venerdì 23 ottobre 2020

Il mucchio selvaggio (1969): andiamo... (dritti nella storia del cinema)

Ci sono film che cambiano la storia del cinema per sempre, titoli che sono uno spartiacque di cui qualcuno ogni tanto ha la balzana idea di provare a scrivere qualcosa che non sia ancora detto, come il vostro amichevole Cassidy di quartiere che oggi. Provare a dire qualcosa di nuovo su un film così, è come cercare di prendere il diavolo per la coda, se volete venire con me («Andiamo» cit.), vi do il mio benvenuto al nuovo capitolo della rubrica… Sam day Bloody Sam day!

Per certi versi, Sam Peckinpah è stato il regista che ha “portato equilibrio nella Forza”, perché è uno dei pochi che ha esordito al cinema, per poi passare brillantemente alla televisione, tornare al cinema con tre film belli dalla produzione tormentata, per poi ritrovarsi sulla spiaggia, con sua moglie Begonia a tentare invano di consolarlo, consapevole che ad Hollywood è questo il destino dei ribelli: amati sul grande schermo, molto meno quando sono a capo di grandi produzioni milionarie.

La svolta arriva con l’entrata in scena di uno dei nuovi produttori della Mecca del cinema, Daniel Melnick, poco più che trent’enne, di bell’aspetto e vestito sempre alla moda. Melnick pensava che il trattamento subito da Peckinpah per “Cincinnati Kid” fosse stato una porcheria, uno schiaffo in faccia al talento. Malgrado le telefonate di produttori come Charles B. Fitzsimons che tentarono di dissuaderlo dal dare lavoro a quell'ubriacone, Melnick aveva le idee chiare e ragione da vendere, “Noon Wine” è il titolo della rinascita per il regista di Fresno.

Bloody Sam durante la mezza crisi creativa, nella scena del “La battaglia del portico insanguinato” (ma dopo essere uscito dal gorgo del piccolo schermo, tutto era possibile)

“Noon Wine” è uno dei lavori più intimisti di Peckinpah che, non a caso, vede come protagonista nei panni del fattore l’attore Jason Robards, che interpreta un personaggio le cui sicurezze nella vita vengono sconvolte da un atto violento, di cui la moglie (Olivia de Havilland) lo crede colpevole, il finale della storia non ve lo rivelo, ma sappiate che la scrittrice della novella da cui Peckinpah ha tratto il suo lavoro, Katherine Anne Porter, si è complimentata con il regista, dispiacendosi del fatto che anche gli altri film ispirati dalle sue opere non fossero stati trattati con tanto tatto, delicatezza ed evidente comprensione dei personaggi (storia vera).

“Noon Wine” andò in onda per la ABC, all’interno del programma antologico ABC Stage 67 il 23 novembre del 1966 e riportò il nome di Sam Peckinpah sotto i riflettori, gli fece guadagnare un ritorno di fiamma nella sua reputazione e anche un piccolo ufficio, una sorta di scantinato sommerso da appunti e vecchi libri di storia necessari a documentarsi per il suo prossimo lavoro, un film sul suo amato Messico e sulla rivoluzione, intitolato “Viva! Viva Villa!” (1968). Ironico, perché nello stesso periodo la sua messicana Begonia lo abbandonò insofferente ai suoi repentini cambi d’umore e i costanti tradimenti, in compenso, il suo complesso ritratto di Pancho Villa, troppo realistico e crudo non piacque per nulla alla star del film Yul Brynner. Sul piano personale e quello lavorativo, il mondo sembra troppo piccolo per un talento tormentato e testardo come quello di Peckinpah.

Ci ha messo meno Peckinpah a tornare al cinema che io a completare questa premessa.

Ma Hollywood sta cambiando, gli anni ’70 sono alle porte e l’idea di eroe senza macchia e senza paura che piaceva ad attori come Yul Brynner, ormai fa a pugni con la storia di un Paese impantanato nella guerra del Vietnam, ecco perché il produttore della Warner Bros. Phil Feldman fece di tutto per affidare a Peckinpah una storia d’avventura come “The Diamond Story”. Bloody Sam, scottato, lo squadra per capire dove sta la fregatura, «Tu sei un altro che vuole farmi revisionare la tua sceneggiatura solo per poi togliermi il film come per Viva! Viva Villa!». Feldman in segno di buona volontà offrì un ufficio a Peckinpah, non un bugigattolo tipo il sottoscala dove stava Fox Mulder, ma un vero ufficio alla Warner Bros. ed è qui che Bloody Sam cominciò a lavorare a “The Diamond Story”, anche se per un breve periodo a distrarlo fu l’ottima sceneggiatura di William Goldman, per un film che la Warner non riusciva ad assicurarsi i diritti, potreste averne sentito parlare, avrebbe potuto dirigerlo Peckinpah, ma lo ha fatto George Roy Hill, s'intitolava “Butch Cassidy” ed è un capolavoro (storia vera).

Secondo voi uno dal caratterino tenero e mansueto come Peckinpah, avrebbe lasciato correre? Col cavolo! Nella sua testa Bloody Sam cercava ancora quella storia con cui sperimentare per davvero, la trama giusta per portare montaggio e violenza ai livelli che fino a quel momento, al cinema aveva mostrato solo uno dei suoi eroi, Akira Kurosawa. Nell’autunno del 1967, bloccato in albergo da una pioggia torrenziale e senza la possibilità di selezionare location per “The Diamond Story”, un annoiato Peckinpah ritrova nel mucchio (selvaggio) di fogli e appunti di lavoro lasciati da Feldman una bozza di sceneggiatura scritta da Walon Green e Roy N. Sickner. Leggendola qualcosa nella testa di Bloody Sam scatta, quella era la miccia che serviva al regista, la rivoluzione era cominciata.

