuncia sbadigliando) regalava un’interpretazione di Kowalski tutta diversa da quella resa celebre da Marlon Brando, con il nostro Billy condivideva un amore per le squadre di Chicago, i Cubs e i Bulls e il suo esordio al cinema gli è stato soffiato da sotto il naso da Michael Mann che ha voluto Petersen in una particina in “Strade violente” (1981), per poi affidargli il ruolo del protagonista dopo il film di Friedkin in “Manhunter” (1986) che proprio insieme a “To Live and Die in L.A.” rappresentano la coppia di film che hanno fatto salire di una tacca il valore e l’attenzione del pubblico per i polizieschi, entrambi film con i piedi ben piantati nel cinema di genere, ma con punte artistiche molto, ma molto alte. Che carriera matta e incredibile quella di William Petersen, un esordio fulminante al cinema, per poi trovare la popolarità presso il grande pubblico sul piccolo schermo, nei panni di Gil Grissom in “CSI - Scena del crimine” serie che, guarda caso, ha potuto contare anche su due episodi diretti dal nostro Billy, “Cockroaches” (2007) e “Mascara” (2009).

L'inizio carriera più folgorante di sempre:  William Petersen.

William Petersen e Willem Dafoe sul set hanno volutamente deciso di mantenere le debite distanze, calati nei panni dei rispettivi personaggi, hanno deciso di fare così per alimentare la rivalità sulla quale si basa la storia, poteva sembrare un rischio affidare un film importante di nuovo a due illustri sconosciuti, ma mai come per “Vivere e morire a Los Angeles”, William Friedkin era carico a molla (non ti appioppano il soprannome di “Uragano” se non sei uno tutti nervi e decisioni toste prese sottopressione) e sicuro dei sui mezzi, tanto da sacrificare i suoi amati Tangerine Dream affidando l’intera colonna sonora ad un gruppo di New Wave britannico come i Wang Chung, il compito di mettere in musica non solo il suo film, ma le strade della Città degli Angeli, con una sola (ovviamente ignorata) raccomandazione: il brano principale NON si deve intitolare come il libro e come il film (storia vera). Impossibile resistere alla tentazione di un titolo figo come “To Live and Die in L.A.”, infatti l’impatto culturale del film ha leggerissimamente influenzato anche il mondo della musica.

Il futuro zio Gil Grissom nella posa degli eroi della Bara Volante, con le mani sul calcio della pistola.

Friedkin votato al realismo totale, per il suo film si dimentica di tutti quei posti scintillanti di Los Angeles che tanti altri film ci hanno mostrato come in una bella cartolina patinata, per “Vivere e morire a Los Angeles” sceglie zone marginali, come Temple Street e la diciottesima strada, territorio delle gang dei Crips e dei Bloods, quei camion di cemento, fiume artificiale in secca dove si svolge parte dell’inseguimento (lasciatemi l’icona aperta, ci arriviamo, oh se ci arriviamo!) arrivato al cinema anche prima che Jimmy Cameron decidesse di seguirne l’esempio, oppure seguendo il principio “Se vuoi le iene vai allo zoo”,  la prigione di San Luis Obispo dove ambienta la scena dell’attentato a Turturro (quell’inquadratura dall’alto sul prato del cortile della prigione, mentre i carcerati lottano a terra e i secondi sparano loro addosso, ogni volta mi chiedo come gli sia venuto in mente di inventarselo un angolo sulla scena così assurdo eppure così chiaro per raccontare la dinamica della scena), insomma Hurricane Billy è scatenato e il direttore della fotografia Robby Müller, scelto da Billy dopo la sua gran prova in “Paris, Texas” (1984) di Wim Wenders (ed io aggiunto anche “Repo Man” di Alex Cox dello stesso anno), diventa il suo braccio armato (di macchina da presa) per i tramonti caldi della Città degli Angeli.

Una dedica al grande Dean Stockwell, che ci ha lasciati proprio questa settimana.

Cosa vi dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Ormai lo sapete, sono quelli che determinano tutto l’andamento della pellicola e qui William Friedkin comincia con una lezione di montaggio, anzi di narrazione per immagini sulle note del pezzo dei Wang Chung che, ovviamente, s'intitola come il film. Ma quelli che vediamo non sono solo spaccati di vita nella Città degli Angeli che compaiono all’interno del curatissimo logo dei titoli di testa, per certi versi è già un racconto di Los Angeles, una città basata sui sogni cinematografici che, però, possono essere comprati a finanziati se ne hai tanti, verdi, fruscianti e con sopra facce di ex presidenti defunti. Nei titoli di testa del film i soldi cambiano di mano, girano, ci fanno intuire di storia di criminalità che Friedkin ci suggerisce prima di far iniziare per davvero il suo film. Ho visto inizi appena meno magnetici di questo, credetemi.

I titoli di testa come da tradizione, ma anche una lezione di narrazione per immagini.

