mercoledì 27 gennaio 2021

Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975): ho scelto il giorno sbagliato per rapinare banche

Gli americani chiamano “dog day” una giornata estiva particolarmente bollente, di fatto l’espressione usata dagli antichi Romani che noi abbiamo quasi dimenticato, la canicola. Quindi quando questo film uscì nei cinema italiani, il 27 gennaio di 45 anni fa, il suo titolo corretto sarebbe dovuto essere qualcosa come “Canicola pomeridiana”, non suona benissimo lo so, ma sarebbe diventato un Classido lo stesso.

Faceva caldo il 22 agosto del 1972 a Brooklyn, quando John Wojtowicz - che nel film diventerà Sonny - e il suo complice Salvatore Naturale, fecero irruzione in banca. Due veterani del Vietnam, disperati, sottoprodotti di un Paese incazzato, disilluso, in cui una grossa fetta di popolazione era stata spinta ai margini, talmente disperata da rischiare una rapina in banca in un giorno di canicola, tutto pur di fare una vita meno amara, come in una canzone di Nino Manfredi. Il tentativo di emulare John Dillinger dei due, si scontrò con la dura realtà e venne raccontato in un articolo scritto da P.F. Kluge e Thomas Moore sulla rivista “Life”, un pezzo intitolato “The Boys in the Bank”, pubblicato il 22 settembre del 1972, successivamente adattato per il grande schermo dallo sceneggiatore Frank Pierson, che per il suo lavoro si portò a casa un meritato Oscar, rompendo la monotonia di una cerimonia in cui il titolo più ripetuto durante la serata era Qualcuno volò sul nido del cuculo.

La realtà in bianco e nero Vs la finzione cinematografica a colori

Pierson era specialista di storie di uomini contro, visto che aveva già scritto Nick mano fredda, ma era stato anche l’autore di “Rapina record a New York” (1972) di Sidney Lumet, che con questo film tornò per certi versi sul luogo del misfatto, firmando uno dei suoi titoli più importanti. Per gli attori la scelta fu altrettanto semplice, John Cazale attore dalla filmografia (e dal talento) incredibile e fin troppo breve, era reduce dai primi due capitoli di “Il padrino” e da quella meraviglia di “La conversazione” (1974) sempre di Coppola, ma prima di finire a recitare in “Il cacciatore” (1978) per Cimino, divenne rapinatore per Lumet che gli affidò la parte al volo dopo un provino durato la bellezza di cinque minuti netti (storia vera).

"Quattro minuti e trentotto secondi per la precisione"

Al Pacino, stremato dopo la prova in “Il padrino - Parte II (1974) desiderava una vacanza, ma pur di averlo Lumet fece leva sul suo orgoglio, spargendo in giro la voce per cui avrebbe spedito il copione al rivale Dustin Hoffman, un minuto dopo Pacino era già sul set ad urlare «ATTICA! ATTICA! ATTICA!» (storia vera).

Oggi il 27 gennaio 2021, ora che mi ritrovo qui a scrivere di questo capolavoro, a 45 anni dalla sua uscita nei cinema di uno strambo Paese a forma di scarpa, non fa proprio caldissimo, anzi tutt’altro, il che è perfettamente logico perché una delle caratteristiche di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” è la sua capacità di farti percepire il caldo, l’umidità, la tensione dei protagonisti mentre i vestiti si appiccicano loro addosso, anche se il film è stato girato in pieno inverno. Gli attori sul set tenevano in bocca cubetti di ghiaccio per evitare che la macchina da presa riprendesse il loro fiato condensato, il che ora che ci penso non è una delle caratteristiche più importanti del film, ma ci dice parecchio della sua forza, un film dove la canicola, il sudore, la tensione e il caldo mortale sono onnipresenti, a partire proprio dal titolo, in realtà è stato girato in pieno inverno. Magia del cinema.

"Proprio vero, non ci sono più le mezze stagioni"

“Quel pomeriggio di un giorno da cani” è un capolavoro di compattezza, potremmo idealmente dividerlo in due capitoli, una prima parte dedicata alla disastrosa rapina e una seconda, che scava più nelle motivazioni dei personaggi, impegnati a cercare di limitare i danni organizzando improbabili fughe all’estero. La prima parte sostiene la seconda, ma il film di suo è un unico solidissimo blocco di 125 minuti che filano via con un grande ritmo, raccontandoci molto di più di quello che ci si aspetterebbe di trovare in un paio di ore di pellicola. Due ore che sembrano durare la metà ma raccontano come se fossero sei o sette, il talento di Lumet è dato troppo per scontato, lo dico sempre.

