giovedì 15 ottobre 2020

Il Triello - il buono, il brutto, il cattivo: Non odiare, Il giorno sbagliato e Siberia

Torna il Triello e con lui, il creatore di questo formato, Quinto Moro, che oggi affronta tre titoli del 2020, uno buono, uno brutto e l’altro cattivo, come da tradizione Leoniana. Buona lettura!

“Né buoni né cattivi, vince chi sopravvive” cantava Piero Pelù, molto in tono col triello di oggi. Prendete una pala e giù a scavare tra le miserie umane. 

Non odiare: Gassmann, il buono fino a prova contraria

Il film buono è quello che riesce a non essere troppo buonista parlando del razzismo nel nostro Paese. Il protagonista Simone Segre, interpretato da Alessandro Gassmann, si scopre tutt’altro che buono e passa il film a cercare di espiare le sue colpe.

“Non odiare” esce in linea coi tempi, col vento che soffia forte sulle vele degli estremismi e dell’intolleranza (non so voi, ma questi anni me li ricorderò così), onesto e lucido come pochi film riescono ad essere. Il progressismo nel cinema di casa nostra di solito sta nell'infilare in una commediola un tipo di colore.

Che tipo di colore? – Un tipo di colore. – Si ma bianco, verde, rosso… - Miiii un negro, un tipo di colore negro!

Cercando di superare la sensibilizzazione senza sensibilità di chi vuol catechizzare l’italiano medio (ottenendo nel più dei casi la sua indifferenza o storture di naso) “Non odiare” parte forte e duro. Quel che già spoilerava nel trailer è la bomba iniziale, il contraccolpo allo stomaco del buonismo: se potessi salvare la vita a un nazista, lo lasceresti morire? Questo è quello che succede al personaggio di Gassman, protagonista sulla carta poi sovrastato dagli eventi che ha innescato. L’essere un medico gli dà quell’aura da insospettabile sull’omissione di soccorso. Non come me che potrei fingere lo stomaco debole “ma sa agente, non ho potuto far niente, c’era tanto tanto sangue, oh ma quella è una svastica? Non l’avevo notata, sa lo shock, comunque tutto è bene quel che finisce bene, volevo dire pace all’anima sua”.

Già nell’incipit, un regista più navigato avrebbe messo alle corde il protagonista, perché io qualche dubbio sull’omissione di soccorso dopo aver visto il cadavere bello tatuato di simboli nazisti me lo sarei fatto, invece l’unico che sembra averci fatto caso è il nostro buon medico ebreo. In un’Italia in cui ogni volta che c’è un fatto di cronaca si guardano tutte le sfumature di pelle di vittime e carnefici, e si esplorano profili social per attenuare, aggravare o giustificare i fatti di cronaca, un pelo d’attenzione in più gliel’avrei dato.

Inoltre, per un film italiano in questo periodo storico, considerato che abbiamo i nostri bei panni sporchi, puntare tutto sulla svastica e il nazismo è una soluzione comoda. La reazione del medico, come quella del pubblico, al tatuaggio della svastica e delle SS è immediata e rende molto più facile giudicare. Un tatuaggio della croce celtica, del fascio littorio, o un bel “Viva il Duce” non avrebbero prodotto la stessa repulsione nel pubblico italiano. Che è esattamente parte del problema, e il motivo per cui da qui in poi parlerò di fasci e non di nazi. Perché basta con l’esterofilia forzata. In Italia si chiama fascismo. F-A-S-C-I-S-M-O.

Il fascismo è come la cittadinanza. Sta tutto nel sangue. Oppure no?

Questo non è un film sulla redenzione ma sul senso di colpa, né un film SUL razzismo ma un film COL razzismo. È il ritratto di uno scontro di mondi, di realtà sociali lontanissime tra loro. La sceneggiatura tocca le giuste corde ma ogni tanto calca la mano passando dalla stilografica al pennarello a punta grossa. Gassman non è solo quello che lascia morire il fascista, ha l’aggravante d’essere un medico, e la “giustificazione” d’essere ebreo. In quanto medico è benestante. In quanto ebreo ha un padre sopravvissuto all’olocausto che è appena morto. Ce l’ha tutte lui insomma. Ed è questo che nel prosieguo del racconto fa perdere forza al personaggio, annacquando la sua tragedia, facendoci sentire molto più veri i figli del fascista. I tre sono tutti di età diverse e rappresentano tre diversi aspetti che emergono a turno. Sono i figli di genitori separati, di una famiglia spaccata e poi riunita dal lutto, ma sono “veri” nella routine di tutti i giorni, i conflitti, i momenti di gioco. Tre ragazzi che dovranno diventare grandi in fretta. È il realismo della periferia e della strada, di chi vive in ristrettezze economiche, dovendo rinunciare a tanto – o a tutto – per tirare avanti.

