giovedì 11 giugno 2020

The Last Days of American Crime (2020): il crimine non paga (offre Netflix)

Uffici di Netflix, interno giorno.
Una fastidiosa musica latino americana accompagna il trenino dei dirigenti del popolare calare di streaming: «Abbiamo azzeccato un fi-film! Abbiamo azzeccato un fi-film! Ehhhh meu amigo Tyler Rake


Tyler Rake era un solidissimo film d’azione, tratto da un fumetto poco famoso. Evidentemente i tipi di Netflix hanno pensato di replicare il successo ripetendo la formula, questa volta la storia scelta è un fumetto di quel genietto di Rick Remender e disegnato da Greg Tocchini nel 2009.

Dopo aver visto il film, ho solo voglia di leggermi il fumetto.
Benedetti da qualche potenza superiore (forse il Dio dei fumetti in persona, che io immagino abbia il volto di Jack “The King” Kirby), Netflix azzecca in pieno anche le tempistiche, far uscire sulla sua piattaforma, proprio in questi giorni, una storia distopica su un futuro in cui alla polizia viene concessa carta bianca (e abbastanza tecnologia) per stroncare con la forza la criminalità. Eppure nemmeno mettere a disposizione il film il giorno 5 giugno 2020, nel pieno delle proteste per l’omicidio di George Floyd, ha fatto abbastanza scalpore, anche perché “The Last Days of American Crime” è piatto senza quasi possibilità di appello.

Anche perché se prendi il lavoro di uno di norma bravo come Rick Remender, ma lo fai adattare al cinema dallo sceneggiatore di “Oblivion” (2013), un film che aveva proprio nella trama tutti i suoi punti deboli, non è che fai proprio un affare cara Netflix. Ancora meno poi, se affidi la regia a quel tamarro senza freni di Olivier Megaton, l’uomo lanciato da Luc Besson, che ha diretto “Transporter 3” (2008) ma anche Taken 3, il film per cui Liam Neeson ha dichiarato: «Basta! Torno a fare film drammatici!» (storia vera).

"Stavo cercando Liam Neeson, lo avete visto per caso?"
L’intuizione di Rick Remender è valida e parte dalle basi del noir e dell’Hard boiled, avete presente il criminale che in una storia annuncia l’ultimo colpo in carriera prima di ritirarsi? Un classico vero? Da “Strade violente” (1981) in giù lo hanno usato tutti prima o poi. Qui il concetto viene espanso e reso ancora più intrigante: entro sette giorni gli Stati Uniti di Yankeelandia, rilasceranno nell’etere un segnale chiamato API, in grado di interferire con la capacità del cervello umano di infrangere la legge. Un sistema altamente sperimentato (seee! Credici) che metterà fine alla criminalità, se per caso ci fosse qualcuno contrario alla sperimentazione umana, potrà sempre provare ad attraversare il confine e scappare da quei “femminielli” dei Canadesi, sempre se è in grado di evitare i valichi e le mitragliatrici piazzate lungo il confine. Non un bel muro? Strano non abbiano messo un muro, quello nella realtà di questo film, sarà stato costruito al confine con il Messico.

Il protagonista Graham Bricke (un tonno, per la precisione pinne gialle chiamato Edgard Ramìrez) pensa bene di sfruttare questo grande “rompete le righe”, per raddrizzare gli ultimi torti subiti e sistemarsi per sempre, per farlo incappa in quella che la voce narrante, descrive come una donna che cambia tutto, quella per cui saresti pronti ad uccidere. A questo punto ti aspetti che ad interpretare Shelby Dupree, arrivi una fatalona tipo Eva Green, una tutta curve tipo Christina Hendricks, invece… Ciccia! Arrivano i trenta chili bagnati di Anna Brewster, che quel tamarro di Olivier Megaton sottolinea, usando come sottofondo alla sua entrata in scena “Give me a reason to love you” dei Portishead, salvo saltare un secondo dopo agli Stooges con “I wanna be your dog”, mentre i due personaggi fanno sesso in bagno, con lei ovviamente sollevata e contro il muro come la convenziona cinematografica delle scene di sesso insegna. Qui i trenta chili della Brewster dimostrano la loro utilità.

