venerdì 30 ottobre 2020

La ballata di Cable Hogue (1970): la veglia funebre della frontiera americana

So che avete fatto un lungo viaggio per raggiungere questo nuovo appuntamento settimanale, quindi mettetevi comodi, rifocillatevi e benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Sam day Bloody Sam day!

Sam Peckinpah è stato un regista geniale e un uomo tormentato, sicuramente iperattivo anche sul fronte lavorativo, i suoi anni ’70 sono stati caratterizzati dal super lavoro, sette titoli sfornati in cinque anni, a partire proprio da “La ballata di Cable Hogue”, girato durante la lunga post produzione di Il mucchio selvaggio. Nel gennaio del 1969 Peckinpah passava sei giorni alla settimana in Nevada a sud di Overton dove il film è stato in parte girato (le altre location erano sparse tra Arizona, un ranch a Santa Fe e il Nuovo Messico), ma la domenica era il giorno sacro, si volava dal suo montatore di fiducia Lou Lombardo per finire di dare forma a “The Wild Bunch” un film che alla sua uscita ha consacrato Peckinpah come grande autore e genio dall'estro ribelle, ma è stato più un successo di critica che di pubblico, ennesima occasione per il sanguino “Bloody Sam” (soprannome che gli è rimasto incollato dopo i “balletti di sangue” di Pike Bishop e soci) per fare a capocciate con i produttori.

Il mucchio selvaggio era una rivoluzione per la storia del cinema e in quanto tale, difficile da accettare per il pubblico, quando un film cambia lo scenario per davvero, gli effetti del cambiamento cominciano a vedersi solo dopo una manciata di anni, ma la Warner Bros. non aveva tempo di aspettare, i cinema nel profondo sud degli Stati Uniti, in cui i western storicamente andavano via come il pane, non stavano premiando il capolavoro di Peckinpah, quindi Feldman il produttore senza informare il regista sforbiciò il film di ulteriori otto minuti (questo spiega i 137 minuti della director's cut) per guadagnare una manciata di proiezioni aggiuntive nei palinsesti, come la prese Peckinpah? Per la salute fisica di Feldman inizialmente molto bene, senza la Warner il film non sarebbe comunque esistito, ma la quiete durò poco, Bloody Sam con il sangue alla testa non fece esplodere gli studi solo perché il suo lavoro su “La ballata di Cable Hogue” era già in stato molto avanzato (storia vera).

Sam impegnato a dirigere la scena ambientata in un bordello (dopo averne frequentati tanti)

Tutto questo non era altro che legna secca sotto il fuoco del mito crescente di Sam Peckinpah, l’eccentrico genio che aveva visto i suoi lavori migliori macellati da quei filistei di produttori hollywoodiani, ecco perché Bloody Sam non si è mai lanciato nell'impresa di sfornare una versione “director's cut” di Sierra Charriba, per lui quel film era molto più “utile” come esempio della sua crociata, l’autore che aveva sfidato la mietitrebbia del sistema e aveva comunque sfornato un capolavoro. L’immagine pubblica di Peckinpah ne uscì fortificata, le notizie sulla sua vita sregolata, il suo fascino naturale (capace di ammaliare le donne) e il suo carisma (con cui attirava a sé i fedelissimi della sua cerchia, quella che lui chiamava il suo “mucchio selvaggio”) facevano del regista di Fresno uno strambo incrocio tra Orson Welles, Hunter S. Thompson e un pistolero del vecchio West, ma secondo voi un tale cavallo di razza può essere domato? Proprio no, infatti mentre la critica da lui voleva altri “balletti di sangue” come quello di Pike Bishop e compagni, Sam Peckinpah, decise di sfornare il suo film più intimo, per altro con pochissimo sangue, ad esclusione di quello di una salamandra, ma su questo ci torniamo, lasciatemi l’icona aperta.

