giovedì 26 agosto 2021

Strada a doppia corsia (1971): aspettando sgommò

Nel silenzio assordante, come si dice in questi casi, quello di buona parte dei miei contatti (tranne uno, ciao DonMax) e di quasi tutta la critica specializzata, quella stipendiata per scrivere di cinema, alcune settimane fa ci ha lasciati Monte Hellman, per questa Bara è arrivato il momento di fare qualcosa.

Tra tutti i registi della New Hollywood che hanno rivoluzionato il cinema americano negli anni ’70, Monte Hellman è stato il più silente, quasi la pecora nera del gruppo, atipico in tutto, dalla sua formazione artistica fino alla poetica, chiarissima in tutti i suoi film ma per certi versi opposta a quella dei registi che normalmente trovate celebrati su questa Bara. Ecco perché deve starci.

Personalmente amo tutti quegli autori in grado di essere autoriali anche utilizzando il cinema di genere, sono sempre pronto a utilizzare questa Bara per ricordare a tutti i cinefili con un po’ di puzzetta sotto il naso, che si può fare arte, ma arte vera, anche con sgommate, motori rombanti, esplosioni e sparatorie. Monte Hellman con la sua vita artistica fuori dagli schemi, aveva entrambi i piedi ben piantati nel cinema di genere, ma lo utilizzava in maniera quasi intimista.

Giuro che per rispetto, non farò battute del tipo: l'uomo del Monte.

Forte di una formazione teatrale e di un lungo apprendistato come montatore, Monte Hellman era un intellettuale Newyorkese con una predilezione per le opere di Camus e Beckett. Non è un caso se uno dei suoi primi lavori di rilievo fu proprio la messa in scena di "Aspettando Godot" sì, però in versione western (storia vera). Perché Hellman era così, cultura “alta” e “bassa” per lui non hanno mai fatto distinzione, infatti proprio grazie a dei Western il suo nome è finito sulla mappa geografica, ai Western e al suo mentore, il solito immarcescibile Roger Corman, che dopo averlo tenuto a battesimo per titoli horror come “Beast from Haunted Cave” (1959), lo ha prodotto e supportato nella sua intenzione di dirigere un western, anzi, perché non farne due Monte?

“La sparatoria” e “Le colline blu”, entrambi del 1966, sono stati girati in contemporanea su suggerimento di Corman, infatti sono popolati dalle facce della “factory” del maestro di Detroit, uno tra tutti Jack Nicholson, il leggendario Harry Dean Stanton e ovviamente Warren Oates, attore feticcio di Hellman e Sam Peckinpah, perché come dichiarò il buon vecchio Monte: «Ci sarà sempre un ruolo per Warren Oates nei miei film» (storia vera).

Facce da schiaffi da competizione: Warren Oates.

Per certi versi entrambi questi Western sono stati una reazione all’omicidio del presidente Kennedy, non a caso una sparatoria ora che ci penso. L’eterno vagare dei protagonisti, che sono il più delle volte anti eroici in tutto e per tutto, erano la perfetta metafora di un Paese senza più una strada da seguire, raccontata utilizzando non a caso il più americano dei generi americani, quello con revolver, cavalli e cappelli a tesa larga. Tra i due, ho sempre avuto una predilezione per l’essenzialità assoluta di “La sparatoria”, dove Warren Oates si carica sulle spalle il film, dove Jack Nicholson ghigna diabolico nei panni di un provetto assassino e dove la stessa sparatoria del titolo, sono un paio di colpi sparati senza gloria, l’opposto delle grandi enfatiche attesa Leoniane, ma comunque in puro stile Western. Sono anni che ripeto che se mai qualcuno volesse fare un film (uno bello intendo!) tratto da “L'ultimo cavaliere” di Stephen King, dovrebbe prima ripassarsi per benino “La sparatoria” di Monte Hellman.

Giovani, ribelli e motorizzati.

