mercoledì 1 aprile 2020

Il buco (2020): Ascensore sociale per l’inferno

Tra i titoli più sfiziosi dell’ultimo Torino Film Festival, sicuramente “El Hoyo” esordio alla regia dello spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia. Noto come “The platform” per i mercati anglofoni e tradotto letteralmente “Il buco” qui da noi, infatti è con questo titolo che lo troverete disponibile su Netflix. Anche se prima di scriverne anche solo un’altra riga, devo farlo, non posso resistere, ci vuole una sigla a tema!

Goreng (Ivan Massagué) si è offerto come volontario per passare sei mesi nella prigione nota come la fossa (sempre meglio dell’ambiguo buco del titolo originale), ogni “ospite” della struttura può portare con sé un oggetto, Goreng ha scelto un libro, il “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes, e questo ci aiuta a capire quando il protagonista sia diverso dalla media degli altri prigionieri.

Ma anche la fossa è un carcere atipico, strutturato su numerosi piani in verticale, collegato dalla piattaforma della canzone degli Elii del titolo inglese, su cui sono diligentemente appoggiati ogni sorta di ben di Dio culinario, primi, secondi, dolci, la panna cotta, più o meno il quantitativo di cibo che ti metteva davanti tua nonna quando tornavi da scuola, solo che invece di nutrire un solo (sciupato) nipotino, deve sfamare tutti i prigionieri, due per piano, per un numero di piani non ben precisato.

Le regole? Puoi mangiare solo nei pochi secondi in cui la piattaforma sosta al tuo piano, se prendi cibo da sgranocchiare dopo, tipo per merenda, la temperatura viene alzata o abbassata in modo irreale come punizione, e non iniziate a fare quelle domande tipo Gremlins ok? Non lo so cosa succede se a uno dei carcerati resta qualcosa incastrato tra i denti va bene?

Chiedetelo a lei cosa succede se mangiano dopo mezzanotte (se avete il coraggio)
Il compagno di cella di Goreng è un soggettone in fissa con i coltelli tipo quelli dello chef Tony, un borghese odioso di nome Trimagasi (Zorion Eguileor) che ha una sola risposta per tutto: «È ovvio», frase che ripete tante di quelle volte che se non avesse un coltello, sarebbe da ammazzare dopo due minuti di convivenza, sempre se non sarà lui a farlo prima.

Trimagasi illustra la situazione velocemente al nuovo arrivato, non si parla con i prigionieri del piano di sotto, perché beh, stanno sotto. Ma stai pure tranquillo che quelli del piano di sopra non ti parleranno, perché ad essere sotto sei tu. Insomma più o meno come accade in molti condomini, solo che al piano zero si trova una cucina tipo Master Chef che sforna cibo senza sosta, e sopra ancora? Boh si vocifera di alcuni capi a gestire tutto, nessuno lo sa per davvero, quello che accade nella fossa, resta nella fossa, e nella fossa, succede di tutto.

"È ovvio... Che questa storia non finira bene"
I compagni di cella cambiano velocemente, anche perché il tasso di mortalità è alto, una donna senza nome (Alexandra Masangkay) per cercare il figlio scomparso – che forse nemmeno esiste –, uccide carcerati per velocizzare i cambi, e chi non riesce a servirsi abbastanza in fretta dalla piattaforma, beh qualcosa dovrà pur mangiare no? E vi assicuro che non opterà per una cucina vegana.

Galder Gaztelu-Urrutia porta in scena un’invettiva sulla disuguaglianza sociale e l’egoismo umano, abbracciando i canoni del cinema di fantascienza con abbondati dosi di horror, e così facendo non poteva che rendermi più felice. Che bello vedere registi capaci di fare film di genere con letture di secondo livello anche impegnate, un plauso a Netflix per aver messo a disposizione di tutti questo titoli trionfatore anche durante l’ultimo festival di Sitges.

Il regista spagnolo ha sicuramente fatto i compiti, ad una prima occhiata il suo film d’esordio sembra il figlio di una notte d’amore tra “L’angelo sterminatore” (1962) di Luis Buñuel e “Il cubo” (1997) di Vincenzo Natali, ma a ben guardare ci possiamo trovare un po’ del cinema che tanti cinefili “di ritorno” hanno scoperto solo dopo il trionfo di Parasite, ovvero Bong Joon-ho.