Peckinpah nella sceneggiatura scritta da John Crawford e Edmund Penney per “The Ballad of Cable Hogue” ci ritrova subito la sua poetica e, a ben guardare, anche molto della sua vita, infatti resta il copione che ha subito meno riscritture da parte del vecchio Sam che per dirigerlo ha radunato i pretoriani, i fedelissimi del suo “mucchio selvaggio”: il direttore della fotografia Lucien Ballard che qui ha potuto scatenarsi con i toni caldi del deserto, i montatori Lou Lombardo e Frank Santillo e per il ruolo del protagonista, Jason Robards, l’attore che diretto da Peckinpah era stato responsabile del grande ritorno del regista con il film televisivo “Noon Wine”(1966), infatti i due nel frattempo erano diventati grandi amici e compagni di sonore sbronze (storia vera), tanto che Peckinah fu testimone di nozze dell’attore e testimone di chissà quante serate, barcollando uno appoggiato all’altro, tentato di ritrovare la strada di casa intonando stornelli stonati e sbronzi, l’equivalente locale di “Romagna mia” per capirci.

"Romagna mia, Romagna in fiore, tu sei la stella... Come continuava poi Jason?", "Non mi ricordo Sam, mi gira tutto"

Per la colonna sonora Peckinpah ottiene i servigi di un maestro come Jerry Goldsmith che firma una vera e propria ballata, sghemba e coinvolgente quanto il film stesso che ben si sposa con canzoni “personali” dei singoli personaggi, quasi dei temi musicali dedicati, per Hogue il pezzo "Tomorrow is the song I sing" e per il Hildy la tenera e malinconica "Butterfly Morning".

In ogni caso, anche per “La ballata di Cable Hogue” i problemi non si sono fatti attendere, la lavorazione anche questa volta è andata oltre i tempi previsti, non tanto per i colpi di testa del regista, quanto per l’idea di Peckinpah di dirigere tutto in formato panoramico, utilizzando vecchie macchine da presa che con la polvere del deserto si bloccavano spesso e poi bisogna dire che anche diciannove giorni di ritardo accumulati a causa delle piogge torrenziali non hanno aiutato, facendo lievitare il budget a 3,7 milioni di fogli verdi, con sopra facce di alcuni ex presidenti defunti che poi erano solo, vabbè robetta... 3 milioni in più di quanto previsto dalla Warner Bros. (storia vera). Ma potete controllare forse il deserto, oppure l’acqua? Se non vi chiamate Cable Hogue di sicuro no.

“Acqua, hai un minuto per venire fuori o apro il fuoco”

La storia è quella dello spiantato Hogue (Jason Robards) che appunto spiantato e troppo buono, si lascia fregare dai suoi due compari Bowen (Strother Martin) e Taggart (il leggendario L.Q. Jones. A proposito di fedelissimi del regista) che non solo gli fregano l’acqua e lo abbandonano nel deserto, ma lo “coglionano” anche canticchiandogli una irridente canzoncina ‘sti bastardi. Cable Hogue come Il Buono vaga nel deserto e fa un patto con Dio: «Se mi fai trovare l’acqua, giuro che non peccherò mai più». Detto fatto Hogue infila un dito nella sabbia e trova tanta Sweet water (con Jason Robards di mezzo, spero mi sia concessa la citazione) che gli permette di fondare una strategica stazione, collocata proprio lungo il percorso delle diligenze. 

"Montage" e "split screen", Peckinpah non si fa mancare proprio niente.

Grazie al colpo di fortuna e alla peculiarità del luogo, Cable Hogue svolta, diventa imprenditore e comincia a intrattenere buoni rapporti con i locali, in particolare con la bella prostituta Hildy, ruolo ingrato per Stella Stevens, quello della donnina di facili costumi dal cuore d’oro (un archetipo che Hollywood non nega a nessuna attrice), ma per la sua prova anche una delle interpretazioni più memorabili dell’attrice. Anche se nemmeno la bella Hildy riesce a distrarre Cable dal suo desiderio di vendetta: un giorno Bowen e Taggart dovranno per forza ripassare dalla sua stazione e lui sarà lì ad aspettarli.

L'entrata in scena di Hildy, un'inquadratura offerta in Maschi-O-Rama.