Abbracciando il principio cinematografico dello “Show, don’t tell”, Hurricane Billy ha preteso di girare una scena con Richard Chance (William Petersen) e quello che lui chiama il suo “gemello”, l’anziano poliziotto che lo aiuta a sventare un attentato dinamitardo ai danni del presidente, unico momento in cui i due agenti dei servizi segreti fanno per davvero il loro dovere di guardie del corpo, prima di passare al tema del film in cui li vedremo impegnati fino alla fine, ovvero la caccia al denaro falso e soprattutto ai falsari. In una sola scena Friedkin ci mostra il legame tra i due “gemelli”, uno sbirro giovane con la testa calda incurante del pericolo e uno anziano a tre giorni dalla pensione. Da qualche parte, proprio in California, un giovanotto di nome Shane Black prende appunti e prepara il futuro.

Vivere in riva all’oceano, anche la futura abitazione di Martin Riggs arriva da qui.

L’omicidio del “gemello”, nel dicembre più caldo mai visto al cinema, per mano di Eric "Rick" Masters (Willem Dafoe) introduce la nemesi, quello che per comodità chiameremo il cattivo, anche se per dirla come uno che nel 1975 è stato intervistato proprio da Friedkin, ovvero Fritz Lang, potremmo quasi parlare di “cattivi e più cattivi” perché la misura dell’eroe (o in questo caso anti-eroe) è data dal valore del suo avversario, anche se Chance e Masters sono due facce della stessa medaglia: entrambi sono meticolosi e ossessionati dal proprio lavoro, anche se, a ben guardare, Masters è un artista che dà fuoco alla sua arte perché vive di passioni, uno che per assurdo la sua donna pare amarla per davvero, tanto che la tratta come se fosse la sua musa, a differenza di Chance che si dà parecchio da fare, almeno in una torbida scena di sesso con una delle sue fonti, una bionda che tutto pare tranne che la sua Dulcinea, infatti in uno dei loro dialoghi da letto, quando lei chiede se la frequenterebbe anche se non gli passasse le informazioni che gli servono, Chance non si fa problemi a chiudersi la patta per tornare al lavoro vero.

Dovrei fare una battuta sullo scarso tatto di Chance, ma il gatto di terracotta porta biscotti calamita tutta la mia attenzione.

Aggiungete anche a tutto questo che tra i due personaggi (entrambi matti pericolosi) Chance sembra quello più letale, l’assassino a sangue caldo che si butta nella caccia al falsario per vendicare la morte del suo “gemello”, un drogato di adrenalina che quando non si getta con una corda elastica legata alla caviglia dai ponti, parla di farlo anticipando alcuni dei personaggi resi celebri da Kathryn Bigelow. Quanto grande cinema nasce tutto dal nostro Billy? Domanda retorica per farvi prendere fiato, in questo post si corre come nel film di cui tratta.

"È adrenalina pura al 100%. C'è gente che sniffa cocaina, ci sono altri che se la sparano in vena. A noi invece basta fare un salto" (cit.)

L’ossessione che muove Chance è la stessa che bruciava dentro anche al Popeye di Il braccio violento della legge, forse portata ad un livello ancora più alto, perché pur di avere i soldi (veri) necessari a compare da Masters una partita di soldi falsi, Chance è disposto a tutto: ad inseguire John Turturro a piedi lungo i marciapiedi mobili dell’aeroporto di Los Angeles («Perché mi corri dietro?», «Perché scappi», «Perché tu mi corri dietro!»), ma anche di zittire le lamentele del suo nuovo “gemello” John Vukovich, un personaggio che manca quasi completamente di caratterizzazione, perché Friedkin ci ha già raccontato tutto del primo stimato compagno di Chance che basta che Vukovich si comporti in modo opposto per essere già un personaggio fatto e finito, perché questo film racconta tantissimo senza perdere nemmeno un minuto, ma accumula scene una meglio dell’altra, per arrivare al suo obbiettivo principale, quell’icona che avevo da chiudere: l’inseguimento.

Tutto questo alla Bara Volante ha un nome: arte.

«L’inseguimento è la forma più pura di cinema, qualcosa che non può essere fatto con altri mezzi espressivi, che siano la letteratura, il teatro o la pittura», queste sono le esatte parole utilizzate da William Friedkin nel suo libro “Il buio e la luce”, il ragazzo che un giorno si è sentito dire dal Maestro Howard Hakws: «Fa un inseguimento» era pronto a farne un altro, per certi versi anche più clamoroso di quello di Il braccio violento della legge.

In un’ipotetica classifica dei migliori inseguimenti visti al cinema, bisognerebbe passare per forza dalle strade di Los Angeles, Hurricane Billy ha potuto contare sul talento e la follia di uno stuntmen professionista come Buddy Joe, dopo aver sviluppato insieme la lunga coreografia utilizzando modellini e pezzi di cartone come due bambini impegnati a giocare con le macchinine, per la fotografia di questa magistrale sequenza Robby Müller intimorito si è tirato indietro, lasciando spazio ad uno dei suoi operatori più giovani e forse anche per questo spavaldi, Bob Yeoman ha montato macchina da presa sul cofano della Chevrolet Impala F41 del 1985 beige scelta e guidata da Buddy Joe, in modo da avere in contemporanea i primi piani degli attori, diretti a colpi di urli di Friedkin («fa la faccia terrorizzata! Sterza a sinistra! Sterza a destra!»), ma anche la soggettiva delle auto in corsa, tutto materiale che con il fidato Bud S. Smith in sala di montaggio, per Friedkin si è rivelato essere oro puro.

