Zerocalcare sosteneva che l’invasione
di Zombie, è l’unico evento per cui l’umanità si è preparata prima nell’immaginario
che nella realtà. Alla Bara Volante infatti non abbiamo paura nemmeno delle psicosi di massa scappate di mano di questi giorni, perché abbiamo visto tutti i film giusti, come quello che oggi ci racconta
Quinto Moro.
A
volte ritornano
Lo so che questi non sono zombi, ma parlerò
ugualmente del filone zombi, soprattutto di Romero e dei suoi film. Perché sì.
Era il lontano 2002, un bizzarro tipo inglese con
un certo gusto per il grottesco e gli schizzi di sangue pensò di dare nuova
non-vita ai non-morti. I tempi erano cambiati dal regno di Romero, il filone
zombi sembrava dissanguato a sufficienza e ormai (non)morto e sepolto. Ci
voleva un punto di vista originale per dare verve a nuove orde di corpi
macilenti. Anche se quelli di “28 giorni dopo” non sono zombi, hanno
contribuito a rilanciare con prepotenza il genere, restituendogli un pizzico
della vecchia critica sociale.
Qui il contagio non è quello lento e sonnacchioso
di romeriana memoria, ma rapido, istantaneo. Gli zombi di Romero nascevano
sull’onda lunga delle paranoie americane post-belliche, rivelando tutte le
magagne interne della società, per poi affinarsi in una critica sociale sempre
più forte, in cui i veri zombi eravamo noi.
“28 giorni dopo” non è un film politico, o almeno
non sembrava alla sua uscita, ma inquadrato nei cambiamenti dell’ultimo
ventennio fa un altro effetto. La sceneggiatura è di Alex Garland, uno che a
partire da questo film è andato via via raccontando diverse tonalità di sfacelo
dell’umanità, da Sunshine (sempre con Boyle), al sequel “28 settimane dopo” per
poi affermarsi con Ex Machina (e fermarsi con Annientamento). I suoi infetti
non sono apatici e ciondolanti ma veloci e aggressivi, schizofrenici, e chi
meglio di un regista dotato di stile ed estetica schizofreniche per raccontarli?
Molti guardarono con scetticismo ai non-morti
isterici di Boyle e Garland. Lo stesso Romero disse di “non essere spaventato
dalle cose che mi corrono incontro”, anche se in quel caso si riferiva al
remake di “Dawn of the dead” diretto da Zack Snyder. Zack non ha mai inventato
niente ma aveva capito che quello era il futuro del genere zombesco. Non è un
caso se dopo il film di Boyle i non morti siano tornati ad uscire dalle fottute
pareti, rimodellando l’immaginario attraverso tutti i media. Anche se Robert Kirkman lavorava già da tempo a The Walking Dead, fumetto dal 2003 e serie tv
dal 2010, è innegabile che il film di Boyle abbia preparato il terreno,
contaminando sempre più l’immaginario anche attraverso i videogiochi (il primo Left
4 Dead su tutti, 2008).
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Re Giorgio spiega come sono fatti i veri zombi |
La primissima scena, quella del caos per le strade,
mi ha sempre mandato fuori di testa per quanto sia geniale: sembra di trovarsi
già nel mezzo dell’apocalisse, invece sono scene di ordinaria follia umana. Poi
passano 28 giorni, e quelle prime inquadrature sono una descrizione verosimile
di quanto è successo con l’epidemia.
L’infezione è una forma della rabbia simile all’ebola.
Per rendere più credibile la furia rabbica degli infetti non vennero ingaggiate
semplici comparse ma veri e propri atleti. Le loro movenze a scatti, gli occhi
rossi e i grugniti li rendono caratteristici, schifosi e seriamente minacciosi,
anche perché il nostro manipolo di sopravvissuti non se ne va in giro armato
sino ai denti. Ci si arrangia con bastoni, machete e molotov. Anche perché se
non lo sapete, nel Regno Unito l’acquisto delle armi è proibito per legge (ma
si ammazzano allegramente come e più del resto d’Europa, storia vera).
In Texas, 28 giorni dopo un’epidemia del genere
avremmo assistito a grasse risate e racconti splatter intorno ad un barbecue,
con abbondanza di birra, hamburger e T-shirt ricordo con la scritta “I survived
rabid idiots”.
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“Tu sei il male, io sono la cura” (cit.) |
Una
separazione
Per tutta la prima parte non si vede una pistola o
un fucile. Il che serve a rendere più forte il pericolo per questi quattro
sfigati inseguiti dagli infetti assatanati. Armi a parte, il protagonista Jim
non ha certo l’aspetto dell’eroe. Doveva interpretarlo il quasi-attore feticcio
di Boyle, Ewan McGregor, che però era rimasto offeso per il mancato ruolo in “The
Beach”, e non volle lavorare con Danny per diversi anni (storia vera), sino a
Trainspotting 2.
