venerdì 23 luglio 2021

La parola ai giurati (1957): dodici uomini arrabbiati

Non tutti i film sono destinati a diventare immortali, qualcuno passa alla storia grazie ad una messa in scena sopraffina, altri, invece, perché sanno trattare brillantemente argomenti universali. Poi ci sono film come “La parola ai giurati” che incarnano alla perfezione entrambe queste caratteristiche, così, tanto per mettersi dalla parte della ragione.

Dico sempre che “La parola ai giurati” è uno di quei film che chiunque nella vita abbia voglia di recitare, scrivere, dirigere, fare o parlare di cinema, dovrebbe studiare a memoria e che ad ogni nuova visione regala particolari riusciti che la volta precedente erano stati ignorati. Se questo non fosse già motivo sufficiente, l’esordio alla regia di Sidney Lumet è quel cinema etico che offre parametri con cui confrontarsi nella vita reale.

Spesso gli eroi cinematografici sono modelli, ideali irraggiungibili, i personaggi di “12 Angry Men” sono proprio questo: dodici uomini arrabbiati e chiusi in una stanza, che in molti momenti di eroico non hanno un bel niente, ma, comunque, sfruttano il loro potere nel modo più responsabile possibile, solo che parlare di potere e responsabilità come farebbe Peter Parker è una cosa, ben diverso, invece, farlo nelle condizioni meno ideali possibili. In ogni caso, affrontando un film che così abilmente solleva dubbi etici, ho una sola certezza: siamo di fronte ad un Classido!

“La parola ai giurati” nasce da una sceneggiatura di Reginald Rose, inizialmente prodotta per la televisione e trasmessa all’interno di una serie antologica da CBS Studio One nel 1954. Il successo del film è immediato, la trama scritta da Rose è talmente di qualità che molti ne restano affascinanti, uno in particolare, l’attore Henry Fonda.

Ora, Henry Fonda era una specie di semi Dio sbarcato ad Hollywood, uno che aveva già recitato per tutti i più grandi registi, a partire da John Ford, per darvi l’idea del suo status, quando Sergio Leone gli chiese di interpretare per la prima volta un cattivo, si presentò da lui con il cappello in mano e tutta la riverenza del caso (storia vera). Fonda non aveva mai provato a produrre un suo film, dopo l’esperienza con “12 Angry Men” non ripetè più l’impresa, uno su uno, 100% di realizzazione.

Questo per dirvi quanto Fonda credesse nel valore della storia, sia lui che Reginald Rose nuovamente nel ruolo di sceneggiatore, si ridussero lo stipendio pur di rendere accettabile per i loro soci della Orion, il budget stanziato di 350.000 fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati. Una cifra irrisoria per cui normalmente Fonda nemmeno leggeva il copione, figuriamoci sobbarcarsi anche i grattacapi del produttore.

Il titolo di testa e il principale set del film. due con un colpo solo!

Nell’ottica "minima spesa massima resa", Fonda e Rose scelsero un regista esordiente, uno che si era fatto le ossa nelle produzioni televisive come “Studio One” e “The Alcoa Hour”, il trentatreenne Sidney Lumet che senza la minima pressione addosso, si ritrovò per le mani un copione che era dinamite e richiedeva di essere trattato con l’attenzione e la cura necessaria, a dirigere uno dei mostri sacri di Hollywood intento a barcamenarsi anche come produttore. Tranquillo Sidney, stai rilassato.

Risposta di Lumet? Grazie ad un rigoroso programma di prove, sul set il regista al suo esordio non solo riuscì a domare i dodici leoni con cui si era volontariamente chiuso in gabbia, ma completò le riprese del film in 19 giorni, uno in meno rispetto al programma originale, facendo risparmiare alla produzione mille dollari (storia vera).