Ma prima di trasformare questo post in una (tediosa) disamina sui Western di Monte Hellman, passiamo al film con cui ho scelto di ricordare il regista, uno che proprio quest’anno compie cinquant’anni ovvero “Strada a doppia corsia”. Un film uscito sull’onda del successo di “Eady Rider” (1969) di cui è quasi l'antitesi. Perché Dennis Hopper alzava il volume della radio, utilizzando la musica (diventata leggendaria) e la droga come inno alla rivoluzione di una gioventù senza più punti di riferimento, invece Monte Hellman ci trascina nell’America sfiduciata, che vaga senza meta nel vuoto generato dal passaggio dal democratico Lyndon Johnson al repubblicano Richard Nixon, ma lo fa esattamente al contrario di Hopper. In “Two-Lane Blacktop” il rumore dei motori sovrasta la musica e persino il logo della Universal Pictures, che produsse il film ma non prese proprio benissimo questa scelta del regista (storia vera).

Dennis Hopper un ferro così se lo poteva giusto sognare.

Per certi versi “Strada a doppia corsia” è un film estremamente musicale (lasciatemi l’icona aperta su questo punto, più avanti ci torneremo) anche se nel film, la musica quasi non si sente, l’unica ad accennare qualche pezzo canticchiato è l’autostoppista, la ragazza, perché in questo film, tutti i personaggi non sono identificati da un nome ma dal proprio ruolo, come una versione figlia dei fiori di Driver di Walter Hill. La ragazza è un’anima tormentata in fuga, interpretata dalla giovanissima e appena maggiorenne Laurie Bird, che otto anni dopo questo film morì suicida, sinistra conferma che il tormento del suo personaggio forse, non era tutta recitazione.

Monte Hellman con “Two-Lane Blacktop” scardina un altro genere Americano al 110%, dopo il Western tocca ai film - occhio che arriva il virgolettato - “On the road”, sulla strada come Jack Kerouac qui troviamo due amici, un pilota e un meccanico, a bordo del loro “catenaccio”, una Chevrolet 55 con motore truccato, che i due hanno costruito pezzo per pezzo e che nel film viene smontata, ripulita, sistemata con la stessa metodica e distaccata cura che dopo, ho ritrovato solo in certi film di David Cronenberg, non a caso un appassionato di motori.

"Cosa sta blaterando Cassidy?", "Che ti frega, ora premo a tavoletta e sentirai solo più il rombo"

I due protagonisti sono giovani, capelloni e ribelli, guidano da costa a costa, in cerca di un uno sfidante contro cui gareggiare e scommettere. In auto parlano del più e del meno (una costante in tutto il film) se non fosse per la giovane autostoppista che caricano, la radio in auto che trasmette musica per loro sarebbe un rumore di fondo, sovrastato costantemente dal rombo del motore del loro bolide. In un film che parla (anche) delle contraddizioni di una nazione, Monte Hellman sottolinea questo paradosso facendo interpretare due che sono fissati con il suono del motore, a due veri musicisti, il cantautore James Taylor interpreta il pilota mentre il batterista dei Beach Boys, Dennis Wilson, ricopre il ruolo del meccanico.

Il loro perfetto contraltare è interpretato dall’attore feticcio di Hellman, il solito gigioneggiante Warren Oates, proprietario di una Pontiac GTO gialla e tamarissima come il suo autista, perché Warren Oastes si divora ogni scena in cui compare come la sua auto divora chilometri di asfalto. Ad ogni autostoppista che carica, racconta una versione diversa della sua storia, avete presente il Joker di Heath (in amicizia “BIP”) Ledger? Un dilettante a confronto di quel caccia balle di Oates.

"Vuoi sapere come mi sono fatto queste cicatrici questa GTO?" (quasi-cit.)

Visto che Monte Hellman è a mezzo grado di separazione da tutti i miei preferiti - anche in questo riusciva ad essere fuori dagli schemi - potremmo parafrasare il pezzo simbolo di Strade di fuoco dicendo che i protagonisti di questo film, non vanno da nessuna parte, ma ci vanno in fretta. Per certi versi sembra di vederli vagare sulle strade d’America come se guidassero lungo un nastro di Möbius, quando entrano in scena sono già alla guida e se ne andranno così, al volante, a tavoletta anche più di quanto faceva il Kowalski di un altro film uscito nello stesso anno, “Punto Zero” (1971).