Mi immagino così la telefonata della separazione:
Danny: “Hey Ewan, ti ricordi quella vacanza
tropicale di cui ti avevo parlato?”
Ewan: “Ah sì, per quel film, The Beach? Non vedo
l’ora, mi ci vuole un po’ di sole. Ti ricordi com’ero ridotto in Trainspotting?
Non te l’ho mai detto ma non era vero che passavo dal trucco per farmi
impallidire, ero proprio così”
Danny: “Oh beh… ah-ehm… c’è sempre chi sta peggio…”
Ewan: “Ma hai visto com’ero nel primo Star Wars?
Sembravo una mozzarella aliena. C’è mancato poco che George Lucas mi scurisse la
faccia in CGI, chi può stare peggio?
Danny: “Ma… non so… Leo DiCaprio per esempio”
Ewan: “Quello di Titanic? Ma se è diventato una
fottuta star?”
Danny: “Sì, ma ti ricordi come finiva no? Lui
congelato, aveva un color cera… anche a lui farebbe bene un po’ di sole”
Ewan: “Cosa cerchi di dirmi?”
Danny: “Beh, quelli del marketing pensavano a
vendere il film tipo un sequel di Titanic, qualcosa come “il risveglio di Jack”.
Pensa: DiCaprio ancora congelato, trasportato dalle mareggiate su quest’isola
che sembra un paradiso, si scongela e si leva la maglietta bagnata. Le
ragazzine sverranno entro i primi dieci minuti, torneranno a vedere il film
dieci volte e tempo un mese gli pisciamo in testa agli incassi di Cameron. Solo
che, tu capisci, per fare questa cosa ci vuole DiCaprio”
Ewan: “Per te mi sono vestito da donna, mi sono
fatto investire da una macchina, ho ficcato mani e testa dentro un cesso, e in
spiaggia porti DiCaprio?”
Danny: “Ma il nostro prossimo film insieme sarà
anche meglio vedrai! Un’apocalisse sull’Inghilterra, cupa e drammatica”
Ewan: “Sono scozzese, me ne sbatto dell’Inghilterra!”
Danny: “Appunto, vedrai come la ridurremo! Ti
muoverai in una Londra lercia e schifosa, gireremo sommersi dai cadaveri, spargeremo
topi morti qua e là, la puzza sarà vera, faremo vomitare la crew e pure la
gente in sala. Nella tua scena più drammatica ti vomiteranno in faccia litri di
sangue infetto e… Ewan, ci sei ancora? Ewan?”
“Tuut…tuut…tuut…”
28 mesi dopo questa conversazione, venne preso in
considerazione per il ruolo di Jim pure Ryan Gosling, che avendo una sola
espressione per mostrare interesse o disinteresse, lasciò la produzione nel
dubbio e infine costretta a ripiegare su Cillian Murphy. Un ottimo ripiego per
fortuna.
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“Ciao, sono il nuovo fidanzato di Selena, e sono fuori di testa” (Cit. Sin City) |
Segnali
dal futuro
Boyle è uno che sa leggere la società, guarda
lontano e alla distanza ci vede piuttosto bene. Me lo immagino chiuso in un
alveare di tv a tubo catodico, ciascuna sintonizzata su un canale diverso alla
maniera di Ozymandias, o come la scimmia all’inizio del film.
“28 giorni dopo” più che un horror, è un film
ambientato nel futuro. Che poi sarebbe il nostro presente. Inizia così: una
banda di estremisti animalisti penetra in un centro di ricerca e per liberare
un branco di scimmie, nel disperato tentativo di impedire lo sviluppo di un vaccino
per il coronavirus che potrebbe rendere autistici – o peggio ancora europeisti
– l’1% dei futuri figli del Regno Unito. E siccome i buoni vincono, i cattivi
perdono e l’Inghilterra domina, una delle scimmie infettata da una particolare
forma di rabbia (nota come Ukip), morde l’eroico liberatore di primati, che
inizia a spruzzare sangue da tutti gli orifizi.
Vomitando rabbia e sangue in faccia al prossimo, l’infetto
inizia a trasferire il proprio sangue puro 100% britannico ai suoi compagni,
sputazzandoglielo in faccia. Il contagio è immediato e si sparge a macchia
d’olio. Chi è infetto diventa istantaneamente un hooligan assatanato, anche il
più radical chic smette di perdersi in chiacchiere e inizia ad esprimersi con mascolini
grugniti.