“The Ballad of Cable Hogue” è un film strano che poi è il miglior aggettivo che si possa applicare a donne, uomini e pellicole. Lo stesso Peckinpah che lo amava molto e lo considerava uno dei suoi film migliori, lo ha definito una sorta di “Le mosche” di Sartre imbastardito con la comicità dei Keystone Cops, fieri esponenti della commedia slapstick, all’inizio del ‘900. Ma il sangue? La violenza? La si trova quasi tutta nella prima scena, avevo una salamandra da chiudere su un’icona lo faccio subito. No volevo dire, un’icona da chiudere su una salamandra.

Vagando nel deserto nel primo minuto del film, Hogue spara ad una salamandra a rallentatore, sembra quasi un contentino concesso da Peckinpah al suo pubblico: volete i “balletti di sangue”? Questo è tutto quello che avrete. Una chiave d’interpretazione del film, se vogliamo, un modo ironico di iniziare anche se Sharon la figlia del regista invitata dal padre sul set, non ci ha trovato nulla di particolarmente divertente nell’uccidere una salamandra per girare un film (dettaglio che, per quello che conta, mi trova anche d’accordo). Ma su questo dettaglio quel mulo di suo padre non ha voluto ascoltare ragioni, nemmeno la strada dell’ironia è servita a convincerlo, sul set sono iniziati a comparire cartelli con finte citazioni del tipo: «Uccidere una lucertola il giovedì porta sfortuna» firmato da Akira Kurosawa, uno degli idoli di Peckinpah.

“Lo sssssapevo che non ci dovevo lavorare con Ssssssam Peckinpah, mannaggia al mio agente!”

Niente da fare, la povera salamandra non è arrivata viva a fine produzione, per la furia di Sharon (figlia di cotanto padre) che aveva dei precedenti con papà in tal senso, non aveva mai superato quella volta in cui con tutta la famiglia dovettero fuggire nottetempo dalla loro villa tra le colline di Santa Monica, per via di un incendio (quella zona ne è soggetta ancora oggi, la cronaca anche recente purtroppo lo conferma). Sam caricò moglie e figli in auto in tutta fretta, ma poi tornò indietro per salvare le bozze delle sue sceneggiatura, la piccola Sharon dal finestrino dell’auto gridò al padre di prendere Simbo, il meticcio di famiglia, Rita, la Weimaraner di Sam e i gattini appena nati che stavano nel capanno. Simbo e Rita che avevano capito l’antifona, si presentarono nei pressi dell’automobile sulle loro zampe, ma quando Peckinpah tornò trafelato, tra le braccia aveva solo i suoi preziosi fogli (storia vera). La figlia non ha mai perdonato un padre che metteva la sua arte sopra ogni altra cosa, che fossero cuccioli di gatto oppure una salamandra, i geni possono affascinare, ma bisogna sempre guardare entrambe le facce della medaglia e per Peckinpah, la sua arte e la sua turbolenta vita sono sempre state intimamente intrecciate, forse molto più di altri suoi colleghi.

Ecco perché il regista teneva così tanto a “La ballata di Cable Hogue” perché non solo incarna tutta la sua poetica e una buona porzione della sua vita, ma perché è un film che dimostra di avere un cuore enorme, ma ogni tanto ti colpisce a tradimento (chiedete alla salamandra per conferma) che poi è proprio come Peckinpah per una vita intera ha trattato mogli, figli, figlie, colleghi di lavoro, amanti e prostitute che non ha mai nascosti di frequentare nei suoi ripetuti viaggi in Messico (ma non solo).

Anche i titoli di testa mettono in chiaro il tono più giocoso del film.

Immaginate un uomo capace di aprirvi le porte di casa, di dare feste incredibili che duravano tutta la notte e in grado di pretendere fedeltà assoluta sempre, ma anche in grado di sfuriate violente al primo accenno (secondo lui) di tradimento, cosa vi dicevo delle due facce della medaglia? In “The Ballad of Cable Hogue” si trovano entrambe, stemperate dal lato più guascone di Peckinpah, quello che tirava solo nelle feste tra amici e durante le sbronze con Jason Robards. Già, il vecchio Giasone, parliamo di lui!