"Se teniamo spento il ventilatore, risparmiamo un altro paio di dollari"

“12 angry men” è il padre nobile di tutto quel cinema che per mancanza di fondi, oppure per rispettare il distanziamento sociale, sta tornando prepotentemente di moda, anche se di fatto non è mai davvero scomparso: pochi attori a parlare in una stanza. Il tipo di cinema da interno che in uno strambo Paese a forma di scarpa è di norma identificabile con i drammi da tinello con Margherita Buy, quello che sembra facile da fare, ma in realtà è complicatissimo, Lumet partendo dalla più immobile delle premesse, ha sfornato un film che è costantemente in movimento, quando non è il film a muoversi, siamo noi spettatori a friggere sulla poltrona, perché puoi guardare “12 angry men” anche dodici volte e pur conoscendo già il suo finale, è impossibile non restare coinvolti dalla trama e dalle dinamiche tra i personaggi.

Il film inizia subito in movimento, un dolly a salire sull'austera facciata del palazzo di giustizia dove si svolgeranno gli eventi e subito dopo, un dolly a scendere sulle persone all'interno dell’atrio, pronti a prendere parte al processo. La macchina da presa di Lumet non si ferma nemmeno quando con una carrellata inquadra per la prima volta i dodici giurati, chiamati ad esprimere il loro giudizio su un ragazzo arrestato e accusato di aver ucciso suo padre con un coltello a serramanico, l’accusato viene inquadrato una sola volta nel film da Lumet, un primo piano su di lui mentre guarda i giurati che, come il giudice Santi Licheri, si ritirano per deliberare. Il suo destino è tutto in quei dodici tizi sconosciuti e incazzati, che dovranno stare in una minuscola stanzetta con il ventilatore rotto, nel giorno previsto per essere il più caldo dell’anno.

Regia di gran classe e dove trovarla, con Lumet si va sempre sul sicuro.

L’entrata in scena nella stanza, quello che sarà il ring di questa lunga sfida verbale, oltre che l’unica location del film (con un piccolo sollievo per la claustrofobia del film, offerta solo dal bagno adiacente, una specie di zona franca dove brevemente i personaggi tentano qualche mediazione senza successo) è stata anche la scena più complicata da girare di tutto il film. Ci sono volute sette ore perché il direttore della fotografia, Boris Kaufman, azzeccasse tutte le luci necessarie per le inquadrature pensate da Lumet che inquadra i dodici giurati impegnati a prendere posto nella stanza, senza mai utilizzare un punto di vista ad altezza sguardo, l’inquadratura è dall'alto come a suggerire che quelli sotto giudizio, da questo punto del film in poi, saranno i giurati più che il ragazzo accusato di omicidio. Gustoso notare che undici giurati guardano la stanza cercando dettagli al suo interno o un posto a sedere, solo uno guarda fuori dalla finestra, ovviamente si tratta di Henry Fonda, il pensatore libero, che sta già guardando oltre, la “matta” che farà saltare il banco.

Il frettoloso processo ha inchiodato il ragazzo dei quartieri bassi, per la felicità del giurato che ha comprato i biglietti per la partita degli Yankees, la faccenda durerà poco perché ci sono pochi dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, ma l’obbiettivo del voto all'unanimità che è l’unico modo che i giurati hanno per lasciare la stanza viene mancato per il voto del giurato numero 8, Henry Fonda ha altre idee, quindi mettetevi comodi, il film può iniziare per davvero.

"Embè? Esprimo il mio diritto di voto, allora?"

Non credo ci sia un regista più abile di Sidney Lumet nel far valere l’ambientazione dei film, se nel suo Quel pomeriggio di un giorno da cani, la canicola, il sudore che appiccia ci vestiti addosso ai protagonisti, era quasi un personaggio all’interno della storia, è perché Lumet si era già fatto le ossa con “La parola ai giurati”. La stanza in cui sono rinchiusi per deliberare è un non luogo dove il tempo non scorre, il ventilatore è rotto come a sottolineare l’immobilismo e solo il calare del sole e un temporale (quasi metaforico della temperatura degli animi nella stanza) scandiscono il tempo che pare non passare mai, in compenso, dialoghi al fulmicotone affidati ad un cast impeccabile, rendono questo film immobile un duello colpo su colpo.