Per certi versi “El Hoyo” sembra uno “Snowpiercer” (2013) a cui qualcuno ha cambiato la direzione, se il treno di Bong Joon-ho correva lungo binari orizzontali, la prigione di Galder Gaztelu-Urrutia si muove in verticale, mettendo in chiaro le differenze di classe sociale.

It's a long way to the top (come cantavano gli AC/DC)
Il suo protagonista Goreng è un puro, ha l’aria che avevamo tutti noi i primi giorni di lavoro, convinti di poter cambiare tutto, ma in poco tempo siamo diventati come Goreng nel secondo atto del film, cinici e disincantati. Galder Gaztelu-Urrutia bilancia molto bene il messaggio sociale del film e la sua natura da pellicola di genere, il risultato è estremamente efficace nel fotografare la cattiveria umana, l’incapacità insita nella razza umana di tendere la mano verso il prossimo mettendo da parte egoismi personali, il solito homo homini lupus che si sicuro ognuno di noi ha potuto costatare nel suo piccolo, in questi strambi giorni di virus e mascherine, e che in “El Hoyo” viene raccontata senza moralismi, ma nemmeno senza tirar via la mano su sangue e violenza.

In questa strana prigione verticale che ha qualcosa di Ballard, il materiale umano in esso contenuta sopravvive grazie agli istinti più bassi, tra cui la fame e la volontà di non perdere lo stato sociale acquisito, se sono riuscito a scalare con fatica un gradino, userò denti e artigli per difenderlo. Non proprio un pranzo di gala quindi, espressione che Mao Tze Tung associava alla rivoluzione, infatti proprio ribellarsi, sempre l’unica scelta lecita da fare.

Questo sicuramente non è un pranzo di gala.
Se in una struttura verticale, basata sull'egoismo e la prevaricazione sociale, l’unica vera forza di rivoluzione può essere solo l’altruismo e il sacrificio, «La panna cotta è il messaggio» dicono i personaggi in cerca di un significato alla loro situazione, ma la discesa all'inferno dei personaggi (occhio ai numeri, volutamente Biblici in tal senso) i suoi di significati non li spiega proprio tutti per fortuna, ma li fa capire molto bene.

In questi giorni poi, in cui il bene comune è messa a repentaglio da singole decisioni egoistiche, “El Hoyo” è l’ennesima conferma che il film di genere, fatto con la testa ben avvitata sulle spalle, è quello migliore per diventare metafora dei nostri tempi, per fortuna a noi non è chiesto lo sforzo di Goreng, ma solo quello di stare a casa, e visto che possiamo anche scegliere che film guardare, tanto vale sceglierne uno buono come questo no?

32 commenti:

  1. Come già sai, io non sono rimasto del tutto convinto di questo film, anzi direi per niente. Complice anche la scelta sbagliata pensando ad un altro film di pertugi e per un fortuito caso di serendipità ho beccato questo.
    È ben realizzato, ok, ma secondo me ad un certo punto cominciano a fare cose senza molto senso, tipo quella balenga idea di mettersi a razionalizzare il cibo in un posto dove di razionale non vi è nulla, e nemmeno la scelta di entrarci lo è.
    Ma vabbe, con le stranezze dei futuri distopici ci siamo abituati con molti film per cui se si accettano i massacri di Hunger Games puoi accettare anche questo.
    Ma io no, perché ho già una certa avversione per Hunger Games che ho spiegato dalle mie parti (forse perché conosco Battle Royale e mi era pure piaciuto).
    A parte tutto, ottima recensione Cassidy, e sicuramente a qualcuno può piacere... È ovvio.

