martedì 18 maggio 2021

Oxygène (2021): thriller claustrofobico si, ma con il fiato corto

A questo punto viene da pensare che Alexandre Aja ci abbia preso gusto a dirigere piccoli film di sopravvivenza, con i protagonisti incastrati in un luogo angusto, almeno dopo i coccodrilli gli alligatori di Crawl.

I film con mono protagonista incastrato in una mono location (e che vive in un mono locale, giusto per completare la mono trilogia) sono una tradizione cinematografica lunga e con tantissimi precedenti, che inevitabilmente tornerà di moda in questi strani anni di distanziamento sociale ma già da prima, di un cinema alla costante ricerca di soggetti sempre più economici da realizzare.

Posso essere onesto? Se sento parlare di un film con un solo personaggio incastrato in un luogo infame, con un intero film davanti per salvarsi la vita, ne sono magneticamente attratto, non so se dipende dal fatto che faccio parte della generazione cresciuta con quella vecchia trasmissione della RAI intitolata “All’ultimo minuto”, oppure perché ho un blog dal nome macabro, anche se le due cose potrebbero avere un legame, ma questo tipo di storia mi attrae.

Da “Wrecked” (2010) con Adrien Brody ferito ed incastrato in auto, fino a Buried con Ryan Reynolds, film che tornerà di moda nel corso di questo post, io vi avviso. Gli esempi sarebbero tanti, ma Alexandre Aja qui decide che dentro la bara (volante) questa volta ci dovrà finire Mélanie Laurent, in tutta onestà davanti alla prospettiva di 101 minuti di primi e primissimi piani sulla francese, gente io ve lo dico, mi sono convinto a vedere film per molto meno di così!

Centouno minuti tutti così? Brutto? (Lei di sicuro no)

Dopo dei labirintici titoli di testa con un topastro da laboratorio intento a cercare l’uscita, “Oxygène” comincia giustamente con un primo piano di Mélanie Laurent che interpreta… qualcuna. Si perché al risveglio in una tecnologicissima capsula criogenica, la bionda protagonista affetta da amnesia non ricorda più nulla della sua identità e di sicuro, nemmeno come sia finita lì dentro a parlare con MILO, il computer di bordo che sovraintende tutte le operazioni e che parla con la voce di Mathieu Amalric. Di colpo il computer di “Moon” (2009) doppiato da Kevin Spacey, non sembra più così sinistro.

Il sonno di ghiaccio della bella addormentata è stato interrotto da polemiche su Internet per il bacio del principe azzurro un guasto nella capsula che ha fatto precipitare al 34% la scorta di ossigeno a bordo, così abbiamo anche spiegato il titolo del film. Il tempo stringe e la donna battezzate da MILO come Omicron 267 (come il numero della capsula, non un pianeta di "Futurama") le tenterà tutte per uscire viva dalla sua bara.

Siccome vi ho annunciato che sarebbe tornato, in “Buried”, Ryan Reynolds aveva solo un vecchio Nokia nella sua bara sotto terra, Mélanie Laurent ha lo stesso identico problema ma dispone della tecnologia 2.0 su cui poteva contare “Doppia R”, quindi con la consulenza non sempre ben disposta di Milo - simpatico come la voce registrata dei numeri verdi - la protagonista riesce a mettersi in contatto con la polizia che però non ha davvero nessun indizio per rintracciare il luogo dove si trova questa miateriosa capsula criogenica.

Ah! Come li faccio io i parallelismi non li fa nessuno.

Se non altro la protagonista arriverà almeno a ricordare il suo nome: come ha fatto la dottoressa Elizabeth Hansen a finire sepolta viva, protagonista di un racconto di Poe ambientato in un Apple Store? Dovrete vedervi il film per saperlo. 

“Oxygène” è un film spezzato in due, nella prima metà Alexandre Aja riesce a tenere alta la tensione (ah-ah, giuro che mi è venuta così, non era una battuta, non volontaria almeno), ogni elemento vero o immaginario dentro la capsula è una nuova sfida per la protagonista, come i topastri forse frutto delle sue visioni, ma anche il braccetto articolato che puntualmente cerca di sedarla con un ago, seguendo le implacabili procedure mediche. Tutte piccole sfide che diventano enormi, vista la condizione delle protagonista e il livello dell’ossigeno in picchiata come un titolo in borsa.

“In che senso senza ossigeno, a me serve per vivere quella roba!”

Alexandre Aja si inventa tutte le inquadrature possibili per sfruttare lo spazio angusto e carica il film sulle spalle (sdraiate) di Mélanie Laurent, una che di norma sa davvero bucare lo schermo. Personalmente non avevo mai visto nessuno suo film prima di “Bastardi senza gloria” (2009) e quando me la sono vista lì, mi sono chiesto da qualche tana del Bianconiglio fosse sbucata quella meraviglia. In “Oxygène” Mélanie Laurent non sfoggia lo stesso super potere o per lo meno, non a piena potenza come altrove, sicuramente è impossibile non riconoscerle la volontà di caricarsi in spalla il film. Ma da un certo punto in poi questo thriller, semplicemente arriva a destinazione beh, non il fiato corto e anche questa freddura perdonatemi, ma mi è venuta fuori così. 