Il giurato numero otto di Henry Fonda non ha intenzione di buttare via il suo voto, non con la vita di un ragazzo in gioco, in quanto giurati hanno la responsabilità di far pesare il loro ruolo prendendosi almeno un minuto per approfondire i dati emersi da un processo che di suo è già stato piuttosto frettoloso. Infatti, il giurato numero 8 gioca sporco (per una causa che ritiene giusta) e tira fuori dalla tasca un coltello a serramanico identico a quello del ragazzo, lo stesso coltello che in fase di processo era stato ritenuto una rarità. Se quell'elemento chiave dell’accusa, può essere messo in discussione, allora il seme del dubbio può iniziare a serpeggiare.

"No, non ho anche la forchetta, quindi non chiedetemela"

Vado pazzo per la scena successiva: Fonda solo contro tutti, unica voce fuori dal coro chiede una seconda votazione, se nessuno avrà cambiato il suo voto, allora cederà fornendo lui il dodicesimo voto di colpevolezza. Quando il personaggio chiede la nuova votazione è risoluto, non mostra un solo sentimento ai suoi “avversari”, ma Lumet un attimo dopo lo inquadra in primo piano a mostrarci i suoi dubbi e poi subito dopo il sollievo, quando un secondo giurato voto “non colpevole”.

Per essere un film con persone che parlano e sudano in una stanza, “La parola ai giurati” è pieno di momenti chiave... Come non riconoscere un gran momento di scrittura e recitazione, quando il più anziano dei giurati descrivendo il povero vecchio che dice di aver sentito l’urlo della vittima, pare descrivere più se stesso che il testimone chiave? E si potrebbe andare avanti così scena per scena, perché il lento lavoro di logoramento del giurato numero otto, ribalta piano piano il risultato della votazione, il tutto mentre gli animi nella stanza diventano sembra più... Beh, incazzati.

L'antenato dei leoni da tastiera sui Social-cosi.

Sarà pure un film in bianco e nero del 1957, ma quanto è ancora attuale “La parola ai giurati”? Anzi, “12 angry men” perché il titolo originale è davvero quello che ci ricorda quanto questo film sia valido oggi più che mai. In un mondo dove i Social-cosi hanno offerto la possibilità a tutti di esprimere pareri e giudizi su tutto e soprattutto tutti, chiunque ha fretta di farlo per poi passare a qualcosa di davvero importante da fare, che sia andare a vedere la partita degli Yankees, oppure mettere un “mi piace” sotto il prossimo video di gattini. Quei dodici uomini incazzati in una stanza, ora sono molti più di dodici e stanno in stanze virtuali ad esprimere giudizi con la stessa incauta fretta. “La parola ai giurati” non è una bella favoletta (raccontata benissimo, badate bene) come "Mr. Smith va a Washington" (1939), in cui Frank Capra era bravissimo a farci credere che un boyscout puro di cuore come Jimmy Stewart poteva cambiare la politica, “12 angry men” parla ancora forte e chiaro sull'importanza di prestare ascolto, di calarsi nei panni degli altri prima di avere fretta di giudicarli (gli altri non i loro panni), se proprio dobbiamo giudicare, per lo meno prima cerchiamo di liberarci del pregiudizio. Henry Fonda sarà pure l’eroe bianco vestito, ma è quello che fa la scelta che per assurdo, risulta la più difficile, ovvero quella più etica.

"Cambi il tuo voto?" , "No", "Allora oggi dovremmo giudicare due omicidi"

Grazie ad un montaggio da manuale (curato da Carl Lerner), Sydney Lumet mette davanti al suo protagonista ogni volta una nuova montagna da scalare, rappresentata da un giurato non da convincere, ma a cui chiedere di riflettere davvero sul suo singolo giudizio. Ad esclusione della stretta di mano finale e dello scambio di presentazioni («Hey... what's your name?», «Davis», «My name's McArdle. Well, so long»), come spettatori non conosciamo i nomi dei dodici giurati, ma nel corso di 96 tiratissimi minuti, finiamo per conoscerli tutti in maniera approfondita, anche perché sono facce che hanno fatto la storia del cinema.

