venerdì 7 febbraio 2020

La fontana della vergine (1960): Come si dice rape and revenge in svedese?

Gli appassionati di cinema sono un po’ come i cagnolini. Tante volte si sentono in dovere di marcare il territorio, in parecchi casi quando s'incontrano per strada qualcuno deve mettersi ad abbaiare per ribadire il suo ruolo, ma il più delle volte, per fortuna, dopo un’annusata si finisce anche per andare d’accordo. Dopo questa ardita metafora, capisco un po’ meglio la confusione tra la definizione cinefilo e cinofilo.

Capita sempre che in una discussione di cinema, qualcuno si giochi l’asso nella manica, il nome di Ingmar Bergman scatena sempre reazioni contrastanti. Se ti capita di dire che ti piacciono i film di Bergman rischi di passare immediatamente per il Fantozziano prof. Riccardelli oppure per il laureato del DAMS che deve far vedere che capisce tutto di cinema, sempre per il discorso del marcare il territorio di cui sopra.

Di mio quando dico che mi piacciono i film di Bergman è perché ci credo, ma siccome la mia propensione naturale per il cinema di genere è piuttosto manifesta le reazioni che raccolgo sono qualche carezzina sulla testa, se va bene qualcuno mi fa un grattino dietro l’orecchio oppure mi lancia una pallina. Un Chiwawa. Spero almeno uno di quelli da combattimento.

"Ingmar, Cassidy oggi scrive di te", "Lanciagli una pallina così si distrae"
Eppure, qui la questione è seria, ben più della mia premessa, perché l’effetto “Fettone di prosciutto” sugli occhi è un fattore che accomuna molti cinefili cani e cani cinefili, il dover tenere distinto e separato quello che deve essere per forza considerato cinema “alto” e cinema “basso” è una piaga che non capirò mai perché non ha cittadinanza, sicuramente non nel cinema di Ingmar Bergman.

Ve la faccio semplice che ho già menato il can per l’aia fin troppo a lungo (poi basta con le metafore cinofile, giuro!): ci sono circa cento ottime ragioni per amare il cinema di Bergman, ma la prima che mi viene in mente è il fatto che lo Svedese era uno dei migliori registi Horror di sempre, non perché i suoi film appartenessero per forza al genere delle trippe e delle budella esposte, ma perché il più delle volte mettono addosso una fifa blu e sono riusciti a coprire il ruolo di “padre nobile” di tanto cinema orgogliosamente e spudoratamente di genere. Ad esempio, “Jungfrukällan” (da noi noto come “La fontana della vergine”, così evitiamo l’effetto nomi dei mobili Ikea) è un “revenge movie” fatto e finito, anzi “Rape & Revenge” se vogliamo essere precisi, solo che parte dai riferimenti aulici alti.

Molto alti, talmente alti che un cane come me (Bau! Bau!) non potrebbe spiegarvi mai, ma per vostra (e soprattutto mia) fortuna, qualcuno lo ha fatto alla grande quindi vi invito caldamente a passare da Lucius Etruscus a leggere il suo completissimo post che esplora le origini, ma anche i figli e figliastri nati dal lavoro di Bergman.

Puoi anche essere una svedese in pieno medioevo, ma per tua mamma, non mangerai mai abbastanza!
“La fontana della vergine” è liberamente ispirato ad una leggenda svedese del XIV, “Töre's dotter i Wänge” in cui Wänge non sono quelle polpettine che mangiate quando siete in coda all’Ikea, ma la località medievale dove i fatti si sono svolti e che sono arrivati a noi tramite alcune canzoni folcloristiche che la scrittrice Ulla Isaksson ha trasformato nella sceneggiatura del film di Bergman.

Ingmar prima scelta assoluta per la regia, perché aveva già diretto “Alle soglie della vita” (1958) sempre scritto dalla Isaksson, ma la loro collaborazione sarebbe continuata con “Il segno” (1986). Alla sua uscita questo film ha convinto prima di tutto il festival di Cannes, per poi avere la strada spianata, prima il Golden Globe e poi l’Oscar come miglior film straniero nel 1961. Fine dell’angolo alla Wikipedia, passiamo alle cose che interessano a noi impresari funebri con brevetto di volo!

A grandi linee la trama della canzone originale prevede due ragazze che per raggiungere la vicina chiesa e accendere un cero alla Madonna, attraversando la foresta poco fuori Wänge s'imbattono in tre malviventi che intimano loro di diventare loro spose per non perdere la vita. Le ragazze più propense per una bella convivenza dopo un lungo e romantico corteggiamento caldamente dissentono, ma su questa parte potrei aver travisato io, il mio svedese è parecchio arrugginito.

