martedì 20 luglio 2021

A classic horror story (2021): quella casa nel bosco, ma non proprio quella no, un’altra

Qualcuno sostiene che gli artisti non dovrebbero tornare sulle proprie opere, fornendo spiegazioni sul contenuto, un’opera d’arte dovrebbe vivere di vita propria, ad esempio “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, a mani basse una delle migliori canzoni di tutta la musica italiana, una selezione di parole brillanti considerata un classico da decenni. Il suo autore recentemente ha dichiarato che è la descrizione di un orgasmo (storia vera).

Questo conferma due cose: il grande Gino Paoli è il cantante con l’atteggiamento più Rock di sempre, inoltre se hai una sua canzone nel tuo film, hai già vinto in automatico, ma si sa che con Paoli io sono di parte.

Ora, possiamo dire tutto quello che vogliamo ma non che “A classic horror story” non abbia già vinto, sbarcato giovedì scorso su Netflix (con una campagna pubblicitaria aggressiva) in un attimo ha conquistato l’etere, schizzano subito tra i titoli più visti.

Sono giornate niente male per gli appassionati di Horror, cioè per un appassionato del genere con più sangue e budella esposte è sempre Halloween, ma arriviamo da giornate interessanti: un horror ha appena vinto a Cannes e la tanto bistrattata Netflix, nel giro di pochi giorni ha rilasciato due titoli rivolti a fasce di pubblico differente, ma entrambi intenzionati a far riflettere sul genere horror in maniera quasi metacinematografica. Domani parliamo dell’altro titolo, promesso.

Uno dei due registi, mascherato in Umbria, dove il film è stato girato.

Sono contento di aver visto subito il film prima che sui Social-Cosi, “A classic horror story” esplodesse come solo in rete può accadere, in un tripudio di “Capolavorò!” oppure “Cagata pazzesca” perché si sa, sui Social-Cosi (e non solo) vince chi urla più forte. La verità ovviamente sta nel mezzo, il consiglio sarebbe quello di vedervi il film (perché va visto, come tutti i film) cercando di evitare anticipazioni, almeno nel limite del possibile. Io stesso cercherò di restare sul vago ma ad un certo punto vi farò una finta di sopracciglia per avvisarvi dell’arrivo delle anticipazioni sulla trama.

“A classic horror story” parla di un gruppo di ragazzi, capitanati dallo studente di cinema Fabrizio (Francesco Russo), a bordo di un camper per raggiungere una destinazione comune “giù a Sud”. Tra loro spicca la coppietta composta dalla bionda Sofia (Yuliia Sobol) e dal rosso Mark (Will Merrick), in perenne equilibrio tra il compagnone e l’odiosissimo. La più vistosa di tutte comunque resta la bellissima Elisa, anche per il solo fatto di essere interpretata dalla specialista del genere, Matilda Lutz.

Un incidente lungo il percorso, una deviazione sbagliata e pensate un po’? I ragazzi prima si imbattono in una vecchia casa e poi in alcuni strambi personaggi ed eventi. Come dite? Sembra la trama degli ultimi cento horror che avete visto? Appunto.

Vieni, c'è una strada casa nel bosco, il suo nome conosco, vvuoi conoscerlo tu? (quasi-cit.)

Scritto e diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli, “A classic horror story” porta avanti un discordo cinematografico iniziato da De Feo che dopo il suo The Nest, si conferma ancora posseduto dallo spirito di Stanis La Rochelle. La sua missione è quella di rendere meno Italiano il cinema Italiano specialmente quello di genere, solo che questa volta, coadiuvato da Strippoli punta più in alto, ad una prima occhiata sembra che questo film sia un modo di elaborare la lezione di “Quella casa nel bosco” (2011), ma è solo il primo strato di un film che si rivolge, più degli altri horror, ai fanatici stessi del genere, che a furia di guardare gente ammazzata male, forse hanno sviluppato un certo grado di distacco allenando il loro cinismo. Direi che da qui in poi, proseguiamo con qualche rivelazione sul contenuto del film, quindi finta di sopracciglia che per comodità chiameremo: SPOILER!

Diciamo che questo vale come omaggio a Romero.

