lunedì 29 marzo 2021

The Stand (2021): L’ombra dell’ombra dello scorpione

Abbiamo pensato tutti al fatto che il 2020 e il suo altrettanto degno seguito, ovvero il 2021, siano stati sceneggiati da Stephen King, una frase che penso sia stata stampata su qualche maglietta per un concetto talmente chiave, che lo abbiamo affrontato anche parlando del primo adattamento del romanzo di zio Stevie, ovvero la miniserie L’ombra dello scorpione di Mick Garris.

Poteva essere una grande mossa di marketing riportare sul piccolo schermo “The Stand” proprio nel 2020, qui da noi in onda su Starzplay dal 3 gennaio. Josh Boone il regista e curatore di questa miniserie ci stava lavorando da parecchio tempo ma come tutti noi, è stato beffato da una pandemia mondiale che gli ha rotto le uova nel paniere, perché ammettiamolo, il 2020 quello vero, ha reso immediatamente obsoleto tutto il suo lavoro, ma andiamo per gradi.

L’annuncio di un nuovo adattamento di “The Stand”, il romanzo di Stephen King pubblicato nel 1978 ha attirato attenzioni, il cast sembrava quello giusto così come il minutaggio (nove episodi con una durata variabile tra i 53 e i 65 minuti), ma soprattutto il coinvolgimento diretto di King, anzi dei King, perché il terzo episodio (1x03 - Blank Page) è sceneggiato dal primo genito Owen King, mentre il finale (1x09 - The Circle Closes) diretto come il pilota da Josh Boone, è scritto proprio da lui, papà, Stephen King in persona che aveva annunciato una revisione, se non proprio un nuovo finale per quello che è ricordato come uno dei suoi romanzi più lunghi e amati dai “Fedeli lettori”. Insomma davanti a questa miniserie eravamo un po’ tutti con il cuore gonfio di quella speranza che faceva tanto dicembre 2019. Poi è arrivato il 2020.

Riconoscete qualche faccia nota? Ma poi proprio una casa di riposo? Criiiiinge!

Stephen King non ha mai negato il contenuto leggermente conservatore del suo romanzo, anche se in circa 1400 e qualcosa pagine zio Stevie ha sterminato il 90% della popolazione con una banale influenza chiamata Covid-19 Captain Trips e ricreato la società come la conosciamo, non ha potuto farlo dimenticando le sue radici, quelle di un ragazzotto di campagna, bianco e che qualche ora della sua vita in chiesa deve averla pur passata no? Se così non fosse non avrebbe deciso di radunare i cattivi guidati da Randall Flagg (con due “G”) nella “città del peccato” Las Vegas, oppure non avrebbe identificato con un’anziana signora ultracentenaria e profondamente religiosa come Mother Abagail il leader della fazione di quelli che per comodità chiameremo i “buoni”.

Passare da Guinan a Mother Abagail è un attimo per Whoopi Goldberg.

Però sapete qual è l’altra grande caratteristica dei nostri anni? Molto più della mascherina da indossare ad ogni uscita di casa? Le polemiche in rete. Non ho verificato, ma sono certo che qualcuno avrà sicuramente criticato il romanzo stesso, colpevole di avere protagonisti troppo del Maine (come Frannie) o Texani (come Stu) e di aver assegnato all'unica donna omosessuale della trama, Dayna Jurgens, un ruolo controverso da spia. Io ne sono certo che qualcuno si sia lamentato anche di questo, infatti Josh Boone ha tentato di metterci una pezza, facendo più danni della grandine.

Ad esempio io protesto che Glen “pelato” Bateman non sia pelato, non siete abbastanza inclusivi! (anche se Kojack è bellissimo)

Per la parte del sordomuto Nick Andros, la scelta dell’attore Henry Zaga ha fatto perdere le staffe alla comunità di attori sordomuti. Lo so cosa state pensando, sono attori, Anthony Hopkins non ha davvero dovuto mangiare carne umana per vincere un Oscar, gli è bastato recitare, ma è anche vero che i personaggi sordomuti da interpretare sono ben pochi, quindi posso capire la protesta, ma i problemi di questa versione di “The Stand” stanno a monte, sarà pure targata 2020 (da noi 2021) ma è stato lo stesso 2020 a renderla obsoleta.