Ignaro dell’imminente apocalisse Jim, un 28enne
stanco della vita da rider precario, si fa investire da un’auto per smettere di
lavorare e possibilmente far causa al suo capo, o restare parzialmente invalido
così da vivere di assistenza sociale. Trascorre così 28 giorni in ospedale
pagato dagli onesti contribuenti britannici, cui ha pure fregato il letto col
tempismo dei veri arrampicatori sociali, essendosi fatto trovare in coma mentre
l’infezione si diffondeva.
Jim si ritrova ad attraversare una Londra deserta
in piena post-Brexit, con gli europei scomparsi dalla City e tutti a chiedersi
dove siano finiti: volantini, messaggi disperati e foto affollano le bacheche
improvvisate agli angoli delle strade. Ma gli europei se ne sono andati. Nessuno
raccoglie più le cartacce per strada, serve più ai tavoli né lava i piatti nei
ristoranti. Chi è rimasto è stato contagiato e trasformato in un rabbioso come
tutti gli altri inglesi.
Mentre Jim ciondola con una busta di plastica,
sporco e trasandato come un barbone, dopo aver rifiutato di convertirsi all’anglicanesimo
viene inseguito da londinesi sbavanti, desiderosi di vomitargli in faccia il
loro sangue e trasformarlo in uno di loro.
Jim s’imbatte in Mark e Selena, una coppia non
sposata che vive nel peccato e nella dipendenza da snack ed energy drink dei distributori
automatici. Mark è un hipster come Jim, soltanto più biondo e muscoloso, mentre
la Selena, nera dunque immigrata e spacciatrice di sostanze stupefacenti, è
pure irrispettosa delle gerarchie sessuali. Infatti non esita ad usare il suo
arnese per impalare il compagno, non appena lei sospetta che abbia votato per
la Brexit.
Jim, col fisico smorto e la faccia artritica di
Cillian Murphy, ciondola e si sforza di correre giusto per scappare, lasciando a
Selena (una cazzutissima Naomie Harris) il lavoro da uomini.
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“Non era così che mi immaginavo la Brexit” |
Contagion
Battute mordaci a parte, “28 giorni dopo” era
davvero avanti sui tempi, non solo perché è stato uno dei primi film girati
quasi interamente in digitale. È invecchiato bene perché ha letto e sfruttato
le paranoie del nuovo millennio. Se uscisse nei cinema domani nessuno noterebbe
la differenza, e darebbe ancora lezioni su come omaggiare il filone zombi senza
eccessive strizzate d’occhio. È un film per tutte le stagioni, per tutte le
epidemie. Pensate agli isterismi di massa per l’influenza aviaria, l’ebola, il
Coronavirus, o della prossima brutta malattia che minacci il nostro mondo asettico.
Le epidemie sono una delle grandi paranoie del
nostro tempo. Dovendo dare una brutta lettura sociologica (o sociopatica), se
la paura ai tempi di Romero era quella di diventare zombi ciondolanti senza cervello,
diventando una massa informe di consumatori rincoglioniti senza identità, oggi si
ha paura di ammalarsi tanto da trasformare i vaccini stessi nello spettro di
un’infezione indotta da occulti poteri forti. Forse dai tempi di Zio George non
ci siamo evoluti granché.
La società moderna è veloce e non teme la morte, ma
la malattia, che poi è la perdita del proprio benessere, delle comodità: la
mancanza dell’acqua corrente, del buon cibo, idee semplici poco esplorate da
Romero. Boyle e Garland parlano più alla pancia che al cuore. Persino il
rapporto con le donne è trattato diversamente.
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“Gira al largo soldatino, sono iscritta al fanclub di Lorena Bobbitt!” |
Zombi,
donne e conservatori impauriti
Ok, chiamatemi Facciadicuoio, perché queste sono
motoseghe mentali. Ma pensate: in “Dawn of the dead”, portare avanti una
gravidanza era un problema etico. Certo, il mondo stava finendo eccetera, ma
nel mondo reale cresceva la discussione sull’aborto. Dawn of the dead esce
nel 1978. La legge sull’aborto in Italia è del 1978. Una donna che deve
decidere se abortire trascende il contesto apocalittico.
Nel 1985, con Day of the dead Romero racconta una
società maschilista e militarfascista per cui la donna di turno è solo una
preda sessuale, un oggetto. Di contro, c’era spazio per l’idea di ricominciare
e ripopolare il mondo con un messaggio positivo, di speranza.
Nel 2002 di “28 giorni dopo”, le donne vanno a
subire la nuova paranoia europea, nata col nuovo millennio ed oggi è più forte
che mai: l’assenza di futuro per il calo delle nascite. Siamo sempre più
abituati a sentire che crescono le morti e calano le nascite. Nel film il
concetto è portato all’estremo (come in The Handmaid’s Tale, ma senza i suoi
eccessi di scrittura).