"Ultime notizie: un pazzo si aggira contromano sull'autostrada del sole", "Uno? Saranno un milione!"

Già, perché quel pazzo di Hurricane Billy (lo stesso che aveva vinto cinque Oscar sedendosi sul retro di un’auto lanciata in corsa per le strade di New York) questa volta voleva che ci fosse una sparatoria, un inseguimento in auto si, ma contromano lungo l’autostrada. Per dare l’idea di centinaia di auto da schivare, Friedkin ha ripreso l’Impala guidata da Joe fare zig zag tra auto parcheggiate ferme, mentre le altre in corsa scartavano accanto in ogni direzione, ma in totale sicurezza, il resto è tutto merito del talento alla guida di Joe, di quello della regia di Friedkin e di un lavoro di montaggio che chiunque voglia fare del cinema, dovrebbe imparare a memoria. Ma questo non basta, perché l’inseguimento di “Vivere e morire a Los Angeles” sono otto infiniti minuti al cardiopalma che quando sembrano terminati ricominciano con la corsa disperata dei camion di cemento, un capolavoro in grado di farti sentire la stessa adrenalina di cui Richard Chance è dipendente, sfido chiunque dopo aver visto una scena del genere a non volerne ancora.

Ma il vero punto di contatto tra questo film e il suo cugino proveniente da una decade precedente e dalla costa opposta è il finale, non voglio rivelarvi troppo, perché per quello che mi riguarda, per vedere un’altra conclusione paragonabile a quella di “To Live and Die in L.A.” ho dovuto aspettare fino a "Infernal Affairs" (2002) o al remake di Scorsese con il suo “The Departed” (2006). Pensateci: tutti i due grandi polizieschi con inseguimento di Friedkin, terminano idealmente con un colpo di pistola, solo che qui gli effetti sono solo suggeriti, mai mostrati, in un colpo di scena che è più efferato e inaspettato di certi horror, anche solo per il modo in cui toglie da sotto il sedere dello spettatore la sedia comoda delle certezze cinematografiche.

Quello che si dice, avere buon occhio per la regia.

John Vukovich anche qui diventa un personaggio definito per assenza, nel contrasto, capiamo tutto di lui, perché Friedkin è stato bravissimo a raccontarci tutto dei personaggi a cui il nuovo “gemello” si ispira.

Penso che sia anche difficile quantificare il peso specifico di questo film sul cinema americano degli anni Ottanta e subito successivi, per questo nuovo braccio violento della legge losangelino e uscito nell'epoca dei jeans a vita alta, non sono arrivati premi Oscar oppure enormi incassi al botteghino, eppure la sua influenza è palese, “Vivere e morire a Los Angeles” è uno di quei film che se visto dopo quelli che ha ispirato, ti fa davvero capire quanti si siano abbeverati alla fonte di William Friedkin, Classido lo avevo già detto? Forse sembra scontato, ma mi sembra giusto confermarlo qui alla fine del post.

Sapete quali sono i soldi veri che questo film ha fatto? Quelli finti usati nel film, stampati da un lato solo, su cui ha messo le mani il figlio di Barry Bedig, il trovarobe presente sul set. Beccato a comprare caramelle il bimbo ha confessato più in fretta di Turturro nel film, i federali non ci hanno messo molto ad arrivare a Friedkin che, però, si è fatto trovare pronto, come sempre armato del suo caratterino notevole. Alla domanda dell’agente Robert Bonner, Hurricane Billy ha risposto: «Mr. Bonner, so che ha parlato con due dei miei tecnici che le hanno detto che abbiamo stampato banconote false per un film», «Beh, sa che è illegale stampare soldi per qualunque motivo, a meno che non lavori per la zecca degli Stati Uniti?», la risposta di Friedkin alla richiesta dell’agente di seguirlo: «Si procuri un mandato Mr. Bonner e verrò da lei con un avvocato». Da allora nessun agente ha mai più bussato alla porta di casa Friedkin che ha festeggiato il mancato arresto leggendo le notizie di persone che hanno provato a stampare soldi nella lavatrice di casa, seguendo il metodo visto nel film (storia vera). Alcuni titoli sono destinati a fare la storia e i soldi, in un modo o nell'altro.

Quando parlo di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti è a questo che mi riferisco.

La prossima settimana, la corsa di questa rubrica continua, tra sette giorni, non mancate!

34 commenti:

  1. Piccoli truffatori crescono,il film che ha ispirato tante nuove generazioni al mestiere illegale! "Mamma,da grande voglio fare il falsario!". Ammettiamolo la scena della creazione delle false banconote montato come un video musicale con quella musica fichissima e super orecchiabile,potrebbe sarcasticamente parlando aver ispirato tanti....eehm brav'uomini della zecca! eh eh!