Sidney Lumet sulle note dell’unica canzone che sentiremo per tutta la durata del film (“Amoreena” di Elton John), ci mostra uno spaccato di vita della New York degli anni ’70, il posto da cui arrivano Sonny (Al Pacino) e Sal (John Cazale) che in teoria avrebbero anche un terzo complice Stevie, che però non se la sente e dopo un minuto dall’inizio della rapina, li molla lì rischiando di andarsene con le chiavi della macchina in tasca. Al pari degli inseguimenti in auto, le scene di rapina sono da sempre il sale del grande cinema americano, se sai dirigere una bella scena di rapina, potrai diriger qualunque altra cosa. Sidney Lumet senza mai alzare il volume della radio (anzi, togliendo proprio la musica dal film, scelta di estremo realismo) fa durare due ore la sua rapina trasformandola in un lungo assedio, Sonny e Sal dentro e un milione di poliziotti fuori. Nel farlo ci racconta le vite dei suoi personaggi e uno spaccato dell’America degli anni ’70, meglio di quanto potrebbe fare qualunque libro di storia.

"Giornataccia eh Al?", "Non me ne parlare, una cagnara"

Si perché malgrado il fatto che Sonny conosca tutte le procedure interne di una banca, la rapina va male lo stesso, i buoni propositi dei due ladri da strapazzo precipitano velocemente giù lungo lo scarico e come spettatori, non possiamo fare altro che patteggiare per loro, quelli che in teoria sarebbero i cattivi della storia, vengono raccontati da Lumet così bene, per cui considerarli davvero tali diventa quasi impossibile. Sonny e Sal sono teneri nel loro essere goffi, disperati certo, anche motivati, ma non cattivi, solo goffi e incastrati dentro una situazione che diventerà presto più grande di loro, il pomeriggio di un giorno davvero da cani, quindi in tal senso i nostri distributori storpiando il titolo, hanno trovato quello più azzeccato possibile, regalandoci per altro, un’espressione che come accade quando un film è davvero grande e famoso come in questo caso, è diventata di uso comune. Quante volte in alcuni pomeriggi lavorativi avreste voluto mettervi ad invocare Attica come Pacino? Eh non ditelo a me, davvero troppe.

Sidney Lumet ha lasciato i suoi attori improvvisare moltissimo sul set del film, il risultato giova al racconto, infatti i personaggi vivono delle interpretazioni dei rispettivi attori, Sonny e Sal sono quasi agli antipodi, tanto è apparentemente pacato uno, quando risulta esagerato e sopra le righe l’altro, come mosso dall'esigenza di attirare l’attenzione su di sé, quasi un modo per proteggere tutti gli altri. John Cazale lavora di sottrazione, un conservatore che non beve e ironicamente non fuma perché non vuole il cancro, anche se è proprio la malattia che ha portato via troppo presto un talento come Cazale.

“Non pensi che avremmo dovuto indossare delle maschere?”, “Da cosa, da ex presidenti? Troppo caldo”

Il suo Sal è un puro, uno che non ha idea di come sia fatto il mondo attorno a lui, quando Sonny gli chiede in quale Paese straniero vorrebbe fuggire via, lui risponde «California», una battuta improvvisata da Cazale che Lumet ha voluto mantenere nel film perché dice molto del personaggio e perché la reazione di Pacino era talmente realistica da risultare perfetta (storia vera). Sal non fa un passo indietro e ha in Sonny il suo totale punto di riferimento, quando il personaggio di Al Pacino minaccia di iniziare a gettare cadaveri fuori dalla porta, atteggiandosi a tostissimo rapinatore, Sal gli dice che è talmente disperato che potrebbe anche farlo, infatti il personaggio di Cazale diventa violento solo quando l’amico è in pericolo, per assurdo il più teneramente candido della coppia, si ritrova a ricoprire il ruolo del violento dal grilletto facile, «Ho un tizio qui, che se diventa nervoso ammazza e la responsabilità è tua non mia!» dirà Sonny fingendo sicurezza al capo dei negoziatori, il poliziotto Eugene Moretti interpretato da Charles Durning.