Il giurato numero uno, il presidente di giuria nel tempo libero allenatore in seconda di Baseball Martin Balsam. Numero 2: il bancario John Fiedler, il numero 3 l’incazzatissimo, razzista e qualunquista Lee J. Cobb che sulle spalle si carica un ruolo sgradevole, ma estremamente realistico. L’uomo che non suda mai nemmeno con la giacca, l’inflessibile E.G. Marshall con il numero 4, il numero 5 va a Jack Klugman, cresciuto anche lui nei bassifondi e per questo più pronto degli altri ad immedesimarsi in “loro”, le persone come il ragazzo accusato. Edward Binns è l’imbianchino numero 6, il fanatico di Baseball che vorrebbe solo vedere gli Yankees con il numero 7 Jack Warden, il testardo contro corrente Henry Fonda con il numero 8, l’anziano numero 9 con una particolare attenzione per i dettagli importanti Joseph Sweeney, il numero 10 afflitto da allergia e punte di razzismo Ed Begley, la quota straniera, il giurato numero 11 di origini russe che, però, capisce la democrazia americana meglio di certi altri suoi colleghi e per finire l’eterno indeciso, il numero 12 Robert Webber.

Foto di gruppo, tanto talento tutto quanto insieme.

La battaglia combattuta tra questi dodici uomini arrabbiati è colpo su colpo, il finale non potrebbe essere dei migliori, quando la votazione era 11 a 1 a favore di Henry Fonda, il nostro stringe i denti e pian piano fa valere la riflessione, l’uso dei neuroni sulla fretta, la rabbia e il pregiudizio. Quando è Lee J. Cobb, più fiero sostenitore della colpevolezza, il più delle volte giustificata solo portando come argomentazione il colore della pelle dell’indiziato, la sua resistenza sul “punteggio” di 1 a 11 dura pochi minuti e si scioglie in un balbettante monologo, prima della sua resa, spalle al muro senza alcuna argomentazione logica.

Il duello termina con Henry Fonda (uno con esperienza di Western) che rende all’avversario l’onore delle armi, aiutandolo a rimettersi la giacca, perché l’acredine e le ruggini possono essere dimenticate, ora che si è fatto la cosa giusta.

Infatti, Sidney Lumet usa l’arma del cinema per suggerire la liberazione offrendo anche al pubblico un minimo di respiro, dopo un intero film passato ad usare obbiettivi sempre più stretti sui personaggi, nel finale utilizza il grandangolo per riprendere Henry Fonda che esce dal palazzo di giustizia e anche la musica di Kenyon Hopkins, assente per quasi tutto il film, sottolinea che il compito dei giurati è stato svolto, proprio come ha fatto Lumet. Ho visto esordi di carriera appena meno riusciti di questo in vita mia.

28 commenti:

  1. Ho studiato molto di questo film sui vari manuali di cinema ma ammetto di non averlo visto, anche se vorrei tanto farlo, anzi devo, punto. Cè già una giuria di 12 giurati di Lumet che amo tanto (rinchiusa in un treno), quindi non ho dubbi che questo film lo adorerò. Ho letto che, man mano che i minuti di film passavano, Lumet restringeva il set della stanza per rendere meglio l'idea dei giurati intrappolati, confermi Cassidy?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In realtà non restringeva il set, usava le tecniche cinematografiche per farlo: nel corso dei minuti con il suo direttore della fotografia optava per lenti sempre più lunghe (in termini di millimetri), in modo da avere inquadrature sempre più strette ed opprimenti attorno ai personaggi (storia vera). Cheers!

      Elimina
  2. Mentre leggevo scuotevo la testa: io questo film l'ho visto, ma non è proprio possibile che mi confonda così, e poi adoro Jack Lemmon, come posso averlo confuso con Henry Fonda?!? E non ho riconosciuto Jack Klugman? Va be' che ero abituata a vederlo fare autopsie con i guanti da lavapiatti, ma insomma...
    E infatti...non ho visto questo, ma il remake! Ricordo che mi è piaciuto un bel po', quando è finito mi sono trovata a chiedermi perché non ne facessero di più di film così, e visti i tempi che corrono viene da chiederselo adesso più che mai...
    Se era bello il remake (atmosfera claustrofobica, caldo che si sente a pelle, personaggi che non si confondono mai l'uno con l'altro, il tutto in due ambientazioni o poco più) immagino che questo sarà superlativo, e poi l'hai venduto così bene che non posso non recuperarlo. Grazie di avermelo fatto conoscere.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ne esistono due versioni, uno diretto per la tv da Billy Friedkin, per altro benissimo ;-) Figurati sono qui per questo! Cheers