Al contrario il chirurgo ebreo vive in centro in una bella casa, ha una donna delle pulizie straniera che paga in nero, pure meno di quel che sarebbe onesto. Per lavarsi la coscienza d’aver ammazzato un fascio padre di famiglia, inizia a stalkerare la figlia maggiore per poi assumerla come domestica, salvo poi entrare in conflitto col fratello di lei, fanatico fascista in erba. Il più piccolo dei tre fratelli rimane sullo sfondo, è timido e chiuso, ma nel finale tira una mazzata che da sola vale più di tanti dialoghi.

Famiglie disfunzionali crescono

La retorica mi fa sempre girare i coglioni. Scusate il francesismo. Perché sì, questo film l’ho apprezzato, ma per chi ha la pretesa di leggere la realtà, piazzare l’ebreo cinquantenne contro il fascio adolescente in una logica italica mi sa di capovolgimento della realtà delle cose. Mi sa di quella retorica che vuole catechizzare i giovani alla sensibilità della memoria, al rispetto delle vittime della Shoah, quando a mancare di quel rispetto oggi sono quelli che nella cultura della memoria dovrebbero esserci cresciuti (quelli della generazione di Gassmann per intenderci). Quegli over 50 nostri padri, zii, nonni. Quelli che per primi trovano la nostalgia del Ventennio – che non hanno conosciuto – per vomitarcela addosso quando le cose vanno male, alzando lo scudo dell’intolleranza a baluardo dell’identità nazionale.

“Non odiare” è scritto col chiaro intento di toccare il nervo scoperto dell’intolleranza, ma devia pericolosamente dallo scontro generazionale in corso: il vero fulcro della questione è il padre fascio che ha educato i figli sotto l’ombra dell’intolleranza, ma lo si leva di mezzo a tre minuti netti all’inizio del film. Ragion per cui finisce per sminuire totalmente ogni retorica razzista, sovrastata dalla necessità del dover tirare a campare, del mettere da parte i pregiudizi per sopravvivere. In questo senso, non c’è niente di edificante nella ragazza che rinuncia a tutto e finisce a lavorare per l’ebreo, solo per dover aiutare la famiglia. Né c’è una vera risoluzione del conflitto nell’aiuto che il medico dà a un ferito per lavarsi la coscienza.

La dinamica dei rapporti opposti tra padri e figli nella famiglia fascista e in quella ebrea aveva un senso, ma è indebolita da troppa sovrascrittura. La casa abbandonata del padre ebreo era efficacie con le sole immagini, la vasca da bagno piena di bottoni “fisiologicamente” mi ha fatto pensare all’olocausto. E forse tanto sarebbe bastato, senza appesantire con dialoghi ragionati e passaggi forzati, tipo la scena della sinagoga. Il fulcro non è l’antisemitismo, che pure influenza le dinamiche tra i personaggi, ma il ritratto sociale, i mondi divisi e lontani che non si parlano e non si capiscono finché non si scontrano. 

La guerra dei mondi, con meno alieni e più alienati

Non ho voluto scrivere del film a caldo, e a distanza di giorni ci sono delle scene che mi tornano. Un buon film è quello che ti lascia qualcosa. Scene come l’omissione di soccorso iniziale (che avrei voluto più cruda), o il bambino davanti alla tomba del padre, più una cifra di momenti sparsi, sono cose che mi porterò dentro per un po’, al netto di un film ben girato e ben recitato. Gassmann intenso nella prima parte, poi costretto nei dialoghi troppo costruiti. La coppia di attori più giovani, Sara Serraiocco e Luka Zunic, è stata la vera sorpresa. Oltre la bravura degli attori apro parentesi sul regista-sceneggiatore Mauro Mancini, all’opera prima: c’è un motivo le cose più autentiche e scritte meglio riguardano i personaggi più giovani, mentre i passaggi sulla memoria dell’olocausto sono i più forzati. Mancini ha descritto tanto bene il contesto perché lo conosce, perché lo stiamo vivendo, mentre nel parlare dell’olocausto e dell’odio razziale ha tutta la goffaggine di chi l’ha assorbito da fonti esterne, o perché se lo immagina così. Ma se l’antisemitismo delle camicie nere e degli skinhead ha la sua forma ristretta e la sua nicchia caricaturale, quello più diffuso e sottopelle – che ignora o giustifica il primo a piacimento – è più simile al “con tutti i negretti che ci sono in giro” pronunciato dalla figlia orfana.