L’altra faccia della medaglia è Sonny, interpretato da un Al Pacino in stato di grazia che entra in scena con una confezione per i fiori, che in realtà contiene un fucile (che strizza l’occhio a “Rapina a mano armata” di Kubrick e forse anche al successivo Terminator 2) e poi esplode in una prova esagerata, tutta nervi sudore e urla, il modo di Sonny di attirare tutta l’attenzione su di sé per proteggere l’amico, ma anche per riscattarsi da una vita piena di compromessi, segnata da una madre apprensiva, una moglie logorroica e petulante e anche dalla sua omosessualità da sempre nascosta.

Non so voi, ma se vedessi qualcuno con una scatola per fiori così, comincerei a preoccuparmi.

Sal il conservatore, si agita nervosamente solo quando alla radio parlano di una coppia di rapinatori omosessuali, lui non lo è anche se per il suo amico farebbe di tutto, anche una rapina in un giorno di canicola, Sonny invece quando vede andare tutto in malora capisce che quel pomeriggio di un giorno da cani è il suo momento, quello con cui magari far girare al buono una giornata storta, se non proprio una vita che non è andata secondo i piani.

“Se Cassidy non la smette di blaterare giuro che faccio una strage qui dentro!”

L’atteggiamento di Sonny è quello di un uomo sotto i riflettori, sono i suoi warholiani quindici minuti di gloria perché la televisione lo strumentalizza senza pietà, alla caccia della notizia sensazionale a tutti i costi. Sidney Lumet sottolinea il concetto senza rimarcare ma semplicemente raccontando, come il grande uomo di cinema che era, il personaggio di Penelope Allen - attrice che ha supportato Pacino, nei suoi anni da studente di recitazione spiantato e senza fissa dimora

- quando viene portata davanti alle telecamere si atteggia sistemandosi i capelli e persino il ragazzo che consegna le pizze agli assediati, esulta per essere diventato famoso. Sono i semi di quello che Lumet racconterà in maniera approfondita nel suo successivo “Quinto potere” (1976), perché oltre ad essere una pietra miliare “Dog Day Afternoon” è il punto di equilibrio di tutto il cinema di un regista che troppo spesso viene dato per scontato, in questo film ritroviamo molte delle sue tematiche, per certi versi anche l’ottimo “Onora il padre e la madre” (2007), purtroppo suo ultimo lavoro prima della dipartita, parlava di una rapina disastrosa e di rapporti personale più che complicati tra personaggi che rifuggivano le facili etichette di “buoni” oppure “cattivi”, al contrario di quanto accade in troppo cinema contemporaneo prodotto in serie.

"È l'ultima volta che lo vedete un cattivo come me, ve lo dico io... Ah no scusate, ho sbagliato film"

L’orientamento sessuale da sempre represso di Sonny ad esempio, lo rende un personaggio sfaccettato e a suo modo unico nella storia del cinema, un uomo, innamorato di un altro uomo, disposto a rischiare con una rapina pur di poter permettere al compagno di diventare una donna. Il tutto arriva al pubblico sempre con quel modo di raccontare senza sottolineare pedantemente i concetti, che era tipico della regia di Lumet, le due conversazioni telefoniche di Sonny, che arrivano in serie una via l’altra sono significative: quando Sonny è al telefono con l’amante Leon (Chris Sarandon), malgrado le difficoltà i due cercando di venirsi incontro uno con l’altro, mentre la successiva telefonata con la moglie è una fagiolata di urla e strepiti.

“Ha qualche richiesta in particolare?”, “Potreste chiedere a Susan di restituirmi il mio cognome?”

“Quel pomeriggio di un giorno da cani” è una riuscita combinazione di critica sociale, uno spaccato realistico sulla crisi del sogno americano che è a disposizione di tanti, ma non proprio di tutti, ma anche un grande film d’attori, letteralmente trascinato dal talento esuberante ed esplosivo di Al Pacino, che è stato premiato con un Oscar solo nel 1993, ma a quel punto era già con due piedi abbondantemente dentro la storia del cinema, proprio grazie a prove come questa. L’unico che è stato in grado di fermarlo per davvero è stato quel mito di Lance Henriksen, che qui ha un ruolo minuscolo ma fondamentale, ed onestamente è sempre bello veder spuntare il faccione strano e affilato di Lance nei film.