Nessuno come Robards ha saputo rappresentare, secondo me, la malinconia per il tempo che passa al cinema, lo ha fatto in più di un’occasione, utilizzando sempre al meglio quel suo volto burbero e tosto, combinato a quello sguardo malinconico che per Cable Hogue è perfetto, un uomo che rappresenta un'epoca che stava per tramontare, per certi versi una critica al Capitalismo rampante, a tutte quelle tipologie di persone che Peckinpah sopportava poco, quelli con “l’ufficio ad un piano più alto del primo” che Bloody Sam ha sempre visto come fumo negli occhi (ogni riferimento ai produttori di Hollywood è puramente voluto).

Cable Hogue diventa un piccolo imprenditore, con la sua stazione di servizio rappresenta la critica di Sam all’America che ha abbandonato speroni e cappelli a tesa larga, in favore di giacca a cravatta. Il film è uno sguardo divertito, ma profondamente malinconico ad un’era al tramonto, ancora una volta Peckinpah ci invita al funerale della frontiera americana e cosa si fa ad un funerale? Ci si commuove, si pensa al passato e qualche volta si ride delle vecchie battute.

Gli uomini di chiesa di Peckinpah, tutti dei gran soggettoni.

Ecco perché “La ballata di Cable Hogue” è pieno di momenti divertente con cui Peckinpah caratterizza i personaggi, non manca nemmeno qui la figura ricorrente nel suo cinema, del predicatore non proprio ligio al suo dovere, una critica alla religione che, però, qui ci viene raccontata in modo spudoratamente comico, attraverso il personaggio di padre Joshua Duncan Sloan (David Warner che vedremo tornare nel corso della rubrica), un predicatore erotomane che utilizza la scusa della religione per allungare le mani e tentare di “consolare” giovani vedove, in momenti assolutamente… Si può dire cretini parlando del cinema di Peckinpah? Lo dico in senso buono, perché le trovate comiche volutamente esagerate di questo film mi fanno sinceramente ridere, Joshua è una macchietta che strappa simpatia e solo Hildy riesce a tenerlo a bada («Tu le pecore non le pascoli con me»).

Un tono da commedia quasi scollacciata in cui, come già fatto in alcuni passaggi comici di certi episodi di “The Westerner”, Peckinpah si gioca momenti alla “The Benny Hill Show” (un po’ più della mia generazione rispetto ai Keystone Cops, scusami Sam), in cui i personaggi corrono al doppio della velocità per provocare la risata, alla faccia di chi da lui voleva solo i rallenti.

Manca giusto la musica di sottofondo.

“La ballata di Cable Hogue” è una ricostruzione impeccabile di un’epoca che stava finendo, i saloon, i bordelli le stazioni e le tratte delle corriere sono gli ultimi sussulti della frontiera americana, di cui Peckinpah grazie alla fotografia di Lucien Ballard, coglie il lato più romantico, con la malinconia che solo un ragazzo cresciuto in un ranch mitizzato nella sua testa, potrebbe mai avere. Ma dove il film si gioca la sua carta migliore è senza ombra di dubbio il rapporto tra Cable Hogue e Hildy.

Hogue è un uomo che non capisce di aver vinto, tiene le sue ferite aperte covando vendetta contro gli ex compari che lo hanno abbandonato morente nel deserto, aspetta il giorno di vederli tornare solo per poterli uccidere, ma intanto nella sua vita è arrivato un uragano di vita che risponde al nome di Hildy, l’unica in grado di limare gli spigoli vivi di Hogue, come solo la donna giusta può fare nella vita di un uomo.

Uno spaccato della vita di coppia dei protagonisti.