Più della storia costruita per portare i personaggi a un certo punto, per mettere insieme una specie di morale, funziona la cornice, lo sfondo realistico e riconoscibile della nostra Italia, quella dei palazzi in centro e delle periferie. Quella di chi avanza nella carriera e di chi deve regredire per tirare a campare. Quella di chi eredita una casa da vendere e di chi eredita un debito dagli strozzini. Di chi ha tutto tranne una famiglia, e viceversa.

Mancini mi ha fatto pensare a Matteo Garrone, anche se gli manca quell’asciuttezza. Però ‘sticazzi ad esordire con un film del genere e portare a casa il risultato. 

Il giorno sbagliato: Russel, il cattivo

“Il giorno sbagliato” fila via come uno shottino di vodka che s’infiamma in un crescendo di tensione, inseguimenti e azione giù per la gola. Ma sul palato non lascia niente. È uno di quei film da palinsesto estivo, tipo “Terrore su quattro ruote”, con una spruzzata di “Duel” e “The Hitcher”, senza però arrivare a quelle vette.

I titoli di testa sono una dichiarazione d’intenti con immagini da Real TV su incidenti e “rabbia autostradale”, parlando della frenesia nella società moderna e di come il cittadino medio si senta a metà tra il supereroe che può fare millemila cose al volante, e minacciato da tutti coloro che lo circondano. La partenza con il pippone sulla follia dilagante negli USA sembrava presagire un film dai contenuti più densi, ma serve solo a giustificare quel che accade negli 80 minuti che seguono.

Pronti via c’è Russell Crowe confuso e stravolto nella sua macchina. Si leva la fede dal dito, impugna un martello, entra in casa, ammazza la moglie e l’amante. Dopo aver battuto la carne accende il fuoco e prepara un barbecue. Infatti quando esce di casa capiamo che se li è mangiati tutti e due, senza nemmeno aspettare che fossero cotti, tanta era la fame che aveva.

Scusate la battuta di body shaming, ma è diventato davvero difficile scorgere il vecchio gladiatore dietro quell’ammasso corpulento e ondeggiante. Anche se un Russell così ingombrante con un personaggio del genere ha il suo perché.

Per avere una minaccia grande, ci vuole un attore grande. Non ci vuole un attore grande ma un grande attore. Facciamo tutti e due.

Nell’economia del film, l’ammazzamento iniziale è inutile, serve ad abbozzare il background del villain ma anche a dirci da subito: “hey! Questo tizio è andato fuori di testa ed è diventato un assassino! È lui il cattivo!”, cosa che tramortisce la tensione iniziale, rende i deliri di Russell più deboli, e l’inizio dell’inseguimento più banale. Se Russel fosse apparso direttamente nel traffico, diventando il cattivo di scena in scena, se avessimo imparato a conoscerne la violenza attraverso la persecuzione stradale, il film ne avrebbe guadagnato.

Il vecchio Russell si risente perché, dopo essersi addormentato a un semaforo, una mamma l’ha strombazzato col clacson. Lui, che non ha ancora digerito la moglie e l’amante, prima si scusa poi attacca un pippone paternalistico. La mamma però c’ha già i cazzi suoi e lo tratta male. Da qui iniziano i guai. Russell Crowe in questa veste corpulenta, con quegli sguardi penetranti e i tic da schizzato, mostra di poter recitare alla grande (in tutti i sensi) il ruolo del villain.

“Mamma, Russel mi mangerà?”, “Se ti trova, tu corri forte e speriamo in un infarto”

Il film non lesina botte violente e schizzi di sangue. Gli inseguimenti sono ben fatti, il montaggio e la colonna sonora tengono il ritmo e la tensione. Gli incidenti stradali hanno una fisicità notevole, il sonoro è “pieno” e ci restituisce la violenza degli scontri. Quando una coreografia di schianti non sembra una coreografia, è tanta roba.