Quel pomeriggio di un giorno da Lance.

Se poi volessimo giudicare il film solo sulla base del suo impatto sulla cultura popolare, potremmo dire che la frase «ATTICA! ATTICA! ATTICA!» è una delle più citate nella storia del cinema, che ogni tanto torna anche in parecchie serie televisive, sto pensando ad un episodio di Orange is the new black. Se invece volessimo citare i film con grosse scene di rapina in banca che si sono abbeverati alla fonte del film di Lumet, la lista sarebbe ancora più lunga, sicuramente “Inside Man” (2006) uno dei migliori titoli di Spike Lee deve moltissimo a questo film, ma se volessimo aprire il vaso di Pandora dei film ignoranti, il rapinatore di banche John Travolta in “Codice: Swordfish” (2001) citava apertamente le azioni di Sonny, dimostrando di aver imparato dai suoi errori.

Insomma, anche in pieno inverno e a 45 anni di distanza dalla sua uscita nei cinema di uno strambo Paese a forma di scarpa, “Quel pomeriggio di un giorno da cani” resta una pietra miliare e se mai qualcuno provasse a convincervi del contrario, voi rispondetegli: «ATTICA! ATTICA! ATTICA! ATTICA!».

36 commenti:

  1. gran film e ottima recensione

    paradossalmente mi ricordo più i pochi minuti in scena di bishop che il resto

    devo recuperarlo

    rdm

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    1. Merita sempre un ripasso, grazie mille ;-) Cheers

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  2. Carabara, anche io posso dire come Sal " il mio corpo è un tempio " in onore del caffè liofilizzato, però, il che probabilmente sarebbbe stato malvisto dal rapinatore con la fronte spiovente capace di improvvisare quella risposta sulla California - ho visto anche io il documentario su Cazale - che ha potuto contare su di un Sonny che non è scoppiato a ridere. Forse Dustin al suo posto lo avrebbe fatto. Hai l'occhio clinico, come direbbe il conte Oliver, perché negli USA i fiori sono consegnati in scatole. Fiori recisi in piccole bare, come direbbe la Elektra di Milligan/Deodato jr nella serie anni novanta. Anche Diana Lombard è contenta che il marito Martin Mystere torni dall'Italia col classico mazzolino. Non fiori, ma opere ben fatte come il capolavoro di Lumet. Visto oltre 40 anni fa, ma mi piace un frappo anche ora. Ci vedo cose che non ci sono come Sonny che manda via lo sbirro travestito da ragazzo delle pizze, dicendo che recita male la parte. Pacino è stato cameriere mentre studiava il Metodo ed era già considerato un ottimo attore. Mi spiace davvero per JC. Se fosse vivo oggi ed avesse l'età di Sal allora, probabilmente sarebbe un altro Joker da Oscar - ed Arlecchina sarebbe un uomo che desidera diventare donna - o sarebbe contrapposto a Hanks nel Ponte delle Spie o a Pacino in Insomnia. O Burns nel live action dei Simpson. Ciao ciao

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    1. Molto probabilmente Dustin sarebbe uscito fuori con un: «Sal, metti il braccio così… Ma va a caghè!» questo dimostra che Lumet ci aveva visto lungo nel volere Pacino. Cinque altissimo per la citazione ad Elektra ed in effetti Cazale sarebbe stato un perfetto Burns, aveva già i capelli giusti, il tempo avrebbe fatto il resto. Guarda cosa ci ha regalato nel tempo il vecchio Al, chissà quale altre grandi prove avrebbe offerto “Fredo” Corleone. Cheers!