Si sarà arrabbiata anche la lobby degli attori con la benda?

La versione di quello che da noi (complice un bizzarro cambio di titolo) abbiamo imparato a conoscere come “L’ombra dello scorpione”, si schianta di faccia su scelte sbagliate (problemi interni) e un periodo storico rappresentano da un anno tragico come il 2020 (problemi esterni), il risultato è fiacco, stanco, ma soprattutto vecchio. Vado a spiegare, chili di argomentazioni in arrivo sul binario uno!

King scrivendo dagli anni ’70, aveva ambientato la sua storia negli anni ’90, riuscendo a risultare del tutto credibile nella rappresentazione di quella decade, Josh Boone e la sua rinomata squadra di sceneggiatori invece hanno voluto cercare di portare “The Stand” al giorno d’oggi, ma sorpassati a destra dagli eventi di un anno pazzo e imprevedibile, si sono ritrovati per le mani con una miniserie vecchia, più datata di quella di Mick Garris del 1994, che non poteva contare sui grandi nomi e il budget di cui invece dispone Boone, ma che malgrado tutte le rughe e i limiti del formato televisivo (come lo intendevamo nel 1994), ha colto lo spirito del romanzo molto meglio di questa nuova versione, che avrà anche effetti speciali migliori, nomi più altisonanti nel cast e due episodi diretti da Vincenzo Natali, ma resta davvero poca cosa e per spiegarvi il mio punto di vista, mi tocca tirare in ballo l’ultimo adattamento di IT.

Non so voi, ma secondo me quelli di Las Vegas si divertono di più.

“IT” (romanzo) era una storia non lineare, che rimbalzava agilmente tra il passato (i protagonisti da bambini) e il presente (gli stessi protagonisti quarantenni), una struttura che è stata replicata nella miniserie del 1990, che è stata ignorata dal nuovo adattamento del romanzo, che ha preferito giocare sul velluto dividendo in due film, il primo con protagonisti i bambini e il secondo con gli adulti, una storia che invece funzionava poiché teneva i piedi a cavallo tra presente e passato, proprio perché i perdenti di “IT” sono adulti irrisolti, che devono tornare a fare i conti con le paure e gli orrori che pensavano di essersi lasciati alla spalle.

“L’ombra dello scorpione” (romanzo) invece funziona su carta perché è una progressione naturale di eventi, conosciamo i personaggi nella loro vita prima di Captain Trips e li seguiamo nel coraggioso nuovo mondo diviso tra Flagg e Mother Abagail. La stessa struttura che Mick Garris aveva replicato nella miniserie del 1994 e che Josh Boone ha deciso di modificare, forse nel tentativo (disperato) di distaccarsi il più possibile dal precedente adattamento, come avrebbe detto Jack Slater: madornale errore.

Ambra Sentito, la donna più odiata di Internet nel ruolo della donna più odiata della miniserie.

Per i primi sei episodi, Josh Boone decide di raccontarci le storie di Stu (James Marsden), Frannie (Odessa Young), Nadine Cross (Amber Heard) e tutti gli altri personaggi saltellando avanti indietro tra l’arrivo della pandemia e il futuro, dove i personaggi sono già membri funzionali delle nuove comunità di cui fanno parte. Ma poi ogni tanto torna indietro a raccontarci come ci sono arrivati, e per creare più enfasi possibile, se necessario salta di nuovo avanti, oppure indietro a seconda delle necessità narrative. Non ci avete capito niente? Tranquilli, nemmeno Josh Boone, perché il risultato è un pasticcio brutto.