Il loro rapporto è descritto con una tenerezza incredibile, anche il classico momento “va tutto bene” della pellicola, viene sottolineato da Peckinpah con la malinconica e sognante “Butterfly Mornings”, un duetto a due voci che rappresenta l’armonia della vita di coppia alla perfezione, sembra quasi di stare sbirciando i due insieme, in un loro momento di vita. Niente male per uno capace di sacrificare salamandre, gattini, matrimoni e amicizie in nome della sua arte.

La vendetta è un piatto che va servito freddo (perché atteso per anni)

Il battibecco a cena tra Cable Hogue e Hildy è un altro momento intimo molto bello, un duello verbale tra pari in cui la bionda emerge come uno dei pochi personaggi femminili positivi della filmografia di Peckinpah. Le donne per Bloody Sam sono da conquistare, ma quasi sempre alla fine gli uomini prendono le loro decisioni da soli, un punto di vista maschile che gli è valso l’etichetta di maschilista, ma in un film come “The Ballad of Cable Hogue” si vede anche molto del suo tormentato rapporto con l’altra metà del cielo che poteva essere affettuoso oppure uno scontro, come la scena della cena in cui Bloody Sam deve aver riversato dentro tanto delle sue litigate con le varie ex moglie, anche il fatto che Hildy sia una prostituta, dettaglio leggerissimamente autobiografico per il vecchio Sam.

Cable Hogue è un testone che ha molto del suo regista, non è certo un caso se verrà (letteralmente) travolto dalla modernità, qui rappresentata da un’automobile, un oggetto che Hogue considera orribile e che nei film di Peckinpah fanno spesso capolino come oggetti alieni che non portano mai niente di buono perché rappresentare la fine dell’epoca della frontiera di cui Sam Peckinpah è stato uno dei massimi poeti al cinema.

La frontiera americana e i suoi protagonisti, giunti all'ultima curva della loro storia.

“La ballata di Cable Hogue” è un vero e proprio funerale, esattamente come quello che viene fatto a Hogue su sua richiesta, ancora da vivo. Il funerale della frontiera e del sogno americano, quello vero, quello come lo intendeva Peckinpah che per questo estremo saluto ai tempi andati, passa tutta la gamma di emozioni tipica di un funerale. Purtroppo il pubblico nel 1970 non lo capì, infatti il film incassò solo 5 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti e, malgrado sia stato uno dei pochi film di Peckinpah a non venire rimaneggiato dalla casa di produzione, i dissidi non sono mancati... Che novità, vero?

Dopo le prime proiezioni di prova i giudizi del pubblico andavano dal molto buono all'eccellente, ma la Warner Bros. considerava la storia troppo strana e complicata da “vendere” al pubblico e quel finale deprimente (secondo loro) di certo non aiutava, quindi relegarono “La ballata di Cable Hogue” a piccoli cinema di periferia, condannandolo così ad un ben misero incasso. Peckinpah in tutta risposta girava i college e i raduni dove veniva invitato a tenere lezioni di cinema con una copia di questo film sotto il braccio da mostrare con orgoglio, nessuno è profeta in patria, dicono, per Bloody Sam era ora di cambiare aria e così per questa rubrica. Tra sette giorni, andiamo tutti in Cornovaglia, non mancate!

22 commenti:

  1. Pensa che ho il cd dei Calexico che contiene il brano The Ballad Of Cable Hogue ispirato proprio a questo film. Colpa di Linus che lo passava in radio negli anni 90...

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    1. Non credo nemmeno sia l'unico pezzo ispirato a questo film, ma dovrei verificare, in fondo una pellicola piena di musica ne genera altra ;-) Cheers