      Elimina
  3. Filmone! Da ragazzino, con mia madre, non so quante volte l'ho visto. Ed è forse per questo film (e anche per "Il buio oltre la siepe"...) che ho da sempre un debole per i film dove ci sono tribunali, giurie, avvocati scaltri e dove abbondano gli "Obbiezione Vostro Onore!". E non importa che siano capisaldi del cinema come il film di oggi o commedie come "Mio cugino Vincenzo". L'importante è che sia arrivi in aula. E se poi l'impronta della pellicola è pure "teatrale" con poco cast e location ridotte all'osso, abbiamo fatto tombola.

    Ovviamente "La parola ai giurati" è un film incredibile, modernissimo nel suo stile classico che regge perfettamente la prova del tempo con tensione, sospetti e "ragionevoli dubbi" che acchiappano le spettatore pure oggi. Dodici personaggi anonimi ma scritti così bene che non si fatica a identificarli e con pochissime righe di dialogo (per alcuni) si riesce ad inquadrarli. Un film perfetto sotto ogni punto di vista. Quasi quasi una di queste sere me lo riguardo...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Per tanti questo film è stato il primo approccio con i film a mono location ma anche con i thriller legali, direi un’ottima scuola ;-) Merita sempre, poi Lumet bucava lo schermo, uno dei pochi in grado di farti percepire il caldo nei suoi film, in questi giorni quindi, immedesimazione totale! Cheers

      Elimina
  4. Lumet è sempre stato un cineasta con i contro, un bel po' di pellicole nella sua filmografia sono ottimi esempi di come un film va girato.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esatto, viene spesso dato per scontato ma aveva davvero i contro sotto. Il suo cinema è da studiare per tutti, addetti ai lavori e appassionati. Cheers!

      Elimina
  5. Assolutamente film immortale, da qua in poi pietra di paragone un po' per tutto, per come si scrive un film, per come si dirige e per come si recita! Film indimenticabile.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esatto, va studiato sotto tutti i punti di vista, anche quello etico diciamolo ;-) Cheers

      Elimina
  6. Ho letto la sceneggiatura da cui il film è tratto (ne ho anche parlato dalle mie parti). Con un materiale di partenza del genere sbagliare è difficile.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Certo, ma è proprio quello l'errore, dimenticarsi di fare del cinema con un soggetto d'acciaio così, Lumet questo errore non lo ha fatto, proprio per niente ;-) Cheers

      Elimina
  7. Bellissima recensione. Un film che ho registrato, visto e rivisto 100 e più volte.
    Eh, certi esordi sono esplosivi. I personaggi, tutti grandissimi archetipi: Fonda la zeppa nel culo, Lee J. Cobb il colpevolista per partito preso, ma che alla fine vorremmo abbracciare. Marshall il vulcaniano, che si arrende solo alla logica, l'anziano buon saggio Sweeney, il fancazzista Warden che vorrebbe solo andarsene, colpevolista o innocentista non importa, la gioia di trovare Jack "Quincy" Klugman, ecc. ... 12 uomini "angry", per diversi motivi, egualmente validi.
    Non riesco a dire altro, se non spendere una parola per lo stupendo doppiaggio, meravigliarmi per i 19 giorni (un record anche per un Kammespiel) e puntualizzare che accostare il nome di Santi Licheri a un film così, che parla di passioni, di legge, di giustizia, di tribunali è ... come posso dire ... una provocazione?
    No, direi più l'equivalente di un Porcoddìo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Puntualizzazione inutile. Trovo che sia lampante la mia volontà di citare la frase simbolo «Mi ritiro per deliberare», parte integrante della cultura popolare. Per caso non era chiaro? Cheers