Questa scelta - che sarebbe stata più azzeccata per adattare “IT” piuttosto che “The Stand” - non solo rischia di disorientare pesantemente chi non conosce la storia, appresa dalle sue precedenti incarnazioni, ma è gestita proprio in modo maldestro. Guardare “The Stand” è come assistere al dilemma di Josh l’eterno indeciso che deve acquistare l’abito da cerimonia per una grande occasione: compro uno smoking? No troppo classico. Giacca elegante, jeans e scarpe sportive? No, poi rischio di passare per un dodicenne. Nel dubbio Josh Boone finisce per presentarsi alla festa in Frac ed infradito, nel tentativo affannato di onorare il passato risultando comunque moderno.

Spostati che non riesco a leggere.

L’indecisione di Boone diventa chiara dal quinto episodio della serie, quello che sui titoli di coda si gioca “(Don't Fear) The Reaper” dei Blue Oyster Cult, strizzando l’occhio alla gran scena con cui Mick Garris apriva la sua miniserie nel 1994, non può essere un caso. Da qui in poi Boone deve aver semplicemente capito che il suo giochino di saltelli temporali non poteva più reggere, quindi vigliaccamente lo abbandona in favore di una narrazione lineare, quando ormai è troppo tardi, perché al quinto episodio dovremmo già esserci abbondantemente affezionati ai personaggi, in modo che il colpo di scena pensato da King - per uscire dal blocco dello scrittore che ha minacciato di lasciare per sempre “The Stand” come un manoscritto incompleto, storia vera - faccia davvero effetto, ma dopo cinque puntate raccontate balzel balzoni, avevo difficoltà io che conosco il libro a ricordarmi tutti i personaggi, figuriamoci un nuovo spettatore.

Una Heather Graham al termine dell'universo dell'umanità.

Non dico che sia tutto sbagliato, nell’ansia di onorare il passato (il romanzo originale) e con più minuti a disposizione, Boone porta in scena prima Rita Blakemoor (la sempre bellissima Heather Graham) e poi Nadine Cross (interpretata dalla donna più odiata da Internet, Amber Heard), due personaggi che per motivi di tempo Mick Garris aveva fuso in uno. Però allo stesso tempo Boone si spara in un piede da solo, rinunciando a portare in scena alcuni dei momenti più riusciti del romanzo. Ad esempio l’ansiogena scena dell’attraverso del tunnel tra New York e il New Jersey del romanzo, viene sostituita da Larry Underwood impegnato a nuotare in una misera fogna con alcune pantegane. Non proprio lo stesso livello di ansia, per quanto i topastri possano essere ben poco rassicuranti.

Il livello generale delle interpretazioni poi varia in base alla qualità dell'attrice o attore scelto: James Marsden è un ciocco di legno fin troppo beloccio per Stu Redman, però ci sono anche ospiti illustri come J. K. Simmons che eredita da Ed Harris il ruolo del generale folle, regalando una prova magnifica.

"Siediti James, ti devo insegnare come si recita"

Ma è il tentativo di rendere al passo con i tempi i personaggi a far puzzare di vecchio questa miniserie, Larry Underwood nel romanzo era una rockstar come la poteva intendere King negli anni ’70, infatti zio Stevie non ha mai nascosto di avere in testa Bruce Springsteen come fonte d’ispirazione (storia vera). Affidare Larry ad un attore di colore come Jovan Adepo, è un modo per evitare le polemiche diversificando i personaggi che posso comprendere, ma non aggiunge nulla a Larry Underwood, farlo diventare nero non serve a renderlo moderno, non serve nemmeno a renderlo un Ben Harper, vuoi farlo diventare un musicista famoso di colore nel 2020 (2021 da noi)? Togligli la chitarra, fallo diventare un DJ, un Rapper, chi ti pare, ma porta il personaggio ai giorni nostri Josh! Aver infilato il poster di Darkman sullo sfondo del primo episodio non è abbastanza per convincermi!

Baby, can you dig your man? (cit.)