Le paranoie romeriane e quelle di Boyle/Garland
sono differenti. Romero guarda alla riflessione personale della donna e della
coppia, con gli zombi sullo sfondo a fare da metafora delle difficoltà di
crescere un figlio in un mondo incasinato e ostile. Boyle e Garland
intercettano le paure sulla sopravvivenza della specie, che poi è un paradosso
in un mondo sovrappopolato. Ma i militari di “28 giorni dopo” sono uomini
spaventati da una società senza futuro (la loro), che deve appellarsi ad una
visione conservatrice: le donne non sono solo oggetto sessuale ma àncora di
salvezza forzata per una società che non ha più figli. La donna oggetto da
inseminare per la conservazione della propria identità, per placare le inquietudini
di chi non riesce a vedere altro futuro, di chi non vede altro che il suo
piccolo mondo che crolla.
L’idea più brillante la spara l’unico soldato che
ragiona col cervello e non con la pistola (o il pistolino): l’apocalisse non è
totale, nonostante tutti i drammi il mondo non è finito, perché là fuori gli
aerei volano ancora, e c’è vita e società da qualche altra parte. C’è tutto un
mondo al di fuori dell’Inghilterra decadente. Rivoltate quest’idea come un
calzino, applicatela ai temi della natalità e/o dell’immigrazione e ci
troverete tutte le contraddizioni e paure dell’Occidente.
Oh, magari sono solo io a vederla così, ma penso a
com’è cambiato il mondo in questi anni, a come certi temi fossero là, latenti
ed oggi più vivi: dagli ecoterroristi che scatenano l’apocalisse fregandosene
dei rischi per mancanza di fiducia nella scienza, alla frenesia dei nuovi zombi
famelici, alla paura del contagio e di estinguersi per mancanza di nascite, con
la ribalta di vecchie idee conservatrici.
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“Non sono cattivo. È che mi disegnano così” [però è anche “Fantastic!”, questa la capiranno solo i Whoviani. Nota Cassidiana] |
Uscisse oggi, sarebbe perfettamente inserito nel
filone post #metoo. Tanto la volitiva
Selena quanto la giovane Hannah farebbero sfigurare molte eroine
preconfezionate e toste per forza. Selena è un personaggio fortissimo, le basta
una frase per smontare tutti i cliché del filone apocalittico: “vuoi che
troviamo una cura e salviamo il mondo o che ci innamoriamo e scopiamo?”
È una sopravvissuta pura, mantiene sempre
l’iniziativa, ma non è invincibile né è in grado di affrontare il nemico da
sola. Hannah benché ragazzina dimostra con poche battute di avere personalità.
Jim è un ragazzo comune, stordito dagli eventi,
perciò ogni altro personaggio sembra sovrastarlo, almeno sino al finale. Il
padre di Hannah è il gigante buono Brendan Gleeson. Il Governatore capo
militare ha la faccia rassicurante di Christopher Eccleston, ma sfaccettato
quanto basta per non risultare una macchietta.
Non sto nemmeno a fare le pulci sulle similitudini
tra il film e la trama, gli eventi e i personaggi di The Walking Dead. Che non
è una critica ai camminamorti, ma semplicemente la serie propone schemi e temi
coerenti col postapocalittico e il tema zombi, ma con tempi dilatati
all’eccesso, mentre il film di Boyle condensava tutto in meno di due ore.
Né Jim né Selena sono eroi classici: la prima non
esiterebbe a lasciare indietro gli altri, lui non lo farebbe mai. Ma se durante
il viaggio vediamo Selena cambiare atteggiamento, Jim ha semplicemente
l’occasione di dimostrare con le azioni il suo modo di essere. Jim è un cane di
paglia, ma alla Dustin Hoffman, messo alle strette diventa una specie di RoyBatty che gioca coi soldati come il gatto col topo (o con l’infetto).
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Cartoline dall’apocalisse: un’istantanea di famiglia in un tranquillo weekend di paura |
Un’apocalisse
finita male
Con i se e con i ma la storia non si fa (cit.) e
non si dovrebbe parlare di quel che non finisce nel montaggio finale. Però
porca vacca infetta. Io non l’ho mai digerito il finale. [SPOILER] Se l’happy ending sembra posticcio e fuori contesto, è
proprio perché è stato girato in un secondo momento, e malvolentieri dallo
stesso Boyle. La produzione pensava che il film venisse accolto male perché
troppo cupo. Peccato che il finale originale fosse una bomba, sia per la carica
emotiva e la bravura delle attrici, che per la chiusura della vicenda di Jim.