D’altra parte, tre così bei figlioli, come dir loro di no?
Sta di fatto che dopo aver ucciso le due ragazze i tre romanticoni rubano loro le vesti con l’intenzione di rivenderle, peccato che decidano di farlo proprio ai genitori delle due vittime che rispondono, lasciatemelo dire, con la reazione contenuta e “a freddo” dei popoli nordici. La madre temporeggia malgrado abbia riconosciuto le vesti e capito al volo il (brutto) destino delle ragazze, riferendo la tremenda notizia al padre, dà il via alla vendetta dell’uomo che, però, risparmia il più giovane dei tre assassini e per espiare i suoi peccati decide di costruire una chiesa che è attualmente ancora visitabile in Svezia, dopo essere stata eretta attorno al XII secolo.

Su questa storia che come una fiaba (i primi Horror) inizia in un bosco, Ulla Isaksson aggiunge il carico pesante, dà spessore e forma ai personaggi, ma, soprattutto, trasforma l’espressione abbastanza naif “diventare loro spose” in qualcosa di terribilmente concreto come una violenza sessuale, ma è Ingmar Bergman a portare tutto ad un altro livello con la sua regia e il suo modo di raccontare.

Attenzioni non gradite, e tutte troppo ravvicinate.
Metodo ridimensionato dallo stesso Bergman che ha sempre etichettato il suo film come una cosetta fatta con in testa Kurosawa, l’equivalente svedese di: «Con trentamila Lire Kurosawa lo faceva meglio». Però, lasciatemelo dire: oltre al talento a Bergman non mancava un'abbondante dose di umiltà perché per essere un film in bianco e nero che festeggia i suoi primi sessant’anni, è ancora in grado di dare schiaffoni (e lezioni) a tanti.

La tradizione prevede che durante un giorno di festa sia una ragazza vergine (non nel senso di nata a settembre eh?) a portare i ceri alla Madonna, quella ragazza è la bella Karin (Birgitta Pettersson) biondina, eterea, candida, l’orgoglio dei suoi genitori e della sua famiglia. La prima intuizione geniale della Isaksson e di Bergman è di rendere l’altra ragazza il perfetto contraltare di Karin, infatti Ingeri (una selvaggia Gunnel Lindblom) è mora, quasi ferale nei modi, una donna pagana serva della famiglia di Karin e per di più incinta dopo una violenza subita. Potete intuire che Ingeri è leggerissimamente incattivita dalla vita la sua invocazione ad Odino diventa un anatema che colpisce in pieno Karin la preferita di tutti.

Le antiche tradizioni incarnate dalla bella Gunnel Lindblom.
Nel confronto tra le due ragazze emerge la storia di un Paese (e un periodo storico) in cui il Cattolicesimo stava sgomitando per farsi largo attraverso la tradizione pagana svedese e non serve nemmeno molto a Bergman per mettere in chiaro che questo scontro non è senza vittime. Karin la vergine è il fiore all’occhiello dei Cattolici abitanti del villaggio, gli stessi che vedono (e trattano) Ingeri come qualcosa di indesiderato, il tutto raccontato senza strangolare il film con inutili spiegoni, perché “Jungfrukällan” dura 89 minuti e il più delle volte rinuncia ai dialoghi per essere più efficace di mille parole.

Attraversando il bosco per raggiungere la chiesa, nelle storia arrivano i tre vagabondi che aggrediscono Karin e la violentano, in una scena che Bergman dirige senza fare sconti, inquadrando quel poco che si vede in modo inequivocabile, veloce, ma dolorosissimo in un silenzio che è quello ben rappresentato dalla natura che fa da sfondo, da Ingeri che assiste, ma non interviene e più in generale di Dio stesso, che permette che tale violenza avvenga proprio a danno di colei che era stata prescelta per onorarlo.

Il Grande Capo deve aver voltato lo sguardo altrove per un momento.
L’elemento divino diventa chiarissimo successivamente nel film, è Töre il padre di Karin a mettere in chiaro il peso di questo fattore nella storia. Ad interpretare il personaggio è il leggendario Max von Sydow, quello che i cinefili colti ricordano come l’attore feticcio del regista protagonista di undici (se non ho perso il conto) suoi film tra cui cosine come “Il settimo sigillo” (1957), mentre per quelli più pane e salame sarà sempre il prete di “L’esorcista” (1973), guarda caso un film dell’orrore, giusto per dar man forte alla mia teoria. Quella di Bergman regista horror non quella dei cinefili cinofili!

La moglie di Töre reagisce con un sangue freddo incredibile accogliendo i tre sconosciuti a casa, anche se ha già capito il destino della figlia ed è qui che Bergman aggiunge ancora di più il carico. La scena in cui il più giovane dei tre sta male a tavola, perché non abituato a mangiare su base regolare è il momento in cui il regista ci mostra almeno uno dei tre aggressori (quello più innocente) come un essere umano con le sue fragilità e proprio per questo la scena successiva risulterà ancora più potente nella sua drammaticità.

