giovedì 12 marzo 2020

Cattive acque (2020): Fiumi d’incoscienza

Oggi tocca al nostro reporter d’assalto Quinto Moro occuparsi di un film d’inchiesta, in particolare dell'ultima fatica di Todd Haynes. Non perdo altro tempo e vi lascio alla lettura!

In assenza di coscienza
Incoscienza. Ce n’è di tutte le forme e dimensioni dentro, fuori e tutt’intorno a questo film. L’incoscienza intesa come assenza di coscienza del pubblico americano che l’ha brutalmente snobbato, nonostante tratti di uno dei grossi scandali ecologici degli ultimi 60 anni, con un caso ancora aperto e diventato di dominio pubblico solo una manciata d’anni fa. C’è poi l’incoscienza di buttare lì un titolo sfigato come Dark Waters. L’avete già sentito da qualche parte? Forse siete fan dei thriller-pseudo-horror nipponici che hanno invaso il mercato dopo il successo di Ringu-The Ring, o forse siete semplicemente fan di Jennifer Connelly.
C’era un Dark Water cugino sfigato di The Ring, e infatti ha avuto un ancor più sfigato remake con la Jennifer. Chiusa parentesi sulla banalità del titolo, facciamo un applauso alla traduzione italiana, che ci sta tutta: “Cattive acque”, quelle del West Virginia e quelle in cui naviga Robert Bilott, avvocato che un po’ per caso si ritrova a difendere un allevatore in una causa contro la DuPont.
E’ la storia di uno stoico allevatore del West Virginia. Uno che ha dovuto seppellire, o sopprimere, qualcosa come centonovanta vacche. Cento-novanta. Che ci sarebbe materiale sufficiente per un’enciclopedia della testardaggine, se questo tizio continua ad allevare bestiame che gli si deforma e impazzisce sotto gli occhi. La sua terra è al confine con i terreni di una multinazionale che dà lavoro a mezzo Stato. Finché un giorno si rompe di dover seppellire mucche morte con malformazioni d’ogni tipo e si rivolge ad un avvocato, nipote di una vecchia che non conosce neanche tanto bene. Praticamente una storiella di paese. Solo che l’avvocato è quello giusto, Robert Bilott, neo-socio di un grande studio. Uno dei pochi che non rappresenta gli interessi della DuPont.
E tra le varie forme d’incoscienza, c’è da mettere la produzione del film, che con un nome grosso da sputtanare non l’ha messo in cartellone: un titolo anonimo, una locandina anonima e un trailer altrettanto anonimo. Ma che bevevano alle riunioni di produzione, acqua del rubinetto di Parkersburg?

I ridenti cittadini della ridente Parkersburg
Di denuncia. Da denuncia.
Mi è sempre piaciuto il “cinema di denuncia”. No, non sto parlando di Suicide Squad, o L’ascesa di Skywalker, quello è cinema “da” denuncia. Mi appassionano i temi giudiziari, i grandi processi, quelli veri, le grandi battaglie contro la corruzione del Sistema che funziona solo perché qualcuno si prende la briga di combatterlo. Quelle dei piccoli uomini contro i giganti dell’industria e della finanza sono terreno fertile per quella voglia di rivalsa dell’uomo comune, tema forte in certo cinema americano, con l’orgoglio proletario ferito che vuole rifarsi dei torti subiti. Peccato che, pur nella volontà di ricostruire la storia dello scandalo Teflon/DuPont, manchi la voglia di alzare la voce. Avrei sopportato anche un po’ di quella retorica americanoide (in cui il vecchio Clint Eastwood resta un buon maestro), nel celebrare chi va con la testa sotto l’acqua inquinata, tirando a campare per anni nel disinteresse e nello sprezzo generale, aspettando che qualche giudice e giuria gli dia ragione.