Ma se il film di Richard C. Sarafian, si concentrava sui muscoli e i cavalli della Dodge Challenger bianca in fuga, Monte Hellman mette su una sparatoria su gomme, un lungo inseguimento, quasi una sfida infinita tra i ragazzi sulla Chevy e il chiacchierone sulla Pontiac, due opposti che in qualche modo si attraggono, ma sicuramente si sfidano.

"Ladies and Gentlemen, start your engines!"

La gioventù senza meta, alla guida di un’auto fuori da ogni schema, costruita letteralmente in casa, pezzo per pezzo, contro la vecchiaia piena di boria, alla guida di un ferro che invece è frutto dell’industria, della catena di montaggio, identica a mille altre Pontiac GTO in giro per il mondo. Omologazione contro ribellione, scontro generazione sì, ma tutto gestito dal campione del mondo degli anti eroi senza un minimo di gloria. Infatti Monte Hellman fa parlare i suoi protagonisti come se non ci fosse nessuno ad ascoltarli, nemmeno noi spettatori. Se volete un film facile cercate altrove, se volete un autore completo davvero unico, salite a bordo e lasciate che Monte Hellman vi guidi in questo infinito aspettando Godot su gomme. Aspettando sgommò.

"Lo senti? Dice a noi che parliamo, ha riempito un post di caSSate"

Dovremmo andare ad Amarillo, dovremmo andare a vedere il Gran Canyon, parlano di tutto e sembrano non dire niente i personaggi del film, il fatto che molti di loro non siano nemmeno veri attori, rende il tutto ancora più naturale perché l’importante per questi personaggi è andare, dove? Chi lo sa, vagano spersi in un Paese in cui per assurdo, nessuno tiene più le mani sul volante. Il sogno Americano si è infranto da tempo e qui si guida tra le rovine e per certi versi, anche questo mi fa tornare ancora in mente Cronenberg.

In 102 rarefatti minuti, sembra che Monte Hellman ci racconti 66 storie, come la Route 66 attraversata e ormai completamente diversa da quella diretta dal regista, come lui stesso dichiara nel documentario sulla realizzazione del film intitolato “On the road again”. Ogni personaggio che entra in scena a parlare del più o del meno, lo fa spesso di colpo perché Hellman nel suo stile rivoluzionario, se ne frega anche del luogo sacro dove i film nascono per davvero, la sala di montaggio. Ecco quindi apparire dal nulla il cowboy di Harry Dean Stanton, che più che da un film di Ford sembra il “Midnight Cowboy” diretto da John Schlesinger nel 1969, un personaggio che da solo anticipa “Brokeback Mountain” (2005) e i viaggi dello stesso Stanton diretti da Wim Wenders.

"Ti ho detto che non mi va di giocare ai cowboy gay, smettila!"

Non è un caso se uno così capace di far chiacchierare i suoi personaggi sui massimi sistemi così tanto, sia finito a lanciare la carriera di un altro esperto in dialoghi, producendo “Le Iene” (1992) di Quentin Tarantino, che poi è anche l’unica voce della filmografia di Monte Hellman che è stata ricordata dalla stampa stipendiata, il giorno della suo dipartita: «Morto Monte Hellman… bla bla bla… TARANTINO!», più o meno la notizia è stata riportata così. Beccami gallina se qualcuno ha ricordato che so, che un Hellman non accreditato, ha curato la regia della seconda unità di Robocop (storia vera), giusto per dirvi quanto il nostro avesse entrambi i piedi ben piantati nel cinema di genere.

"Quando ho chiesto se avevate una gomma non intendevo questo"

Bisogna destreggiarsi tra i dialoghi, per capire quale punto del nastro di Möbius chiamato “Stati Uniti d’America” stiano attraversando, se il gareggiare per soldi o per il libretto dell’auto caratterizza la prima parte della sfida, nell’ultima parte viene introdotto il tema della morte. A farlo è un’anziana autostoppista, reduce dalla morte della figlia, stando alle sue parole avvenuta durante un incidente su “un’auto come questa”, nello specifico la GTO di Warren Oates, il simbolo della catena di montaggio. L’anziana signora, una delle mille apparizioni in un film in cui sembra che gli eventi semplicemente accadano, a volte senza troppa soluzione di continuità, perché tanto i protagonisti di fermarsi non hanno nessuna intenzione.