Boyle anziché imporre la volontà di autore – come avrebbe dovuto essere – ha
accettato i condizionamenti della produzione a causa dei test screening. Negli
anni ’90 o nel post #metoo poteva
andare diversamente (vedi il finale di “A quiet place”), ma nel mondo scosso
dall’11 settembre 2001 non c’era voglia di veder morire gli eroi. Così ci siamo
beccati il finale filo-militarista col caccia bombardiere che va al salvataggio
delle fanciulle. Tra l’altro Jim avrebbe dovuto morire in ogni versione
alternativa, ma non nel montaggio definitivo! È un paradosso: sarebbe stato un
film migliore se fosse finito “male”. E per finire meglio, è finito peggio. [FINE SPOILER]
A Boyle la cosa doveva rodere, tanto che grazie al
buon successo commerciale, in un’epoca in cui le scene post credit non erano
ancora di moda, a distribuzione inoltrata venne aggiunto ai titoli di coda anche
il finale alternativo, con la tagline “…what if”
E siccome qui alla Bara siamo sovversivi il vero
finale ve lo spariamo qua sotto:
“What do we gonna do now?” - “We move”. Non hanno solo tolto a Naomie Harris una delle migliori scene, ma hanno tolto alla storia del cinema due final girl d’annata. Non tutte le ciambelle del #metoo sono uscite col buco, ma mi piace pensare che un finale del genere oggigiorno non sarebbe stato scartato in favore di quella schifezza buttata lì.
“What do we gonna do now?” - “We move”. Non hanno solo tolto a Naomie Harris una delle migliori scene, ma hanno tolto alla storia del cinema due final girl d’annata. Non tutte le ciambelle del #metoo sono uscite col buco, ma mi piace pensare che un finale del genere oggigiorno non sarebbe stato scartato in favore di quella schifezza buttata lì.
Certo non è l’unico difetto, ci sono incongruenze
sparse, con alcune scelte di montaggio non brillantissime ma lo stile di Boyle
è anche questo: scene messe insieme per correre verso il finale, e a me sta
pure bene così perché l’atmosfera e il ritmo vincono su tutto il resto. È il
tipico film che oggi sarebbe un prodotto Netflix di media fascia, ma all’epoca
aveva detto la sua (e ha ancora da dire). In poco più di un’ora e mezza è
riuscito a mettere dentro tutti gli elementi di un’apocalisse zombi. Ma senza
gli zombi.
P.S.
Mille grazie a Quinto Moro per aver recensito il film!
Vi invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.
Vi ricordo anche i post di Doppiaggi Italioti dedicati all’adattamento del film, e al suo formato in Blu-Ray.
Vi ricordo anche i post di Doppiaggi Italioti dedicati all’adattamento del film, e al suo formato in Blu-Ray.
gran film niente da dire ma a me è piaciuto di più il seguito per svariate ragioni: non ultimo il cast.
RispondiEliminaidris elba e jeremy rennere sono grandi .
e Robert Carlyle che si trasforma dopo il bacio meritava l'oscar.
rdm
Il seguito merita, se non ricordo male, si vociferava che la prima scena (forse la migliore del film) fosse stata girata da Boyle, ma potrei ricordare male. Cheers
EliminaIl sequel devo rivederlo, me lo ricordo bello angosciante e pessimista. Boyle non ha mai abbandonato l'idea di un terzo film, dovrebbe esserci anche una bozza di script. Se si farà spero sia Boyle a farlo
EliminaIl secondo era forse più vicino al classico "Survival Horror" però aveva dei numeri. Sarebbe stato bello un "28 months later" e poi un "28 years later" ;-) Cheers
EliminaFresnadillo non ha lavorato male sul seguito, ma secondo me nella seconda parte paga un budget striminzito rispetto alla grandiosità richiesta dal copione (e ha altri difetti qua e là che mi fanno preferire il 28 di Boyle)!
EliminaIl secondo film somiglia più ad un classico film di zombie, anche se abbiamo messo in chiaro che quelli di “28” sono infetti. Anche io credo che avesse bisogno di un budget maggiore ma per la media dei seguiti, è già mezza spanna sopra. Cheers!
EliminaPiccolo commento tra whovians.
RispondiEliminaIl "suo" Doctor non mi aveva convinto molto. Infatti è durato una sola serie per lasciare il posto all'immenso Tennant.
Gli dobbiamo il rilancio del personaggio, la sua stagione iniziava con episodi veramente pezzenti (tipo “Aliens of London”) ma aveva anche degli apici incredibili (il doppio episodio “The Empty Child” e “The Doctor Dances” con cui ho perso la testa per la serie), lui stesso non è mai stato convinto però, è scappato senza voler mai più sentir parlare della serie, non scopriremo forse mai il perché, pare storie tese con Russell T. Davies, ma sono voci di corridoio. Cheers!
EliminaComplimenti caro Cass per il tempismo del tuo post (lo scrivo senza ironia).