“Gli dobbiamo fare un culo così”, “Potremmo rovinare la loro immagine regalandogli parrucchini come il tuo”
Beato il Paese che non ha bisogno di eroi
“Cattive acque” rientra in quel filone di cinema d’impegno civile che mostra il marcio per dare un minimo riconoscimento a chi l’ha combattuto. Gli ingredienti per un gran film c’erano tutti, un tema caldo e un cast di primissima scelta. Per Mark Ruffalo una gran prova d’attore per un personaggio difficile, così imbolsito e compassato. Se avete presente “Insider” di Michael Mann (chi dice no sarà scaraventato giù dalla Bara ad alta quota), Mark è sia l’Al Pacino che il Russel Crowe di “Insider”. È il combattente dalla doppia anima, un bravo ragazzo che non si sa perché sia finito a fare l’avvocato, capace di ferrea determinazione eppure sempre sull’orlo del baratro, tutto fuorché eroico e mai sopra le righe. Nel film si incazza pochissimo, eppure la sua prova è molto fisica, basta guardare come cammina, come stringe le spalle e sta contratto, rinchiuso in se stesso, tanto da sembrare persino apatico.
Tra l’altro mi chiedo se Mark non abbia qualcosa di personale coi DuPont, visto che aveva già dato il suo contributo ad infognarne il “buon nome” in Foxcatcher. Bello rivedere il solito Tim Robbins, capelli inguardabili ma carisma da vendere. Anne Hathaway accetta il ruolo della moglie in secondo piano, ma nella seconda metà tira fuori due discreti monologhi, ordinari nel contenuto ma resi vibranti dalla sua prova. Bravo anche Bill Camp – l’allevatore che innesca la vicenda – la cui prova finisce rovinata da un doppiaggio decisamente grossolano.
Chi azzoppa il cavallo, o la mucca in questo caso, è la regia Todd Haynes. Sia chiaro, Todd è uno bravo, vince il premio simpatia come miglior sosia vivente di Mark Hammil.

“Luke, join the dark side waters” (Solo io vedo la somiglianza?)
Haynes ha diretto film interessanti, girati sempre con il giusto mestiere ma senza grandi exploit. Speravo che questa fosse la volta buona, ma il rischio che questo film finisca nel dimenticatoio è forte, fortissimo. Perché un po’ di sale ci vuole quando parli di una roba tanto grossa. E parlo tanto del sale per dar gusto e vendere meglio il tuo film, ma anche quello da buttare sulle ferite aperte, per dare una bella sveglia al pubblico.
E se quella di chi si è messo contro un colosso mondiale è la sana incoscienza dettata dall’esasperazione, la DuPont incarna la (in)coscienza sporca di chi per decenni ha sversato nelle acque e nei campi sostanze cancerogene, sperimentando sulla vita dei suoi dipendenti gli effetti delle sostanze chimiche, usandoli né più né meno come cavie da laboratorio. Quale buon amministratore d’azienda, per stabilire se una sostanza a caso è dannosa, non offrirebbe ai dipendenti sigarette arricchite da quella sostanza?

Sponsor ufficiale della Bara
A partire dagli anni ’50 la DuPont ha avuto una condotta pari a quella d’un Mengele nel paese dei balocchi di Auschwitz. Sì, avete letto bene e no, non sono impazzito. Lasciatemi buttare un po’ di sale sulle ferite, qualcuno deve pur farlo, perché disporre della vita e della morte degli esseri umani, e usarli come cavie senza mai soffrirne le conseguenze, questo è un paese dei balocchi per chi è senza scrupoli.
I campi di concentramento sono stati il paese dei balocchi dei macellai nazisti. Certe fabbriche sono state il paese dei balocchi di altri macellai. E i balocchi ai macellai glieli fornisce chi, sull’altare del benessere economico per un lavoro che ti ammazza, è pronto perfino a difendere chi l’avvelena.
Così si portano avanti linee di produzione i cui rischi per la salute – dei dipendenti, dei cittadini di tutti i loro clienti sparsi per il mondo, noi compresi – vengono ignorati. Perché continuare ad impiegare quei materiali è più redditizio che sostituirli. Persino pagare i danni alle vittime è più redditizio che rinunciare ad una produzione così ampia.

