lunedì 10 febbraio 2020

Color Out of Space (2020): Il fucsia venuto dallo spazio

Sarebbe bello poter chiedere a Richard Stanley che cos'ha fatto in tutti questi anni, probabilmente come Noodles ci risponderebbe che è andato a letto presto, per leggere quanti più racconti di H.P. Lovecraft possibili.

Il regista sudafricano, il genietto che ci ha regalato Hardware e Dust Devil, non dirigeva qualcosa di diverso da documentari sull’occultismo da quell’enorme pasticciaccio brutto intitolato L’isola perduta, un film e una storia produttiva così tormentati da essere in grado di spezzare la carriera (e la volontà) a chiunque, ma non al regista con il cappello che cinque anni fa circa ha promesso un adattamento cinematografico del racconto di H.P. Lovecraft, “Il colore venuto dallo spazio” (1927) e ha mantenuto la parola data.

Una piccola co-produzione con il Portogallo, sei milioni di fogli verdi con sopra facce di altrettanti ex presidenti defunti come Budget e un solo grande nome in cartellone, quello di Nicolas Cage, capace da solo di attirare il pubblico, oppure di far scappare via quei poveri di spirito che ancora si ostinano a non capire la regola Cage: Nicola recita in un film? Quel film si guarda. Punto. Se poi lo dirige Richard Stanley, ancora di più.

Nicolas Cage l’attore che riesce a dare di matto, solo come i personaggi di Lovecraft sanno fare.
Trent’anni esatti dopo il suo esordio con Hardware e quasi venticinque dopo il disastro del dottor Moreau, Stanley riparte dal solitario di Providence e dall’attore più... Diciamo sopra le righe, perché matto potrebbe essere un’affermazione forte, ovvero Nicolas Cage, colui che Stanley desiderava in un suo film dai tempi di Devil Dust (storia vera) e che, per altro, ha almeno una cosa in comune con il regista con il cappello: entrambi in qualche modo sono stati legati alla ricerca del Sacro Graal (storia vera).

Mi dispero per il fatto che Cage lavori così duramente pur mantenendo il suo status di divo vecchia scuola, cercando di coltivare una certa aurea di mistero, perché quando si apre al pubblico (in interviste come quella lasciata al New York Times), vengono fuori perle degne del “Vangelo secondo Cage”. Purtroppo, Richard Stanley e la sua capacità di scomparire anche per anni, lo rendono un personaggio ancora più riservato, quindi non sapremo forse mai cosa potrebbe essere uscito fuori delle interazioni tra il divo più, più.. Beh, Nicolas Cage (che è già un aggettivo) di Hollywood e il regista, ma vi giuro che pagherei tanto oro quanto peso per conoscere il contenuto medio di un qualsiasi dialogo tra questi due stranissimi bipedi.

Vi prego ditemi che qualcuno ha registrato la conversazione, vi prego!
Ma un’altra ottima ragione per stimare sia Nicola che Riccardo è che fanno parlare i fatti al posto loro e “Color Out of Space” parla, canta, balla e fa di conto. Un film in cui non s'intravedono per niente gli anni “in panchina” del regista, anzi, risulta un lavoro fresco, in grado di portare Lovecraft e le sue trame dritte nel 2020, ci voleva la dedizione di Stanley per riuscirci, ma anche quel suo modo di essere fuori dal tempo, come se arrivasse anche lui da molto più lontano del Sud Africa.

Una doverosa premessa, però, bisogna farla e riguarda proprio il solitario di Providence. Quello che trovo straordinario di Lovecraft non è certo la sua prosa, in alcuni casi anche piuttosto macchinosa, nelle sue storie il cosa viene raccontato, supera molto spesso il come ci viene raccontato, per questo trovo i suoi racconti piuttosto ipnotici nell’andamento. Il “cosa” che ci viene raccontato, però, è spesso anti-cinematografico, sulla carta puoi cavartela scrivendo che un orrore è tale da non poter nemmeno essere descritto e allo stesso modo puoi permetterti di suggerire in modo efficace usando la parola scritta, geometrie, oppure (come in questo caso) colori che sono impossibili nella realtà, ma nel momento di raccontare la stessa storia sul grande schermo, con un media prettamente visivo come il cinema, la faccenda potrebbe diventare parecchio complicata.