Peckinpah corre, per prendere la coincidenza con la storia del cinema (battutaccia da pendolare)

La storia è banale, un insieme di scene di sparatorie in puro stile Spaghetti Western su una banda di criminali guidati da Pike Bishop, liberi di far danni lungo il confine tra Texas e Messico nel 1913, in piena rivoluzione messicana. I pistoleri rispondono al nome di "Il mucchio selvaggio" che, poi, era il vero nome della banda di Butch Cassidy, dopo una rapina finita male Bishop e i suoi, inseguiti dai cacciatori di taglie fuggono in Messico e qui derubano un carico di fucili destinati all’esercito americano per conto di un signore della guerra locale, il generale Mapache anche se il più giovane della banda, il messicano Angelo, vorrebbe consegnare le armi al suo popolo per dar man forte alle truppe di Pancho Villa, liberando il Paese da avvoltoi come Mapache. Novantasei pagine che Peckinpah si beve in un lampo (non volevo fare ironia, questa frase mi è uscita così…), in cui la struttura del film era già presente, ma gli mancava quella scintilla per rendere un anonimo Western qualcosa di davvero grande, per nostra fortuna Bloody Sam aveva fiammiferi e accendini in abbondanza.

Pochi titoli di testa sanno gettarti subito dentro il film come quelli di “Il mucchio selvaggio”.

Peckinpah fa il diavolo a quattro per liberarsi di “The Diamond Story” e passare alla sua nuova ossessione,  “Il mucchio selvaggio” per il regista é quello che sarebbe potuto essere sia Sierra Charriba che “Viva! Viva Villa!”, ma soprattutto ha ritrovato il suo amato Messico e dei personaggi che Sam sa come rendere speciali. Feldman gli crede e per un po’ al progetto crede anche Lee Marvin, che secondo tutti sarebbe un perfetto Pike Bishop, ma fresco del successo di Quella sporca dozzina, Marvin non vuole un altro film pieno di sparatorie, infatti opta per un film di culto, il bizzarro e canterino “La ballata della città senza nome (1969).

“Mucchi” a confronto, i cacciatori di taglie di Deke Thornton…

… contro i “soldati” di Pike Bishop. 

Ma Peckinpah ha la bava alla bocca: Fanculo Lee Marvin, fanculo “Butch Cassidy” e fanculo anche quel fottuto di Arthur Penn, regista della stessa generazione di Peckinpah che Bloody Sam vedeva come fumo negli occhi, il suo “Gangster Story” (1967) e la sua sparatoria finale, avevano alzato l’asticella della violenza mostrata al cinema, l’idea che Peckinpah aveva avuto anni prima, ma che non aveva ancora potuto realizzare perché era incastrato prima in TV e poi in un minuscolo sgabuzzino d’ufficio. Ma ora era il suo momento e Peckinpah aveva le idee chiarissime.

Per Sam Peckinpah la violenza è un riflesso della nostra società, le norme del vivere civile ci insegnano a demonizzarla, ma ne siamo attratti, fa parte di noi, è radicata nella razza umana, ma prima bisogna trovare le facce giuste, prima bisogna radunare il mucchio selvaggio. Per il ruolo di Pike Bishop si bussa alla porta di Robert Mitchum, di James Stewart e ancora una volta di Charlton Heaston che piuttosto che tornare in Messico conPeckinpah, avrebbe preferito vivere su un pianeta di sole scimmie. Quindi, la scelta finale ricade su William Holden.

Una delle più grandi stelle di Hollywood che ha conosciuto il declino per problemi di alcool, ci voleva un regista sbevazzone per regalargli il ruolo della vita.

Per il ruolo di Robert Ryan vengono presi in considerazione Richard Harris, Henry Fonda e persino Brian Keith, ormai fisso nel cast di “Tre nipoti e un maggiordomo”, alla fine la scelta migliore si rivela essere Deke Thornton. Mentre Ernest Borgnine non convinceva per nulla Peckinpah, uno che amava circondarsi (sul lavoro e nella vita) di fedelissimi, ma Borgnine con quel suo sorrisone in grado di riempire lo schermo conquistò tutto compreso il ruolo di Dutch Engstrom, diventando nella stessa carriera l’attore capace di recitare con tutti i miei preferiti, Peckinpah, Corbucci, Carpenter, Craven, fate un nome, facile che Borgnine ci abbia lavorato.

L'importanza di chiamarsi Ernest (Borgnine): una risata vi seppellirà.

A proposito di fedelissimi, Warren Oates pur di prendere parte al film ha divorziato dalla moglie Teddy, poteva scegliere tra un filmetto girato a due passi da casa come “Il dito più veloce del West” (1968), oppure imbarcarsi in un’altra impresa spericolata oltre confine con Peckinpah, lasciando di nuovo la moglie a casa ad aspettarlo. Quando “Il mucchio selvaggio” uscì nelle sale, Warren e Teddy avevano già divorziato (storia vera).

Ma non è stato per effetto delle facce giuste nei giusti ruoli, che una storia convenzionale ed estremamente classica come “Il mucchio selvaggio” è diventato un classico del cinema, ci è voluto altro. Sì, perché di base “The Wild Bunch” è una storia di sacrificio e redenzione come ne abbiamo viste tante al cinema, perché i protagonisti dovrebbero sacrificarsi in quel modo, sapendo che anche nella remota possibilità di uscire vivi dal massacro finale, la ricompensa sarebbe stata minima. Lo stereotipo del fuorilegge dal cuore d’oro non è una novità, ma è Peckinpah che ha saputo utilizzare il 100% del suo talento per trasformare questo film in un classico, anzi scusate, in un Classido!