“The Stand” vive e muore sulle singole interpretazioni, la Abagail di Whoopi Goldberg funzionicchia, forse per via dei suoi trascorsi come personaggio “messianico” in “Star Trek - The Next Generation” e poco altro. Ma ad esempio quello delle pattumiere (anche noto come pattume) è un personaggio sotto la media, con più minuti a disposizione Boone avrebbe potuto esplorare il passato del personaggio, quella porzione di storia controversa (se avete letto il libro sapete di che parlo) che qui viene ancora ignorata, di fatto il personaggio è tutto caratterizzato dalla recitazione dodici metri sopra le righe di Ezra Miller e tocca farcela bastare, anche se è davvero indigesta.

E voi lo prendere in giro per il wurstel al rallentatore di Flash?

Questa miniserie è davvero tutta così, indecisioni, errori di valutazione e casting che cercando di evitare le polemiche ma perdono il fuoco. Dopo otto episodi “The Stand” è un tale disastro che nemmeno se King avesse scritto il più grande finale della sua carriera, non sarebbe cambiato nulla, ma poi davvero ci tocca sperare nel fatto che King azzecchi un finale? Proprio lui che ne ha toppati tanti? Senza rovinare la visione a nessuno, posso dirvi che l’effetto “mano di Dio” compare anche qui, solo reso più accettabile da effetti speciali meno pacchiani ma altrettanto didascalici, quindi cosa ha modificato King? Niente di significativo.

Sam Raimi dirige Darkman, Sam Raimi appare in L’ombra dello scorpione, Josh Boone dirige "The Stand", Josh Boone  mette un poster di Darkman (vi rendete conto a che livello di nerditudine siamo?)

Di fatto il finale della miniserie diventa identico a quello del libro, solo che se negli anni ’70 King aveva quel minimo di cinismo necessario a descrivere il male come qualcosa di ciclico, sempre pronto a ritornare, oggi con l’avanzare dell’età è diventato ancora più un ottimista congenito, quindi anche il bene deve avere la stessa ciclicità, vuoi mica chiudere senza spalmare su tutto il solito strato di miele a cui ormai King ci ha abituati?

Ma dove “The Stand” va sotto bevendo dall'idrante è nello scontro diretto con il 2020 (e il suo degno seguito), il diffondersi di una pandemia globale sullo schermo risulta meno spaventoso, grottesco e straniante di quanto non abbiamo provato tutti sulla nostra pelle in questi lunghi mesi, inoltre anche la storia si è messa a remare contro Josh l’eterno indeciso. Caratterizzare Randall Flagg come un leader trascinatore, populista, che in ogni suo stucchevole discorso aizza gli ultimi, i dimenticati e gli esclusi da “loro” a riprendersi questo mondo, è un modo didascalico di rendere palesemente Trumpiano il cattivo, a partire dall'assurdo ciuffo di capelli sulla capoccia di Alexander Skarsgård, perfetto in un ruolo davvero banale, anzi peggio, banalizzato.

"Make Las Vegas great again"

“The Stand” è andata in onda a dicembre negli Stati Uniti, malgrado la grottesca resistenza di Trump e gli strascichi dell’attacco al capidoglio di gennaio, era chiaro che comunque la parodia pensata da Boone ormai era già datata, perché gli americani avevano già votato un altro presidente nel frattempo, quindi questa miniserie risulta sorpassata da tutto, dai risultati delle elezioni e dalla pandemia, per essere una nuova versione, risultata in tutto e per tutto più vecchia e superata di quella del 1994.

Questa miniserie verrà ricordata per due dettagli dimenticabili, il primo averci regalato due fratelli Skarsgård, impegnati ad interpretare i maggiori cattivi Kinghiano, chissà che spasso il prossimo pranzo di Natale a casa Skarsgård. Il secondo dettaglio è il Rat-Man, anzi la Rat-Woman.

Si perché un personaggio secindario del romanzo, reso memorabile dall’omonimia Ortolaniana, in questa versione della storia cambia sesso, diventando una Rat-Woman. La modifica porta delle novità? Assolutamente no, ma almeno ci concede di goderci Fiona Dourif libera di fare la matta in un ruolo assolutamente di contorno, una tipologia di personaggio che ha già dimostrato di poter interpretare alla grande e che qui, diventa uno dei pochissimi motivi di interesse. Ma anche con tutta la mia passione per Fiona, davvero troppo poco per un adattamento nato vecchio e superato a destra dalla realtà.