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    1. “Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il bucato con i soldi falsi” (quasi-cit.) ;-) Cheers

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  2. La clamorosa fucilata a bruciapelo in da fazza ai limiti dello splatter(spraaalsh!)che ha ucciso l'attore cinematografico William Petersen,dopo di che 3 giorni dopo resuscito' come attore televisivo!

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    1. Morto e risorto per i nostri casi CSI ;-) Cheers

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  3. Aspettavo questa bomba, molto spesso dimenticata, da inizio rubrica. Uno dei miei film preferiti con uno dei titoli più belli di sempre!
    Non ho molto da aggiungere al tuo pezzone (come al solito da applausi)... Dico solo che come viene spesso dimenticato questo lavoro di Friedkin, anche "Manhunter" non se lo fila di pezza mai nessuno.

    (e comunque l'unico vero protagonista di "Un tram che si chiama desiderio" non è nè Brando nè Petersen, è Ned Flanders!)

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    1. Non vorrei dire che è il motivo per cui ho deciso di fare una rubrica su Hurricane Billy, perché anche i cinquant’anni di “The French Connection” mi attiravano, però per me questi sono i film per cui Friedkin dovrebbe essere ricordato e studiato, anche perché in tanti hanno studiato il suo cinema, tanti di quelli giusti ;-) Cheers

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  4. Tempismo perfetto per salutare Dean👍

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    1. Avrei preferito non doverlo salutare, ma vista la situazione non potevo tirarmi indietro dedicandogli idealmente il post. Cheers

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  5. Sentire lo zeitgeist. Bravo Billy. Uno dei film che racconta meglio quel momento. Il cinema che racconta personaggi + grandi della vita che saltano nel vuoto con un elastico alla caviglia ed inseguono Pollocks prestati al crimine quando non impediscono a bombe umane di uccidere il Prez. Praticamente un romanzo del primo Ellroy sotto acido. Forse il Sogno Americano è questa cosa sognata dal cinema americano da sempre - Billy Effe dice che il + grande director di inseguimenti é Buster Keaton - come se il viaggio fosse da sempre arrivare agli anni ottanta. Sono Pazzi Questi Registi. Ciao ciao

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    1. Infatti ancora oggi nessuno può battere la follia in azione di Buster Keaton, ci sono avvicinati il nostro Billy, Jackie Chan e pochi altri illuminati folli, avercene di S.P.Q.R. così ;-) Cheers

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  6. Parte 1

    Quando venni a sapere che il Festival di Venezia tributo' a Friedkin un Leone d'oro alla carriera, pensai che fosse un riconoscimento generoso ed esagerato, per un regista che oltre ai cult commerciali di film come L'Esorcista (1973) ed Il Braccio Violento della Legge (1971), quest'ultimo generosamente premiato con 5 oscar quando aveva contro capolavori come Arancia meccanica e L' Ultimo spettacolo, non aveva chissà che filmografia (un realtà non avevo visto na mazza). Vivere e Morire a L.A. (1985) consigliatami da un amico virtuale, rimette in carreggiata ai miei occhi la figura del regista.
    I punti di forza e di originalità del film sono evidenti; mentre i coevi polizieschi e film d'azione dell'epoca Reganiana usavano la violenza in modo fine a sé stessa in modo spettacolare con tanto di approccio da commedia che cominciava a farsi strada in film come Beverly Hills Cop (1984), la pellicola di Friedkin è un film totalmente avvulso dal clima ottimista degli anni 80’, mettendo in scena un poliziesco molto cupo, violento e dai risvolti totalmente pessimisti nello sviluppo della narrazione e nell'evoluzione dei personaggi. I titoli di testa di Vivere e Morire a L.A, ci mostrano inizialmente una serie di personaggi e mezzi di trasporto di varia natura (treni merci, macchine e carretti a traino animale) immersi in una Los Angeles illuminata da un Sole che per via della polvere e lo smog, acquista un color rosso sangue. Cosa fa' da carburante a tutto questo? Friedkin con un aggiustamento del fuoco della macchina da presa, passa dall'inquadrare la superficie di un bancone di un bar a mostrare cosa c'è dietro il movimento di una metropoli; i soldi. Il tema centrale del film sono i soldi veri e quelli falsi stampati dal pittore Rick Masters (Williem Dafoe), il quale si è appena macchiato di un agente federale prossimo alla pensione che gli era alle costole; il suo collega Richard Chance (William Petersen) coadiuvato dal suo nuovo partner John Vukovich (John Pankow), giura di vendicare a tutti i costi la morte del suo partner. Il regista continua ad esplorare il rapporto che unisce il bene al male, dove quest'ultimo risulta spesso essere una manifestazione del primo. Non si tratta stavolta di superare il confine sforando di poco la legalità “a fin di bene", stavolta Friedkin quel confine lo abbatte del tutto, poiché Chance e Vukovich sono due veri e propri criminali legati alla polizia solo per la divisa ed il distintivo che portano, ma null'altro.
    Friedkin inserisce alcune metafore; alcune di facile interpretazione come Chanche che pratica bunge jumping lanciandosi nel vuoto e legato solo da una corda che lo tiene attaccato al ponte, chiaro riferimento all'indole del personaggio di andare ben oltre i limiti consentiti dalla legge, mentre altre metafore sono invece ugualmente semplici da capire, ma difficili da realizzare come l'inseguimento in cui Chance e Vukovich si trovano braccati e si infilano nella corsia in contromano per scappare in autostrada, evidentemente riferimento al fatto che i nostri due protagonisti hanno imboccato un sentiero opposto alla legalità diventando dei criminali che non agiscono per arrestare un criminale, ma solo per vendetta personale.
    Sicuramente la metafora più complessa riguarda il pittore Rick Masters, il quale dopo aver creato un dipinto sceglie di bruciarlo, probabilmente perché dopp aver dato sfogo alla sua vera natura, si purifica dando fuoco alla sua creazione per mantenere una sorta di purezza.