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  2. Per la serie "Che te lo dico a fare ma visto che ci sono te lo voglio dire lo stesso"...
    Un altro pezzo splendido, Cass. Complimenti.
    Emana e dimostra tutta la passione che nutri per questo regista.
    Si, in effetti lo trovo un film STRANO.
    Per carità, anche nelle sue opere precedenti le parti più leggere e scanzonate non mancano. Ma qui Sam calca ancora più la mano, sotto questo aspetto.
    Ed infatti é da qui in poi che inizieranno a muovergli quella che é la critica principale nei confronti dei suoi film.
    E cioé di non saper amalgamare bene i toni da commedia con le parti più drammatiche.
    Sarà...a me uno che riesce a farmi ghignare di gusto e a farmi esaltare con le scene d'azione e di violenza al tempo stesso ha qualcosa che gli altri non hanno. Punto.
    L'incipit mi ha sempre ricordato "Il conte di Montecristo" col protagonista gabbato dagli ex-amici che grazie a una botta di fondo diventa ricchissimo ed organizza la vendetta.
    Ma poi, diventa l'equivalente Peckinpahniano (si può dire?) del "Giù la testa" del sor Leone.
    Se non sbaglio li separa poca distanza.
    Anche qui, subentra la modernità. Ma là dove innovazioni come la motocicletta (o le armi automatiche, o altre cose provenienti dalla "vecchia" Europa) potevano diventare molto ma molto utili, una volta che si imparava ad accettarle e a capirle, qui semplicemente non avviene.
    Cose come le auto vengono guardate con sospetto e diffidenza. Se non puro terrore e panico.
    Non interessano, si rinuncia a conoscerle meglio. Sono diavolerie, strumenti del demonio.
    E qui ci sarebbe da aprire il discorso sul fatto che gli yankee sono da sempre più rigidi e bacchettoni mentre l'italiano, da sempre più sgamato, una volta finita la sorpresa comincia a studiarci sopra e a capire cosa può farci di bello. Ma é una lunga storia.
    La scena é emblematica. E fa riflettere sull'inutilità della vendetta.
    Facendo paragoni assurdi con film usciti decenni dopo...é l'unica cosa che ho apprezzato di "Gangs of New York", a parte Day - Lewis che quello lo si apprezza a prescindere.
    Quando lui e Di Caprio si guardano in faccia prima dell'assalto finale.
    Qui é la stessa cosa.
    Scusate la schiettezza, ma ha senso trascinarsi dietro una faida del cazzo quando non ha più ragione di esistere, perché tutto intorno a te é cambiato per sempre?
    Quando quello con cui vivevi e in cui credevi non esiste più?
    Beh, si. Specie quando si comprendono le ragioni per cui Hogue ha costruito l'oasi.
    Non per rifarsi una vita o per diventare un uomo migliore.
    Ha piazzato una trappola ed é lì ad aspettare che scatti.
    Negare tutto questo sarebbe come negare la sua intera esistenza.
    E allora si va dritti sino in fondo, a costo di morire anche da stupidi.
    Perché fa veramente una morte SCEMA, davvero. Col carognone sopravvissuto che a momenti ci fa pure la figura del virtuoso, intonando pure un elogio funebre.
    E' il vecchio discorso dell'evoluzione.
    Tutto cambia, e sopravvive chi sa adattarsi al mutamento.
    L'alternativa é estinguersi, magari proprio per mano di quello a cui non ci si vuole adattare.
    Interpreti perfetti, specie Robards con quella sua faccia triste da cane bastonato.
    Non a caso il sor Leone la ha voluto per Cheyenne.
    E non credo sia un caso che Sam recupererà pure Coburn, tra non molto.
    Ma prima...uh, non vedo l'ora.
    Credo che Leone, se fosse vissuto abbastanza da fare il suo film di guerra, avrebbe preso pure Kristofferson.

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    1. Infatti Leone voleva affidare a Peckinpah proprio “Giù la testa” (storia vera), con la differenza che la motocicletta di Coburn è solo una figata, non il simbolo del mondo moderno che avanza, infatti le armi automatiche le usano anche i ribelli messicani (e irlandesi).
      Secondo me invece le parti funzionano molto bene, in un rapporto ci sono discussioni, momenti scemi e momenti teneri e ci sono anche in questo film, tutti provocano una reazione, Peckinpah con il suo cinema questo voleva ;-) Cheers

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  3. Ancora una cosa...la creazione dell'oasi con tutto il paesello che sorge attorno ma ha ricordato molto l'origine della cittadina dove Saetta McQueen mette pneumatici in "Cars".
    Quella con Cricchetto e company.
    Penso si siano ispirati.
    Leggasi pure hanno scopiazzato a mani basse, come da tradizione Disney.
    Eeh, che esagerazioni. Al massimo hanno omaggiato.
    Se poi li metti alle strette se ne escono col clasico "La Ballata di Cable Hogue? Mai sentito."