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  3. Ho già detto da qualche parte che a volte un attore in un film mi ricorda qualcun altro. Qui non l'avevo notato, ma quando tu hai nominato Hoffmann, poi ho visto le foto di Al Pacino e mi pareva Dustin in Tutti Gli Uomini Del Presidente. Mi hai impiantato un'idea come in Inception😀😀😀

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    1. So che alla ReKall offrono pacchetti memoria di questo film con Dustin e “tutti gli uomini del presidente” con Al Pacino ;-) Cheers

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  4. Un film che ho visto tante volte e che mi è piaciuto dal primo momento. Cast straordinario, così come i dialoghi, la sceneggiatura e le tematiche affrontate. Una delle migliori interpretazioni di Al Pacino secondo me

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    1. Lo penso anche io, quante prove così aveva già sfornato Pacino prima di vincere un Oscar? Giusto un paio ;-) Cheers

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    1. Alcune giornate bisognerebbe solo voltarsi dall'altro lato e continuare a dormire ;-) Cheers

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  6. «A Licola, sotto la canicola...» Queste prime parole del brano A Licola di Bennato mi insegnarono il termine "canicola", da bambino. In effetti è velocemente uscito di scena dalla nostra lingua, per fare spazio a tremila parole inglesi, e ti ringrazio di aver ricordato una delle "vittime nazionali": quella parole nostre che abbiamo suicidato per fare li ammericani. :-P
    Filmone gigantone che credo abbia scritto le regole di parecchie cose nel cinema, infatti trent'anni dopo la serie "The Kill Point" (2007), sebbene non correlata, è praticamente la versione estesa del film di Lumet, a dimostrazione che le regole narrative di un film di rapina con ostaggi sono sempre quelle. (E John Leguizamo nel ruolo di Al Pacino lo ricordo maledettamente bravo).
    Sidney Lumet lo amo e quindi non sono oggettivo: che sia un film una serie televisiva, per me tutto quello che quell'uomo firma è oro puro, indiscutibile e indimenticabile. Non riuscirei a recensire un suo film, perché scriverei solo "capolavoro e basta" :-P

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    1. Era il posto giusto per farlo, tanto di cappello al maestro Bennato, perché fare rima con Licola in modo sensato non era semplice, brano Gilliamesco ;-) Ecco “The Kill Point” avrei sempre voluto vederlo proprio perché Leguizamo è uno che quando si mette, mi piace vedere recitare.
      Come si fa a non amare Sidney Lumet? Un regista che viene dato per scontato, ma a ben guardare ha sfornato così tanti titoli diventati manuali di cinema da far girare la testa! Cheers

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  7. P.S.
    Ti giuro che nella foto in cui mostri Al Pacino e il vero rapinatore... mi sembrava Robert De Niro! Possibile che fosse stato scelto lui all'inizio??? :-D

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    1. Vero che è identico? Secondo me non era disponibile, non ho trovato tracce di un suo neppure vago coinvolgimento, anche perché tra Bertolucci, Coppola e il solito Scorsese, il vecchio Bob aveva le mani pienissime. Inoltre se Lumet ha “minacciato” un Dustin Hoffman, secondo me era perché aveva proprio in testa già Al Pacino, indipendentemente dalla somiglianza. Il cambio del nome del personaggio da John a Sonny, mi sembra quasi una presa di posizione ;-) Cheers

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  8. Alla fine non c'è l'ho fatta a scrivere qualcosa anche io su questo capolavoro... Non sapevo che Lumet avesse lasciato improvvisare molto!

    E dici che quella scatola lì che non ti convince ti con vincerebbe di più in mano, che so, a Arnold, e contenente delle rose (tra le altre cose)? :--D

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    1. In mano ad Arnold mi convincerebbe ancora meno :-P Tranquillo, ci sarà tempo modo e maniera, siamo sempre qui ;-) Cheers!

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  9. Pausa pranzo leggendo la bara in previsione di un pomeriggio da cani.
    Gran pezzo Cass, per un filmone gigantesco in pieno stile Lumet.
    Io ho cercato questo film per anni, non riuscivo a trovare la vhs e l'hype mi era salito ulteriormente proprio da Codice: Swordfish.
    Al Pacino era già il mio attore preferito prima vedere questo film, ma qui è memorabile.
    Tantissimi film l'hanno citato in un modo o nell'altro, pure John Q. con Denzel Washington con un ruolo molto simile a quello di Sonny. John Cazale in questo film mi dava i brividi.