“Di' un po’, ti sei laureato davvero alla Miskatonic University, oppure hai comprato solo la maglietta?”
Ecco perché gli adattamenti dei racconti di Lovecraft che sono arrivati al cinema lo hanno fatto cercando di essere più fedeli possibili (con lavori quasi indipendenti come The Call of Cthulhu) oppure abbracciando la via dell’adattamento, i lavori più Lovecraftiani di sempre sono stati quasi tutti diretti da registi che hanno dimostrato di aver capito la lezione del solitario di Providence e sono stati in grado di tradurla in materiale visivo per il cinema, sto pensando ai film di Stuart Gordon e John Carpenter, da sempre due dei più Lovecraftiani registi in circolazione.

L’ombra lunga, lunghissima di Lovecraft si è allungata sul cinema Horror da sempre, portare al cinema “Il colore venuto dallo spazio” risulta complicato anche perché il colore ha infettato moltissime pellicole, da “La morte dall’occhio di cristallo” (1965) passando per “The Blob” (originale e remake), fino a La Cosa, Annientamento e perché no, anche “La morte solitaria di Jordy Verrill” direttamente da Creepshow.

Nicolas Cage dallo spazio profondo.
Tutto questo per dire che per portare al cinema nel 2020, le circa ottanta pagine di “Il colore venuto dallo spazio” rispettandole fedelmente, ha come effetto collaterale quello di ritrovarsi con un film pieno di dinamiche e di situazioni che al pubblico moderno potrebbero risultare già viste tante volte e ve lo dico chiaramente: per me è anche l’unico “difetto” (virgolette più che mai obbligatorie) di questo film, perché Richard Stanley non solo dimostra di avere una discreta dose di fegato nel decidere di portare al cinema il più visivo dei racconti di Lovecraft, ma dimostra di aver capito in pieno la sua lezione, in “Color Out of Space” a contare non è cosa ci viene raccontato, ma come.

Se avete letto il racconto “Il colore venuto dallo spazio”, quello che sta per arrivare è un monito inutile, in ogni caso anche se resterò molto sul vago riguardo al contenuto della trama, per trasparenza lo scrivo lo stesso: SPOILER (moderati).

Il film comincia con le parole di Lovecraft prese di peso dal racconto originale e continua raccontandoci una versione aggiornata della famiglia Gardner e della loro nuova vita da agricoltori e allevatori di Alpaca, in una casa isolata poco fuori la cittadina di Arkham nel Massachusetts immaginario di Lovecraft.

“Guarda cara, una stella cadente fucsia, esprimi un desiderio”, “Voglio scambiare il mio ruolo con Patricia Clarkson”
Il timore del vecchio H.P. per la tecnologia, qui si manifesta sottoforma di problemi di natura tecnica con la connessione Wi-Fi di casa (Internet che non va, ecco una cosa che fa davvero paura!), mentre Stanley aggiunge alla storia  l’elemento esoterico che gli sta molto a cuore, trasformando la figlia Lavinia Gardner (Madeleine Arthur) in un’adolescente ribelle con la predilezione per la magia Wicca. Il resto dei personaggi è tutto sommato molto canonico, abbiamo il figlio grande un po’ toncolo appassionato di quelle sigarettine un po’ storte da fumare preferibilmente non in pubblico Benny (Brendan Meyer) e l’occhialuto figlio più piccolo Jack (Julian Hillard) sempre accompagnato dal cane di famiglia Sam.

Al quadretto da famiglia ideale mettiamoci mamma Theresa (Joely Richardson) uscita da poco da un intervento grosso e papà Nathan che Nicolas Cage sceglie di interpretare con occhiali, camicia e quadri e tutti i tick che vi aspettereste da una delle sue prove, questa volta giustificata da due fattori. Il primo: i protagonisti della storie di Lovecraft diventano progressivamente folli con il passare dei minuti, per una gazzella come Cage, un invito a correre. Per quanto riguarda il secondo pare che Richard Stanley affascinato (come tutti) dalla prova di Nicola in “Stress da vampiro” (1989) gli abbia chiesto: «Nick, potresti recitare proprio così?» (storia vera).

