mercoledì 27 novembre 2019

Per qualche dollaro in più (1965): Quando finisce la musica, leggi. Se ti riesce...

Il gioco lo conoscete, cercate di leggere tutto il post prima che la musica finisca. Se ci riuscite… Intanto benvenuti al nuovo capitolo di un mercoledì da Leone!
Definire Per un pugno di dollari un grande successo commerciale, sarebbe altamente riduttivo, il primo Spaghetti Western diretto da Sergio Leone nell’Italia degli anni ’60 è una rivoluzione cinematografica capace di incantare le platee, per questo la Jolly film pretende un seguito a tutti i costi.

Leone non sa bene dove girarsi, in preda ad una mezza paralisi creativa del tutto comprensibile visto l’enorme successo del suo film. Tanto che il regista romano accarezza l’idea di passare proprio ad altro, un film autobiografico, un thriller qualunque cosa, ma non un western. Mi sembra piuttosto logico, considerando che senza l’enorme influenza di Akira Kurosawa, Per un pugno di dollari non sarebbe mai esistito, una cosa è sfornare un capolavoro quando non hai nulla da perdere, ben altra sfida ripetersi quando hai tutti gli occhi puntati addosso.

C'è aria di miti riuniti in questa foto (quasi-cit.)
Già, perché ci sarebbe sempre la faccenda della causa legale vinta da Kurosawa nell’aria, il motivo per cui Leone e i produttori della Jolly Film, Papi e Colombo, erano leggerissimamente ai ferri corti, se non proprio con la mano già sul calcio delle pistole. A questo punto, Leone in rottura prolungata con i due, fa l’unica cosa sensata per uno a cui rode ancora parecchio il culo: interrompe la collaborazione con la Jolly e invece di fare il western che avrebbe dovuto fare per loro, decide di sfornarne un altro, solo per fargli concorrenza. La leggenda vuole che il titolo lo abbia snocciolato così su due piedi, senza avere uno straccio di soggetto in testa: "Per qualche dollaro in più". Che, forse, era anche quello che avrebbe voluto guadagnare alla faccia della Jolly, non c’è da stupirsi se poi il film parla di vendetta.

Non può mancare la tradizione dei titoli di testa, anche perché questi sono leggendari.
Ad una cena di lavoro Leone conosce l’avvocato Alberto Grimaldi, uno ben avviato nel mondo delle produzione cinematografica grazie al quale sono arrivati alcuni dei più grossi titoli del nostro cinema. Grimaldi ha nasato l’affare e si propone di produrre il nuovo lavoro di Leone, mettendo sul tavolo anche un compenso e spese pagate. Leone coglie al volo la ghiotta occasione, a questo punto può davvero fare quello che vuole.

Il soggetto scritto insieme a Duccio Tessari e Fernando Di Leo, ruota intorno a due cacciatori di taglie, uno vecchio e uno più giovane, sulle piste di un pericoloso ricercato, ma poi Leone non proprio convinto tira dentro Luciano Vincenzoni per alcune revisioni in particolare ai dialoghi, ma nel frattempo Grimaldi sfrutta i suoi contatti e tira dentro anche la United Artist, pronta a metterci del capitale e a distribuire il film anche negli Stati Uniti, ora Leone ha letteralmente qualche dollaro in più e sa esattamente come utilizzarli.

Clint Eastwood rifiuta strenuamente la corte spietata ricevuta da Papi e Colombo e decide di restare fedele a Leone prendendo di nuovo parte al suo film, dopo che il regista romano gli ha “mimato” la trama a grandi linee (ed io pagherei altro che dollari per vedere la scena). Prendi il poncho Clint, si torna tutti in Spagna!

"Sergio, tu il gioco lo conosci. Ma come possiamo fare il nostro mestiere, se continuano ad andare in giro per il deserto?"
Se per il budget da fame del suo film precedente, Henry Fonda e Charles Bronson erano nomi proibitivi, forse ora andrà meglio. Più o meno, perché anche questa volta Leone non riesce a raggiungere i due attori, ma nemmeno Lee Marvin, la sua prima opzione per il ruolo del colonello Douglas Mortimer, l’attore di Quella sporca dozzina sulle prima sembra interessato, ma deve rinunciare perché aveva già firmato per un ruolo in “Cat Ballou” (1965) (storia vera).

Ma Leone non molla, ha un piano, gli piace la faccia di un attore che ha visto in tanti western e che lo ha colpito in “L'uomo che uccise Liberty Valance” (1962), secondo lui Lee Van Cleef era una specie di incrocio tra un parrucchiere da uomo del Sud e Vincent van Gogh, ma con lo sguardo più da falco (storia vera), un esteta dei volti, con cura maniacale per il dettaglio come Leone vuole proprio lui, anche se nessuno sa bene che fine abbia fatto Van Cleef.

“Tu hai l’aria di chi è venuto qui a mettere fine alla mia pensione anticipata”
Il buon vecchio Lee è uscito dal giro, fatica a sbancare il lunario e ci ha dato un taglio anche con la bottiglia, dopo essere uscito vivo per miracolo da un brutto incidente d’auto (storia vera). Van Cleef nella vita ha conosciuto alti e bassi, basta dire che da ragazzo ha perso la prima falange di una mano (in una delle scene madri del prossimo capitolo della “trilogia del Dollaro” si vede chiaramente) quando lavorava come falegname, quindi per lui basta così, ora é il momento di coltivare la sua carriera di pittore, almeno finché questo strambo Italiano gesticolante e molto motivato non lo convince, Lee Van Cleef accetta di volare in Spagna, ma solo dopo aver completato l’ultimo dipinto che deve fare su commissione (storia vera).