Il cappotto di plastica un tempo lo usava Joanna Cassidy (nessuna parentela giuro), una femme fatale di ben altro livello.
La trama si complica (e diventa più noiosa) con l’entrata in scena di Kevin Cash, figlio di un boss in cerca di riscatto, matto come un cavallo ed interpretato da uno che di norma trasuda follia come Michael Pitt. Nella sagra dello spreco però, Pitt arriva secondo, perché pur recitando sempre sopra le righe, nemmeno con tutta la sua capacità di fare la parte del matto, l’attore riesce a bucare lo schermo e a smuovere lo spettatore dal torpore in cui “The Last Days of American Crime” lo farà sprofondare.

"Look at my shit!" (Cit. che vale come imitazione di James Franco)
Un film d’azione che dura la bellezza di 149 minuti, molti dei quali, sprecati a vedere attori come Sharlto Copley, nella parte del super poliziotto che non vorrebbe per nulla mollare per sempre il suo lavoro da sbirro, ma che qui risulta piatto e anonimo come non mai. Cioè, Sharlto Copley anonimo? Come cacchio si fa a rendere tappezzeria uno nato sopra le righe come l’attore sudafricano? Chiedetelo ad Olivier Megaton perché io proprio non lo so, sta di fatto che Copley, entra in scena e scompare come se fosse il campione del mondo di nascondino.

"Ora mi vedete, ma tra poco scomparirò come David Copperfield"
La premessa di “The Last Days of American Crime” ribalta lo spunto di La notte del giudizio, qui è la polizia ad avere carta bianca per stroncare la criminalità, proprio ora che nel mondo si susseguono le proteste per il brutale omicidio di George Floyd, un film così poteva essere sul pezzo, pronto a mordere se necessario, facendosi forte di un tempismo imprevedibile ma impeccabile, un po’ come quando siamo tutti finiti a vedere Il buco (per citare un altro titolo Netflix), mentre eravamo tappato in casa durante la Fase uno.

Invece Olivier Megaton svolge il compitino, la trama procede piatta ed eccessivamente verbosa per un film che dovrebbe promettere ritmo (il protagonista ha solo sette giorni a sua disposizione) e anche l'azione latita, anzi, arriva quasi tutta nel finale e di certo non per merito di quel tonno pinne gialle del protagonista, quando più che altro del grosso camion nero che utilizza nell'ultima scena. Sentire le sgommate coprire finalmente due ore abbondanti di inutile ciarlare, non ripaga del tempo perso ma almeno regala un finale che in parti giustifica l’etichetta “Action” data al film.

In compenso, Olivier Megaton per non farsi mancare niente e per confermarsi tamarro dai buoni gusti musicali, sui titoli di coda infila a caso “Personal Jesus” dei Depeche Mode, giusto per confermare che guardare questo film è un po’ come lasciare Spotify aperto sulla modalità casuale, senti partire pezzi fighi a caso senza sapere il perché, tanto a pagare i diritti per le canzoni ci pensa Netflix, che ci frega!

Le facce degli spettatori, dopo i 149 minuti di questo film.
Insomma, questo film mi ha lasciato solo con la voglia di recuperare il fumetto di Rick Remender, uno che è riuscito a firmare una run di storie bellissima, anche utilizzando come protagonista quel fagiolone di Capitan America, uno che partendo da una premessa cretina (Frank Castle morto e risorto) ha reso “Franken-Castle” una storia di mostri spassosissima, mentre il suo Black Science è pura fantascienza con un ritmo a rotto di collo, insomma ragazzi di Netflix, i fumetti tante volte è meglio leggerli piuttosto che adattarli male in film anonimo come questo.

18 commenti:

  1. Altro film da evitare, grazie di avermi evitato una perdita di tempo!

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    1. Sono convinto che serva anche fare questo, mi sono preso una pallottola (della durata di 149 minuti) se posso evitarla agli altri, lo ritengo comunque un servizio di pubblica utilità ;-) Cheers

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  2. Imbarazzante, senza capo né coda dalla trama ai personaggi.
    Scene ridicole come quella della sparatoria da 1 metro con i mitragliatori, il grande "colpo" è una tavanata allucinante.
    Ma è proprio tutta una sequenza di scene ridicole incollate una dopo l'altra con il vinavil scaduto.
    E pensare che l'idea di partenza non era malaccio e poteva venirne fuori qualcosa di buono, ma il regista voleva fare il fenomeno ed ha tirato fuori una porcata.