“No, sul serio, ho visto tutti quei meme su di te, ti voglio proprio così, uguale uguale”
Se cercate su questa Bara qualcuno che vi parlerà male del nipote di Francis Ford Coppola, cascate male perché Nicola è sempre stato uno dei miei prediletti (e anche del mio cane. Storia vera), quando un regista sa come utilizzare il suo talento, Nick è l’arma definitiva che vorresti sempre avere a portata di mano, in “Color Out of Space” è perfetto quando comparendo in tv come testimone oculare dello strano meteorite precipitato nel suo cortile di casa, decide di recitare l’intervista televisiva grattandosi la testa in maniera nevrotica, sembrando subito un pazzo mitomane (ruolo per cui Cage, ammettiamolo, è anche piuttosto portato).

Quando la storia gli chiede di esplodere, lui lo fa davvero alla grande e nei momenti giusti, tanto che sfido anche il più accanito dei suoi detrattori a dirmi che davanti agli orrori che Nathan Gardner è costretto a far fronte, voi non reagireste nello stesso identico modo. Sul serio, guardate il film e poi venite a dirmelo. “Color Out of Space” rientra nettamente tra le migliori prove di Nicolas Cage, perché sta perfettamente a metà tra Mom and Dad e Mandy, ovvero i suoi ruoli recenti più riusciti. Menzione speciale, quando urla «SLAM DUNK!» scaraventando nel cestino della cucina i pomodori resi giganti ma disgustosi, per effetto del meteorite caduto dal cielo. Grazie Nicola, questo mondo appartiene a te e noi siamo tutti tuoi ospiti!

Nemmeno l’eccentricità si vestirebbe come Nicola (Grazie Maestro!)
Ma se “Color Out of Space” è un ottimo film, lo dobbiamo alle soluzioni uscite da sotto il cappello di quel genietto di Richard Stanley che con questo film sembra un bambino libero di giocare con i suoi giocattoli Lovecraftiani. Ecco perché il personaggio esterno alla famiglia a cui è dedicato il prologo e l’epilogo del film si chiama Ward Phillips (Elliot Knight) che ricorda volutamente (Ho)ward Phillips, un ragazzo che dice di arrivare da Providence e per tutto il film indossa una maglietta della Miskatonic University, tutto citazionismo gustosissimo che non appesantisce mai la visione del film. A proposito di citazioni, mi ha fatto molto ridere il fatto che ad un certo punto Cage in tv si metta a guardare un film con… Marlon Brando.

Stanley non sembra per niente un regista che manca da un set cinematografico da più di vent’anni, “Color Out of Space” mantiene perfettamente in equilibrio il ritmo scoprendo le carte poco alla volta, in un crescendo che nel finale risulta assolutamente riuscito e coinvolgente, anche grazie alle ottime musiche di Colin Stetson. La concessione che il regista sudafricano deve fare è unica e anche piuttosto ovvia: il colore impossibile da determinare per l’occhio umano del racconto originale, al cinema deve per forza avere una tonalità, quella scelta da Stanley e dal suo direttore della fotografia Steve Annis è un fucsia acidissimo con punte di azzurro qua e là, che conferma la capacità di Stanley di sapere ancora come darci dentro con l’uso esagerato del colore al cinema, questa volta più necessario che mai per la buona riuscita del film.

E Stranger Things... MUTO!
Consapevole di non avere per le mani un budget stratosferico, Stanley utilizza al meglio le attese e centellina la CGI (poca, ma davvero buona) per mostrarci gli effetti dello strano colore spaziale rilasciato dal meteorite precipitato a casa Gardner. Ma quello che riesce meglio a Stanley, è trovare il modo di rendere personale l’orrore cosmico impossibile da raccontare per immagini di Lovecraft, per farlo il regista con il cappello decide di fare la scelta più sensata, portarlo al pubblico attraverso i personaggi.