"Penitenziagite!" (Cit.)
Töre armato di fruste di betulla si flagella tutta la notte, infliggendosi da solo un supplizio, una punizione preventiva per i peccati che ha seriamente intenzione di commettere all’alba. Il personaggio concede al suo Dio un’intera notte sacrificando il corpo e quando quello che ottiene è solo silenzio, diventa lui stesso un Dio per esprimere giudizi sui peccatori e sarà un Dio stile vecchio testamento quello di Töre.

Bergman rinuncia quasi totalmente ai dialoghi, fa montare la tensione in maniera magistrale e lascia scatenare il tuo protagonista che si scatena sui malvagi senza una sola parola, non una spiegazione, nemmeno un insulto che per certi versi sarebbe stato anche comprensibile, niente. Con furia belluina Töre accoltella il primo vagabondo, mentre il secondo lo brucia vivo senza nessuna pietà lo lascia morire tra urla disumane e quando la sua vendetta è completa, non si ferma e trucida anche l’ultimo dei tre, il più giovane, quello che Bergman si era assicurato di mostrarci come il più fragile del gruppo. Abbiamo avuto il “rape” ed ecco la “revenge”.

"Porgi l'altra guancia, che ti sfregio anche quella"
A questo punto Töre non ha nessuna scusante, è andato anche oltre il limite che si concede ai “buoni” nei film, per cui va bene se usano la violenza contro i “cattivi” di turno (ho sentito qualcuno dire “Funny games” di Michael Haneke? No? Ah, mi sembrava di averlo sentito) e il suo Dio che è rimasto costantemente in silenzio davanti allo stupro di Karin e alla vendetta di Töre si manifesta, come, per altro, non farà mai più in nessun altro film di Bergman, perché da sotto il corpo senza vita della ragazza ritrovata nel bosco, comincia a scorrere l’acqua di una fontana, il segnale per Töre che quello è il punto dove costruite la chiesa, il suo tentativo di espirare i suoi peccati.

“La fontana della vergine” è un film incredibilmente moderno nel suo parlare di religione con una schiettezza che a sessant’anni dalla sua uscita pare ormai impossibile, in una storia dove la fede è così fondamentale, Bergman non le manda a dire e getta un’ombra oscura sull’animo umano. Per essere un film premio Oscar diretto da uno dei più grandi Maestri della storia del cinema, “La fontana della vergine” resta un film profondamente di genere, il tipo di contaminazione che manda in tilt i cinefili che amano tenere divise le categoria e che per la Bara Volante, invece, è un pregio, infatti ci vanteremo di avere questo film tra i Classidy!


Una lezione di cinema “alto” che ha influenzato e indicato la via a tanto cinema “basso”, ma questa è un’altra storia...

Intanto, non perdetevi i crediti Italiani del film, direttamente dalle pagine del Zinefilo!

14 commenti:

  1. Cosa?!?! Chi?!?! Bergman?!?! Ma che fa Prof. Dott. Gran Farabutt Casssidy, mi gioca l'asso di denari il venerdì mattina? ("Che fa batti?" "Ma... Mi da del tu?" "No, no, dico: batti lei?" "Ahhh, congiuntivo!" - cit.)

    Film che recuperai anni e anni fa quando nei primi cineforum di internet si discuteva di cinema facendo a gara su chi ce l'ha più grosso. Ogni scusa era buona per estrarre dal cilindro titoli "minori", dimenticati o da "cineforum" piazzando recensioni pompose per mantenere un alto profilo. Come sono cambiate le cose...

    Comunque all'epoca recuperai parecchia roba per non sfigurare ma un buon 80% di tali pellicole sono parzialmente dimenticate. Non fa eccezione la quasi totalità dei film di Bergman tra cui questo "La fontana della vergine" che sicuramente ho visto (probabilmente c'ho pure un qualche cofanetto di dvd a casa dei miei, sepolto da mille altre cose...). Mi sa che è ora di andare a riordinare la soffitta dei miei...

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    1. Beh, non mi sembra che siano cambiate più di tanto ;-) La faccio molto più spiccia, Bergman è capace di metterti addosso una fifa blu, in alcune delle sue pellicole ci sono scene che danno sonori coppini sulla nuca anche a tanti horror moderni, questo poi è davvero il “padre nobile” di tanto cinema di genere, quello che piace a noi ;-) Cheers!

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  2. Ottima analisi, concordo nel definirlo come il padre di molto horror, sopratutto anni '70.