Mentre De Feo e Strippoli sfruttano i minuti per farci affezionare alla carne da cannone meglio nota come protagonisti, l’idea iniziale è che “A classic horror story” sia tutto un bel gioco di citazioni, due appassionati del genere che al secondo film, hanno deciso di omaggiare tutti insieme, i film che hanno amato. La storia infatti procede a colpi di strizzate d’occhio, a voler organizzare un gioco alcolico (si beve ad ogni omaggio ad un film horror famoso), qui si rischia di finire in coma etilico prima della metà del film, perché De Feo e Strippoli in certi momenti ricreano persino le stesse identiche inquadrature dei film che hanno (e abbiamo) amato, e non parliamo certo di titoli sconosciuti, ci sono inquadrature sugli shorts e sui vetri della casa che arrivano da Non aprite quella porta, così come la scena della tavolata presa di peso dal film di Tobe Hooper. Un cervo impagliato al muro come Evil Dead, occhi pugnalati come in un film di Lucio Fulci, torture quasi alla Saw, per non parlare di omaggi a The Wicker Man” (1973) o al più recente Midsommar, insomma il vostro fegato non potrebbe mai reggere nemmeno se di nome fate Frank Gallagher.

"Non so perché ho in testa un pezzo degli Iron Maiden"

“A classic horror story” porta in scena una soluzione che mi auspico di vedere nei film horror di uno strambo Paese a forma di scarpa da tempo, ovvero di strutturare il nostro folklore locale, che ha poco da invidiare a quello degli altri, anche se fino ad ora i risultati sono stati modesti. Osso, Tartosso e Carcagnosso, giocando a carte scoperte, qui vengono paragonati a nostrani Freddy, Jason e Michael, inoltre introducono nella storia le origini della Mafia, ben rappresentata da un personaggio uscito direttamente dal cast di Gomorra. Perché lo sappiamo tutti no che il cinema Italiano deve parlare per forza di Mafia vero? Anche se in realtà è solo un’altra falsa pista sparsa lungo il percorso da De Feo e Strippoli, che abbandonano questa sotto trama in fretta, forse anche troppo a dirla tutta, sarebbe stato originale approfondirla meglio, ma il film ha altri interessi.

Una sorta di Freddy, Michael e Jason a chilometro zero.

Pregi? Un gran utilizzo della musica fuori contesto come piace a me, oltre al citato Gino Paoli anche il classico “La casa”, non di Sam Raimi ma di Sergio Endrigo, funziona come la sinistra filastrocca che negli horror non può mancare mai, per un film che è davvero ben diretto (perché per rifare le scene di tutti i classici così bene, devi sapere il fatto tuo) e molto ben fotografato da Emanuele Pasquet, insomma un prodotto che,al netto di alcune sbavature (soprattutto nei dialoghi) “non sembra troppo italiano”, tanto per tenere fede allo spirito di Stanis La Rochelle. Inoltre menzione speciale per Matilda Lutz che sta mettendo su una bella carriera da “Scream Queen” ricoperta di sangue.

"Donatrice universale!" (quasi-cit.)

Difetti? Francesco Russo che ha sulle spalle buona parte della storia, recita il ruolo del “Campione del mondo di calabrese estremo” (cit.) e per esigenze narrative, recita anche parecchio sopra le righe, quindi buona parte del pubblico sono sicuro, punterà il dito contro di lui anche se personalmente, ho trovato il suo fanatico degli horror né più né meno irritante di un Randy qualunque, e non ho citato questo personaggio a caso, perché dal 1996 il cinema horror non è mai più stato lo stesso.

Forse il difetto vero è che la metafora (anzi, il METAFORONE) di “A classic horror story” è urlato, lanciato in faccia allo spettatore, anche con una certa volontà di strapazzarlo ammettiamolo. Non che nel cinema horror le metafore siano state storicamente gestite per forza con garbo o con i guanti di velluto, ma qui il messaggio è sottolineato dieci o undici volte, perché proprio come nel film che arriverà domani su questa Bara, se il tuo bacino di pubblico è grande e variegato come quello di Netflix, forse è meglio utilizzare un linguaggio diretto, che poi è un po’ la filosofia che utilizzava Rod Serling per i suoi racconti ai confini della realtà.

Il campione di calabrese estremo e gli altri fortunati protagonisti.