Adesso abbiamo capito da dove arrivava il fungo di Super Mario.
Forse non potremmo capire cosa vuol dire trovarsi davanti ad un colore impossibile da descrivere, ma ognuno di noi ha tutti i mezzi per capire la sofferenza di una persona a cui vuole bene, quindi anche se i protagonisti del film sembrano tanto degli archetipi narrativi visti parecchie volte in passato, quando accade loro qualcosa di orribile, è impossibile non risultare emotivamente coinvolti, se poi l’orrore è mostrato con effetti speciali così orgogliosamente vecchia scuola, il risultato finale non può che farti venire voglia di aggrapparti ai braccioli.

Non voglio scendere nei dettagli della trama per non rovinare la visione a nessuno, ma le mutazioni realizzate da Dan Martin strizzano volutamente l’occhio a quelle del leggendario Rob Bottin (e di certo non è una COSA successa per caso) riuscendo, grazie all’ottimo lavoro di Richard Stanley, a risultare drammatiche e orribili in parti uguali.

Le porte delle percezione sono aperte.
Gli ultimi venti minuti del film poi sono eccellenti, Richard Stanley come un perfetto direttore d’orchestra fa filare alla perfezione tutti i membri della sua orchestra, fotografia, effetti speciali, movimenti di macchina da presa, montaggio sonoro e le prove di recitazione del cast lavorano all’unisono per creare sul grande schermo un crescendo di follia e orrore degno delle ultime pagine dei racconti di Lovecraft, quindi importa davvero pochissimo il fatto che il colore impossibile da scrivere alla fine sia il fucsia, davanti ad una dimostrazione così chiara di talento da parte di un regista che ci dimostra di aver capito davvero Lovecraft, il fucsia non sarà mai più lo stesso.

“Color Out of Space” era il film che attendevo di più di questo 2020 ed oltre ad essere ottimo è anche la conferma di un ritorno di un grande talento come quello di Richard Stanley che spero non decida di usare i suoi poteri di sparizione un’altra volta. Pare che il regista con il cappello abbia annunciato di voler restare dalle parti di Providence, il suo prossimo lavoro sarebbe l’adattamento di “L'orrore di Dunwich” (1928), non posso chiedere davvero di meglio!

30 commenti:

  1. Very good Job Cassidy, complimenti di nuovo con questa recensione.

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  2. Dai, mi sa che lo guarderò, ma quando sarà disponibile in homevideo.

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    1. Dovrebbe uscire negli Stati Uniti e spero di veder arrivare il colore anche nei nostri cinema, dita incrociate. Come mia abitudine ci tengo a potermi godere le prestazioni degli attori in lingua originale, figuriamoci uno dei miei preferiti come Nicola ;-) Per il resto appena uscirà in sala lo andrò a vedere, è il tipo di progetto che va premiato (i film di Terry Gilliam vado a vederli anche due volte quando finalmente escono, storia vera), però intanto mi sembrava giusto nel mio piccolo, fargli più buona pubblicità possibile. Cheers!

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    2. E hai fatto benissimo, direi! :-)
      Una curiosità: anche un precedente adattamento germanico del 2010, Die Farbe/The Color Out of Space, usa una tonalità simile per dare colore a un colore impossibile... ragione in più per vedere Stanley il prima possibile, così potrà mettere le due fucsie a confronto ;-)

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    3. So dell'esistenza del film, ma non ho mai avuto modo di vederlo, rimedierò. Anche se sono piuttosto certo che Stanely lo conoscesse, figuriamoci se non si è studiato TUTTO in questi 24 anni d'assenza. Cheers

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  3. Scusa la volgarita', Cass.
    Ma quando ci vuole, ci vuole.
    SI, CAZZO!! SI!!
    Quella coppia di pazzoidi ce l'ha fatta.
    Il ritorno di uno dei miei miti.
    E in grande stile.
    Quanto ci eri mancato, Richard.
    Si. E anche tu, Nick.
    Ma gia' il trailer mi aveva estasiato, con tutto quel viola MALVAGIO da far male agli occhi.
    Era ora che si prendessero una bella rivincita su tutti.
    Spero di rivederli il prima possibile.
    Ancora insieme, magari.
    Mi ha sorpreso l'esito degli Oscar.
    Senza nulla togliere a Parasite, che lo merita tutto.
    Ma...non e' che non volevano che a vincerlo fosse un film ispirato a un personaggio da fumetto, per caso?