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    1. Grazie capo! Il post di Lucius va nel dettaglio dell'argomento, a me serviva un punto di partenza e poi ci tenevo a mettere "nero su Bara" la mia stima per Bergman, uno che non ha mai fatto film horror in senso stretto, ma era bravissimo a dirigere scene di strizza vera ;-) Cheers

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  3. Tra le chicche del vecchio Rai sat cinema, lo trovai anch' io piuttosto sconvolgente. Ennesimo titolo scoperto sul Mereghetti. Grande messinscena ed atmosfera come hai detto ricca di contrasto tra sacro e profano. Ogni tanto mi riviene in mente.
    Avrà ispirato un pò di cinema action anni 80-90? XD Scherzo.

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    1. Beh Last Action Hero aveva una scena che rendeva omaggio a Bergman, quindi direi di sì ;-) Cheers

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  4. Sono caduto dalla sedia, anzi... dalla bara! :-D
    Mica puoi omaggiare il Maestro svedese così, senza avvertire! Alla gente gli fai venire uno schioppone :-P
    Splendida sorpresa, oggi, e grazie della citazione. Hai ragionissima, tutti a fare i fighi con i Bergman da rimorchio (una volta citavano solo "Il Settimo Sigillo" e "Il posto delle fragole", ma il secondo è tanto che non lo sento più citare) e intanto Ingmar getta le basi per l'horror di là da venire, e da solo crea un intero sotto-genere: appunto il rape & revenge.
    Pensa che proprio ieri notte Italia1 ha trasmesso "L'ultima casa a sinistra", il fiacco remake moderno del Craven storico: che sia un velato modo per festeggiare l'anniversario della Vergine?
    Comunque sin dalla prima visione una cosa è stata chiara sin da subito: la selvaggia pagana Gunnel Lindblom fa bollire il sangue nelle vene! Un altro aspetto di solito poco trattato di Bergman è che aveva l'occhio lungo per le sue attrici, che infatti di solito finiva per sposare! Gunnel Lindblom, Bibi Andersson, Liv Ullmann... buongustaio d'un Bergman! :-P

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    1. "Il posto delle fragole" è sparito dai radar, più comodo citare solo "Il Settimo Sigillo". Si ho visto che ieri lo trasmettevano, ho girato tutto esaltato, poi ho capito che era il remake e ho spento (storia vera) per fortuna avevo in canna questo film per due motivi, il secondo è che bisognava ricordare i sessant'anni di un capolavoro, l'altra ragione la scoprirai a breve. Detto questo penso che i registi, per mestiere, debbano saper far brillare le attrici (e gli attori), ma alcuni ci riescono meglio di altri, ad esempio Walter Hill fa splendere le attrici come pochi sono in grado. Bergman invece hai detto bene, occhio lunghissimo, secondo me Carpenter ha preso da lui (per stare in tema Horror) compresa l'abitudine di sposarsele ;-) Cheers!

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  5. Solitamente quando si pensa a Bergman vengono in mente due cose.
    Faccioni in primo piano e tedio.
    Tanto, tantissimo tedio.
    Non sempre e' cosi'.
    Questione di punti di vista.
    I Promessi Sposi sono un mattone?
    Io dico che il Manzoni aveva inventato la telenovela con secoli di anticipo.
    Bisogna fare i conti con la poverta' di mezzi, alle volte.
    Senza contare che un sguardo intenso rende piu' di mille parole.
    Basti vedere Vampyr di Dreyer.
    Uno dei migliori esponenti dell'epoca, e guadagna un sacco di punti in piu' perche' non scomoda il caro vecchio conte Dracula, che ai tempi era quasi d'obbligo.
    Credo che senza questo non avremmo avuto un certo filmetto che avrebbe lanciato la carriera di un tale di nome Wes Craven (buonanima).
    Solo che Bergman non sarebbe arrivato a metterci un'evirazione a morsi...
    Da recuperare.
    Ma vedendo il genere, mi sa che faccio prima in biblioteca.

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    1. La violenza belluina del padre é ancora più atroce, non una parola contro i suoi "nemici" nemmeno un insulto. Non ci trovo tedio in Bergman, ansia si, malessere magari, ma sempre utilizzati per raccontare mai come effetto collaterale di film, tediosi appunto. Cheers

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  6. Wes Craven ne fece praticamente un remake,con 'l'ultima casa a sinistra', che si differenzia dal primo per l'assenza dell'elemento religioso. Ma ho capito che ne verra fuori un post a parte...

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    1. Via la religione, dentro la natura umana, ma di fatto un remake senza autorizzazioni ;-) Cheers

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  7. Mi hai piacevolmente stupito con questo post, la trama del film mi ha stregato! Sono rimasto piacevolmente colpito dal tema della vendetta e di come essa venga applicata.Devo assolutamente recuperare questo film. Si trova in DVD o in streaming su qualche piattaforma?

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    1. Canali di streaming non ho modo di controllare al volo in questo momento, quindi non posso confermarti, ma in DVD si trova facile ;-) Sono curioso del tuo parere, molto felice di averti presentato un classico del cinema, un onore! Cheers

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