Purtroppo i personaggi non hanno alcuna evoluzione, la vicenda fila via verso un finale abbastanza ordinario. Il film intrattiene con gusto regalando momenti di tensione, ma lo script si riduce ad una lezione di civiltà stradale, perché non sai mai chi potresti strombazzare, perciò è molto meglio se ci diamo tutti una calmata. O i Russell Crowe che popolano le nostre strade potrebbero impazzire e inseguirci. Per poi mangiarci.

[nota Cassidiana: il film è stato scritto dallo stesso sceneggiatore di Red Eye e si vede. Perché la protagonista femminile è una santa laica e il cattivo un attore famoso, solo che ha le automobili al posto dell'aereo di linea, ma in ogni caso termina mandando tutto, in vacca? No in Slasher! Con tanto di cover eterea di "(Don't Fear) The Reaper" dei Blue Öyster Cult sui titoli di coda, praticamente una dichiarazione d'intenti. In ogni caso considerando l'aspetto del protagonista, per il titolo italiano io avrei scelto: "Altrimenti ci arrabbiamo"]

“Il tizio che ha detto che sei grasso? È fuggito da quella parte”, “Mmm, gnam gnam!”

Siberia: Willem, il brutto dentro

Dopo le turbe al volante di Giuliano Ferrara, passiamo a quelle psichiche di Abel Ferrara. Devo ammettere tutta la mia ignoranza sulla sua filmografia. So che è un nome, un Autore, eppure per una ragione o per l’altra non avevo mai visto un suo film.

Dopo Siberia mi son chiesto: come giudicherebbe un neofita l’ultimo film di David Lynch? Probabilmente una boiata terribile. Però fa strano che da lynchiano, Siberia mi sia risultato così indigesto.

L’ho visto un po’ per riprendere confidenza con la sala, un po’ per la carenza di distribuzione post lockdown. Willem Dafoe era la garanzia. Il buon vecchio Willem fa la sua spettrale e porca figura ovunque lo metti, pure in questo film ingarbugliato, a farsi maltrattare da Abel, tutto concentrato a far vedere quanto è brutto dentro il protagonista.

I dilemmi morali di Willem: mangiare prima il gelato o la figlia di Abel?

Siberia è la storia di un tizio che si isola dal mondo per una specie di penitenza interiore. Se andate a leggere in giro è così che lo vendono, in realtà questo aspetto non si capisce prima di 20 minuti buoni e anche di più. Il protagonista si isola per fare i conti con se stesso e il suo passato, in un groviglio di visioni, sogni, incubi, e una sfilza di scene che finiscono per non portare da nessuna parte.

La sensazione più irritante non è la mescolanza di visioni disturbanti, ai limiti dell’horror, ma il non voler raccontare qualcosa di più delle angosce e ricordi di un personaggio che non compie un vero percorso. Il protagonista Clint, com’è all’inizio lo troviamo alla fine, e questo non è mai un bene.

La proverbiale luce in fondo al tunnel o la luce in fondo al frigo dopo una sbornia?

Tecnicamente discutibile il sonoro e il (ri)doppiaggio. Non per colpa del doppiaggio italiota ma della volontà di far recitare in italiano Willem Dafoe, nei dialoghi e nella voce fuori campo. Ferrara pare aver sviluppato un certo rapporto con l’Italia, e alla faccia del titolo, buona parte del film è girata tra le nevi del Trentino. Ma Willem Dafoe che ridoppia se stesso in italiano non si può davvero sentire. Sembra un fottuto tedesco pronto a staccarti i denti con un paio di pinze mentre ti interroga. A questo si aggiungono lunghi silenzi e qualche dialogo in russo che ci può anche stare, ma il sonoro e il montaggio audio rendono i dialoghi posticci, mi portavano costantemente fuori dall’atmosfera onirica.

Io crande fan di GioPizzi, faccio doppiaccio come tettesco per azzazzinare tue oreccie

Quel che rimane è una lunga – 90 minuti che pesano – seduta di autoanalisi da parte di Ferrara, un viaggio nelle sue paranoie che disorienta lo spettatore passando da un delirio all’altro con un montaggio fatto un po’ a cazzo. Lo stesso girato, montato diversamente, avrebbe dato un altro senso al racconto. Anche se qualcosa manca lo stesso.