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    1. In tanti si sono abbeverati alla fonte di Billy Friedkin, molti di questi sono i preferiti di questa Bara ;-) Cheers

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  7. Ma se ne è andato anche Stockwell? Cribbio che disdetta.

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    1. Purtroppo si, proprio questa settimana, quindi il post di oggi è una dedica. Cheers

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  8. Ci siamo. Finalmente.
    Altro pezzo da 90 della filmografia di Friedkin.
    Anzi, da 80. Visto che più anni 80 di questo non ce né.
    Me l'aspettavo. Anche perché...
    “Perché per la tua cricca di merda, lo avresti fatto di sicuro!!”
    No, dai. Scherzo. Ma ci stava come il cacio sui maccheroni. Ed é solo una delle tante.
    Tipo: “Ho delle spese.”
    “Lo Zio Sam se ne fotte, delle tue spese. Vuoi del pane? Scopati un fornaio.”
    Ogni frase di questo film é da tramandare alla storia. Persino le più banali.
    Persino Vukovich che urla “Che cazzo fai?!” a Chance mentre si butta a rotta di collo contromano.
    Un po' come in “Aliens”. Dove persino “Spara, Vasquez!!” é da incorniciare.
    Scusate il turpiloquio, ma l'intensità dell'opera non può assolutamente venire meno.
    Bene. E adesso vorrei chiarire una cosuccia, prima di tutto.
    Pare che quando Mann non c'é, Friedkin balla.
    Mi pare che lo stesso Mann non la prese benissimo, ai tempi.
    Beh, lui era in tv a fare fuoco, fiamme e sfracelli con “Miami Vice – Squadra Antidroga” (per me si chiama così, punto. E qui apro un breve digressione: per me, se oggi esistono tutte queste serie che VI piacciono tanto, il merito é di due telefilm. Questo, e “Twin Peaks”. Perché sono state realizzate da gente che veniva dal cinema, e hanno imposto uno standard qualitativo semplicemente fuori parametro, per l'epoca. E che si giudicava semplicemente impensabile, per l'epoca. Hanno fatto fare alle serie televisive un balzo quantico di eoni, sul serio).
    E tu ti becchi un film che comincia con una vera e propria anticipazione, con i due protagonisti che sventano l'attentato a Reagan, e poi...parte la sigla.
    E' palese, non ci si può fare nulla. E la presenza di Petersen é quantomeno sospetta.
    E allora, che stavo in fissa con Crockett e Tubbs prima del Tg2 e del minestrone serale, a Mann gli avevo dato pure ragione.
    Ma poi, prima di andare in giro a urlare “Friedkin ha copiato da Mann!!”, col tempo ho riflettuto su alcune cose.
    Primo, come direbbe il buon vecchio Quentin...tutti copiano.
    Poi, come hai detto tu la volta scorsa, Friedkin ha tracciato una strada che poi hanno seguito in molti.
    Mann e i Coen compresi, ma su questi ultimi ne riparleremo.
    Mann ha preso da Friedkin la ricerca ossessiva e l'avvicinarsi il più possibile al realismo.
    Lo si é visto per la prima volta in “Strade Violente”, e lo si vedrà poi in “Heat” e “Collateral”.
    Friedkin si é quindi ripreso semplicemente quel che era suo. Certo, senza chiedere il permesso.
    Ma chi lo chiede, dopotutto?
    In quel periodo che va dall'84 all'88 il abbiamo assistito al massimo splendore di quel decennio, soprattutto dal punto di vista visivo ed artistico.
    Sono stati il suo culmine.
    Friedkin ha semplicemente adeguato il suo stile all'estetica di quegli anni.
    Dove tutto era schizoide, ultra – patinato, ipercinetico, con ritmi e sbalzi feroci da videoclip ed un perfetto connubio tra suono ed immagine.
    Come una striscia sparato su per il naso. O una botta in vena. Appunto.
    E badate che tutti ci hanno dovuto fare i conti. Persino i generi più improbabili.
    Di recente mi sono rivisto “Non Aprite quella Porta 2”.
    Beh, sì. E' molto più splatter. Ma soprattutto non lo ricordavo così SPETTACOLARE.
    E' tripudio di luci, davvero.
    Anche questo rappresenta il culmine, per Friedkin.
    Ci riversa dentro tutte le sue suggestioni ed ossessioni che ha sviluppato nelle precedenti opere.
    Già ne “Il Braccio Violento della Legge” i confini tra i presunti buoni e cattivi erano sottilissimi, e bastava un niente per passare da una parte all'altra del fronte.