      Elimina
    2. In effetti era piuttosto inutile, sì. Chiedo scusa. :)

      Elimina
    3. De nada figurati... Bro-fist! ;-) Cheers

      Elimina
  8. Titano dei titani, un manuale non solo di cinema ma di narrazione in generale: come raccontare una storia perché lo spettatore non cambi mai posizione sulla sedia, totalmente inchiodato e senza respiro.
    Anche il remake russo di Mikhalkov è intrigante, così come gli altri remake - compreso quello con l'anziano Walter Matthau - ma Lumet rimane Lumet e questo film è indimenticabile ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Verissimo, quello con Mikhalkov mi è piaciuto molto, ma Lumet ha fatto scuola, mica male iniziare una carriera con questa lezione di cinema ;-) Cheers

      Elimina
  9. Che mi hai tirato fuori, Cass...
    E' vero. Non bisognerebbe aver fretta nel giudicare. Ma soprattutto non bisogna fermarsi alle apparenze.
    Oggi come oggi molti bollerebbero questo film come "vecchiume".
    In realtà é una dimostrazione di cinema, che andrebbe studiata.
    Perché va bene l'ambientazione minimale, ma certe cose bisogna saperle fare. E bene, anche.
    Altrimenti ti viene fuori una roba da tinello, che con un terzo degli attori e un decimo del tempo ti fa cambiare canale.
    Qui é tutto perfetto.
    La sceneggiatura é una bomba, i dialoghi pure.
    Le inquadrature, le luci...e poi gli attori.
    A partire da Fonda che di fatto é l'eroe, passando per i caratteristi.
    Tutta gente che a ripassare la filmografia si potrebbe scrivere un volume di centinaia di pagine.
    Tensione che si taglia col coltello (appunto), e nervi tesi e a fior di pelle.
    Ho come idea che finito il processo, qui, ne andrebbe istituito subito un altro.
    E non solo per tutte le mancanze e incongruenze a livello di interrogatori ed indagini, ma perché a moment si arriva a rischiare la tragedia pure dentro a quello stanzino.
    Eh, già. "Ti ammazzo" é una frase molto più banale di quanto si pensi.
    Ci sono talmente tanti di quegli errori di analisi, procedurali e di forma che per un avvocato difensore un attimino più sgamato avrebbero rappresentato la manna dal cielo. E ci avrebbe sguazzato come un pesce nell'acqua.
    E invece ci si ferma in superficie. Perché per tutti ci si torva davanti a un caso da noccioline, uno di quei fatti di sangue che nelle pagine della cronaca nera te li ritrovi in fondo, in un trafiletto striminzito.
    Una sentenza già scritta. Con relativa condanna. E cosa ci sarebbe mai, da perderci dietro tutto questo tempo? Persino più del previsto?
    Si veda di sbrigarsi. Che alcuni non hanno la minima intenzione di stare in quell'angusto stanzino più del necessario. E qualcuno ha persino di meglio da fare.
    E così si stava per promulgare una sentenza ingiusta.
    Chissà...magari avrebbero riabilitato il colpevole decenni dopo (tipo Sacco e Vanzetti).
    Peccato che però intanto il poveraccio sarebbe finito fritto. Ben magra consolazione.
    E invece no. Perché lì in mezzo c'é una persona intelligente. Che ci ha ragionato sopra con calma (CALMA, gente. E cos'é mai questa parola? Una vera rarità, oggigiorno) e ha capito che qualcosa non va. E che c'é di più, sotto.
    Ma come dico sempre io...una persona da sola ci arriva, se le spieghi. Comincia a metterne insieme un'altra e le capacità di giudizio si dimezzano.
    Una dozzina di persone capiscono a malapena una parola su dieci, se va bene.
    La giuria e la corte non possono non prescindere da un preciso giudizio ed allineamento morali. Ma non bisognerebbe mai lasciarsi offuscare da essi.
    Spesso riteniamo i rappresentanti della legge nei tribunali come persone infallibili, sopra le parti.
    Ma sono in fondo uomini come noi. Ed in quanto tali afflitti da tare, pregiudizi e preconcetti.
    E quando devono decidere della vita di una persona...beh, possono iniziare i guai.
    Capolavoro. E film straordinariamente attuale, con un messaggio potentissimo.
    Bisogna stare calmi. E non perdere mai la testa, anche quando tutti intorno la stanno perdendo e tu sei il solo a rimanere lucido e fermo.
    E' fondamentale. E al momento giusto puoi davvero salvare una vita.
    Gran bella recensione, Cass.
    Complimenti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quando Fonda scherza sul ti ammazzo del suo rivale, oppure sorride quando gli scappa di dire che il testimone è un vecchio, nemmeno troppo lucido, piccole mosse chiave in una lunga partita a scacchi. Ti ringrazio molto gentile ;-) Cheers