Milena Gabanelli nel ruolo di Horatio Caine
Report
Avevo già sentito parlare degli argomenti del film anni fa, anche se alla lontana. Ascolti una puntata di Report, con la Gabanelli che come te s’è fatta infinocchiare con quelle padelle in finta pietra, rivestite di un materiale che non è Teflon, ma magari è pure peggio. Poi porgi l’altra guancia a Superquark che ti butta addosso le paranoie sulle plastiche di conservazione dei cibi. È lì che ho sentito parlare per la prima volta di PFAS.
In principio era il Teflon, un idrorepellente nato per l’industria bellica e portato dalla DuPont nel mercato dei casalinghi, dalle padelle antiaderenti ai più disparati rivestimenti ed utilizzi. Gli elementi chimici simili al Teflon sono totalmente sintetici, non vengono assorbiti né smaltiti dagli organismi viventi, restano in circolo e lì rimangono. Alcuni ci convivono e neanche se ne accorgono, altri sviluppano svariati tipi di cancro, malformazioni fetali, sterilità, disfunzioni endocrine eccetera. Ed anche soggetti all’apparenza sani, una volta “impregnati” da questi elementi sono esposti a rischi futuri.
PFOA, C8, PTFE, PFAS. C’è da perdersi nelle sigle e nei tecnicismi, e il film riesce a spiegarlo bene ai profani, anche se il messaggio più forte è quello che passa più inosservato: che quando parliamo della plastica e dei danni ambientali, capita che il veleno più pericoloso sia quello invisibile, che non ti ammazza subito, quello per cui servono migliaia di test e studi sviluppati nel corso degli anni per giungere a un qualche tipo di verità. E nel frattempo l’attenzione mediatica si spegne, altri problemi, altri guai per cui indignarsi, mentre continui a usare le tue padelle antiaderenti e cibi in confezioni di plastica derivati dagli stessi PFOA. Perché nella chimica cambi una molecola e cambi il nome.
La trilogia di Smetto quando voglio l’ha spiegato con le smart drugs: scopri un elemento dannoso, lo devi riconoscere, studiare e infine bandire. Chi lo produce sposta una molecola e crea un derivato (sto semplificando, non sono un chimico), ed è tutto da rifare. Altri studi per capire se quella roba con una molecola in più o in meno è meglio o peggio della precedente. E si va avanti così all’infinito.

“Nella vecchia fattoria–ia–ia-o / quante bestie ha zio Tobia?”, “Non ne ha più, tutte morte”, “C’è la mucca?”, “Mu-mu-muerta”
As time goes by
Nel suo restare chiuso sul personaggio dell’Avvocato Bilott, il film perde l’occasione di dare il giusto respiro a una vicenda enorme, che ha colpito le vite di tantissime persone, e si limita a sfiorarle. Ma si limita a circoscrivere una battaglia nonostante si tratti di un problema molto più grande, la cui portata non può essere resa dalle didascalie finali con lo spauracchio che il PFOA possa aver contaminato il 99% del mondo animale, umanità inclusa.
Se siete di quelli che “eh i tempi della giustizia itaGliana”, questo film non vi farà certo osannare il sistema americano. Normalmente i “grandi film giudiziari” glorificano il coraggio di un denunciante, e soprattutto del suo avvocato con climax in un bel processo con vincitori e vinti. Qui nisba. Anche perché tirar giù una multinazionale non è facile come in un romanzo di John Grisham (e annesso film di Coppola).
Il film narra la storia coi ritmi blandi ed estenuanti della vita reale, dal 1998 avanza lentamente, anno dopo anno, senza grandi colpi di scena. Le parti migliori sono brandelli di vittorie e sconfitte spalmati nell’arco di tre lustri, e anche se questo ritmo spezzato toglie forza alla narrazione, dà anche un senso ai tempi con cui si consumano le miserie umane. Specie in questi grandi casi giudiziari.
La spiegazione centrale di Mark Ruffalo ad una Anne Hathaway moglie eternamente incinta – e fin lì inutile carta da parati – in cui ripercorre la storia del Teflon e delle porcate fatte dalla DuPont, con un montaggio che passa da una scena all’altra, è il miglior momento di cinema del film. Il resto è ordinaria amministrazione. Si muove sulla scia di film tipo La grande scommessa e Il caso Spotlight senza averne la brillantezza, senza cavalcare “il caso” come vorrebbe il cinema di genere. Lascia il timone agli attori, punta tutto sui personaggi, senza i toni più forti – anche sensazionalistici – che avrebbero giovato a sputtanare come si deve chi ha avvelenato mezzo mondo (e forse pure l’altra metà). Mai che la colonna sonora si prenda la scena sottolineando un momento drammatico o di rivincita. Mai che la regia glorifichi una scena con montaggi serrati e primi piani. Mai che la tensione vada oltre le paranoie e le miserie del buon vecchio Avvocato Bilott.