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    1. Qui svaniscono del tutto. E ti senti disorientato.
      Un attimo prima fai il tifo per uno, e l'attimo dopo gli dai addosso. E giustamente, perché diventa indifendibile.
      Dà una sensazione di spaesamento perenne. Non sai da che parte stare.
      Quasi quanto la città rappresentata nel film.
      Come al solito tiro in ballo il mio famoso viaggio negli states.
      Pensando a L. A. uno gioca facile finché pensa ad Hollywood, ai quartieri da ricconi.
      Ma per il resto...é una città completamente anonima.
      Pensate ad una metropoli che é grande come la regione in cui vivo (!), e dove non c'é un punto di riferimento o degno di nota che é uno.
      Se alloggi in periferia la sera ti senti soffocare, per le strade. C'é il NULLA. E persino la luce proiettata dai lampioni sembra sporca.
      Mi sono sentito come in questo film, davvero. E quindi...Friedkin ha fatto un lavoro magistrale.
      Prova più chiara di così, ragazzi...non saprei fornirvene di migliori, davvero.
      E' come il piccolo Hughie quando dice che a stare a New York sembra davvero di muoversi dentro ad un film.
      A stare nella città degli angeli, in quei giorni, mi sembrava di stare nel film di Billy.
      Tra un po' avrei giurato di vedere Chance passarmi di fianco a tutta birra.
      Ecco, Chance.
      Ovviamente Friedkin ha ripreso da Doyle, ma qui va oltre.
      Ho sempre trovato un po' strano il termine GEMELLO (non si poteva fare partner?), ma rende alla perfezione l'idea.
      Nel momento in cui il suo collega più anziano ci lascia le penne (e quando mancava un niente alla pensione. Sempre così), una parte del protagonista muore con lui. E quel che rimane dev'essere la metà peggiore.
      Chance, a differenza di Doyle che aspetta giusto la fine per oltrepassare il limite, va fuori dal seminato praticamente da subito.
      Perché qui non c'é solo un caso da risolvere, é chiaro. E' anche una questione di vendetta personale.
      Motivazioni a mille. Ma metodi più che discutibili.
      Chance é letteralmente ossessionato, e in certi punti finisce in preda alla disperazione più cieca.
      Anche perché nessuno lo aiuta. Come al solito, la polizia é formata per metà da gente demotivata, sfruttata e mal pagata. E per l'altra da lecchini, corrotti e raccomandati, che non hanno alcun guadagno né interesse a darsi da fare per una vicenda che in fondo non li riguarda minimamente.
      Alla fine, Masters si fa i fatti suoi e non dà fastidio a nessuno. E forse ci scappa pure qualcosa per molti di loro.
      Chance prende la cosa come un autentico affronto. E diventa un autentico animale per metà sanguinario, per metà braccato. Predatore e preda insieme.
      Non si ferma davanti a nulla. Anche a costo di immischiarsi in un'operazione dei federali e farla saltare sul più bello, col rischio di sacrificare la sua stessa vita.
      Non gli importa più di nulla.
      L'unica cosa che gli procura il minimo sindacale di sensazioni umane é il torbido rapporto con l'informatrice Ruth, un personaggio complessissimo.
      E qui Friedkin pesca a piene mani da “Cruising”, anche se in chiave diversa.
      Forse provano qualcosa l'uno per l'altra, ma sono troppo distanti. E lui usa dei metodi da autentico stalker, per tenerla sotto scacco.
      Ma nemmeno lei é pulita. Tiene a Chance, in una certa misura. Però, da doppio e triplo – giochista quale é, avrebbe una gran voglia di levarselo di torno. E definitivamente.
      Gli dà una dritta fondamentale e al contempo gli piazza una trappola coi fiocchi. Da cui ne esce vivo per puro miracolo.