La storia, sceneggiata da Christie LeBlanc a metà film semplicemente sembra rendersi conto di non avere più assi nella manica per continuare a tenere la protagonista bloccata nella sua bara tecnologica, quindi si gioca la rivelazione che è decisamente più fantascientifica del loculo in cui Mélanie Laurent si trova intrappolata. Ma tra ricordi del marito Léo (Malik Zidi) e momenti espositivi (anche noti come spiegone) il ritmo crolla e il nostro interesse per il destino della protagonista precipita a zero più velocemente dell’ossigeno disponibile. 

Da qui in poi vale quasi tutto, perché “Oxygène” è la classica storia che avrebbe funzionato benissimo per un cortometraggio, oppure in un episodio di Ai confini della realtà, purtroppo per un film targato Netflix il risultato è una storiella stiracchiata e davvero troppo tirata per i capelli. Da qui in poi SPOILER! 

"Vi prego fatemi uscire da questa Bara Volante non voglio stare qui dentro con Cassidy!"

Posso capire l’idea di non far trapelare la notizia dell’imminente estinzione della razza umana, anche se la malattia mortale che vediamo in azione nei flashback, qualche indizio agli umani avrebbe anche dovuto darlo, ma dopo questa Pandemia globale, sulla capacità umana di recepire, sono diventato ancora più cinico. Ma se il piano è quello di far continuare la vita fuori dal pianeta, possibile che una capsula sia l’unico modo? Ho avuto tanto la sensazione di una storia costruita per accumulo, in cui tutte le sue parti non sono proprio in armonia, esattamente come l’andamento della pellicola. Anche se trovo davvero lusinghiero che “Oxygène” si possa riassumere come Mélanie Laurent che per 101 minuti sta a bordo di una bara volante. Fine del paragrafo con le anticipazioni! 

Insomma “Oxygène” entrerà sicuramente a far parte di quella rosa di titoli con mono protagonista in trappola, ma temo che non farà altro che alimentare la cattiva fama dei titoli Netflix, film che hanno tutto per attirare l’attenzione nel mucchio di caselle cliccabili sul paginone, ma che stringi stringi, alla fine restano il più delle volte, se non dimenticabili, sono praticamente innocui. Peccato perché per metà “Oxygène” aveva tutti i numeri, poi è rimasto semplicemente senza ossigeno, un po’ come l’andamento della carriera di Alexandre Aja uno che sembrava destinato ad arrivare sulla Luna, invece sta prendendo la piega dell’onesto mestierante al soldo del produttore più ben disposto e questa forse, resta la notizia peggiore legata a questo film.

18 commenti:

  1. E' sempre stato un po' il problema di Retepellicole, a parer mio (e non solo): alle volte allungano la minestra al punto di farla diventare una zuppa insipida.
    C'e l'hanno sempre avuto, questo difetto. Ma ultimamente sta peggiorando.
    Ok, con la guerra delle piattaforme in corso di ridurre la produzione non se parla, ma se continui a sfornare roba un tanto al chilo al grido di "Muoversi, che siamo indietro di tre!!" la qualità va irrimediabilmente a farsi benedire.
    Mi auguro che la capiscano, un giorno.
    Meno quantita' e piu' risorse su ogni singolo prodotto.
    Questo mi sa che poteva funzionare meglio come episodio allungato di "Black Mirror".

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    1. Ci sono storie che avrebbero bisogno di un contenitore come "Black Mirror" (prima di perdere la testa una volta finito nella rete di Netflix) oppure di "Ai confini della realtà", peccato che la nuova serie sia poco incisiva. Questo film tiene botta per una buona metà, poi arriva con beh, il fiato corto. Cheers!

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  2. Leggasi anche serie tv "stirate" a 8 puntate quando magari ne bastavano 3-4 :D Questo film mi incuriosiva, ma mia moglie è troppo claustrofobobica non ne sopporterebbe la visione

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    1. In effetti la prima parte funziona proprio perché fa leva su quella paura, sul discorso delle serie non avrei saputo dirla meglio. Cheers!

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  3. Sebbene io sia un detrattore delle produzioni originali Netflix - che sono tecnicamente splendide ma con trame e narrazioni da mani in faccia - non sono riuscito a tenere il broncio a questo film: sicuramente avrebbe avuto bisogno di uno sceneggiatore aggiuntivo che sistemasse un po' alcuni scivoloni facilmente evitabili e calibrasse meglio il ritmo, soprattutto il passaggio dalla prima alla seconda parte, ma onestamente sono rimasto a fissarlo con due occhi tanto: la "rivelazione alla Shamalan" (tipo la quinta puntata di "Wayward Pines") mi ha colto impreparato e l'ho apprezzata.
    Siamo lontani dalle vette del "personaggio solo al comando", di sicuro gli storici titoli di Stephen King e il mitico episodio di "Magnum P.I." con Tom Selleck solo nell'oceano con lo squalo sono vette inarrivabili, ma nel triste panorama attuale l'ho trovata lo stesso una bella boccata d'ossigeno, per poco che sia. E lo dice uno che Alexandre Aja non lo può vedere sin dall'inizio :-P