Molti dettagli utili a farci capire il protagonista arrivano fuori tempo massimo. Quest’uomo isolato tra i ghiacci della Siberia disprezza se stesso, ha dentro di sé tutto un concerto di incubi nelle sue putride budella, ma non riesce mai a farci provare empatia o tenerezza, tra le sue difficoltà di rapporto padre-figlio o i sensi di colpa da marito fedifrago. Quest’ultimo elemento avrebbero funzionato meglio nella prima parte, ma non si riesce a cogliere mai un genuino senso di colpa o un brandello di illuminazione o redenzione.

Se non altro, non mi ha tolto la voglia di scoprire meglio Ferrara. Ma il rischio di pernacchie da chi non lo conosce e non gradisce i film sperimentali è decisamente alto.

P.S. Mille grazie a Quinto Moro, vi invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.

34 commenti:

  1. Dancing Helmet15 ottobre 2020 08:34

    ...Quando imbarcavo (eoni fa) vedemmo "King of New York" 3 volte consecutive mentre portavamo la nave ai lavori senza passeggeri, non ricordo quanto bevvi (beoni fa), ma l'impressione del film mi si è tatuata (nichilismo selvaggio) - non ricordo superstiti.
    Nel cast (1989) Christopher Walken, David Caruso, Laurence Fishburne, Wesley Snipes, Steve Buscemi

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    1. A differenza tua visto solo una volta, anche se il giro in nave pare essere stato divertente ;-) Cheers

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  2. Dancing Helmet15 ottobre 2020 08:40

    Nel senso di non essere pigro, prova questo film di solito o si odia o si ama

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    1. Ho delle lacune nella filmografia di Ferrara, ne ho visti molti ma alcuni titoli mi mancano proprio, avevo già una mezza intenzione di tentare un ripasso sensato partendo dai primi titoli, anche se quelli li ho visti. Cheers!

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    2. Io ho delle "lagune" nella filmografia di Ferrara :-)

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  3. Ferrara da qualche anno è in una fase meditativa ma è un autore "di strada" cazzutissimo. "Il Cattivo Tenente" è il suo capolavoro ma pure i film scritti in coppia con Nicholas St. John sono da recuperare assolutamente.

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    1. "Il cattivo tenente" é bellissimo, film come "Driller Killer" lo etichettano davvero come "di strada". Anche il suo film sui vampiri mi era piaciuto molto, devo recuperare i titoli che mi mancano. Cheers!

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  4. Con le turbe di Giuliano Ferrara al volante hai vinto tutto.

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    1. Mi è venuta all'ultimo poco prima di pubblicare :-)

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  5. Nomini Siberia ed io penso al gioco invece che ad un film che forse mai vedrò.

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    1. Il classico titolo tipo "The Zero Theorem" di Gilliam, mi ha fatto capire che devo studiare gli altri film di Abel Ferrara per capirlo in pieno, quindi (come al solito) sono in linea con quanto scritto da Quinto Moro. Cheers

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  6. Non lo so... Il primo, quello con Gassmann, mi pare il classico film italiano (sono brutte le etichette, lo so...) che avrebbe tutte le carte in regola per picchiare forte e fare male alla coscienza di chi guarda. Idea giusta, attori bravi, regia impeccabile. Peccato che, al solito, tutto venga inevitabilmente alleggerito e annacquato per non scandalizzare o non turbare troppo gli spettatori. Alla fine, sicuro come le tasse, ne faranno una fiction su Rai1... Ammetto però che il post me l'ha un po' addolcito e credo che gli darò un'opportunità. Giusto per poi lavarmi la bocca e dire "ve l'avevo detto!". ;-)

    Quello con Russel Crowe lo aspettavo al varco. Un mix tra "The Hitcher" e "Un giorno di ordinaria follia" con l'attorone famoso di turno che fa la parte di quello che sbarella. Forse dei tre è quello che più potrebbe incontrare i miei gusti ma leggo in giro che (quasi) tutti l'hanno massacrato. Vedremo. Probabilmente è quello dei tre che vedrò per primo. Con calma però...

    Ferrara l'ho mollato quando mi piazzò la doppietta mortale "New Rose Hotel" e "Go Go Tales". Dopo averlo amato per "Il cattivo tenente", l'ho odiato con tutte le mie forze e dopo il film dove la Argento si limona il cane ho abbandonato il regista. Magari da quel filmaccio a questo SIBERIA ha sfornato 5-6 capolavori ma il mio pregiudizio nei suoi confronti è più forte. Passo.