A sinistra: le emozioni esteriori di Robert Bilott. A destra: le emozioni interiori di Robert Bilott
Tracce di sangue
Credo molto nel valore culturale del cinema. Se ho criticato il tono “basso” del film è perché il tema, e la portata dell’avvelenamento, era tale da meritare un’attenzione mediatica superiore, ma anche una realizzazione più ambiziosa. Perché le dinamiche dietro il caso Teflon/DuPont non sono eventi estemporanei, ma condotte criminali reiterate da parte di aziende che marciano coperte dalla connivenza e/o l’incompetenza dei governi, che restano sempre un passo indietro, incapaci di regolamentare settori di cui alla fine non sanno un bel niente. La faccenda dell’autoregolamentazione negli USA, è tutta da ridere.
La visione è da consigliare a tutti, molto al di là del valore del film, da cui avrei voluto più rabbia. È un’occasione di alzare il velo sulle dinamiche degli eco-mostri e di come vanno le cose, coi tempi lunghi delle indagini mediche e giudiziarie. Un’occasione per guardare anche i guai di casa nostra presenti e passati, dall’ex Ilva di Taranto alle terre dei fuochi in Campania, dall’uranio nell’ex poligono di Quirra in Sardegna, alla diossina su Seveso in Lombardia.
E mentre mettiamo ancora in dubbio la necessità di ridurre l’uso della plastica, mi viene in mente quella barzelletta dell’ubriacone che fa le analisi del sangue e tutto spaventato dice all’amico: “oh, mi hanno trovato tracce di sangue nella birra!”
“Cattive acque” riesce quantomeno a rinnovare un po’ di paranoia del vederci trovare tracce di plastica nel sangue.

P.S.: un aggiornamento di servizio. La Bara Volante è stata acquistata dalla DuPont. Questo blog si autodistruggerà in 5 – 4 – 3 – 2 – 1... BOOM!

25 commenti:

  1. Vero, la Gabanelli con quegli occhiali pare Horatio Caine, però scherzi a parte, io in lei ho sempre trovato una certa somiglianza con Jamie Lee Curtis

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Le hai fatto il complimento supremo ;-) Cheers!

      Elimina
  2. I film di denuncia che finiscono con un bel processo di solito mi piacciono tutti. Da quelli iper famosi di Coppola (L'uomo della pioggia) a quelli un po' dimenticati con Travolta (A Civil Action). Questo mi incuriosiva parecchio sia per il tema trattato, sia per il cast stellare. L'ho beccato per vie traverse causa blocco delle sale e... Sono rimasto deluso.

    Zero mordente, zero ritmo, pochissimi guizzi e due-scene-due che provano a destarti dal torpore. Compitino svolto con pigrizia e (personalmente) poca passione seppur il tema fosse uno schiaffo in faccia allo spettatore. Tutto è lindo e pettinato, la fotografia molto sobria pare quella di un documentario con Angela così come la recitazione tesa ma imperturbabile degli attori. Mi spiace ma pare una fiction televisiva con (poche) virate all'horror che si consumano però in fretta.