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    1. Lo ammetto non sapevo come incominciare, avevo tutte le informazioni in testa e mi mancava l’attacco giusto. Poi le mani gelate sulla tastiera di primo mattino e ho capito da dove partire (storia vera).
      “John Q” vale per la prova magnifica di Denzel, quando mi chiedono perché lo ritengo uno dei più grandi, finisco sempre per citare una scena di quel film, che non è certo uno dei suoi più famosi (storia vera, secondo estratto). Al Pacino è da leggenda, inutile girarci attorno e vedere Cazale nei film, ogni volta mi ricorda che abbiamo perso un fenomeno troppo presto. Cheers!

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    2. "avevo tutte le informazioni in testa e mi mancava l’attacco giusto" la storia della mia vita :-)

      John Q. è stato il film che mi ha reso un fan di Denzel credo. Il suo "Malato: Cura! Malato: Cura!" è l'equivalente del grido "Attica! Attica!" di Al.

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    3. Lo penso anche io, per me il momento in cui il medico informa Denzel e signora della malattia del figlio: Denzel resta pragmatico, invoca la calma, vorrebbe sapere di più capire, ma intanto piange. Due sentimenti opposti, recitati nella stessa scena, nello stesso momento in maniera naturale e credibile. Un gigante. Cheers!

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  10. Alle volte penso che gli anglosassoni abbiano molto più rispetto per il latino che noi.
    E mi sa che vale pure per la lingua italiana vera e propria. E anche per l'inglese, via.
    Ma il titolo nostrano rende l'idea alla perfezione.
    Vale a dire quella di una PESSIMA giornata. Che inizia male e che finisce pure peggio.
    Una di quelle dove ti conviene stare a letto a dormire, invece di lasciarsi spingere dalla rabbia e dalla frustrazione per fare cose di cui poi rischi di pentirti per il resto della tua vita.
    Sempre che tu ne esca vivo, ovviamente.
    Che cosa dire di questo capolavoro che tu non abbia già detto?
    Un fil tesissimo, in equilibrio su di un filo sottile come quello di un fascio di nervi. Ma preciso e che fila liscio come gli ingranaggi di un orologio svizzero.
    Un meraviglioso paradosso, considerato che narra di una vicenda dove niente va come previsto e la situazione sfugge ben presto di mano.
    Pacino regala uno dei suoi ruoli migliori. L'ennesimo, perché ditemi voi una parte nella sua carriera dove non abbia convinto praticamente tutti!
    Idem per Lumet.
    E grazie per avermi fatto rimembrare John Cazale. Ma come ho fatto a dimenticarmene?
    A discolpa può giungere il fatto che sia scomparso prematuramente. Ma davvero troppo, troppo presto, poveraccio.
    Perché uno così, con quella faccia e quello sguardo lì, rimane impresso.
    Difetti? Forse casca nel classico vizietto dei film di quel tempo, e cioé criminalizza la figura del reduce di guerra.
    Del Vietnam, tanto per cambiare. Che tornava sempre utile per costruire figure negative ad uso e consumo dei polizieschi e dei noir in generale.
    Ma ammetto che é una polemica sterile, paragonabile alla recente ondata di buonismo revisionista che porta a prendersela assurdamente con film di mezzo secolo addietro, realizzati con una testa e in un mondo totalmente differenti da oggi.
    Era un'altra realtà. Analizzarla e giudicarla con la logica di oggi é mera astrazione, secondo me.
    Pietra miliare. E ottimo pezzo, Cass.

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    1. Tornando al discorso precedente...entro certi limiti ci sta.
      Il Vietnam e le guerre in genere sono ferite che rimangono sempre aperte, e che difficilmente si rimargineranno. e con cui tocca convivere e fare i conti.
      Fortunatamente, anche per i poveri reduci arrivò la riabilitazione. Anche grazie a Sly.

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    2. Grazie capo gentilissimo come sempre ;-) Cheers

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    3. Nemmeno tanto demonizzati, anzi per nulla visto che per tutto il tempo finiamo a fare il tifo per loro. La critica è verso la televisione che "sbatte il mostro in prima pagina" (per restare in zona Quinto Moro) la critica di Lumet è piuttosto chiara e non punta il dito contro il reduce per caricarlo di colpe, è una sguardo primo di moralismi, per nostra fortuna ;-) Cheers

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  11. Filmone totale. Mi hai fatto venire una voglia assurda di rivederlo!
    Non sapevo che fosse stato girato d'inverno. Il caldo e l'umido opprimente fanno parte della pellicola tanto quanto Pacino e Cazale. Pensa te...