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    1. Cerco di scegliere attentamente i film italiani da vedere. Questo, considerato che è anche un'opera prima e che affronta un tema attuale e delicato, vale la visione. Non è addolcito ma senza l'ossessione di una trama così costruita sarebbe stato un filmone.

      Per "Il giorno sbagliato" l'accostamento con "Un giorno di ordinaria follia" sembrava scontato, invece siamo moooolto più in basso, a livello di contenuti stiamo a zero, sui personaggi non c'è proprio paragone.

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    2. Vabbe', un film come Non odiare sarebbe stato tipo mille volte peggio se prodotto negli Usa.

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    3. Probabile, ma non ho fretta di rivedere il rifacimento americano ;-) Cheers

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    4. Sono anni che il cinema americano sembra anestetizzato riguardo al tema del razzismo, anche se penso che ci sia una generazione di autori neri che preme dal fondo per emergere. Nelle ultime due decadi c'è stata sempre più attenzione verso l'omosessualità e dintorni, ma poca verso lo scontro sociale che cova negli USA. Per questo ho così apprezzato "Queen & Slim", film disgraziatissimo nel periodo di uscita e che andrebbe assolutamente recuperato, perchè ha anticipato di un niente le proteste di massa per la morte di George Floyd, cercando di gridare qualcosa che negli USA nessuno voleva sentire.

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  7. Gassman è, a mio modesto parere, uno degli attori italiani più sottovalutati, mentre in realtà, pur non raggiungendo le vette dell'altezzoso padre, è diventato, con gli anni, sempre più bravo. Lo ricordo in Se Dio vuole, dove fa il medico anche lì, anche se lo preferisco quando fa la parte di quello dall'altra parte (chiedo scusa per il gioco di parole), nella scala sociale. Comunque già la sua presenza vale la visione di un film, per quanto sia "pesante" ma comunque di grande attualità il discorso sul proliferare di estremismi filo-nazisti o fascisti in tutta Europa. Io, ovviamente, avendo avuto un nonno deportato e antifascista fino al midollo, che purtroppo non ho mai conosciuto ma che mia nonna mi ha sempre fatto rivivere nei suoi racconti, non potrei essere più lontano da tali ideologie, anche se chi non le ha studiate e sentite può non comprenderne la minaccia che celano e diffondono. In ogni caso complimenti caro Moro per la bella sinossi.
    Per Russell Crowe, tutti sperano, me compreso, un bel rehab che lo porti agli splendori recitativi (e anche fisici) del Gladiatore, ma immagino sia una battaglia persa, ormai ricorda più John Goodman, che sembra pure più magro al confronto, che altro.
    Discorso Ferrara, ho letto in un articolo che vive a Roma da anni, consolidando la passione per l'Italia e dedicandosi ai documentari, non ultimo uno sul lockdown. Questo spiega in parte la sua volontà di girare in Italia e di utilizzare un attore che ha molteplici legami con il nostro Paese, in primis la moglie. Ma la decisione di farlo recitare in italiano penso sia dovuta a un abuso di alcol e droga da parte del talentuoso regista... 👋

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    1. Gassman come attore lo trovo, giusto, non mi esalta ma non mi urta ed è spesso molto azzeccato nei ruoli che sceglie, come personaggio è un po' come il prezzemolo e poi ultimamente sta cercando di piazzare il figlio, quindi preferisco vederlo al cinema che ovunque in tv. Cheers

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    2. Gassman è stato molto bravo, specie nella prima parte. Il ruolo era perfetto per lui. Purtroppo il suo personaggio viene un pò ingoiato dagli eventi nella seconda parte.
      Crowe, al netto dei difetti del film, offre una prova ottima. Secondo me si è divertito a fare lo scoppiato fuori di testa ed è minaccioso dall'inizio alla fine.