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    1. Per non parlare di certe svolte, specialmente quelle legate al personaggio di Michael Pitt, niente continuerò a preferire i Transformers, Olivier Megaton resta il capo dei Desepticon, non mi fido di lui ;-) Cheers

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  3. Che ricordi, Franken-Castle, folle il giusto e divertente. Quindi ho fiducia che il fumetto in questione sia buono: sul film mi associo ai ringraziamenti per esserti preso tu questa pallottola che noi eviteremo :-D

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    1. Per fortuna ho la pelle anti proiettile dopo tanti anni di film e filmacci, ora sono curioso di leggere il fumetto, Rick Remender normalmente è uno che mi lascia contento dopo la lettura di un suo fumetto. Cheers!

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  4. L'avevo adocchiato e una volta letta la trama l'avevo segnato per i prossimi giorni. La trama, legata a doppio filo alla cronaca odierna, mi pareva abbastanza buona. Bastava fare un lavoro onesto (ti ricordi cosa dicevamo sul film di ieri?) e sarebbe venuto un fuori un bel prodotto.

    Da quanto leggo hanno fatto 'na mattonata piattissima... Depennato dalla lista.

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    1. Esatto è proprio l'anti The Wretched da questo punto di vista, inoltre penso che come miniserie avrebbe funzionato meglio, così invece dopo due giorni dalla visione, per fortuna almeno sto già cominciando a dimenticarlo. Cheers

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  5. Però peccato per Liam Neeson, che ha spaccato parecchi culi nonostante l'età e il fisico non proprio adatto. Netflix, devo ammettere, a parte qualche rarissima eccezione, coi film non c'azzecca manco per caso. Sulle serie c'è qualche chicca in più effettivamente.

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    1. Ne scrivevo sul post di "Darkman", ho imparato lì a conoscere e apprezzare Liam Neeson, per me sarà sempre uno dedito ai film di genere, gran spacca culi prestato (con successo) al cinema drammatico, ah ma prima o poi torna, la sua casa è il cinema di genere :-P Vero, Netflix va forte con le serie con i film pratica la pesca a strascico, tira su tutto quello che capita e lo mette a disposizione sulla sua piattaforma. Quando i film li produce però, i soldi non gli mancano (citofonare Scorsese per conferma), se solo li usassero con un po’ di giudizio. Cheers

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    2. Infatti, per The Irishman dobbiamo essere comunque eternamente grati a Netflix e poi ogni tanto qualche robetta decente esce.

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    3. I capitali li hanno, avrebbero bisogno solo di qualcuno con la testa sulle spalle a gestirli, poi potrebbero essere il porto franco di tutti i registi in cerca di finanziamenti, in un attimo hanno sfornato "storia di un matrimonio" e "6 underground", giusto ieri ho visto l'ultimo di Spike Lee. Indipendentemente dai generi e dai risultati, se mettessero sotto contratto uno capace di attirare i registi giusti potrebbero svoltare. La fuori è pieno di nomi grossi in cerca di capitali per girare. Cheers!

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  6. 149 minuti, sei stoico! :--)
    Io continuo a pensarla allo stesso modo su Netflix (niente di positivo)!

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    1. Oggi due ore e trentacinque del nuovo Spike Lee, sempre su Netflix, ma almeno questa volta é andata (un po') meglio. Cheeers!

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  7. È talmente sconclusionato, farraginoso, tamarro, scemo, schizzato e folle che quasi quasi m'è piaciuto, lo posso dire? Ahahahah

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    1. Di solito é anche la mia reazione, ma questa volta sono rimasto solo con la voglia di leggere il fumetto, poteva andare peggio ;-) Cheers

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  8. L'atmosfera secondo me c'è, i personaggi pure, fotografia e scenografie mi sono sembrate buone, è che non ci si capisce niente e dura una quaresima però non m'ha fatto così schifo

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    1. Anche secondo me ha tutti gli elementi giusti, ma è la combinazione che purtroppo non mi ha conquistato, peccato perché ci speravo. Cheers!

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