      Elimina
  10. Splendido quanto doveroso omaggio ad un vero Caplolavoro, senza ombra di dubbio. Mancava nella Bara!

    Questo è l'esempio che uso sempre per dimostrare che film fatti 70, 80 anni fa in bianco e nero possono avere un ritmo decisamente superiore ai vari cinefumettoni fatti con lo stampino Marvel o DC!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Capisci perché ci tenevo ad averlo su questa Bara? Si impara ad amare il cinema con i film così ;-) Cheers

      Elimina
  11. Gran film, visto tra l'altro di recente.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Merita sempre, anche perché sembrerà banale da dire (lo è) ma resta sempre attuale. Cheers!

      Elimina
  12. E' uno dei film di cui mi sarebbe piaciuto parlare qui sulla bara.
    E' il manuale pagina 1 del cinema politico.
    Lumet come pochi, veri AUTORI, dal suo film d'esordio mette in chiaro quel che gli interessa nei temi e nei modi di fare cinema. Temi e personaggi scomodi, esame dei processi giudiziari, dei loro punti deboli e della morale che ci sta dietro.

    L'ho visto per la prima volta circa 3 anni fa, e mi aveva sbalordito per l'attualità dello stile come per il tema trattato (e il modo in cui è trattato).
    E' il film di Lumet più vicino ai lavori di Fritz Lang che mi venga in mente: temi sociali universali che a distanza di un secolo non si risolvono, perchè per quanto ci piaccia immaginarci come società moderna, siamo ancora quella roba lì, la stessa che si vede in questo film.
    12 Angry Men è meraviglioso e avvilente, una rappresentazione senza tempo che vale pure per il presente, identifica tutti i nuclei umani odierni, sintomo che la società non è andata molto avanti, non nel nucleo più verace di giudizi e pregiudizi. E' un saggio sul giudizio e pregiudizio umano.

    E' anche uno dei film che più mi hanno colpito in età adulta, ovvero quando pensi di aver visto e capito tutto e che niente potrà colpirti davvero. Questo se lo vedi non lo dimentichi.
    E accusatemi di lesa maestà, ma lo trovo un'opera più immortale - per la sua attualità nel trattare i temi e nello stile - dei film di Frank Capra (visto che si è fatto il paragone), perchè sarò senza cuore io ma i film Capra non mi hanno mai lasciato molto, questo mi ha tracciato un solco profondo. Nel suo messaggio in fondo ottimista, passa per un percorso tortuoso e senza facili scappatoie. Il lieto fine è sudato e guadagnato senza soluzioni di comodo, c'è un vero percorso di lotta e responsabilità.
    Mi fa ridere che oggi si parli di "pensiero unico" usando il concetto alla rovescia: questo film descrive bene la lotta al "pensiero unico", quello del pregiudizio e della superficialità, che si può ribaltare solo con la fatica e il ragionamento.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Stai pur certo che Lumet il lavoro di Fritz Lang lo conosce bene, molto bene, concordo in pieno sul tuo discorso, in ogni modo questo film doveva esserci su questa Bara. Cheers!

      Elimina
  13. splendido film, ma l' ho trovato un po' "invecchiato" come recitazione , forse un po'ampollosa

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non mi ha mai fatto questo effetto, anzi ;-) Cheers

      Elimina