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    3. Crowe è minaccioso anche dal vivo! 😜
      Su Gassman non vedendo la tv non conoscevo questa sua sponsorizzazione del figlio. Purtroppo ormai sembra essere sempre più la norma, speriamo almeno abbia qualche qualità! Per il resto ne ha fatta di strada da USD. 👋

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    4. "Crowe è minaccioso anche dal vivo" mi ha fatto tornare in mente un aneddoto che riguarda la notte degli Oscar 2002. Non mi ricordo chi, raccontò che Crowe gli disse "se non vinco l'Oscar ti taglio la gola". Era l'anno della sua prova per "A beautiful mind", ma lo vinse Denzel Washington. A quanto pare Crowe l'aveva detto con una tale convinzione e sguardo torvo che al nome di Denzel, il tipo ebbe un sincero attimo di terrore.
      Se penso alla sua carriera, e al modo in cui riesce a sbroccare, è strano che abbia interpretato così pochi villain, l'ultimo credo fosse quello in Virtuosity, proprio al fianco di Denzel.

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    5. Virtuosity, cosa hai tirato fuori! Lì sì che era magro! Ricordo anche varie sue intemperanze nei confronti del personale degli alberghi quando gli giravano e spaccava tutto. D'altronde è neo zelandese e si sa che sono un pò pazzerelli...

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    6. Pensavo di essere uno dei pochi in fissa con "Virtuosity" ma non mi stupisce più di tanto scoprire che sono in buona compagnia ;-) Cheers

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  8. Quello con Gassmann mi incuriosisce parecchio devo dire. Lo slasher con Russell Crowe che te lo dico a fare! L'ultimo dovrebbe incuriosirmi perché è di Ferrara con Dafoe, ma da quello che scrivi lo trovo un po' respingente.

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    1. Quello con Bud Spen... Russell Crowe è proprio "Red Eye" su gomme ;-) Cheers

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    2. "Non odiare" vale la visione, è figlio del nostro tempo e riesce a non essere banale. Un film coraggioso che se fosse stato ancora più coraggioso avrebbe potuto prendere tutta l'Italia a calci nelle palle. Terrò d'occhio il regista, aveva le idee chiare e ha costruito un film solido, al netto di qualche difetto nella narrazione. Anche a livello tecnico siamo dalle parti dell'ottimo cinema (fotografia, inquadrature, montaggio e direzione degli attori), ci sono sempre più registi italiani capaci di confezionare prodotti tecnicamente solidi, e ultimamente ci sono parecchi esordienti con le idee molto chiare.
      Non è spirito patriottico, ma se il cinema italiano tira fuori buone cose mi fa solo piacere, perchè ci sono cose che vanno raccontate del nostro Paese, e che vanno dette.

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    3. Concordo alla grande. Russell Crowe Bud Spencer effettivamente non ci avevo pensato! Però secondo me un film dove fa il matto merita la visione e basta.

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    4. Aspetto di leggere il tuo parere altrimenti? Beh altrimenti ci arrabbiamo :-P ;-) Cheers

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  9. La didascalia del pennello 'Cinghiale' (nomen ominem) sulla foto di Bud Crowe vale tutto!! Cmq dei 3 il cattivo è l'unico che mi ispira per una visione da ridere... Dopo aver visto il trailer michiedo se debba preoccuparmi il fatto che:
    - benché appartenga alla categoria 'donne che suonano (occasionalmente) ai semafori' in realtà faccio il tifo spudoratamente per Bud
    - nonostante l'inchiattamento generale devo dire che lui ha ancora una certa cartola...

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    1. La morale del film si riassume proprio nel doverci dare una calmata tutti quanti, perchè non sai mai con chi ti stai andando a scontrare.
      Crowe ha un'imponenza e una personalità tale da risultare carismatico e sinistro nonostante la trasformazione fisica.
      Penso che il film ti piacerà.

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  10. Non sono d'accordo con il tuo giudizio di "Il giorno sbagliato". Per me è stata una bella sorpresa: un "filmaccio" senza fronzoli, durissimo, vecchio stile, che fotografa perfettamente la realtà del nostro tempo. Siamo sempre più stressati, iperconnessi, controllati, in un mondo che corre sempre più veloce e non aspetta nessuno... un falso film di genere capace di inquadrare il contesto sociale in cui ci muoviamo. Mi è piaciuto tantissimo.

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    1. Ci sta. Il mio giudizio non voleva essere negativo, il film scorre bene, ma la critica sullo stress sociale si ferma ai primi minuti, il resto è un lungo inseguimento ben girato, con ritmo e tensione ma non approfondisce ulteriormente quella critica sociale. Diciamo che mi ha stupito positivamente all'inizio, facendomi salire l'aspettativa, ma il film non si è evoluto come speravo.