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    1. In effetti è proprio il problema di questo film, una revisione in grado di portare un po' di omogeneità avrebbe giovato molto. Cavolo L'episodio di "Magumn P.I." che meraviglia che era quello! ;-) Cheers

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  4. Carabara, non sono mai stato bravo a spagare il futuro nella boccia di vetro - ho sempre guardato con sospetto tutte le chiaroveggenti di Brera ( MI ) - ma sarei disposto a scommettere il mio bootleg su nastro con Help me dei DikDik cantata da Elio che nei prossimi mesi il pubblico chiederà a Netflix et similia tutto meno che storie di escapismo estremo. No more cabine telefoniche tenute sotto tiro o la variante ennesima del racconto di Poe sul tale che temeva di esser sepolto vivo. Prevedo un bestseller con Tom Hanks che cammina ( non corre perché lo ha già fatto ) per 101 minuti senza parlare mentre ascolta e noi con lui Perfect Day di Lou Reed. Tu sei un bravo ragazzo, ma tendi al lato oscuro della Forza, e stai già pensando a Cage o Goggins al posto di Hanks che corre come un criceto impazzito in una ruota irta di trabocchetti in una prigione forse in un altro momento il tuo ROOM 101 sarebbe diventato un cult, se non arrivasse dopo oltre un anno di virus. Ieri ero al telefono con il mio amico ed ex allievo Steven Esse che mi ha detto che sta pensando di girare un mediometraggio su di un tale che viaggia in auto, ha un piccolo screzio con un truck driver, fanno la pace immediatamente, si fermano in un bar e da un juke box una voce canta: parlami di mondi lontanissimi. Ed è immediatamente un bellissimo crepuscolo. Ciao ciao

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    1. Se ha funzionato il film quasi istantaneo da vedere a casa (per ovvie ragioni) ora si andrà nell'estremo opposto? Tipo Nick Cage al bar da solo a bere spritz guardando passare le persone ("Aspettando m'alcolizzó" secondo Oscar per Cage) oppure Goggins in bici felice che saluta tutti come Jimmy Stewart ai tempi d'oro provocando il panico? Lo capisco, potrebbe anche piacermi ;-) Cheers

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  5. Ti ho letto con un occhio solo perché il film lo avevo addocchiato (Ha!Ha!Ha!) ma non ho ancora avuto tempo di darci un'occhiata (ari-Ha!Ha!Ha!). Vedremo se e quando riuscirò a vederlo perché l'idea mi pare buona. Spero non svacchi troppo...

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    1. Buttaci un occhio (ahah!) e fammi sapere ;-) Cheers

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  6. Aja dopo Haute Tension mi pare faccia fatica a rinnovarsi, mi dà l'idea di un regista che darebbe molto di più nei cortometraggi che sul lungo minutaggio. Riguardo alle produzioni Netflix sono passato dagli entusiasmi più accesi alla noia più assoluta in pochi mesi.

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    1. Non sei il solo, anche io penso che Aja abbia dato tutto, anche se ha azzeccato un paio di remake non facili. Cheers

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  7. Lei è fantastica, l'idea dell'unico protagonista in un luogo ristretto ormai è abusatissima, ma comunque è stata giostrata bene da Aja a livello registico, mentre la rivelazione o le rivelazioni finali, effettivamente, fanno un pochino cadere le braccia. Tutto sommato è un film che si fa guardare, ma concordo sul fatto che ovviamente non risulta memorabile.

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    1. La penso come te, ha difetti evidenti ma tutto sommato alla fine si lascia guardare Mélanie Laurent aiuta ;-) Cheers

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  8. Soffrendo di claustrofobia passo, nonostante Soshanna e il simpatico Aja

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  9. Come al solito Cassidy si prende la pallottola per tutti noi e ci permette di usare il nostro (poco) tempo per vedere film più interessanti. Comunque incuriosito dalla tua recensione sono andato a leggermi la storia.. ma non ha molto senso tutta la parte iniziale. ATTENZIONE SPOILER: perché mandare gente crionizzata su un altro pianeta in capsule super tecnologiche che chissà quanto costano l'una, dotate di un assistente vocale, schermi tattili, ologrammi, connessione internet super veloce (nello spazio) etc.. quando in teoria dovevano semplicemente essere surgelati fino all'arrivo? Le unità criogeniche di Alien sono un pelo più realistiche... aveva anche troppo spazio la dentro se non era previsto si svegliasse... boh

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    1. Grazie capo, sono qui per questo ;-) Occhio agli SPOILER!!! Vero, ma lei è una specie di pioniera mandata in avanscoperta, il trasporto di massa sicuramente sarebbe stato gestito diversamente, credo ;-) Cheers

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