Peckinpah capisce che per dare spessore ai personaggi, per farci patteggiare per loro e dare un senso alle loro azioni, bisogna costruire loro un passato, uno dei tanti colpi di genio del regista è non far mai recitare insieme nella stessa inquadratura Robert Ryan e William Holden, ad esclusione dei flashback, quella tra Deke Thornton e Pike Bishop è un’eterna rincorsa («Tu lo conosci, che tipo di uomo abbiamo contro?», «Il migliore, non è mai stato preso»). I due personaggi sono opposti, avversari un tempo amici e alleati, il tema del tradimento torna dopo Sfida nell'alta sierra, per raccontarci di due personaggi con tratti in comune con Westrum e Judd: Pike Bishop è un dinosauro proveniente da un’epoca al tramonto, il bandito autobiografico e spesso sbronzo che si è lasciato alle spalle i giorni di gloria («Come pretendi di comandare una banda se non ce la fai neanche a restare in sella?») che, però, non si vuole rassegnare alla fine dell’era della frontiera e anche in questo, è identico al suo creatore Sam Peckinpah.

Il regista e il suo alter ego, identici in tutto, anche nei vizi (e nei baffi).

Deke Thornton è il cavallo di razza ormai domato e imbrigliato dal sistema, anche lui a capo di una sorta di “mucchio selvaggio”, dei cacciatori di taglie che si prendono gioco di lui e derubano i cadaveri lasciati a terra, avranno anche la giustizia dalla loro parte, ma non hanno un grammo dell’onore e della lealtà degli uomini di Pike Bishop, quel senso di unione che Thornton ammira e di cui sente la mancanza. “Il mucchio selvaggio” e la sua storia altrimenti banale, funziona e diventa pura epica, perché passa tutto attraverso la presa di coscienza di Pike Bishop, uno che continua a negare l’evidenza, anche il fatto che ormai la frontiera sia al tramonto e che annegando tutto nell'alcool menta a se stesso, riguardo alla vigliaccheria del suo comportamento con Thornton. Un antieroe attraverso la cui epifania, passa la credibilità del gesto di sacrificio suo e dei suoi fedelissimi. Una scena muta, un risveglio dopo una notte brava in un bordello messicano, diventa la mesta, ma lucidissima presa di posizione di un personaggio, a cui basta una sola parola per convincere i suoi a lanciarsi in un tentativo suicida di redenzione: «Andiamo», perché tra uomini si fa così, non servono tante parole.

Sul set Peckinpah ha voluto improvvisare “una cosa camminata” per i protagonisti, il risultato è questo, una delle scene più epiche della storia di tutta la settima arte (storia vera).

Anche se i dialoghi del film sono tutti coloriti e ben scritti, è grazie a questo film che la strapotenza visiva di Bloody Sam si scatena, sul set il regista era letteralmente un uomo in missione, pare che dopo aver visto le cariche pirotecniche preparate, quelle da nascondere sotto i costumi di scena degli attori per simulare l’esplosione dei colpi di arma da fuoco, Peckinpah abbia messo mano al revolver che teneva nella fondina mentre girava e sparò furiosamente sui costumi gridando: «È questo che voglio!», infatti le cariche vennero raddoppiate come potenza e caricate con molto più sangue finto e pezzi di carne per enfatizzare l’effetto finale (storia vera). Perché per Bloody Sam la violenza non è mai fine a se stessa, pura estetica, ma serve per scavare nell'animo umano provocando reazioni, ecco perché qui la morte non è edulcorata, perché come nella realtà spesso la morte è sporca, dolorosa, grondante sangue. 

Per conferma, chiedete pure ad Angelito, in questo film ha fatto il pieno di violenza.

Bloody Sam rese onore al suo soprannome e fece arrivare in Messico un quantitativo tale di armi e fucili da far sospettare la Warner Bros. che la rivoluzione Peckinpah la stesse organizzando per davvero, specialmente quando si attaccò al telefono per chiedere insistentemente una mitragliatrice. La Warner, come suo solito, su questo ci ha marciato (non si smentiscono mai), infatti basarono la promozione del film sul fatto che per girarlo, siano stati utilizzati più proiettili che durante tutta la rivoluzione messicana. Con 239 fucili e più di 90 mila munizioni, forse avevano anche ragione.

La scena dell’attacco al treno nella sceneggiatura originale era una sommaria descrizione di poche righe, Peckinpah l’ha trasformata in un momento di cinema grandioso, a ben guardare, il passaggio più “giocoso” del suo film, quello che dimostra quanto il suo mucchio selvaggio fosse affiatato, i protagonisti felici della loro vita di criminali, tanto da divertirsi. Borgnine disarma i soldati con un sorriso e un fucile puntato, mentre William Holden sembra un bimbo che gioca a fare il capotreno quando comanda la locomotiva. Già William Holden parliamo di lui!

Ciuff Ciuff acciuffami, tu ciuf-ciuf, acciuffi me (cit.)

Peckinpah non era impressionato dalla sua recitazione durante i primi giorni di riprese, ma poi Holden capì l’antifona, Pike Bishop era l’alter ego del regista, ecco perché Holden si presentò con i baffi sottili, identici a quelli di Peckinpah e cominciò a muoversi e recitare imitando il regista di Fresno (storia vera). Quando vediamo gli uomini del mucchio selvaggio gozzovigliare nel villaggio messicano, celebrando la vita facendo il bagno dentro botti di vino insieme a prostitute locali mezze nude... Beh, credo di non aver mai visto un regista mettere su pellicola la sua idea di paradiso come ha fatto Peckinpah qui. 

Ooh, heaven is a place on earth in Mexico (quasi-cit.)

Ma il cinema di Bloody Sam è gioia di vivere e tragedia, controverso e capace di sbalzi di tono come lui, infatti il suo furore belluino è dietro l’angolo, quando arriva la violenza nel film è una vera e propria aggressione.

Pare che l’idea per l’inizio arrivò in corso d’opera da Emilio Fernández, regista e sceneggiatore messicano che qui interpreta il viscido e perfido Mapache, un tipo espansivo che piaceva un sacco a Peckinpah, un giorno cominciò per caso a raccontargli di quando da bambino gettava scorpioni dentro i nidi delle formiche. Fernández non fece in tempo a terminare il racconto della sua crudeltà infantile che Peckinpah era già corso a modificare la sceneggiatura (storia vera).

Bisogna dire poi che Mapache non si divertiva solo con gli scorpioni, ecco.