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    1. Va giudicato dal punto di vista della metafora sociale che il film vuole raccontare, mi rendo conto che non tutto torna in maniera cartesiana, però quando poi ci sei dentro (il punto di vista, non la prigione) è più facile accettare la storia perché la fossa in fondo è il palcoscenico dove si muovono vari esempi di umanità, non per forza del tipo migliore ecco ;-) Non è certo un film rivoluzionario, ma è un esordio più che efficace che lancerà la moda (per due giorni) di rispondere ad ogni domanda con «É ovvio» ;-) Cheers

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  2. Se lo si ricorderà solo per la battuta E’ ovvio sta messo male.
    Però la tua riflessione non è tanto distante dalla realtà.
    Se hai 12 minuti di tempo cercati The next floor su You tube di Nolan e ci vedrai delle somiglianze.
    A proposito di somiglianze ...ma solo a me il vecchietto petulante ricorda Ten di Nick Carter ( escludendo il taglio degli occhi..è ovvio!) che diceva: dice il saggio .., nei fumetti in tv di Supergulp?
    Per il resto se devo dare un giudizio al film è un Ni.
    Ciao

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    1. Viviamo in un momento in cui film è serie tv sopravvivono alla prova del tempo se sono in grano di generare Meme in rete, questo film un pochino può farlo. Ma era di Nolan oppure di Denis Villeneuve? Ricordo un suo corto con questo titolo. Cheers!

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    2. Hai ragione te...Villeneuve, scusami.
      Ciao

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    3. Ricordavo che l'uomo chiamato come un pilota aveva fatto un lavoro così, grazie a te per avermelo ricordato dopo lo riguardo ;-) Cheers

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  3. Certo però che un titolo in italiano meno ambiguo no? :D

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    1. Pare che il titolo scelto fosse "La locanda dell'allegro pertugio" poi devono aver optato per qualcosa di più discreto (storia-non-vera) ;-) Cheers!

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  4. Bello per tre/quarti.
    La metaforona sociale funziona, ma alla fine perde di senso.
    Se posso dire la mia, lo avrei accorciato anche un po', la parte centrale è un po' lenta.

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    1. Non tutto funziona alla perfezione sono d'accordo, mi è piaciuta molto l'idea della discesa (all'inferno) a colpi di bastonate però, per essere un esordio avercene di film così. Cheers!

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  5. Splendida recensione, e davvero il cinema di genere ha gli strumenti per veicolare messaggi sociali che spesso nei filmoni blasonati non funzionano (nei rari casi in cui ci provino). In fondo l'horror stesso è un genere in cui la civiltà e l'umanità delle persone è messa a dura prova, e il bravo autore (tipo uno di cognome Romero) sa sfruttare una trama horror per lanciare denunce sociali o per veicolare la propria idea di umanità.
    Gli anni Duemila hanno abolito il cinema di genere, in favore di un amalgama innocuo: che stia rinascendo il cinema "più basso" capace però di essere tagliente? Lo speriamo tutti ;-)

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    1. Ti ringrazio molto, Romero su tutti, ma penso anche al Carpenter di "Essi vivono" e perché no "Society" di Brian Yuzna. Ora che l'horror a basso costo sta tornando fortissimo, cioè è sempre esistito ma al momento (anche grazie alla Blumhouse) è l'unico filone che fa soldi per davvero, si spera di vedere il ritorno del cinema con pochi soldi e tanto da dire, in fondo "Get Out" aveva molto in comune con "Society", non è male sapere che anche nella vecchia Europa qualcosa si muove ;-) Cheers!

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  6. Purtroppo non mi ha convinto: troppo facilone e dalla metafora a volte confusa.

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    1. Ho letto il tuo post senza commentarlo perché ero un po' nelle curve, però le critiche che hai sollevato hanno cittadinanza. Bisogna dire che ho apprezzato la personalità del regista, che di sicuro ha ampi margini di miglioramento per il futuro. Cheers!

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    2. Devo anche leggere il tuo post su Bloodshot, pian pianino arrivo ;-) Cheers

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  7. Anche questa volta condivido tutto. A quanto pare sono i film horror (o thriller) che più riesco ad accettare quelli con un messaggio più profondo, qui poi comunicato benissimo (un applauso ai dialoghi di Trimagasi, da brivido!).
    Il paragone con Snowpiercer ci sta tutto, anche se qui c'è meno azione e ci sono più parole, e visto il periodo ho faticato anche troppo a digerirlo. Certe scene, certe verità, pesano davvero sullo stomaco.