Il problema è che una questione è essere diretto, un altro paio di maniche è fare la figura di quelli che al campetto dicono: «Il pallone è mio e se non mi fai giocare me lo porto via», che è un po’ la buccia di banana su cui De Feo e Strippoli scivolano nella scena dopo i titoli di coda, che ha il tono di uno sfogo su Internet (infatti proprio al “popolo” di Infernet si rivolge), ma che tutto sommato possiamo perdonare perché arriva in coda ad un film tutto sommato riuscito. Anche se dare in pasto agli Internauti un film con questo tipo di messaggio, potrebbe fare l’effetto di gettare pastura agli squali ma ehi! Non diventi il secondo film più visto su Netflix nel giro di pochissimi giorni senza correre qualche rischio no?

Se devo giocarmi l’aggettivo “geniale”, continuo a riservarlo al modello di riferimento di De Feo e Strippoli, ovvero il film di Drew Goddard e Joss Whedon del 2011, eppure “A classic horror story” mi è piaciuto non solo perché è la dimostrazione che due registi giovani (hanno quasi la mia stessa età, quindi sono giovani ok?), hanno idee bellicose per tornare a rendere centrale il cinema Horror in uno strambo Paese a forma di scarpa, ma anche perché sono riusciti a reclamare un po’ di rispetto per tutto quello che sta dietro. Facile criticare dall’alto di un cazz… Di una tastiera, sputando frettolosamente sul lavoro degli altri, dovremmo essere un po’ tutti come il critico culinario di “Ratatouille” (2007), farebbe comodo a tutti ricordarlo.

"Le maschera da Groucho Marx erano finite? Ah ok"

Per quanto riguarda in particolare Roberto De Feo, devo dire che per la seconda volta malgrado i difetti dei suoi film, ha saputo portare a casa il risultato, ora mi auguro di cuore, che il suo piano a lungo termine, non sia continuare a fare solo lo Stanis La Rochelle della situazione, abbiamo capito il tuo punto di vista Robè, ultra condivisibile, ora che hai l’attenzione di tutti è ora di far parlare i fatti, il momento storico in cui si trova il cinema di genere nostrano e l’Horror in generale è propizio, quindi… Dai! Dai! Dai! (cit.).

26 commenti:

  1. De Feo mi aveva colpito parecchio proprio con "The Nest", da te citato.
    Un film che oltre ad essere ben fatto, aveva tutte le carte in regola per attirare l'attenzione oltre i confini nostrani.
    Dai da capire che e' rimasto a giocare sul sicuro, e che avrebbe magari potuto osare un po' di piu' ma non rischia.
    E va beh. Diciamo che puo' andare anche cosi', per ora.
    Il ragazzo merita un'altra chance.
    Confido alla prossima, per l'exploit.
    Intanto mi vedro' questo.
    Stupiscimi, De Feo.
    Forza.

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    1. Fammi sapere cosa ne pensi di questo, sono curioso ;-) Cheers

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  2. Ho visto in super-ritardo THE NEST. Bello, teso e con personaggi interessanti e ben scritti e in più vanta un ottimo finale. Certo, c'è qualche difettuccio qua e là (su tutti: il finale si capisce moooolto prima e non c'è un ritmo omogeneo) ma il primo lavoro De Feo l'ho promosso.
    Ti leggo con un occhio solo perché questo è uno di quei titoli che ho in calda per una serata libera...

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    1. Fai così, salta subito alla visione del film appena potrai farlo, meno sai della storia meglio è ;-) Cheers

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  3. Carino ma niente di più.
    Un “Quella casa nel bosco” all’italiana.
    Molto bella la protagonista …indubbiamente.
    Mi incuriosisce The nest, che così a pelle mi pare migliore di questo.
    Ciao

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    1. L'ispirazione è quella, poi il messaggio è differente rispetto a quello di “Quella casa nel bosco” che resta un film migliore, in ogni caso avercene di filmetti così ;-) Cheers

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  4. Come ho gia fatto notare in altri lidi: inquitante che regista e protagonista si chiamino DeFeo e Lutz. Brrrrrrr. https://it.wikipedia.org/wiki/112_Ocean_Avenue

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    1. Cavolo non ci avevo pensato, complimenti per averlo notato. Direi che vale come citazione cinematografica all'interno del film ;-) Cheers

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  5. Il problema è che quando un'opera è basata volutamente solo su citazioni, sì, è ganzo, ma dopo un po' basta.
    Apposta smisi di leggere Dylan Dog, quello era il gioco di Sclavi, la raison d'etre dell'albo diventava scoprire la citazione.
    Io qui forse ne ho trovata un'altra, volontaria o no: la foto 6 mi fa pensare alla "Cavalcata dei Resuscitati ciechi" di Armando de Ossorio (con quel nome poteva fare solo Horror).
    Comunque sì, i film vanno visti, o da soli o con 4 amici al bar.