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    1. Non solo era difficile portare il racconto di Lovecraft al cinema, ma riuscirci così bene, dopo oltre vent’anni di assenza dalla scena è incredibile, farlo insieme ad un attore diciamo eccentrico via, dopo che l’ultima volta, proprio con attori eccentrici, non è andata proprio benissimo, è un finale da Hollywood ;-) Apro è chiudo parentesi Oscar che mi interessa poco giusto perché me lo hai chiesto: Non ci vedo strane macchinazioni, forse era un po’ fuori scala il Leone a Venezia come miglior film? (sarebbe stato perfetto quello come miglior attore). Anche perché tra “Joker” e “Parasite” ha vinto il film migliore ;-) Cheers

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    2. Immagino di si.
      Ma sarebbe stato un bello smacco per la Marvel/Disney, che tra Endgame e Black Panther ci ha gia' provato due volte a piazzare il colpo.
      Evidentemente...manca quel qualcosa in piu', ancora.
      Parasite lo merita tutto, ripeto.
      Nel racconto si prova quasi compassione, per certi versi.
      Per il rassegnato fatalismo provato dai protagonisti. Indifferenti a tutto quello che gli accade, comprese le orride mutazioni.
      Non si sa per via del morbo o dell'influsso malefico che ormai ha contaminato pure le loro menti. O perche' la follia resta l'unica via di uscita da un orrore simile.
      E poi...quando io noto la voce narrante entro in modalita' Carpenter.
      Sai gia' che non finira' bene, eppure vuoi vedere come finisce.
      Se Stanley ha riprodotto queste due cose nel film (e mi pare di capire che lo ha fatto) ha centrato l'obiettivo in pieno.
      La cosa che da' i brividi e' sentire il padre ripetere ossessivamente "...Il colore...il colore..." al termine del trailer.
      Mi sembrava di sentire il pittore pazzo de LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO.

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    3. Me la rido perché ho visto il colore ed ora so, sembro a mia volta un personaggio scritto da Lovecraft eh eh ah ah AH AH AH! (risata di follia per Cassidy). Cheers!

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  4. Nicolas Cage sulla cresta dell'onda, e con titoli e film in cui può esprimere il suo "folle" potenziale, bene ;)

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    1. Ora dopo questo, l’unica cosa che potrebbe fare, e interpretare la parte di Nicolas Cage in un film… Ah no! Ha già annunciato che lo farà (storia vera). Cheers

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  5. Ah be', dopo questa recensione il film va assolutamente visto ;-)
    A memoria credo che il racconto di HPL sia l'unico che mi abbia davvero messo inquietudine addosso, della sua produzione.

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    1. Malgrado lo avessi già letto, me lo sono riletto la scorsa settimana prima di vedermi il film, ho voluto rinfrescare il ricordo per poter fare paragoni con il lavoro fatto da Stanley. Ti dico solo che ci è mancato poco che mancassi la fermata dal bus da quanto ero preso dalla lettura (storia vera). In termini di inquietudine anche “L’abitatore del buio” non scherza affatto. Cheers!

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  6. Lo spunto sul "come dire" rispetto al "cosa dire" è molto molto interessante ed è un limite pesantissimo sulla messa in scena di pellicole tratte da libri, sopratutto horror o fantastici (qualcuno ha detto King? No? Mi pareva...). Già con thriller è più facile (penso, su tutti, ai libri di Harris diventati "Il silenzio degli innocenti" e seguiti).

    Detto questo arrivo al nocciolo, cioè il film del buon Stanley. Penso che lo vedrò in sala (incrocio le dita!) perché ritengo che sia giusto premiarlo. MI avevi già convinto con i vecchi post sui suoi lavori, ma questo pezzo di oggi è stato la conferma.