RispondiEliminaOggi sono stato in un ospedale (non scrivo quale per non seminare il panico tra i lettori della Bara) e l'idea di caos e di disorganizzazione che si respiravano mi ispirano molti parallelismi con questa pellicola e anche con il finale appiccicato. In ogni caso mi sentivo davvero il Jim della situazione (a proposito, stiamo sempre a parlare di quanto si sono rifatte alcune attrici ma anche Cillian Murphy non scherza!), stralunato e in balia di una situazione non controllabile, ma dove dovevo trovare la soluzione.
Insomma, come scrivi giustamente, film ancora attualissimo e sicuramente precursore, anche se, come hanno scritto altri, il seguito è parecchio superiore.
E' stata una cosa non voluta. Qualche settimana fa recuperato "Piccoli omicidi tra amici" e volevo rivedere qualcos'altro di Boyle, invece del solito "Trainspotting" ho puntato su "28 giorni dopo", ma l'isteria di massa non era ancora esplosa. Infatti Cass l'ha fatto uscire subito.
EliminaLo vidi al cinema con una compagna di liceo ritrovata dopo anni, se non ricordo male.
RispondiEliminaHo molto amato l'inizio, compreso lo strepitoso tema sono che accompagna il protagonista alla scoperta degli effetti della brexit :-D - mentre mi ha smosciato la seconda parte e manco ricordo il finale. Non credo di averlo più rivisto, ma comunque è stata una bella visione in sala ;-)
Le battute mordaci della recensione fanno il paio coi mordaci rabbiosi del film, che i romani commentano con "Mordaci, loro!" :-D
"Facciadicuoio e le motoseghe mentali" sappi che ta ruberò e la farò mia! Buahahaha :-D
Basta che poi mi paghi i diritti :-)
EliminaLa seconda parte rallenta, ma gli squartamenti finali meritano. Purtroppo il "vero" finale l'hanno tagliato.
Dico solo che grazie a questo film capiì che gruppo ENORME siano i GodSpeed you! Black Emperor...
RispondiEliminaEcco cosa mancava! Non ho parlato della colonna sonora potentissima: il montaggio musicale sul primo inseguimento, con Jim in fuga dagli zombi è tesissimo. Ma soprattutto il pezzo di John Murphy nel finale "in the house, in a heartbeat", che va in crescendo nel marasma generale nella caserma, è uno dei miei pezzi preferiti.
EliminaCoff coff Rock 'n' Blog! coff coff ;-) Cheers
EliminaMi hai fatto ricordare Left 4 Dead, mamma mia quanto mi piaceva quel gioco, e pure il suo discreto seguito ;)
RispondiEliminaAnch'io l'avevo giocato parecchio ai tempi, infatti l'ho citato nel commento, è stato uno dei primi giochi a rivitalizzare gli zombi nel mondo ludico, copiandoli proprio da questo film.
EliminaLo giuro, non appena hai cominciato a parlare di Brexit e di Ukip ho cominciato a ridere di gusto e non sono più riuscito a smetterla. Una bella analisi della società britannica con tutte le sue contraddizioni.
RispondiEliminaNon ho resistito, un "virus di rabbia" era troppo metaforico per non parlarne.
EliminaVi scrivo dalla semi-quarantena (qua da noi siamo tutti belli attivi e pimpanti ma stamattina con la nebbia pareva "Silent Hill"...) e che dire? Anch'io, come altri prima di me, preferisco il secondo ma anche questo ha i suoi perché nonostante la partenza in quarta e il finale un po' in affanno. Non sapevo nulla del tribolato finale, ora mi spiego un po' di cose...
RispondiEliminaPure qui è abbastanza assurdo, ma sono gli effetti della psicosi di massa, il finale alternativo lo trovi nei contenuti speciali del DVD. Cheers!
EliminaPrima mezz'ora fenomenale, poi però finito l'effetto sorpresa, è calato vistosamente, ma comunque film su cui non ho rimpianti di soldi spesi male.
RispondiEliminaNo decisamente no, è qui Boyle inizia la sua esplorazione con i formati cinematografici, è ancora un film notevole. Cheers!
EliminaIl sequel l'ho visto solo una volta, a differenza di questo che ho guardato almeno quattro volte, e ricordo che mi fece storcere il naso. Forse dovrei dargli un'altra chance. Comunque lasciando inalterato il rispetto e l'amore nei confronti degli zombi di Romero, per me questi anche se "non sono zombi" in realtà "sono zombi".
RispondiEliminaTra i tanti seguiti brutti, tiene abbastanza botta, anche se il primo "28" non si scorda mai ;-) Cheers!
EliminaGiammai! Anche se concordo abbastanza anche con chi l'ha trovato "zoppicante" dal momento in cui appaiono i "militari" in poi. Ma nonostante questo rimane una figata di film.