    Al posto di suddividere il film in episodi che spezzano il ritmo, credo sarebbe stato meglio romanzare la vicenda mantenendo i personaggi ma arricchendola con scontri, parole, processi, sconfitte e vittorie fino al gran finale dove tutti i nodi arrivano al pettine. Qua si sceglie una strada diversa, per me, ripeto, sbagliata.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti do ragione su tutta la linea.
      A me è piaciuto perchè tratta un tema importante e va visto a prescindere, perchè se ne parla troppo poco e ci tenevo a suscitare un pò di interesse sull'argomento.
      Curiosamente qua in Italia è rimasto in sala per diverse settimane, ma al di là dei limiti oggettivi del film, è stato mal pubblicizzato.

      Elimina
    2. In tutta onestà ho preferito il post di Quinto Moro al film, che però tratta un tema di cui bisogna parlare, infatti il film è stato pubblicizzato malissimo. Cheers!

      Elimina
  3. Eh, gia'.
    Ma la cosa peggiore non sono tanto i costi, nel convertire i processi e tentare di produrre usando qualcosa di meno velenoso.
    Alla fine non costerebbe neanche molto.
    Il punto e'che NON CI GUADAGNI NULLA, a rendere i veleni meno venefici.
    Se non c'e' il profitto, non lo faccio.
    Anche qui da noi ne avremmo, di esempi.
    Oltre a quelli da te elencati ci aggiungo uno che ha ridotto il nostro paese al suo parco macchine per decenni.
    Al punto di ridurre le ferrovie a un completo schifo perche' se no le sue auto non gliele comprava nessuno.
    La storia del Pendolino rasenta la fantascienza, proprio.
    I film cosi' piacciono pure a me, comunque. Gli daro' un'occhiata, alla prima occasione.
    Sulla falsariga mi ricordo TUCKER - UN UOMO E IL SUO SOGNO, sempre rimanendo in campo automobilistico.
    Un'altra delle pagine nere della storia americana. Una vergogna nazionale.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Se devo buttarla in filosofia... servirebbero nuovi economisti di peso, che smontino il mito del guadagno come unico scopo delle imprese. La salvaguardia del capitale umano alla fine è un diverso tipo di salvaguardia dell'economia. All'economia manca l'istinto di autoconservazione della specie: a che serve contare i danni, ridurli, se posso fare un sacco di soldi? Solo che nel frattempo sto intossicando la mia clientela, magari me stesso (mi ricordo in Fast Food Nation, il personaggio di Willis che mangia il suo hamburger conscio che alla fine, ciascuno deve ingoiare il suo boccone di m...)

      Elimina
    2. Toccato, Quinto.
      Preso in pieno.
      In un'economia sana, dovrebbe essere il passaggio naturale.
      Cerco di spiegarlo alla brutta.
      Fai i soldi con le fonti combustibili perche' il mercato lo richiede, perche' c'e' domanda urgente, e un bisogno immediato da soddisfare. E questo lo posso pure capire.
      Ma una volta che hai fatto i miliardi...la cosa giusta sarebbe investirli per trovare subito un modo per farne altri, ma migliorando la vita delle persone e di conseguenza il mondo stesso. Rispettando l'ambiente e l'ecosistema.
      E invece no.
      Il meccanismo si inceppa, ad un certo punto.
      Chi ha fatto i soldi, si preoccupa solo di farne ancora di piu'. Nello stesso modo in cui li ha fatti fino ad ora.
      Ed ostacola chi potrebbe cambiare le cose.
      Ha la sua nicchia, dove sta comodo. Perche' mai dovrebbe cambiare?
      Le tecnologie per migliorare i beni di consumo e renderli ecosostenibili esistono da cinquant'anni. Ma vengono tirate fuori solo quando fa comodo a loro.
      E cosi' non si fa altro che correre ai ripari. Giusto un attimo prima che sia troppo tardi.
      Il modo per rendere la vita di tutti migliore ci sarebbe anche, e' questa la cosa scandalosa.
      Se le lobby e le holding decidessero di mettere sul piatto i loro capitali per fare davvero qualcosa.
      Qui da noi abbiamo i nostri esempi illuminanti.
      La storia dell'amianto, ad esempio.
      Oppure il tizio di cui parlavo prima. Che ha avuto il coraggio di dire BASTA CON LO STATO ASSISTENZIALISTA e poi si e' fatto dare non so quanti miliardi a fondo perduto per fare i suoi ultimi modelli.
      Cioe'...
      UNO BRAVO, PUNTO.
      E mi si perdoni il gioco di parole.