Il film inizia sulle note di Jerry Fielding (stesso compositore di “Noon Wine” a lungo rinnegato di Hollywood per le sue idee politiche) che accompagna l’arrivo di alcuni soldati a cavallo, sembrano eroi classici di un Western, invece sono i pistoleri del mucchio selvaggio travestiti. I bambini che giocano gettando uno scorpione in pasto alle formiche è il benvenuto al film, una crudeltà che determina tutto l’andamento della pellicola (non a caso arriva nei primi fatidici cinque minuti) ed anticipa il destino dei personaggi, anche loro finiranno pochi contro tanti in un film circolare, perché si apre e si conclude con un massacro.

Brutte notizie per i nati sotto il segno dello Scorpione oggi...

Il problema del cinema contemporaneo è (anche) quello di aver reso i film d’azione degli innocui giocattoloni con i bordi arrotondati, incapaci di incarnare il dramma e la tragedia che può essere parte integrante anche di un film d’azione. Peckinpah non era solo interessato a mostrare la violenza, voleva utilizzarla per sconvolgere, per costringere il pubblico a scavare nell'animo umano, per farlo in “Il mucchio selvaggio” ha girato 7700 metri di pellicola, solo per la scena finale e un'infinità di inquadrature (il film ne conta 3.650), sì, perché oltre alle munizioni e alla mitragliatrice, Bloody Sam si era fatto spedire in Messico anche quattro differenti modelli di macchine da presa in grado di riprendere a quattro velocità diverse. Con questo quantitativo immenso di materiale grezzo ha letteralmente sommerso la sala di montaggio di Lou Lombardo, anche lui uno con una lunga gavetta televisiva, braccio armato della rivoluzione cinematografica guidata da Peckinpah.

Le automobili, il progresso che avanza, nel cinema di Peckinpah non portano mai con loro nulla di buono.

La tecnica di Bloody Sam consisteva nel tirare fuori il suo film da quella montagna di pellicola, come uno scultore che parte da un blocco di marmo grezzo, Peckinpah con questo film elevò i suoi "flash cut" a pura arte, aggressiva e grondante sangue arte della violenza sul grande schermo.

Il pubblico nel 1969 si trovò davanti ad un film che iniziava con una sparatoria cruenta, una di quelle che rendeva davvero l’idea di come poteva essere trovarsi in un vero scontro a fuoco. Per ogni “cattivo” colpito ci sono bambini innocenti testimoni di un massacro, donne strascinate via da cavalli impazziti dal terrore e vittime civili finite in mezzo al primo grande “balletto di sangue” diretto da Peckinpah, che finalmente aveva trovato il modo di affinare la tecnica che sarebbe diventata il suo marchio di fabbrica. Alla sua uscita nelle sale registi come Martin Scorsese e Paul Schrader, riconobbero che Bloody Sam era riuscito a superare i rallenti e il livello di realistica violenza del suo maestro, Akira Kurosawa.

No, Peckinpah di sicuro non ci pensava ai bambini (mi dispiace signora Lovejoy)

Lo scontro finale non è certo da meno, quella che è stata ribattezzata “La battaglia del portico insanguinato”, frutto di un mezzo blocco creativo per il regista (storia vera) è il culmine di un film in cui Sam Peckinpah aggredisce lo spettatore con una violenza da cui è impossibile distogliere lo sguardo, ma che allo stesso tempo rappresenta il massimo delle capacità artistiche e autoriali di Peckinpah. Una mattanza in cui i personaggi per cui ormai patteggiamo, gli antieroi tragici di un’era al tramonto, vengono macellati sotto i nostri occhi, attraverso le loro sofferenze fisiche passa il loro sacrificio. Epica, sangue, lealtà, violenza, Sam Peckinpah al suo meglio, il suo trionfo come regista e come autore.

Se sei vivo spara e se stai morendo, spara con la mitragliatrice.

“Il mucchio selvaggio” è diventato un modo di dire, è stato citato da un Maestro come Leone e credo ci sia almeno un porno con lo stesso titolo (non ho verificato, me lo ha detto mio cuGGino!), un capolavoro che ha cambiato per sempre la storia del cinema e che, ovviamente, non fu capito subito dal pubblico che quell’anno al cinema premiò titoli più classici come “Il Grinta”, oppure più facili da inquadrare nella nascente controcultura americana come “Butch Cassidy” e“Easy Rider”. Come sempre, la rivoluzione non bussa e quando arriva, lascia straniti, ci vogliono un certo numero di anni per capire di essere stati al centro di una rivoluzione, una vera. Oggi “Il mucchio selvaggio” non è solo ricordato come uno dei migliori film di Sam Peckinpah, ma come un vero classico del cinema americano, il cowboy da Fresno, l’uomo con la testa piena di alcool e genio era riuscito a portare al cinema la sua malinconia per la scomparsa della frontiera, ma anche una buona fetta della ferocia accumulata nella sua vita. Il cinema non sarebbe mai più stato lo stesso.

Ma un punto di arrivo così alto non è la fine per questa rubrica, ci rivediamo qui la prossima settimana, ci aspetta una ballata malinconica, non mancate!