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    2. E poi abbiamo Masters.
      Come dico sempre, azzecca il cattivo e hai risolto la metà dei problemi.
      Dafoe é strepitoso. Il suo Masters é un'autentica carogna, ma non é un sadico.
      Ha trovato il suo posto in quel mondo, si é ritagliato la sua fetta di benessere e semplicemente spazza via senza scrupoli chiunque attenti allo status di vita tranquilla che si é ritagliato.
      L'equilibrio non va mai alterato.
      Ha persino un animo d'artista, e vi dirò...nella scena in cui la gang gli frega i soldi e lo massacra di botte, in quel che ne segue io ho fatto il tifo per lui.
      Insomma, anche tra i criminali ci dev'essere rispetto. Certe cose non si fanno, e la parola data va mentenuta.
      Vukovich merita un discorso a parte.
      Tra lui e Chance non si vengono a creare le tipiche dinamiche del buddy movie.
      Chance non lo vuole insieme a lui, e fa bene. E' immanicato coi superiori, lo hanno mnadato lì per tenerlo d'occhio e per riferire anche solo la minima cazzata che combina, in modo che abbiano la scusa per cacciarlo una volta per tutte.
      Più che da spalla, fa da spettatore e basta. Persino durante la rocambolesca fuga mica lo copre perché suo compagno.
      Non spiffera nulla perché sa che se si lascia scappare anche solo una frase sull'accaduto, come minimo Chance gli fa un buco in testa.
      Eppure, come nella tradizione tracciata da “L'esorcista”...alla fine si ritrova lui, a ricoprire suo malgrado il ruolo del protagonista.
      Senza nessunissima voglia, aggiungo. E con pochissimo tempo per decidere sul da farsi prima che vada tutto alla malora. Lui in primis.
      E quando lo vedi arrivare da Ruth vestito come il suo ex – collega, con addirittura la sua macchina, e con la ragazza che sa già quel che l'aspetta e che in fondo camberà anche la persona ma nella sostanza non é cambiato niente...capisci che la ruota é girata. Per ricominciare semplicemente un altro giro, da capo.
      E forse stavolta pensi che, tutto sommato, Chance aveva ragione. E dev'essersene convinto pure Vukovich, alla fine (a proposito...che caspita di fine ha fatto, John Pankow?).
      Ma non si salva davvero nessuno, però.
      Non si può poi non parlare dell'inseguimento.
      Per parafrasare la frase del leggendario Borzov a proposito di un altro grandissimo (Mennea)...solo Friedkin può battere Friedkin.
      E il nostro lo fa. Oh, se lo fa.
      Di fatto scardina i limiti che lui stesso aveva stabilito la volta scorsa. E che nessuno era ancora riuscito ad eguagliare, almeno nell'ambito del suo genere. Nonostante gli sforzi.
      Piazza il protagonista in una situazione ancora peggiore, ancora più al limite. E si diverte come un matto a buttarlo lì in mezzo nell'arena per vedere come se la cava, questa volta.
      Una scena tiratissima. E non sarà l'unica.
      La tensione é palapabile ad ogni fotogramma.
      Quasi due ore che ti accalappiano e ti inchiodano dal primo all'ultimo secondo.
      Menzione d'onore, oltre che per le stupende musiche, anche per il doppiaggio nostrano.
      Parlando di Vukovich...nell'originale non dice così, mentre percorrono la superstrada al contrario.
      E idem per un sacco di altre frasi.
      Meno male che a quei tempi avevano la sana abitudine di doppiare qualunque poliziesco come se fosse un truce poliziottesco all'italiana con Tomas Milian o Maurizio Merli. Infracendolo di volgarità e parolacce assortite.
      Capolavoro, pietra miliare e forse, almeno a parer mio, il più grande film di Friedkin.
      E il parlarne mi ha fatto venire una gran voglia di rigiocarmi GTA Vice City.
      Grandissima recensione, Cass.
      Complimenti davvero.

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    3. Grazie capo, questo è uno dei miei film preferiti di Hurricane Billy, ci tenevo a fare un bel lavoro ;-) Cheers

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  9. Incredibile, un altro film di Billy che ha creato tutta l'iconografia che ho conosciuto di rimando! E anche questo non lo ricordo minimamente, anche perché temo non abbia conosciuto la tessa distribuzione dedicata ai suoi "eredi". Scatta il recuperone!
    Curioso che all'incirca nello stesso momento anche Jackie Chan ha ricevuto la visita di poliziotti, perché un furbacchione del set ha provato a usare alcuni dei soldi finti usati per le riprese. Solo che su quei soldi c'era stampata la scritta "Golden Harvest", quindi la carriera del falsario è stata davvero breve! In compenso molti giornali scandalistici andarono a nozze all'idea di una grande star pizzicata con le mani nella marmellata criminale.

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    1. Ricordavo il racconto dalla tua rubrica ica su Jackie Chan, in effetti anche lui come Friedkin ama il rischio ed evidentemente i rispettivi collaboratori non sono da meno ;-) Penso che apprezzerai molto questa corsa lungo le strade di Los Angeles. Cheers!

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    2. Incredibile, un altro film in cui Friedkin anticipa tutto quello che sarà di moda in quel decennio! Perché il suo Esorcista viene replicato ogni giorno da Mediaset mentre questi suoi film, molto più importanti, bisogna cercarli con il lanternino?

      Comunque mi immagino un cinema del 1985 dove il giovane Shane Black sta guardando il film di Friedkin, che si apre con un poliziotto scavezzacollo che vive sulla spiaggia e un compagno di lavoro più anziano che come prima battuta se ne esce con «Sono troppo vecchio per questa merda» (I'm getting too old for this shit).
      Shane prende appunti, e due anni dopo presenta il suo Arma letale, in cui il vecchio Murtaugh spara la sua frase iconica: «Sono troppo vecchio per queste stronzate» I'm too old for this shit». Shane ha cambiato "getting" con "too" per non farsi sgamare :-D

      L'unica innovazione che non riconosco al film di Friedkin è l'inseguimento nel celebre canale losangelino: mentre la vedevo le sinapsi mi si sono accese e ho gridato Grease (1978)! Qualche anno prima infatti già John Travolta correva sulla sua thunderbird in quel canale, dove sono stati ambientati altri film: il primato potrebbe slittare ancora più indietro.
      Ecco la corsa di Danny Zuko che anticipa Friedkin e Terminator 2!