“Questa miniserie è una ciofeca. Il caso è chiuso!” (grazie giudice Fiona)

30 commenti:

  1. Si conferma la mia impressione che la maggior parte delle serie televisive più recenti, che siano adattamenti o novità, soffrano di tutti i peggiori limiti imposti dal più cieco politically correct. Intendiamoci, in sè stesso il politically correct sarebbe una cosa buona e giusta. Solo che quando non nasce da reali convinzioni degli autori ma viene attuato per esigenze di bilancino giusto per non scontentare nessun gruppo e nessuna categoria nel migliore dei casi finisce col creare prodotti freddi e senz'anima. Nel peggiore invece produce risultati deludenti.
    Mi mancano sempre di più quei film brutti, sporchi e cattivi che si facevano negli anni '70s..o quelle serie innovative che si realizzavano fino a pochi anni fa. E non si tratta di passatismo, è che obiettivamente adesso sembra di assistere a tante sbiadite fotocopie....

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    1. Il problema qui è che Josh Boone è stato tirato palesemente per la giacchetta in troppe direzioni, cercando di far contenti tutti ha scontentato tutti. Un romanzo come “The Stand” ha diverse tipologie di personaggi, ma è stato scritto da un ragazzone bianco del Maine, il problema quindi è sempre lo stesso: scrivere un personaggio riuscito e ben caratterizzato resta il modo migliore per farlo apprezzare dal pubblico. Penso sempre ad Hap & Leonard di Joe R. Lansdale, uno dei due è il mio opposto (già tra di loro i due personaggi sono opposti), eppure vado pazzo per entrambi, non devo sentirmi rappresentato per apprezzare un personaggio, deve essere un gran personaggio e basta ;-) Cheers

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    2. Esatto ! Ed è questo che alle volte manca: il personaggio ben caratterizzato e riuscito. Tanto per fare un esempio tra tanti,Philip Marlowe è un personaggio carico di difetti, scorretto che opera in un mondo scorretto eppure milioni di lettori leggono ancora oggi le sue avventure. Lo stesso si può dire di Hap & Leonard...

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    3. Vero, solo che ora scrivono personaggi per veicolare messaggi prima scrivevano personaggi che poi volendo, veicolavano messaggi, tipo Ripley di "Aliens". Cheers

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  2. Sì, in pratica la cosa migliore è il poster... 😅

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    1. Con i poster si sono sbizzarriti, sono uno meglio dell'altro, ma forse si sono impegnati troppo con quelli ;-) Cheers

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  3. Cassidy, parlando sempre di adattamenti kinghiani, cosa ne pensi di The Night Flier? Niente male per non essere ad alto budget.

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    1. Mi è sempre piaciuto molto, mitico Miguel Ferrer, per altro hanno ridato il film da poco su Italia 2 ;-) Cheers

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  4. E devo ancora vedere quella del 1994..

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    1. Che comunque malgrado il budget risibile e tutti i limiti del formato televisivo del 1994, resta almeno più ispirata. Cheers

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  5. Piccola premessa: io la vecchia serie l'ho vista quando fu trasmessa per la prima volta negli anni 90, e adesso possiedo sia la vhs originale, che una versione dvd amricana. Il libro, che ho adorato, l'ho letto prima nell'adolescenza, e poi un 7 anni fa qunado mi sono tolto lo sfizio di leggerlo in Inglese.

    Detto questo, ho trovato questa versione davvero pessima per tutte le ragioni da te citate.
    Forse complice il fatto di aver visto prima la miniserie e poi letto il libro, avevo sempre pensato che il cast del 1994 fosse molto azzeccato, e che gli attori scelti esprimessero molto bene lo spirito dei personaggi sulla carta.
    Adesso, non possiamo incolpare nessuno se i Gary - migliore attore del mondo- Snise o i Rob Lowe non crescono sugli alberi, ma se fossi il direttore del casting di questa nuova versione, non credo aggiungerei The Stand al mio curriculum.