52 commenti:

  1. Post chilometrico, ma splendido😀

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    1. Sono scappato un po' fuori il limite che di solito mi auto impongo, il film lo richiedeva, grazie mille davvero ;-) Cheers

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  2. Pezzo strepitoso e traboccante entusiasmo. E ci sta tutto, direi.
    Ci siamo, finalmente.
    Peckinpah da' inizio alla sua cavalcata trionfale.
    Stavolta il vero colpo di genio, piu' che dargli mezzi e carta bianca, e' un altro.
    Forse i film precedenti non hanno avuto il successo sperato. Ma hanno sicuramente colpito qualche produttore emergente. Che all'improvviso ha un'idea.
    Mettere alla prova Sam con i miti del West. Ma quelli VERI, pero'.
    Qui siamo nel campo della pura leggenda, ragazzi. E persino una testa calda come Peckinpah, che col mondo della frontiera ci e' cresciuto, non puo' rimanere indifferente.
    E infatti accantona le scemenze, si presenta attento e concentratissimo ed approccia il soggetto col massimo rispetto. Quello che in genere si riserva ai monumenti.
    Un capolavoro. Fonde i due "Wild Bunch" esistenti (per le cronache del tempo esistevano due bande. Una era quella del terzetto di banditi gentiluomini Butch Cassidy, Sundance Jim o Kid e Kid Curry, e operava nel Wyoming usando come quartier generale una vallata chiamata il Buco nel Muro, che era una sorta di fortezza naturale. E durante le loro rapine, scorribande e assalti ai treni cercavano di non ammazzare nessuno. Tutto il contrario dell'altra che operava nel Missouri e stati limitrofi che erano belve scatenate) per dare vita ad un confronto tra ideologie.
    (continua)

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    1. Ha dato una spallata alla storia del cinema questo film anche solo per il modo di utilizzare il montaggio in modo così creativo, Peckinpah “scolpiva” il suo film, tirandolo fuori dal blocco di marmo del girato grezzo. Cheers!

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  3. Da una parte i tagliagole istituzionalizzati (come lo erano i Jayhawkers nordisti o gli ex-banditi che diedero la caccia al ferocissimo Quantrill e al suo esercito di criminali) di cui molti sono persino ex-membri del gruppo che inseguono, e che sfruttano la loro posizione per combinare ogni porcheria di sorta ben sapendo che gli e' quasi tutto permesso.
    Dall'altra...uomini liberi. Piu' liberi di quanto il resto delle altre persone puo' sopportare o tollerare.
    Perche' la liberta' non esiste, ammettiamolo pure. Ma non e' buon motivo per non continuare a cercarla.
    Liberi, dunque. Anche di morire, se di tratta di fare la cosa giusta.
    Anche aiutare e vendicare un animo nobile, per quanto ingenuo e idealista.
    O portare le armi trafugate a chi puo' davvero salvare quel paese e riportare l'ordine, piuttosto che a un aguzzino che le userebbe solo per aumentare la propria potenza di fuoco.
    Se ne salveranno in pochi, e quei pochi non saranno piu' gli stessi.
    Capolavoro. Una pietra miliare.
    E ribadisco...davvero un'ottima recensione. I miei complimenti.
    Chiedo venia per la lunghezza, ma sono patito di queste cose.
    Infatti sto pregustando il momento in cui salteranno fuori Billy the Kid e Pat Garrett...

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    1. Ti ringrazio molto, si vede che il film mi piace vero? ;-) Cheers

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  4. Leggevo il tuo post e... Cacchio, non hai mai recensito "Butch Cassidy" di Hill?!?! Film che a casa mia girava spessissimo alternandosi a "La Stangata" (giusto per restare agli stessi protagonisti).

    Borgnine ha pure recitato con Homer Simpson. Aggiungilo pure alla lista dei tuoi favoriti coi quali ha lavorato.

    Vabbè, arriviamo al film. Qua siamo in zona altissima della storia del cinema. Scene mitiche e iconiche, personaggi scolpiti nell'immaginario collettivo. Ricordo il sangue a fiumi e mi sorprese (e diciamo "impressionò") non poco perché da ragazzino a certe scene non ero abituato, sopratutto nei western visto che c'era lo sparo e il tipo che cascava da cavallo già bello che stecchito. Filmone imprescindibile e post altrettanto valido. Bravo Capo! Ti aspettavo al varco con questa rece e non mi hai deluso. Segno una birra.

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    1. Quando compari nei Simpson vuol dire che sei arrivato ;-) Devi capire che io ho un piano per la vecchiaia, chiudere tutto un giorno e aprire un blog dedicato interamente ai film Western, fosse per me scrivere idi Western con la stessa frequenza di cui scrivo di Horror, solo che i secondi nel 2020 hanno pubblico (anche i più brutti) i Western purtroppo no, ma come vedi torno alla frontiera ogni volta che posso, anzi ne arriveranno altri oltre a quelli di Peckinpah ;-) Grazie capo, un giorno le berremo insieme! Cheers

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  5. Ahimé non sono un cinefilo (ma sono decisamente un cinofilo!), ma comunque Il Mucchio Selvaggio è in assouto uno dei miei film preferiti; solo che fino ad oggi me lo guardavo in dvd e basta, non avevo praticamente mai letto niente sul film o sul regista (anche se anni fa ho comprato un libro su Peckimpah che è ancora lì sullo scaffale, intonso... oh, non si può leggere tutto nella vita!). Quindi, il tutto per dire che GRAZIE, mi hai fatto scoprire tantecose che non conoscevo e forse mo' me lo vado a leggere quel libro e, con l'occasione, riguarderò per l'ennesima volta il film.
    A proposito: non so se c'è un porno con lo stesso titolo, ma per anni c'è stata in Italia una rivista di musica molto seria (fino un po' troppo...) che ha smesso di uscire soltanto due anni fa.
    Gran bell'articolo, come sempre. Grazie.

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    1. Sono anche cinofilo, quindi sfondi una porta aperta ;-) La rivista di musica purtroppo l’ho conosciuta troppo tardi infatti ho dimenticato di citarla, grazie per averlo fatto tu. Di che libro di tratta? Così per curiosità. Sono i oche ringrazio te, se riesco a convincere qualcuno a vedere o rivedere un grande film, ho fatto solo il mio dovere ;-) Cheers!