Per mettere fine al loro disilluso e disperato vagare senza meta, deve intervenire un fattore esterno, una trovata metacinemtatografica che straccia il nastro di Möbius che è la pellicola cinematografica, che letteralmente si brucia e prende fuoco sotto i nostri occhi. Quindi dimenticate ogni finale anti climatico visto nella vostra vita di spettatori, nessuno potrà mai battere Monte Hellman in questa specialità, proprio nessuno!

Oh, Thunder Road, sit tight, take hold, Thunder Road (cit.)

Ma se proprio volessimo cercare un finale “vero”, uno da considerarsi canonico (o presunto tale), dobbiamo ascolta ancora una volta i vaneggiamenti di Warren Oates, che all’ennesimo autostoppista caricato a bordo, racconta l’ennesima versione della sua storia, questa volta facendo sua quella dei suoi “nemici”. Allo sconosciuto racconta di come un tempo, giovane e libero guidasse una Chevy costruita da lui stesso, non questa roba fatta in serie gialla su cui sgomma adesso. Un finale che ogni volta mi lancia addosso otto quintali di amarezza, perché arriva come ogni altra cosa nel film e nella vita, senza preavviso mentre sei impegnato a correre, correre per andare poi dove, nessuno lo sa per davvero.

Ultima prima di andare, avevo un’icona da chiudere quindi lo faccio ora. Per essere un film dove la musica è presente ma sovrastata dal boato dei motori e dove i cantanti, invece che far musica guidano e recitano, “Strada a doppia corsia” di musica ne ha generata tanta, però tutta di sponda. Quell’adorabile tamarro di Rob Zombie ha confermato il suo buon gusto cinematografico e la sua passione per il cinema degli anni ’70, con la sua strombazzata Two-Lane Blacktop, ma il migliore come al solito, resta Bruce.

Per uno Springsteeniano come me scegliere è impossibile, ma in un’ipotetica classifica dei miei pezzi preferiti del Boss (che da me non avrete mai, quindi non chiedete), “Racing in the Street” occupa una posizione molto molto alta anche per motivi affettivi. Il motivo per cui di pancia, il cinema di Monte Hellman mi ha sempre trovato molto pronto e ricettivo non so spiegarlo per davvero, so che è legato ad un momento, vogliamo dire malinconico della mia vita in cui guidare, preferibilmente di notte, mi dava serenità e Bruce con le sue canzoni, tra cui proprio “Racing in the Street”, era la perfetta colonna sonora.

Me and my partner Sonny built her straight out of scratch / And he rides with me from town to town (cit.)

Che il Boss sia sempre stato cinefilo non lo scopriamo certo oggi, ma voi provate ad ascoltare le parole di “Racing in the Street” e dentro ci ritroverete il pilota e il meccanico, a cui Bruce appioppa un nome (Sonny), se questo film avesse mai avuto una colonna sonora ufficiale, che non fosse il rombo del motore di una Chevrolet 55, sarebbe stato sicuramente la voce di Bruce Springsteen.

Quello che invece vi consiglio e di fare più di quanto abbia fatto la stampa stipendiata nostrana, se non conoscete il cinema di Monte Hellman andare ad esplorarlo, il viaggio sarà strano, non sempre immediato o facile, la direzione incerta, come il titolo del suo film testamento “Road to Nowhere” (2010), ma per qualcuno di voi potrebbe valere davvero la pena. Di sicuro questa Bara aveva bisogno di correre e rendere omaggio ad uno che per fare questo film ha rifiutato L’ultimo Buscadero dell’amico e collega Sam Peckinpah (storia vera), forse perché l’ultimo dei Buscadero era proprio Hellman.

Tonight tonight the strips just right
I wanna blow ‘em off in my first heat
Summers here and the time is right
For racin’ in the street

12 commenti:

  1. Mi ha sempre colpito il nome Monte Hellman che mi fa pensare ad un personaggio di qualche combo di western moderno alla Lansdale e fanta-horror alla Claudio Chiaverotti. Se ti chiami Tom Mandrake "devi" disegnare comics. Full Monty Hellman è il toyboy di Pura Satana, la regina degli inferi che sono da qualche parte in Messico, appena dopo il confine, se sai quale sterrata prendere. Tutti lo prendono per il lato b, ma FMH ha un piano, cioè scoprire come aprire la cassaforte fatta a mano, non in serie, dove Pura conserva la mappa per l'Eldorado dove riposa il mitico tesoro di lady Spring, il boss dei tempi del Proibizionismo. Di Ennis e McCrea per i tipi della Dynamite.