    La grande pecca, second me, é che non solo hanno sbagliato il modo di rappresentare i protagonisti, ma hanno cannato tutti i personaggi di contorno.
    Chiunque sia familiare coi libri di King (specialmente quelli oltre alle 900 pagine) sa che il punto di forza sono dei suoi romanzi sono i dettagli, i personaggi più piccoli, le piccole sotrie nella storia che creano un microcosmo dentro il quale si è totalmente risucchiati durante la lettura.

    Qua personaggi che valgono oro come Tom Cullen o Lloyd Henreid (che Miguel ferrer aveva interpretato magistralmente nel 1994) sembrano delle macchiette da film di Muccino.
    Per non parlare del trash can man: nella seire del 1994 era stato rapresentato come un personaggio mono dimensionale, ma alla fine funzionava. Qua nel tentativo di rapresentarne il carattere molto piu complesso, come lo era nel romanzo, hanno finito per fare ancora peggio.
    (Piccola curiosità, sembra che prima di tagliare la scena dal copione, dovesse essere Marylin Manson a interpretare the Kid)

    In conclusione, quando è uscito il primo capitolo di It di Muschietti (il secondo neanche lo cosidero), anche questo tratto da uno dei miei libri preferito in assoluto, avevo pensato: l'adattamento al libro è pessimo, ma il film nel complesso non è cosi male. Di questo The Stand invece non so proprio cosa salvare.

    Forse nvece di Don't fear the reaper sarebbe meglio Do fear the reboot!

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    1. “Do fear the reboot” dovrebbe diventare una regola di vita ;-) Stavo proprio pensando al Lloyd Henreid di Miguel Ferrer, quanta tensione metteva la parte in cella nella mini del 1994? Il libro non li cito nemmeno, sta ancora due spanne sopra, ma a parità di situazione di caccapupù, non ho provato un grammo della tensione che provavo per Miguel Ferrer, rispetto alla sua versione riveduta e corretta. Questo è solo un esempio, però significativo. Cheers!

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  6. Preferisco tenermi stretto il bel ricordo dell'estate di una trentina d'anni fa passata con la prima edizione (ristretta) del romanzo. Non ho mai voluto vedere la miniserie del 1994, quindi salto anche questa a piè pari. Però è molto interessante il problema che indichi, l'aver confuso gli stili di IT e Stand!
    E poi c'è la conferma di un'antica verità: un autore deve scrivere una buona storia, non una storia che piaccia a tutti, semplicemente perché non può piacere a tutti. A voler lisciarsi la Rete ci si fa solo male, perché tanto gli odiatori odiano a prescindere, e andare incontro ai fan è tempo perso, perché non li si accontenterà mai. Un autore deve pensare solo ed unicamente a scrivere una buona storia, solo così ha la speranza di uscirne vivo.
    Ricordo di aver letto non so più che introduzione di King in cui faceva sapere che un gruppo femminista l'aveva pesantemente criticato per via di un suo personaggio femminile: il senso del testo lasciava trasparire come King non avrebbe minimamente tenuto conto di quelle critiche. Altrimenti per un autore così noto sarebbe impossibile scrivere anche solo un racconto, se dovesse tenere conto di tutti i suoi lettori e relativi gusti!

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    1. Infatti il romanzo resta ancora e sempre il modo migliore per conoscere questi personaggi. Per il resto sono completamente d'accordo, correre dietro a fan e commenti sui social è tempo perso, contano solo i personaggi alla fine, sono quelli che lasceranno il segno ;-) Cheers

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  7. A me i libri di di King tradotti per il cinema spesso terrorizzano più degli originali. Non in senso buono però.
    Sono appena uscito dall'ultimo Later. Spero lo lasceranno in pace. Ad esempio tanto ho amato il romanzo 22.11.'63, tanto mal ne ho digerito la serie. Le serie annaspano sempre, allappano, come certi caki. Poi mi sembra di capire che quando il Nostro vuol fare pure il regista, il montatore, lo sceneggiatore e lo scenografo.. finisce per scordarsi il libro.. sarà una mia impressione..