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  11. I primi due me li segno, mentre per il terzo...credo che Ferrara abbia fatto decisamente di meglio. Anche se Dafoe e' sempre bravissimo.
    Ma come si fa a prenderlo sul serio, con un doppiaggio simile?
    Il thriller con Crowe non sara' proprio il massimo ma penso si lasci vedere, dai.
    Russell dimostra di essere efficace anche nei ruoli da cattivo, anche se ormai ha raggiunto livelli di adipe che definire imbarazzanti e' un eufemismo.
    Mi interessa molto NON ODIARE.
    OK, la piglia alla larghissima puntando su un altro "ismo" decisamente meno scomodo, ma ha dalla sua la decisione di affrontare il tema senza facili e ruffiani moralismi.
    E fa bene.
    Dici che offre una visione sfalsata delle cose?
    Dipende. Forse quel che mostra non e' completamente sbagliato.
    Che ci piaccia o no, ormai e' diventato QUELLO, la contro-cultura.
    Chi lo contestava (giustamente) si trova al potere. E si sa...quel che non va bene al potere, va bene a tutti gli altri.
    Rimembrare quel ventennio? Piuttosto si e' voluto optare per una colossale opera di rimozione, a parer mio. Che ha finito col funzionare a rovescio. E ha sortito l'effetto opposto di quello sperato.
    Teniamo presente che e' proprio a non voler parlare di una cosa, che la si mitizza.
    E' fondamentale fare i conti col proprio passato. E capire che una cosa, per quanto brutta, ha fatto parte della nostra storia. Anche se vergognosa.
    Solo cosi' si potranno capire tutti i limiti, le ipocrisie, le bestialita' e gli orrori di un regime.
    E La pianteremo di avere gente (anche giovane) che a fronte di ogni crisi, di governo o economica che dir si voglia, invoca come unica soluzione LA DITTATURA MILITARE.
    Mh, si. Se non vi basta il nostro esempio e quello di nazioni limitrofe alla nostra, andate a vedere se in Sudamerica e in Argentina se la passavano cosi' bene.
    Non sapete quel che state dicendo, ragazzi. Sul serio.
    Meglio di no, fidatevi.
    Sempre meglio un pessimo governo eletto democraticamente che una dittatura eccellente a far piazza pulita degli oppositori.
    E non e' uno scherzo.

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    1. Non credo che "Non odiare" offra una visione sfalsata delle cose, anzi, ma in alcuni punti sceglie la via più facile per parlare del problema nel modo più netto e riconoscibile: nazisti ed ebrei.
      Se ti riferisci al passaggio sul catechizzare i giovani mentre la radice del problema sono quelli più stagionati (almeno secondo me, il che non vuol dire sollevare i più giovani dall'irresponsabilità del parlare di cose che non conoscono), io volevo dire che è molto più facile liquidare l'estremista come tale, soprattutto se è un ragazzino fanatico, quindi è più facile condannare il giovane neonazista piuttosto che l'adulto, o il buon vicino di casa intollerante medio che mai so sognerebbe di partecipare ai raduni dei fasci in divisa nera. Ma c'è chi tollera, giustifica e appoggia il loro modo di pensare, dandogli una legittimità e una prospettiva anche politica. Perciò l'idea di base, dell'omissione di soccorso, del non tollerare l'intollerabile da parte del medico, era potentissima.
      Il film dice tanto, ma c'è così tanto da dire, che speravo si osasse ancora di più.

      Sono d'accordo sul fatto che di fascismo non si sia mai parlato abbastanza, l'Italia non ci ha mai fatto i conti, e quando si parlava dei crimini fascisti tante volte ho sentito spostare il discorso sui crimini dei partigiani. Il nostro rapporto con la memoria è lontano anni luce da quello che hanno in Germania (o che sembrano avere visti dall'esterno, anche se gli estremismi sopravvivono comunque).

      Il vero guaio è che siamo incredibilmente vicini alla prospettiva di eleggere democraticamente sistemi dittatoriali, intesi come sistemi tesi a negare i diritti, ad emarginare. A volte ci dimentichiamo che i dittatori non sono mostri che prendono il potere da soli contro tutto e contro tutti, al contrario vengono eletti dal popolo: spesso eletti dal silenzio della maggioranza che ha tollerato la loro ascesa, più della minoranza che li ha sostenuti apertamente.

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