      Elimina
    3. "Uno Bravo, Punto".
      Sconsolati applausi, a tutti i commenti ed a Quinto per il post.
      Io, ritmo o non ritmo, temo farei una gran fatica a vedermi un film del genere al cinema, e senza aver prima assorbito per bene recensioni che mi calmino.

      Elimina
    4. Quella di Quinto Moro non è fatta per calmare, per questo penso sia così utile, per certe cose bisogna fare come in "Quinto potere" (non Moro): Prima di tutto ci dobbiamo incazzare ;-) Cheers

      Elimina
    5. Questo genere di film mi appassiona in ugual misura al cinema come a casa. Il bello è che non mi ero nemmeno informato bene prima di vederlo, ma ci ho ritrovato i contenuti di Quark e Report, il che me l'ha reso più appassionante. Ad un completo neofita, il ritmo può nuocere, ma l'argomento è tosto e interessante.

      Elimina
    6. Penso che sia lo scopo di film come questo.
      Far indignare.
      Una volta, terminata la visione di pellicole di denuncia o attualita', uscivi dai cinema inviperito nero o schiumante di rabbia.
      Ma e' gia' una gran cosa se inizi ad incuriosirti su una cosa di cui non sapevi praticamente nulla, e muori dalla voglia di saperne di piu'.
      E inizi a fare ricerche su documentari e film.
      Come si faceva una volta.
      Ti sbattevi a destra e a manca per cercare informazioni, dato che di solito erano cose di cui non importava a nessuno.
      Magari non sono proprio il massimo, cinematograficamente parlando. Ma le prime opere di Moore, The Corporation (alla M. sono degli autentici BARBONI. Senza offesa per i veri senzatetto, poveracci) o Supersize Me mi hanno aperto gli occhi, davvero.

      Elimina
    7. Bravissimo Quinto Moro a presentare un film che non ci può lasciare indifferenti.
      Purtroppo, però, il sentimento che mi lasciano queste pellicole di denuncia, spesso realizzate bene e con dovizia di particolari, come mi sembra in questo caso (non l'ho ancora visto ma provvederò quanto prima) è quanto piccoli e impotenti siamo al cospetto di politiche commerciali e ambientali di grandi multinazionali che badano solo al loro portafoglio e come sia difficile poter combattere contro un sistema che tende a chiudere un occhio, a volte due, quando sul piatto della bilancia c'è una potenza economica e giudiziaria esagerata, capace di condizionare i mezzi di comunicazione di massa nel tacere o "indirizzare" con tecniche più o meno lecite l'opinione comune, che si fa forte anche del fatto che dà lavoro a tante famiglie e dall'altra un semplice avvocato come Robert Bilott, uno che arranca e ce la mette tutta, spinto dai propri ideali nella ricerca di fare la cosa giusta e confidando nella giustizia e nel buon senso dei magistrati.
      Bravo in questo senso Ruffalo, da quello che scrivi, che mi sembra sia ingrassato anche per motivi di salute oltre che per scelte di copione, nell'incarnare quella voglia di rivalersi e di alzare la testa ma senza mai essere sopra le righe, quasi come uno di noi quando si trova di fronte a forze molto più grandi delle proprie, quindi con le spalle contratte e le labbra secche ma con il cervello e il cuore in tumulto, consapevoli della posta in gioco e delle avversità che si profilano ma con l'istinto di proseguire la propria battaglia nella ricerca di giustizia.