EliminaHo sempre avuto un rapporto problematico, con Boyle.
RispondiEliminaIl guaio e' che e' partito troppo a razzo.
Prima mi sforna un gioiello di cattiveria come PICCOLI OMICIDI TRA AMICI, e poi TRAINSPOTTING.
Che dire che per me e' un film di culto e' riduttivo.
Insomma, il film della vita lo ha gia' fatto. Cosa vuoi fare di piu'?
Purtroppo non siamo tutti Tarantino, che a ogni film si supera.
E infatti fa THE BEACH. Un'idea potenzialmente buona ma messa giu' malissimo.
E poi arriviamo a questo.
L'idea dello zombie "velocista" non mi dispiace affatto. Per certi versi lo rende ancora piu' pericoloso.
La lentezza costituiva un'arma in piu' a favore dei superstiti. Insomma...lo zombie, in genere, e' lento e fesso.
Il piu' delle volte i vivi finiscono per cacciarsi in trappola da soli.
Tolta la lentezza...rimane un umano in preda agli istinti piu' primordiali, con forza e agilita' superiori a quelle di un comune essere umano.
Quasi un nuovo gradino della scala evolutiva, se pur regressivo a livello mentale.
Gia' nei film di Romero si ipotizzava l'entrata in gioco del sistema rettiliano nel cervello...
Il film mi e' piaciuto. Soprattutto la prima parte, che e' fulminante.
La metropoli deserta, i vicoli stretti e bui...la tensione e' alle stelle.
Dalla base militare in poi...un po' meno.
Vuoi per qualche "rambismo" di troppo da parte del protagonista, che da solo sgomina un plotone di militari. Sempre ammesso che lo fossero davvero...
Comunque, al netto dei pregi e dei difetti dopo 28 GIORNI DOPO (a - ah) le quotazioni di Boyle si sono rialzate, almeno in parte. Parlo per me, eh.
Anche il tema trattato e' un buon argomento di discussione.
E cioe' che la paura del crollo della razza umana nasconde il timore del crollo della societa'.
La fine del mondo? No, la fine del mondo come lo conosciamo.
Solo la fine di un sistema. E il tentativo di mantenerlo fino all'ultimo da parte di chi quel sistema se l'e' creato a suo uso e consumo.
Tutto cambia.
Il calo demografico non e' che lo scotto da pagare per il benessere.
Hanno stabilito che nei paesi dal tenore di vita medio/alto la sterilita' aumenta.
In un certo senso controbilancia l'incremento della popolazione.
Ottimo pezzo, complimenti.
Quinto Moro si merita tutti i complimenti ;-) L'idea dell'infetto veloce non è nata qui ma ha rilanciato le dinamiche di Romero e il mito degli zombie che hanno davvero invaso l'immaginario dopo questo film, il tempismo a volte è tutto. Cheers!
Elimina"Insomma...lo zombie, in genere, e' lento e fesso."
EliminaOk, non ti vorrei nel mio team di sopravvissuti. Cit: "Se li sottovaluti quelli ti mangiano a colazione" ;-)
Non sono d'accordo sul "rambismo" di Jim, che per tutto il film è un ragazzotto qualunque, dopo aver visto la morte in faccia va leggermente fuori di testa e diventa pericoloso, ma Jim resta in inferiorità, sfrutta a suo vantaggio gli infetti e il caos che ne segue, di suo fa pochissimo. Ripeto il parallelismo (forse esagerato, ma mi piace) con Cane di paglia, che è uno dei miei film preferiti.
Mi sa che sarei uno di quelli che finiscono mangiucchiati prima della fine dei titoli di testa, eh.
RispondiEliminaDi versioni "moderne" ho apprezzato anche quella di World War Z, nonostante i difetti.
L'idea di zombies come un gigantesco moloch di corpi, un'orda quasi controllata da una mente comune.
La piramide zombesca era spettacolare.
Terribile "Vuvuzela", Damon "cioccolatino" Lindelof al suo peggio. Cheers
EliminaWWZ (vuvuzela, lol) lo vidi al cinema. E mai più. E' un "meh", o sarà che sono immune al fascino di questo genere di film con grandi star.
EliminaPensa che a lungo hanno minacciato "Vuvuzela 2" diretto da David Fincher (storia vera). Per fortuna il progetto sembra sia stato annullato, non credo che ne sentirò la mancanza. Cheers!