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    2. Il libro è della Lindau, di cui ho molti altri libri sul cinema (la maggior parte mai letti...) e si intitola Sam Peckimpah. Il Mucchio Selvaggio. E' uscito un discreto numero di anni fa, perchè ricordo che lo comprai dubito dopo aver comprato il dvd del Mucchio in special edition double dvd e mi pare fosse il 2008 o forse anche prima...
      Cheers a tuà ;)

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    3. Non ricordo se quello l'ho letto, quindi non posso consigliarti, ma in generale i libri su Peckinpah mi piacciono molto. Ho trovato preziosissimo e molto ben fatto, sia per come è scritto ma anche perché riassume bene le storie di produzione che avevo già letto e pescato altrove, condite da materiale inedito di primissima mano, “Se si muovono… Falli secchi!” di David Weddle, l’ho consigliato e citato ad inizio rubrica ma è uno dei più belli e completi su Bloody Sam. Giusto per aggiungere un titolo alla lunga lista di quelli da leggere ;-) Cheers

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  6. Come al solito, caro Cassidy, mi piacciono sempre moltissimo le storie "produttive" dietro ai capolavori, intrecciate con la vita vera dei registi. Certo che c'è una vera e propria opera di "smontaggio", passami il termine, di quelle che sono considerate le esistenze dorate della Hollywood dei tempi buoni. Soprattutto mi piace pensare che anche i grandi come Peckinpah hanno avuto un piccolo ufficio, ridimensiona molto anche le nostre (magre) esistenze e ci fa capire che nulla arriva senza lotta e sacrificio. Solo chi si ferma all'apparenza non riesce a cogliere questi aspetti. E grazie alle tue rubriche sto imparando molto su registi e film che ho amato. Il mucchio selvaggio rientra tra questi, era una piccola ossessione di mio padre, anche controvoglia l'ho visto la prima volta, poi regolarmente, apprezzandolo sempre più. Forse anche perché rivedendolo a distanza di tempo ero cresciuto e capivo molto meglio la disillusione e anche l'onore e l'onestà che i cosiddetti delinquenti avevano in disi maggiori rispetto a quelli "buoni" e quindi alla fine capisci che il loro sacrificio è quasi catartico. 👋

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    1. Con Peckinpah si rischia di avere tantissimo da dire sulle storie di produzione, ancora di più sulle sue vicende personali, e dopo aver scritto un botto (come ho fatto qui) di avere ancora il film da commentare ;-) Mi piace dividere l’arte dall’artista, ormai si tende a mitizzare più l’artista che l’opera e poi santi alla Bara Volante non ne vogliamo, ci piacciono i registi controversi qui, che generano emozioni e reazioni ;-) Cheers!

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  7. Ho visto questo film, se il western è uno dei miei generi preferiti è anche grazie a questo film, dopo Leone ovviamente, quindi Sam in verità ho già conosciuto ;)

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    1. Che poi Leone e Peckinpah avevano due stili quasi opposti, ma quel filo di malinconia presente in entrambe le filmografia, non è un caso se Leone ha provato ad affidare a Peckinpah la regia di "Giù la testa" ;-) Cheers

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  8. Bello, bello, bello. A me piacciono un po' tutti i western, da John Wayne a Butch Cassidy a Appaloosa a Gli spietati a Mezzogiorno e mezzo di fuoco... Il Mucchio Selvaggio è un genere nel genere, mi ha colpita, un po' anche disturbata per la violenza e quell'odore di rassegnata ma lucida decadenza, ma mi è davvero rimasto impresso: chi se lo scorda il sorriso di Borgnine? Post eccellente Cassidy!

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    1. Il sorriso di Borgnine è patrimonio dell’umanità, Monnalisa, levati, ma levati proprio ;-) Mille grazie davvero! Cheers

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  9. Che film! Gurada, non faccio nenache commenti... Mi limito a dire che Mucchio Selvaggio è anche il nome della Split tape dei Negazione e Declino, due storiche band Hardcore della tua Torino <3

    Lo spirito continua 138!

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    1. I tuoi oscuri gusti musicali sono una garanzia… We are 138! ;-) Cheers

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  10. Finalmente un film che ho visto con sicurezza, anche se il mio database dice che l'ultima visione risale al 2014: è passato troppo, scatta il Bloody Sam Friday ^_^
    Mi immagino la faccia dei dirigenti Warner davanti alla lista degli armamenti richiesti: non è che davvero Sam sta organizzando una rivoluzione in Messico? In fondo a Sammyville, capitale del Sammystan, ci si sarebbe divertiti come pochi posti al mondo :-D

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    1. Questo lo hai visto di sicuro ma il Blood Sam Friday mi piace, io sto facendo il Jackie Friday grazie alla tua rubrica (storia vera) ;-) Il Messico avrebeb per lo meno dovuto nominare Peckinpah cittadino onorario, ci ha passato molto tempo divertendosi un sacco, stato libero del Sammystan aahaha che spasso :-D Cheers!

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    2. Incredibile, o sei anni fa ho visto una versione edulcorata o sono caduto battendo la testa e si sono cancellati tutti i ricordi! Durissimo e bellissimo, un pugno nello stomaco mentre ti danno una bastonata in testa.
      Mi piace che per l'inizio Peckinpah abbia detto "la tocco piano", e a due minuti dai titoli di testa ci siano già budella che volano in aria e sangue a ettolitri, e questo è quello che è passato alla censura: figurarsi cos'aveva davvero girato!
      Una nuova storia di eroi al crepuscolo, che cadono a testa alta e non diventano né uomini di legge bestie né bestie criminali, come i loro inseguitori. Bellissima la distinzione sul dare la propria parola: conta la parola... o la persona a cui la si è data? Una distinzione pericolosa, perché porta allora a rimangiarsela quando meglio ci fa comodo. L'eroe ha tanti difetti, ma i valori giusti ce li ha tutti dentro.
      Sono andato a ricontrollare, e nell'audio-commento di "Predator" John McTiernan dice di aver scelto di mostrare alla fine gli eroi vivi e sorridenti prendendo l'idea da un film precedente, «volevo far rivedere i membri del gruppo tutti vivi, come in Quella sporca dozzina (1967)», ma mi sembra strano che un po' di "mucchio" non ce l'avesse in testa :-P
      Per finire, ammazza che infami e bastardi che sono i ragazzini in questo film!!!!