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    1. Molto probabile che sia un omaggio al film di Armando de Ossorio. Bisogna dire che “A classic horror story” non si ferma alle citazioni, ha un’ultima parte che punta ad altro, quindi non è proprio come certi numeri di DYD. Cheers!

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  6. un "midsommer" all'italiana. Ne più, ne meno.
    Matto come un gatto è l'album della vita, Gino regna.
    L'horror italiano un pò meno, ma fa comunque piacere vedere che perlomeno ci proviamo a tornar all'epoca di Bava e soci, dove dominavamo il mondo col nostro cinema. Prima che le scoregge dei cine panettoni e non solo anche se sono la colpa primaria, ci rinchiudessero in un "the cube" dal quale è impossibile ormai uscire. Ma val la pena tentare.

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    1. Ti rispondo: ni. Perché “Midsommar” non ha quel giochino metacinematografico che qui invece (riuscito o meno che sia) è molto presente. In ogni caso Gino è il numero uno! :-D Cheers

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  7. Come sai sono fuori dai Social Cosi quindi ignoravo l'entusiasmo per questo film, che per puro caso ho adocchiato l'altro giorno in locandina ma non ho avuto il coraggio di cliccarlo: mi sono fermato al tuo spoiler perché a questo punto lo recupero, visto che comunque (fra alti e bassi) pare ne valga la pena.
    A proposito, ma De Feo lo sa che porta il nome di quell'italo-americano che massacrò la famiglia ad Amityville perché gliel'ha detto lo Dimonio??? Con quel nome fare film horror è quasi obbligatorio :-D

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    1. Me lo hanno appena fatto notare e secondo me vale come citazione nel film, davvero ha il destino nel (cog)nome ;-) Cheers

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  8. Quella casa nel bosco? Carino, ma definirlo geniale mi pare un po' troppo.

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  9. L'ho trovato molto divertente e ben fatto, davvero un bel prodotto.

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    1. Fa il suo dovere, spero che i due registi ora continuino nella loro crescita artistica. Cheers!

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  10. Mi fermo alla sezione spoiler, prendo nota e vedo.

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    1. Va visto sapendo il meno possibile, attendo il responso ;-) Cheers

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  11. Ti dirò, il discorso sull'assuefazione di violenza l'ho trovato interessante, peccato che sia solo un orpello, come il "problema" con cui introducono la bella Matilda.
    Sì, come j'accuse mi è piaciuto, dall'altra mi è sembrato una mezza rosicata...

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    1. Il "problema" di Matilda si perde per strada, ha spunti interessanti, poi però l'effetto "Il pallone è mio e se non mi fai giocare me lo porto via" emerge. Spero che ora che i due registi hanno potuto togliersi questo sasso dalla scarpa, facciamo un passo avanti nella loro maturazione artistica. Cheers!

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  12. Film non male, come sempre analisi lucida: sottoscrivo anche le virgole, e ci aggiungerei un po’ l’effetto Jeeg Robot (li i superpoteri, qui L’horror). Prossimo in lista Netflix Blood Red Sky: a quando la recensione? 😇

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    1. A breve, devo ancora vederlo perché mi ricordava la premessa di "The Strain" e ho dato priorità a "Censor" che mi è piaciuto un botto. Cheers!

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  13. Ci ho messo qualche settimana a metabolizzarlo, e alla fine è un NO. Non credere nel proprio giocattolo fino in fondo è una debolezza, e il film trasmette questa debolezza allo spettatore, dandogli un senso di 'straniamento' finale che depotenzia tutto il lavoro fatto in precedenza. La bella fotografia, i tanti elementi di mistero messi assieme, la tensione e l'angoscia, affogati nei finali multipli (1. la final girl nella sequenza catartica che stilisticamente cita Rob Zombie, 2. 'a fainal gerl ar mare a "coccia di morto", 3. il post-finale che vuole essere ironico e polemico e sì, ti strappa il sorrisetto, ma finisce per ammazzare davvero il film). Come direbbe Groucho, se questo film è metacinematografico, l'altra metà cos'è? Una cagata pazzesca, probabilmente.

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    1. Quella scena dopo i titoli di coda sporca proprio il foglio, spero almeno sia un film propedeutico per il futuro, il potenziale ci sarebbe anche. Cheers!

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