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    1. Radiator Springs è ispirata a Palm Springs in Arizona, che si affaccia ovviamente sulla Route 66.

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    2. Grazie Vincenzo, mi hai anticipato ;-) Cheers

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    3. Red fermati, tra un po' mi tiri fuori anche i Vanzina;-) Ti ringrazio molto per l'entusiasmo, sei una dinamo ;-) Cheers

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    4. Grazie a te, Cass.
      Eh, lo so, ragazzi.
      Sorry, alle volte mi lascio trascinare da quel che scrivo.
      Complimenti ancora, comunque.

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    5. Ma figurati ben vengano i tuoi commenti fiume, grazie a te ;-) Cheers

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  4. heh, vedi come va la vita: un film cult specie in certi ambienti, ma a cui la distribuzione non crede molto.
    Succede, ma si diventa cult anche per questo.
    Sostanzialmente, quasi il canto del cigno (strambo) della Frontiera, di certo sembra essere un mix strano di situazioni... Tranne che per la povera salamandra.

    Moz-

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    1. Per assurdo succederà ancora nella carriera di Peckinpah, un altro canto del cigno per la frontiera, un altro film distribuito malissimo diventato comunque di culto, lo vedremo tra qualche settimana ma almeno lì, niente salamandre ;-) Cheers!

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    2. Pure l' aneddoto sui gatti...😱

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    3. Quello è una mazzata, dovevo raccontarlo perché è significativo nel suo essere tosto. Cheers

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  5. E io che credevo fossero finiti i film di Peckinpah che non avevo visto! Anche qui si ripete il curioso fenomeno per cui sono convintissimo di averlo visto, lo ricordo come fosse ieri, poi leggo e la trama non mi corrisponde, quindi mi sa che se l'ho visto ormai è passato troppo tempo.
    Come sai sto seguendo il Festival di Trieste e questo venerdì salto - che ho già tipo tre film da vedere oggi! - ma di sicuro mi rivedrò la Ballata e tornerò in queste lande ;-)

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    1. Ti sto seguendo a mia volta, per casini vari non so se riuscirò a seguire il festival (purtroppo…) ma so che i film sono in ottime mani. Questo poi sempre recuperarlo o rivederlo quando vorrai, tanto non scappa ;-) Cheers!

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  6. Anni fa beccai questo film in tv per puro caso e rimasi ipnotizzata: era un western ma anche un musical ma anche da rotolarsi dalle risate, un vero splendore! Non so se ricordo male ma in una scena usava anche l'animazione, ricordo un personaggio parlante su una banconota o simile, può essere? In ogni caso un vero spasso, grazie per questo bel pezzo Cassidy!

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    1. Ricordi bene, in una scena l'indiano stampato sulla banconota fa l'occhiolino a protagonista, ottima memoria e mille grazie, gentilissima ;-) Cheers

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  7. La trama mi ha stuzzicato molto, adoro questo genere di storie. Devo vedere se lo trovo su Chili o similari.

    P.S. Credo che Peckinpah non sia mai beccato il premio miglior padre dell'anno visto questi precedenti :P

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    1. Decisamente no, uomo, padre, marito, amico e amante a dir poco controverso. I suoi film si sono alimentati della sua vita turbolenta, era capace di di estremi, che si vedono anche nei suoi film, come questo "Cable Hogue" che è un ottimo esempio. Cheers!

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  8. Effettivamente il Peckinpah che non ti aspetti. Compassato e commediolo senza però perdere la vena malinconica. Curioso come ci sia di nuovo Robards che aveva già partecipato a "C' era una volta il west".

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    1. Anche in "Qualcosa di sinistro sta per accadere" era estremamente malinconico. Cheers

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