      Per il resto un film che trasuda anni Ottanta, sia per le immagini che per il video, forse non l'avrei apprezzato senza prima averti letto e forse con gli occhi di oggi non mi sembra un titolo così pregno, ma di sicuro uscire nel 1985 significa avere l'occhio lungo per il cinema poliziesco e per dove sta andando.

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    3. Shane Black ha sicuramente pescato da qui e dal Re della collina la scuola di tutto il cinema giusto ;-)

      Come ho fatto a non pensare a Danny Zuko contro il carro greco alla Ben Hur! Quei canali di cemento sono nati con "Grease" e resi grandi da Friedkin e Cameron :-D Cheers

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  10. Due soldi Vivere e Morire a Los Angeles Friedkin li ha fatti? Perchè sta dietro solo ad Heat La Sfida e Indagine su un Cittadino al di sopra di ogni sospetto, a livello di poliziesco, quindi è un capolavoro.

    Perchè è un film totalmente estraneo al contesto dell'epoca, oramai l'azione o il poliziesco era Beverly Hills o 48 Ore come indirizzo. Solo L'Esorcista nella filmografia del regista è superiore.
    Solo i primi minuti iniziali di sole immagini e colonna sonora, descrivono Los Angeles come nessuno, spesso vedo e rivedo su youtube l'intro del film.

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    1. M'hai messo voglia di rivederlo in pratica... tanto c'ho il BD.

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    2. Costato circa sei milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati, ne portò a casa un po' meno di diciotto, quindi lontano dai fasti dei tempi d'oro di Hurricane Billy. Cheers

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    3. Se riesco a convincere qualcuno a vedere o rivedere un capolavoro, vuol dire che ho fatto il mio dovere ;-) Cheers!

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  11. Come l'amico Redferne ero in fissa con Crockett e Tubbs negli anni '80, quindi tutto ciò che richiamasse quell' estetica, oltre quella, chiedo scusa a Cassidy per l'inglesismo ma in italiano non mi piace, "coolness", mi attirava tantissimo e così mi sono sparato questo film come una lunga botta di adrenalina, manco fossi Chance...
    Purtroppo, però, il suo forte pessimismo e la voluta incapacità di potersi identificare con il protagonista, unita a il pessimismo che si respira, oltre al pericolo dietro l'angolo, cosa che mi confermano anche coloro che ci sono stati, almeno prima della metà degli anni '90, non me lo hanno fatto apprezzare quanto avrei dovuto. Ovviamente è colpa mia, perché si tratta di un capolavoro assoluto, però lo ritengo un gradino sotto, di poco a Manhunter, anche perché lì c'è una componente psicologica più intrigante, qui è effettivamente una ricerca ossessiva del desiderio di vendetta, che alla fine porta solo dolore e morte, ma d'altronde il titolo del film dice già tutto della pellicola. 👋

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    1. Pensa che a me quel pessimismo che mescola quasi i ruoli, cattivo e buono due facce della stessa medaglia fa impazzire, una marcia in più per il film. Cheers!

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    2. Ma infatti quel marcato pessimismo si può dire sia la struttura portante di "Vivere e morire a Los Angeles", una struttura che ci costringe a stare esattamente là dove Hurricane Billy vuole e cioè in una posizione scomoda, dove non puoi fare il classico elenco di buoni e cattivi semplicemente perché qui il "buono" (Chance) e il "cattivo" (Masters) sono in pratica l'uno l'immagine riflessa dell'altro... Un capolavoro (con al suo interno un capolavoro di inseguimento), dove le scelte di Friedkin si rivelano azzeccate come da prassi, compresa la sostituzione dei Tangerine Dream con i britannici Wang Chung, che riescono a non far rimpiangere i teutonici colleghi regalandoci una colonna sonora da antologia ;-)

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    3. I famigerati cattivi e più cattivi di Fritz Lang, uno che guarda caso è stato intervistato proprio da Hurricane Billy (storia vera) ;-) Cheers

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  12. Filmone totale. A volte penso alla doppietta di film epocali che aveva azzeccato William Petersen negli anni '80 (questo e Manhunter) che sono due gemme del cinema americano. Chapeau ;)

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    1. Un inizio di carriera micidiale, subito nella storia del cinema pronti via! ;-) Cheers

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  13. Era molto che aspettavo questo momento, vidi questo film attratto dalla colonna sonora e fu subito BANG... Mi colpì in pieno, talmente - taglio gli aggettivi per questioni di tempo - da impressionarsi sulla retina, da monopolizzare il gusto musicale.
    Io non ne capisco di cinema, mi piace guardare film, cerco quelli di cui non cambierei una virgola, quelli di cui non avrei saputo immaginarne nulla, quelli che mi hanno meravigliato.
    In queste liste ci sono sempre Manhunter e Vivere e morire a Los Angeles.
    Grazie per la recensione e per l'occasione di leggere le recensioni degli altri... Baristi Volanti?

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    1. Grazie a te, sono felice quando posso rendere onore ad un film amato da molte persone ;-) Cheers

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