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    1. Harris è stato depredato dal cinema, perché ha un tipo di scrittura molto cinematografica, ma come lo racconti al cinema l’orrore che non si vede? Anche io lo rivedrò sicuramente in sala, come dicevo qui sopra sono quei progetti che vanno premiati, a mio modo scrivendone provo a contribuire, almeno alla voglia di farlo vedere, per il resto contribuirò con i soldini appena sarà il momento ;-) Cheers

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  7. A me Nicolas Cage sta troppo simpatico e negli ultimi anni vedo che sta scegliendo meno bioate colossali rispetto al solito. Poi se c'è la colonna sonora di Colin Stetson e se mi dici che il film è un'ottima trasposizione di un racconto di Lovecraft (che comunque non ho letto nello specifico, ma di cui adoro le atmosfere), devo dire che mi hai convinto a recuperarlo.

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    1. In realtà le sceglie ancora, ma sono da vedere anche quelle, solo per motivi del tutto diversi ;-) Puoi sempre recuperarlo, il racconto sono 80 pagine circa, e la colonna sonora in quel finale tiratissimo fa un lavoro enorme, non vedo l’ora di vederlo al cinema. Cheers!

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    2. Ma dici che lo distribuiscono qui da noi?

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    3. "Mandy" è uscito direttamente in Blu-Ray, Stanley se la meriterebbe una distribuzione dopo tutti questi anni. Cheers

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  8. Lovecraft era uno scrittore che dava il suo meglio nella costruzione di atmosfere via via sempre più cariche di tensione, quindi anche per questo non sempre sono stati adeguatamente resi al Cinema.
    In quanto a Cage di lui apprezzo quasi tutti i suoi film, a parte i due Ghost Rider dove la sua recitazione è fin troppo involontariamente comica che non riesco proprio a rivederli.

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    1. Verissimo, invece qui Stanley ha dimostrato di averlo capito, perché il suo film va in crescendo, proprio come i racconti di Lovecraft. Cage vive sopra le righe ;-) Cheers!

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  9. Ho letto qualche commento / recensione su Rotten Tomatoes e sono molto positivi. Mi fa piacere per Richard e anche per Nick. Forse è la svolta che ci voleva per decretarne il ritorno con budget importanti. Cage batte cassa, come d'altronde fanno tutti, non è da biasimare, però anche a me ha sempre ispirato simpatia, non fosse altro che per la sua nota stravaganza. In più non è mai stato bello, quindi rappresenta noi ragazzi "normali" e anche un pò svitati. Lo guarderò sicuramente come attestato di stima a entrambi, oltre che a Cass per la passione che pervade da ogni recensione. Tra l'altro ho casualmente notato che ho visto quasi tutte le versioni precedente, più o meno liberamente ispirate al racconto originario. Buona serata 👋

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    1. Grazie capo, quando si parla di svitati mi sento tirato in ballo ;-) Penso proprio che ti piacerà ma ora sono curioso di conoscere i vostri pareri! Cheers

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  10. Onestamente pensavo da fan di zio Lovecraft che sarebbe stato un film brutto con i fiocchi, ma dopo il tuo post gli darò sicuramente una possibilità.

    P.S. ma in Italia uscirà da qualche parte? Non trovo una notizia certa.

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    1. Negli stati uniti uscirà il 24di questo mese. Spero che arriverà da noi presto ma per ora nessuna notizia certa. In ogni caso é una figata ;-) Cheers

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  11. Mi costringi a non leggerti perchè attendo questo film più della Pasqua un cattolico praticante. Ho delle aspettative mica male per questa pellicolla!

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    1. Avrei dovuto attendere lo so, ma mi è piaciuto così tanto che mi pare giusto “pubblicizzarlo” il più possibile. Non vedo l’ora di poter vedere questi colori in sala ;-) Cheers

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  12. Quanto di più vicino a un film di Carpenter mi sia capitato di vedere, ed è il miglior complimento che possa fargli.
    La regia è vecchia scuola, tutta l'estetica sembra uscita dalla fine degli anni 70.
    E' un mix tra The Fog e La cosa (con una spruzzata piccola piccola di Evil Dead)

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    1. "The Fog", "La cosa" ed "Evil Dead", non potevi trovare titoli più esatto e fare complimento migliore al film, per me è già uno, se non il miglior film del 2020. Cheers!

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