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    1. Il caldo è il primo dettaglio a cui penso quando si parla di questo film, come il freddo per "La Cosa". Magia del cinema ;-) Cheers

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  12. Grazie Cassidy, uno dei tantissimi film che Papà Verdurin mi ha mostrato con l'etichetta "non puoi non vederlo" e in effetti merita davvero, ne sono stata colpita profondamente. Come Lucius anche io amo molto Lumet in generale, questo film nel genere "rapina" come Inside Man (bellissimo anche quello) ma è anche molto di più, come dici tu, per come sa disegnare questi personaggi realistici che ti entrano sottopelle, ricordo che vedendolo (ed ero piccola, quindi il fatto che il rapinatore fosse omosessuale è stato uno shock) mi sono proprio commossa. Gran Classido, grande articolo!

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    1. Lumet è un regista fondamentale che viene dato fin troppo per scontato e l’etichetta del signor Verdurin qui si chiama “Classido”, ma ha la stessa funzione ;-) L’omosessualità del personaggio regala a Sonny e Leon una dimensione tutta nuova e più profonda anche perché l’argomento non è raccontato in modo banale (niente lo è in questo film), ci sarebbe un discorso che tira dentro anche “Cruising” di William Friedkin, sempre per stare in zona Al Pacino. Cheers!

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  13. FILMONE, che ti prende dall'inizio, sino alla fine amarissima, che chiunque sulla faccia della terra sperava non succedesse. Tutti speravamo un pò ce la facessero... persino gli ostaggi.

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    1. Sindrome di Stoccolma cinematografica ;-) Cheers

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  14. Bravissimo come sempre. Se non fosse per lo sbattimento ti consigliere di aprire un canale su telegram e postare lì tutti i film interessanti che ci sono in tv o in streaming, con tanto di frasi leggere del "alzate le chiappe feccia che questa sera fa x sul canale y".

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    1. Ci sarebbero dei canali che mi piacerebbe esplorare, non ho molto tempo ne dimestichezza, inoltre penso che sia necessario anche essere attrezzati, per ora la mia routine mi permette di scrivere e postare con regolarità sono già contento così, anche se l'idea di esplorare qualche altra piattaforma non mi dispiacerebbe. Cheers!

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  15. oltre a essere, insieme a Serpico e Heat, il film che mi ha fatto innamorare alla follia di Al Pacino, lo vivo come uno di quei film che credi di conoscere, di sapere a memoria, magari pure datato... poi ogni volta che lo rivedi ti ritrovi a urlare Attica! e a trovare un dettaglio, un'inquadratura, una smorfia ecc... che non avevi considerato prima, o affatto, o non ancora colto in quel modo lì...
    immenso John Cazale e favoloso Lance Henriksen, il male istituzionale assoluto.
    grazie Cassidy!

    - Andrea

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    1. Si sente proprio la fatica, il sudore e il caldo, Lumet aveva questo talento di trasportarci tutti dentro la storia insieme ai protagonisti, grazie a te Andrea ;-) Cheers!

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  16. Attica, attica, attica!!!

    Lumet con i film ambientati in chiuso ed in un'unica location, ci si ritrova alla grande sin dal suo esordio La Parola ai Giurati. Qui libero da vincoli di censura del codice Hayes, gira un capolavoro di tensione e claustrofobia asfissiante per via anche del caldo che opprime. Al Pacino mostruoso, John Cazale segue a ruota, soli 5 film, ma sono tutti capolavori praticamente, ho sempre apprezzato l'aria malinconica che imprimeva nei suoi personaggi, maledetto cancro ai polmoni che ce lo ha portato via troppo presto, aveva ancora molto da dare.

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    1. "La parola ai giurati" è uno di quei titoli che chi vuole scrivere, dirigere, recitare, dovrebbe vedere e rivedere mille volte. Lumet di colpi così in carriera ne ha avuti tanti, tutti film seminali, purtroppo Cazale si è stato strappato via troppo presto. Cheers!

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