    Penso che una eco della poetica di Hellman sia anche in film distantissimi come Rumble Fish di Coppola con Motorcycle Boy che continua a ripetere il mantra " La California è bellissima, persino meglio di qui " e qui è un mondo in bianco e nero e solo i pesci sono colorati. Forse l'America più vera è la nostalgia di qualcosa sognato nel dormiveglia appena dopo il crepuscolo. Ciao ciao

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    1. D'altra parte anche Coppola si è formato alla scuola di Corman, radici solidissime ;-) Ennis e McCrea finirebbe subito nella mia collezione, anche solo per la strizzata d'occhio al Maestro Russ, mettici anche un avventore dei peggiori bar messicani, disegnato con le sembianze di Bloody Sam Peckinpah e il gioco è fatto, tanto sono tutti lassù da qualche parte a brindare insieme ;-) Cheers

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  2. No, questo non lo conoscevo proprio.
    Mi sa che mi hai aperto un portone su di un nuovo mondo.
    Urge recuperare.

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    1. Per quello ci tenevo particolarmente a questo post sul vecchio Monte ;-) Cheers

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  3. Monte lo conosco solo di nome e devo essere sincero mi sembra di non aver visto nulla di suo. Effettivamente anche io trovo, come ha già scritto Crepascolo, che sia un nome (e cognome) fighissimo, un pò alla stregua di Hannibal Smith, per dirne uno...
    In ogni caso per quanto questo tipo di pellicole rappresentassero una nazione in crisi di ideali e di valori, con i ggiovani che vagavano disillusi senza meta e senza speranze per il futuro che li aspettava, spesso, come abbiamo visto in Un mercoledì da leoni, con i percorsi della vita segnati anche dall'esperienza della guerra, le trovo veramente affascinanti e bellissime, proprio perché rappresentano un mondo (e una condizione) che abbiamo sperimentato un pò tutti durante gli anni giovanili.
    E proprio quando uno si sente perso, senza prospettive e destinato a una vita che non sente sua, a quel punto ti metti in viaggio senza sapere quale sarà la tua meta, consapevole solo del fatto che quando tornerai (se tornerai, ovviamente) non sarai più lo stesso di prima, parafrasando quanto scrive Haruki Murakami. Ciao

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    1. Perfettamente d'accordo è un tipo di malinconia in cui mi riconosco, in cui si riconosceva Springsteen, anche lui appassionato di cinema che questo film di Monte Hellman lo conosce di sicuro ;-) Cheers

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  4. Forse avrò visto un suo film, ma non penso di conoscerlo, e peccato non sia stato neanche nominato.

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    1. Molto, un regista che merita una riscoperta ;-) Cheers

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  5. Bellissimo approfondimento sul capolavoro dell'inclassificabile e misterioso Hellman.
    Altra morte recente e analoga di un altro grande non-inquadrabile di quegli anni li', venuto a mancare pure lui nel disinteresse generale, e' quella di Richard Rush (Psych-Out, L'impossibilità di essere normale, Freebie and the Bean, The Stunt Man).

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    1. Altro che meriterebbe di passare su questa Bara, il suo "Una strana coppia di sbirri" (1974) è forse il primo vero film di "Strambi sbirri" della storia del cinema. Cheers!

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  6. Confesso di non conoscere l'autore, se non per sentito dire, né di aver visto i suoi film. L'unico che conosco è "Iguana" ma solo perché è dalla sua uscita di trent'anni fa che vorrei vederlo e non ci sono mai riuscito! Insomma, non per mia scelta ma sono un non-spettatore definitivo di Hellman, e a questo dovrò provvedere ;-)

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    1. Anche perché i film di Monte Hellman sono quasi introvabili, non ti dico che fatica per scovare "Cockfighter" ai tempi ;-) Cheers!

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