      Elimina
  4. Lungi da me anche fingere di capire cosa muova la Macchina - mi sono arrampicato sugli specchi x spiegare la partita IVA ad un Crepascolino drogato dal fenomeno virale del Milanese Imbruttito - in questo secolo in cui siamo ben oltre i bisogni indotti, ma credo che, come è stato detto qui sopra e meglio, il denaro non sia lungimirante, abbia vita breve all'aperto e salti non oltre il metro. Detto questo, ritengo anche che esista una Fratellanza Universale di coloro che realmente siedono nelle stanze dei bottoni con tanto di patto non scritto per mantenere l'inerzia nerowolfiana forza del mondo ovvero la tendenza di un corpo, in assenza di sollecitazioni esterne, a mantenere lo stato in cui è. Perché innescare un meccanismo virtuoso, anche quando poco costoso, col rischio che qualcuno lo chieda ad un nostro Fratello Universale Bottone che non è pronto a fare il passo? Molto meglio restare a casa a contare i dindi che oggi ci sono e domani forse pure...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Molto realistica come visione, io da nichilista diplomato penso che più si sale nella piramide, più si perde di vista la realtà, pensando solo a parole in inglese come "business" e "cash", ma poi mai come in questi giorni la mia visione di (una fetta) dell'umanità somiglia a quella si Snake Plissken. Cheers!

      Elimina
    2. Non sono un fan dei complottismi. Credo che le miserie umane vengano più dal lassismo (di chi gestisce e di chi è gestito in ugual misura) piuttosto che da un grande progetto di malvagità. Non penso che chi governa queste aziende che ci avvelenano sia una specie di mostro assetato di sangue, sono persone normali, con la superficialità delle persone normali, l'avidità e l'egoismo delle persone normali. Solo che queste caratteristiche, applicate a chi governa sistemi molto importanti, creano danno commisurati alla grandezza di ciò che gestiscono.
      Nella ricostruzione di certe azioni della DuPont c'è un comportamento criminale che raggiunge e supera certi limiti, come la sperimentazione cosciente sui loro dipendenti i danni di ciò che producevano. C'è una meccanica decisamente nazista nelle loro azioni negli anni '50 e '60. Il tutto aggravato dal non aver poi agito per cambiare le cose.

      Elimina
  5. Quando Ruffalo ha presentato il film al britannico "Graham Norton Show" s'è portato dietro il vero avvocato. Quando gli hanno dato la parola, ha gelato tutti raccontando che in tutti c'è un po' del veleno di DuPont. Non proprio una presentazione brillante :-D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Si sarà calato nella parte, ma diciamo che è bravo a vendere più o meno come me a mantenere bassi i toni, forse per quello altrove interpreta Hulk, manca di tatto ;-) Cheers

      Elimina
    2. Beh, il messaggio di fondo è quello. Quando il caso del Teflon e dell'avvelenamento da PFOA e PFAS è venuto fuori, si era già parlato del fatto che la quasi totalità degli organismi viventi potesse esserne stato interessato, perciò nel film non mi ha così stupito.

      Elimina
  6. Altro film che avrei voluto vedere prima che chiudessero i cinema, pur avendo qualche dubbio. Dal tuo post sembra un film da vedere, quindi troverò il modo di recuperarlo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Merita la visione per l'argomento trattato. Non è film per una seratina leggera, ma va visto.

      Elimina
  7. L'ho visto solo ora e nel mio caso è stato devastante. Davvero è riuscito a colpirmi fortemente e ho apprezzato molto il tono e la forma dimesse e al servizio della storia che parla veramente da sola. L'ho visto ieri ma è tutto il giorno che ci penso e ci ripenso.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un film passato fin troppo sotto traccia. Cheers!

      Elimina
    2. Vero, eppure all'Academy ste robe generalmente piacciono.

      Elimina
    3. Avrebbe smosso troppo le acque (chiedo scusa) una nomination ad un film di denuncia così. Cheers

      Elimina