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    3. I ragazzini, una sorta di coro greco che anticipa il destino dei protagonisti e quell'inizio, per un altro registra sarebbe l'apice del film, qui é l'inizio. Sono sicuro anche io che McTiernan un po' di questo film lo aveva in testa. Peckinpah ha ispirato tutti, da Walter Hill a Milius, che dopo aver visto questo film ha trascinato George Lucas in sala al grido: tu devi vederlo, un film grandioso! (storia vera). Cheers

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  11. Post fantastico e quasi biblico, come il film merita 🤣 strano che Bloody Sam venga sempre citato così poco...

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    1. Di solito sono orientato su “saggio breve” come lunghezza, ma con Peckinpah sto rischiando veramente la modalità “Bibbia”, solo per numero di parole ovviamente. Purtroppo viene dato per scontato, ad un certo punto della carriera era quello dei “Balletti di sangue” e basta, quando non è stato solo quello, anzi.
      Quanti articoli di cinema hai letto, scritto da professionisti pagati, che davanti al primo rallenti hanno scritto qualcosa tipo: rallenti ad esaltare la violenza in stile Peckinpah. Ne ho letti un milione (anche utilizzati a caso) io, figuriamoci tu da appassionato di Zack Snyder. Cheers!

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  12. ottima recnsione. come sempre.

    a me il film piace.

    molti lo trovano troppo lungo e lento-

    molti critici hanno visto un omesessualità latente nel personaggio di borgnine perchè non va a prostitute.

    bò !!!

    io non ce l'ho vista -

    ma chi se ne frega .

    grande film

    a borgnine non perdono una cosa : aver recitato con claudio bisio.

    in sto film a parte warren oates e robert ryan tutti hanno un oscar sul camino

    rdm

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    1. Il cinema Western, in quanto padre nobile di tutto il cinema d’azione americano a seguire, è da sempre più maschile che femminile, quindi ogni tanto qualche critico tira fuori questa novità del sotto testo omosessuale, dai film di John Ford fino a “Top Gun”, torna questa ENORME novità che nessuno ha mai sottolineato è che trovo di una banalità incredibile visto il più delle volte è solo negli occhi di chi guarda e nelle penne (e le tastiere) di chi scrive, aveva scritto l’epitaffio della questione Jimmy Stewart sull’argomento ;-)

      Sono per la tua teoria dell’Oscar a tutto e tutti, invece io Borgnine lo perdono perché non ha colpe, non ha mai avuto problemi a farsi dirigere da registi italiani (Sergio Corbucci in “Poliziotto superpiù”), non ha mai diviso il cinema tra “alto” e “basso” e visto che non credo che scriverò mai di “La mossa del Gorilla” (mi pare fosse quello il titolo del film, visto solo per la presenza di Borgnine, storia vera), la storia più bella in assoluto, più bella del film, te la scrivo qui:

      Pausa pranzo sul set di quel film, Claudio Bisio e il resto del cast (molto italiano per dirla alla Stannis LaRochelle) si lamenta, e che schifo ‘sta mensa, sempre la stessa roba puah! Si voltano, al tavolo dietro di loro Borgnine, leggenda vivente, ha lavorato con tutti da Carpenter a Peckinpah a Bob Aldrich, con uno uno ma DUE piatti di fagioli tipo Trinità intento a fare scarpetta con il pane, guarda Bisio pollice in alto e in Italiano gli dice: «Buono, buono tutto buono!». Da allora nessuno ha avuto più il coraggio di lamentarsi del cibo (storia vera). Cheers!

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    2. Io Borgnine lo ricordo soprattutto per Supercopter (aka Airwolf), da bambino mi piaceva un frappo quel telefilm con Jan-Michael Vincent, anche lui, purtroppo, ci ha lasciato troppo presto. 👋

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    3. Incredibile, per decenni non ho MAI sentito parlare di Supercopter, né incrociato in qualsiasi modo, poi d'un tratto in due ne parlano, a distanza ravvicinata. Uno sei tu, l'altro è il mio sindacalista che voleva rivederne qualche puntata ma non si trova da nessuna parte.
      Io ricordo da ragazzino "Tuono blu" con Roy Scheider che non si capiva cos'era, dalla locandina pareva un horror ma non lo era - solo in tempi recenti ho scoperto che era un film di denuncia con cui Dan O'Banon se la prendeva coi poliziotti infami, prima che la produzione riscrivesse tutto e lo accompagnasse alla porta - ma altri elicotteri all'epoca proprio non ne ricordo, quindi la serie nata dal film mai incrociata, ma neanche vista sulle guide TV! Boh...

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    4. Guarda caro Lucius, lo ricordo bene perché era stato lanciato d'estate nel 1986, come alternativa a Supercar che cominciava un pò a stufare, con frequenti pubblicità, sempre su Italia1, ovviamente. Poi non è che sia stato riproposto molte volte, forse per questa concomitanza di eventi, lancio estivo e poca riprogrammazione, lo hai mancato. Comunque era fatto bene.
      Tuono Blu è uno dei miei film preferiti, anche se edulcorata, la critica sociale, soprattutto alla corruzione imperante, si percepisce. In più c'è il grande Roy Scheider, non aggiungo altro. Peccato per l'elicottero che fa una brutta fine... 👋

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    5. Questo spiega molte cose, perché quell'estate arrivò in Casa Etrusca il videoregistratore e su Italia1 iniziò il più bel telefilm della storia del mondo, "Master", con Lee Van Cleef maestro ninja inseguito dal suo perfido allievo Sho Kosugi. Il piccolo cuore dell'Etrusco dodicenne è più volte caduto sotto il peso micidiale di cotanta miticità in una sola serie!
      La guerra quotidiana per l'uso del registratore, che non è stato mai un solo minuto spento per i successivi dieci anni, lasciava poco spazio a "sperimentazioni". All'epoca in famiglia i film erano per il fine settimana, gli altri giorni si registravano serie TV. Capisci che fra Starsky e Hutch, Simon e Simon e secchiate di altre serie, rimaneva ben poco margine di manovra per provare altri titoli.
      Comunque rimane il fatto che Supercopter non mi è mai capitato di vederlo neanche sulle Guide TV, o citato a scuola. I miei compagni vedevano tante serie che non seguivo, ma i cui titoli mi erano familiari. Mi sa Supercopter è stata una meteora vista da sole due persone: tu e il mio sindacalista :-D