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    1. "Later" lo devo ancora iniziare, mi sono arenato malamente sul libro di racconti precedebte, tempo di finire quello che sto leggendo, poi passerò a "Later" per i racconti ci riproverò con più spirito. Cheers!

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    2. Se intendi Se scorre il sangue.. a me piaciuto un sacco!!!

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    3. Quello, sono ancora arenato al primo racconto. Cheers

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  8. La copertina è veramente d'impatto.
    Io la serie ho scelto volutamente di non vederla, ma mai dire mai nella vita.
    Dovessero darla da qualche parte in forma gratuita potrei dargli un'occhiata.
    Le scelte di cast mi lasciano perplesso non poco.

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    1. La locandina è la parte migliore, il cast sembra composto da scelte azzeccate, altre drammaticamente sbagliate per più ragioni e avanzi vari, insomma bene ma non benissimo ;-) Cheers

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  9. Se c'e' una cosa che abbiamo imparato, da un anno a questa a parte, e' che la realta' puo' davvero superare la fantasia.
    Certo che se dici che fa rimpiangere persino il vecchio sceneggiato (di cui non ero un fervente ammiratore) non e' un bel biglietto da visita...

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    1. Diciamo che questa serie è stata superata dalla realtà, perché ha ben poca fantasia ;-) Cheers

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  10. Già sapevo che non volevo vederla quando avevo scoperto chi interpretava Stu, ma adesso...
    Non c'è niente da fare: più passa il tempo e meno riescono a rappresentare King su schermo. E però continuano imperterriti a rovinare i libri migliori (gli ultimi che ha scritto non li considero proprio). Tra il politicamente corretto, il PG 13, il non dover lasciare nessuna minoranza per strada, è inevitabile che si perdano di vista i personaggi, la storia e il contesto, che in questo caso ha sorpassato tutti facendo "ciao ciao!" con la manina.
    Che spreco di ottimo materiale! 😟

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    1. Riuscire a sbagliare così tanto, partendo da quel materiale è davvero qualcosa di clamoroso, devi proprio sparti in un piede nel peggiore dei modi per ottenere un pasticcio del genere ;-) Cheers

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  11. De l'Ombra dello scorpione avevo provato a leggere il romanzo, ma mi sono fermato a nemmeno un decimo della sua lunghezza. Purtroppo ho un po' un rifiuto verso Stephen King e nemmeno con uno dei suoi romanzi più famosi sono riuscito a farmelo piacere. Però le trasposizioni delle sue opere a volte mi piacciono, quindi penso che un'opportunità a questa miniserie prima o poi gliela concederò!

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    1. Magari potrebbe farti venire voglia di finire il libro ;-) Cheers

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  12. Non c'entra nulla col post in questione, ma appena l'ho letto mi sei venuto in mente tu :D
    https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/una-risposta-garantita-al-limone/2918?fbclid=IwAR29msmeyYk8MvbnbAXzT_NTGvQUfQqRZ_RQvZM2G7QKY1jPDU-PCjOj7l8

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    1. L'ho sempre detto io, garantito al limone! ;-) Cheers

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  13. che pena sta roba. Quella del 94 come era milioni di volte meglio, e con i mezzi e budget risibili rispetto a questa ciofeca. L'unica appunto degna di nota e la Dourf Rat Woman che è un belvedere... e Ezra in sballo lisergico che ha già capito sin dall'inizio che sarebbe stata una vaccata e ha deciso di divertirsi facendo quello che suo cugino Joji/ Filthy Frank (Papa Frankuuuu <3) faceva da anni e anni in gioventù sullo youtubo: il pazzoide. Ci sta.
    Dimenticabilissimo.

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    1. Siamo perfettamente d'accordo, si salva davvero solo Fiona, però mi sa che hai beccato le vere motivazioni di Miller ;-) Cheers

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