EliminaPensa a Pitt in crisi esistenziale con un alter ego zombi con le fattezze macilente di Edward Norton, allora si che sarebbe stato da vedere :-)
Eliminanon avevo mai visto il vero finale, capolavoro oltre ogni limite. L'ho amato e lo amo ancora, e TWD credo gli debba molto, ma molto di più sia come idea che come scene fotocopia sin dall'inizio di entrambi. Uno dei pochi film, proprio perché attuale e realisticamente parlando "possibile" che mi ha sempre fatto molta molta paura. Amai anche il seguito, ancora meglio. Ho sempre sperato nel " 28 mesi dopo" ma visto che pian piano ci stiamo avvicinando, magari per i 28 anni dalla pellicola otterremo un "28 anni dopo". Sarei in prima fila già adesso.
RispondiEliminaGli deve la sua esistenza, la prima scena del fumetto (e della serie) arriva da qui. "28 anni dopo" sarebbe il massimo, nessuno arriva ad esplorare il post l'apocalisse così avanti, lo ha fatto Kirkman un po' nel finale della sua TWD, lo ha fatto Max Brooks con il suo manuale, e Moore in "Crossed +100" sarebbe bello vederlo anche al cinema. Cheers!
EliminaHo letto un articolo di Kirkman che rivendicava alcune idee avute molti anni prima del film, e quando vide "28 giorni dopo" ci rimase male ma decise comunque di non cambiarle, anche se col senno di poi, dato il successo del film, e poi della sua serie, tutti gli dicono d'aver copiato e la cosa gli rode.
EliminaIn particolare l'inizio della serie col risveglio in ospedale, ma se vogliamo continuare coi parallelismi: il vecchio di Brendan Gleason è praticamente Hershel, il militare è praticamente il Governatore.
Io alla buona fede di Kirkman ci credo, specie sull'inizio della storia: i tempi tra film e fumetto sono troppo vicini, e se hai una storia di prossima uscita hai già una struttura delineata e molto lavoro già fatto, se vedi un film non è che corri a modificare tutto per copiare.
Il risveglio dell'uomo nel mondo caotico (stessa dinamica per Jim e per Rick) è un archetipo molto usato per introdurre al pubblico il mondo che si va a raccontare, è una variante dell'uomo senza passato (di cui è piena la letteratura, il cinema e ogni altro media): ti svegli in un mondo nuovo, allora il tuo passato non conta più niente, devi ripartire da zero. Che è a sua volta una variazione dell'abusatissimo "new kid in town".
Usando il punto di vista di chi scopre un mondo per la prima volta (come chi legge/guarda), dà l'opportunità di raccontare anche il personaggio da zero, e di fartici affezionare subito, perchè non conoscendo la nuova realtà è più vulnerabile. Rende più facile l'immedesimazione con chi fruisce la storia, perchè avvicina moltissimo i due punti di vista (eroe/fruitore).
p.s. Cass mi deludi. Come sarebbe che "nessuno" ha esplorato così in là il post apocalisse? E "Land of the dead" dove lo metti? Per me è un post apocalisse ben proiettato nel futuro, quasi alla Mad Max, ma con gli zombi.
Considerando anche il tempo che ci vuole per disegnare un fumetto proprio no, capisco che gli roda ma le intuizioni sono le stesse, ma anche io credo fosse in buona fede.
EliminaNo forse mi sono spiegato male, intendevo dire molto molto in là, l’idea di “Land” era nata per “Day” solo che Romero non aveva abbastanza soldi per girarla, e comunque parla di una sola città (passami il termine) organizzata con una sua gerarchia.
Quello che al cinema non credo si sia ancora visto, sono diverse “città” come il palazzo fortificato di “Land” che collaborano tra di loro, in pratica l’ipotesi di Max Brooks nel suo manuale e in parte, i volumi finali di TWD. Secondo me se Romero avesse potuto contare su budget decenti ci sarebbe arrivato prima di tutti, sarebbe stata la continuazione naturale di “Land”, invece ha dovuto ricominciare tornando alla prima notte dei morti viventi con “Diary”. Cheers!
Gran bella recensione e concordo sul finale! Comunque poi Fresnadillo c'ha pensato lui a rimettere a posto i militari e i governativi col suo sequel!
RispondiEliminaStava seguendo la lezione di George “Amore” Romero, per altro è un po' sparito Fresnadillo, ho visto solo il suo "Intruders" (2011) e non mi era piaciuto. Cheers
EliminaDall'intro di Cassidy: "Alla Bara Volante infatti non abbiamo paura nemmeno delle psicosi di massa scappate di mano di questi giorni"
RispondiEliminaIl pezzo è pubblicato il 26 febbraio 2020. Cass mi deve confermare se con "psicosi di questi giorni" si riferiva allo spettro del Covid.
Ecco, il 26 febbraio 2020, in modo del tutto fortuito e non programmato, sbattevamo questo film sulla Bara. E il resto è storia.
Mi riferivo proprio a quello anche se ancora non era all'ordine del giorno come ora. Bisogna dire che sappiamo fiutare l'aria che tira, anche quando è brutta. Cheers
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