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    6. Eh eh, combinazione anche me arrivò il videoregistratore nel settembre 1986, un Panasonic che sembrava un frigorifero tanto era spesso, però aveva l'utile funzione della programmazione della registrazione. Ricordo ancora quando lo usavo per registrare i film horror, tipo Unico indizio la luna piena e poi il Playboy Show (che veniva dato in tarda serata, ma non ditelo a mia madre) sempre sullo stesso cassettone vhs da innumerevoli minuti, ovviamente prima il film, in modo da coprire il secondo... Ci si industriava, 👋

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    7. Incredibile, anche noi avevamo un Panasonic: non ricordo il modello ma era qualcosa come LV426, che è il nome del pianeta di Aliens ma ormai l'ho associato a quel registratore :-D
      Non avevo alcun controllo sulle registrazioni, data la tenera età, credo forse intorno al 1990 sono riuscito ad avere una paghetta sufficiente da comprare cassette vuote (poche) e a cominciare a fare magheggi tipo registrare un film "con strascico" proprio puntando a trasmissioni serali frizzantine. Però le occasioni erano davvero rare.
      Ormai siamo leggermente OT: Cassidy ha mandato un Supercopter ad arrestarci :-D

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    8. L'importante è che non ci mandi l'a-team, non vorrei che fossimo vittima di un piano ben riuscito! 😜

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    9. In effetti a differenza di altri sarà stato poco trasmesso. Pure io mai beccato.😳

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    10. Ho verificato che avevamo il Panasonic NV-G10, quello che compariva anche negli spot pubblicitari. Per Supercopter non so che dire, se non che ero veramente un teledipendente, per questo difficilmente mi sfuggiva qualcosa sulle tv generaliste dell'epoca. Comunque speriamo che Cassidy non ci mandi l'a-team sopra Supercopter... 👋

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    11. Giusto perché avete aperto la parentesi, la concludo dicendo che avrei un post su “Tuono Blu” da scrivere, spero di riuscire a farlo il prima possibile ;-) Cheers

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    12. Magari, mi piacerebbe molto leggerlo! A questo punto, però, dovresti farne uno anche su Supercopter!! 😜

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    13. Attendo con ansia il Tuono Blu, al che torneremo a riscrivere tutti questi commenti sotto quel post :-P

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  13. Bellissimo pezzo per un capolavoro. Aspetto i post della retrospettiva di Bloody Sam come il pane ;)

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    1. Mille grazie capo, per altro ti avevo letto ai tempi ma dimentico sempre di inserire un link alla fine del post per la tua retrospettiva, prometto di cercare di ricordarmi per i prossimi capitoli! Cheers

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  14. nella foto con angel massacrato quello a destra è il regista alfonso arau

    il profumo del mosto selvatico è opera sua


    meglio come attore

    molto meglio

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    1. Come regista si, come attore era in "El Topo" e in "I tre amigos!" di Landis ;-) Cheers

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  15. Quando arriva quel "Andiamo", quello che tutti e dico tutti i personaggi del "Mucchio" aspettavano per riscattarsi, il modo con il quale si guardano tra loro è forse una delle 3 o 4 scene più mitiche della storia del cinema (a quello aggiungerei anche i duelli leoniani, quel "Luke sono tuo padre" dell'"Impero Colpisca Ancora" e poco altro.

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    1. Aggiungo solo Amen, una scena potentissima (con pochissime parole, come si fa tra uomini) che arriva dopo la presa di coscienza di Pike Bishop, momento incredibile ;-) Cheers

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    2. Si era capito tranquillo ;-) Cheers

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  16. Quando da una breve sceneggiatura ne tiri un film "leggermente" importante per la storia del cinema... chissà cosa sarebbe successo se Sam Peckinpah non avesse trovato quelle carte.

    "Il problema del cinema contemporaneo è (anche) quello di aver reso i film d’azione degli innocui giocattoloni con i bordi arrotondati, incapaci di incarnare il dramma e la tragedia che può essere parte integrante anche di un film d’azione". 137 minuti di applausi.

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    1. Oppure se non avessero avuto la lungimiranza di proporgli “Noon Wine”, ci sono una serie di universi paralleli in cui questo film non esiste, per una volta noi viviamo in quello giusto ;-)
      Che poi i film d’azione (di cui il Western è il padre nobile) sono dove si sperimenta per davvero, se sai dirigere un bel film d’azione puoi fare quello che vuoi. Ora come ora solo il genere Horror funziona ancora come “palestra” per gli altri generi, mentre i film d’azione e d’avventura ormai hanno un target che deve comprendere il pubblico dai 5 ai 70 anni, per quello sono tutti edulcorati. Cheers!

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  17. Un film crepuscolare, con grandi attori che ha fatto scuola per la tecnica di montaggio oltretutto. La prima volta che vidi i film di John Woo notai una certa somiglianza con Sam, va be' non mi spreco per Walter Hill con il suo Extreme Prejudices. Mi ricordo quasi tutto: l'incipit tra scorpioni e la rapina, il caffè del vecchio Sykes, la camminata finale ed il relativo massacro. Questo sì che è un film che va a prendere il diavolo per la coda!

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    1. La frase sul sale sulla coda era la prima bozza di titoli per questo post (storia vera). Per il resto proprio così, Walter Hill che è un divo del muto e parla solo il mercoledì (e nemmeno tutti), scioglie la lingua solo per le lodi a Sam Peckinpah, la sua filmografia è un’ode al regista di Fresno. Cheers

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