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    1. Visto tra le nostre (per fortuna confortevoli) quattro mura potenzia l'effetto finale del film, che comunque non tira mai via la mano. Ho una predilezione per i film di genere con lettura di secondo livello, quindi questo film mi ha comprato subito. Cheers!

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  8. Ora sono confuso perché la tua rece lo rimette in gioco, le altre erano state un po' diffidenti, non convinti appieno.
    Certo, è una metafora e probabilmente come dici è proprio del genere Parasite...

    Moz-

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    1. Bong Joon-ho è imprendibile, lui le metafore (e i generi cinematografici) li gestisce alla grandissima, però è un film con una sua personalità, a me è piaciuto al netto dei difetti, il tipo di lettura di secondo livello (in una prigione piena di livelli) che mi piace. Cheers!

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  9. Per le leggi della fisica vista la notevole spinta dal basso secondo me il messaggio si spalma sul soffitto
    Ovvio

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    1. Molto probabile, è una forza dal basso che spinge dicevano alcuni negli anni '90 ;-) Cheers

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  10. Comunque mi è piaciuto molto
    Si va ad assiemare alla lista di film dove tutto avviene in una stanza in maniera avvincente grazie ai personaggi ben disegnati

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    1. Lo penso anche io, i personaggi sono la vera forza del film. Cheers!

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  11. Eppure per qualcuno pare che restare a casa (al netto ovviamente di difficoltà economiche dovute al mancato lavoro), pare un sacrificio molto più grande di quello compiuto dai protagonisti di questo film.
    Comunque a parte questo, il riferimento che ho colto maggiormente rispetto a tutti gli altri è proprio quello a Snowpiercer. Film molto crudo che va dritto al punto in maniera ovvia (il vecchietto insiste), ma molto efficace.

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    1. Potrei capirlo se tutti vivessero in 40mq con un fratello tossico e la mamma che piange, ma molti credo proprio non possano farcela per motivi che mi rendono più cinico dei personaggi di questo film. Una sorta di "Snowpiercer" verticale, anche se il film del coreano è molto più raffinato, questo resta un sanguinolento inizio di carriera ;-) Cheers

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    2. Però SP era tratto da un fumetto francese, quindi non un idea di Bong Joo,e peraltro era molto edulcorato rispetto al fumetto ( la vita dentro il treno era molto più torbida e squallida, anche per i ricchi ), mentre stò film spagnolo pare abbia una sceneggiatura originale ( per quanto stramba, letta fin qui ) .

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    3. Si confermo, il fumetto francese era più crudo. Questo film ha una sceneggiatura originale, un evento nel 2020 infatti mi sono imbattuto in chi si lamentava che fosse troppo poco, non siamo mai contenti. Cheers!

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  12. Sarà anche uno dei film perfetti per questo periodo, però io non so se riesco a reggere una visione così claustrofobica...

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    1. Il regista non poteva immaginare che il suo film sarebbe diventato così cliccato da tante persone chiuse in casa, però più al passo con i tempi di così diventa anche difficile. Guarda il lato positivo, dopo la prigione di questo film, le nostre case sembreranno subito delle ville Holliwoodiane ;-) Cheers

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  13. Sarà che ho da sempre un debole per i film "di reclusione", ma questo mi è davvero piaciuto. Grazie Cassidy per la dritta, se no mi sarebbe sfuggito (quando mai avrei cercato "Il Buco" su Netflix??)! Anche io credo che spesso i film di genere siano il miglior veicolo di riflessioni profonde, in questo caso, come accadeva per The Cube, sulla bestialità latente della natura umana. In questo periodo film come questo possono davvero farci sentire in paradiso tra le nostre quattro mura (senza voragini nel pavimento). Unica nota, sconsiglio caldamente la visione durante i pasti...

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    1. Prego figurati, sono qui per questo, molto felice che il film ti sia piaciuto ;-) No, meglio non guardarlo mangiando, però hai ragione, il cinema di genere è quello che si offre di più e meglio alla metafora, anche per questo sono un fanatico di film così ;-) Cheers!

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