Sognava di dipingere capolavori, è finito per recitare in capolavori.
Chi viene confermato senza ombra di dubbio è Gian Maria Volontè nei panni dello spietato Indio, la sua recitazione così teatrale continua a non piacere a Leone, ma i due si trovano a metà strada, questa volta il personaggio avrà una caratterizzazione molto più esagerata (che lo renderà memorabile) anche se Volontè ha dovuto recitare in Inglese, lingua di cui non conosceva nemmeno mezza parola (storia vera). Ennio Morricone, invece, pare che abbia iniziato a comporre la colonna sonora, senza nemmeno conoscere la storia, solo sulla base di un paio d’indicazioni del regista e di qualche spezzone di girato giornaliero quando disponibile.

“Per qualche dollaro in più” è considerato il più debole dei film della mitologica “trilogia del Dollaro”, non ha l’immediatezza, il minutaggio snello e la rete di sicurezza di Kurosawa alle spalle di “Per un pugno di dollari” e di sicuro sembra una versione più in piccolo del prossimo capitolo (prossimamente dove era destinato da sempre a stare, su queste Bare, fatemi gli auguri), ma è il film con cui Sergio Leone conferma il suo stile inimitabile ed è anche uno di quei rari momenti in cui mi sono trovato d’accordo con Carlo Verdone.

“Cassidy, occhio a come parli di Verdone, potresti ritrovarti con una bella taglia sulla testa. Oppure un nuovo buco dentro”
Perdonatemi, ma non sono mai andato giù di testa per il Verdone nazionale, certo, ha firmato film bellissimi ed è quello più bravo di tutti a rappresentare al cinema i coloriti abitanti di uno strambo Paese a forma di scarpa, gli riconosco di avere anche ottimi gusti musicali, ma non è mai stato tra i miei preferiti, anzi tutt’altro. Devo dire, però, che quella volta che Sky lo ha chiamato a parlare del suo mentore, amico e (quasi) figura paterna per il bellissimo documentario “Verdone racconta Leone”, sono quasi riuscito a fare pace con l’attore romano, perché in meno di un’ora, Verdone ci ha regalato chicche incredibili sul grande Sergio.

La mia preferita resta quella di Leone che chiedeva al suo protetto quale fosse il suo film preferito tra quelli da lui diretti, Verdone senza pensarci troppo risponde “Per qualche dollaro in più”, Leone la prende bene, «Sei proprio un burino», ma perché Sergio? «È il film che piace agli scippatori e ai ladri, ho fatto de mejo». Verdone, però, beccandosi ripetutamente del burino dice una grande verità: Clint Eastwood, Lee Van Cleef e Gian Maria Volontè sono un trio grandioso, tre volti da cui Leone tira fuori l’oro, ogni ruga sui loro volti sembra il Grand Canyon ed ognuno di loro è scolpito a fuoco nell’immaginario collettivo. Anche se non è il mio Leone preferito, chissà se il grande Sergio direbbe anche a me che sono un burino, se pretendo di averlo a tutti i costi tra i Classidy!


“Per qualche dollaro in più” è il perfetto secondo capitolo, perché, a suo modo, applica la regola aurea dei seguiti (uguale al primo, ma di più!) portandosi dentro i segni della lezione che Leone ha imparato da Kurosawa, infatti ad ovest di James Bond e del Doctor Who, l’uomo senza nome interpretato da Clint Eastwood nel primo film, qui torna in un’eccezione anomala per noi occidentali, ma del tutto normale per gli orientali, decisamente meno ossessionati dalla continuità interna dei vari capitoli. In Giappone è normale che Zatôichi cambi volto e attore, nessuno si aspetta una spiegazione quando accade, qui succede quasi lo stesso, per tre volte di fila Clint Eastwood ha recitato lo stesso personaggio, dentro lo stesso lurido poncho, cambiando ogni volta soprannome e qualche caratteristica, ma restando fondamentalmente lo stesso.

Qui, ad esempio, tutti lo chiamano “Monco” (tranne Mortimer che lo chiama ragazzo, anche se tra Van Cleef ed Eastwood ballano solo cinque anni di differenza) perché di fatto lui la mano destra la utilizza solo per fare la cosa che gli riesce meglio, sparare alla velocità della luce. Di fatto, quasi una “rigenerazione” in stile Doctor Who del personaggio e delle facce attorno a lui (tipo Mario Brega, qui nei panni di Niño oppure Joseph Egger, di nuovo doppiato come il gufo Anacleto del classico Disney del ‘63 “La spada nella roccia”) che da assoluto protagonista del primo capitolo, cede il ruolo ad uno che, invece, ha una faccia da cattivo, anche se elegantissimo.

Con una mano fuma…
…e con l’altra fa fumare la pistola (in ogni caso gli fumano)
“Per qualche dollaro in più” ha un protagonista in cerca di vendetta personale, una cassaforte e dei flashback fondamentali per raccontare porzioni importanti della storia, un duello finale che è già quasi un “triello” e un minutaggio che si avvicina a quello ben nutrito del prossimo capitolo della trilogia del Dollaro, ma senza avere ancora lo stesso impeccabile ritmo. Insomma, sono le prove generali, quel «Ho fatto de mejo» di cui sopra, ma Leone è già talmente lanciato verso la leggenda, che ogni dettaglio di questo film diventa mitico.

I dettagli stanno nelle piccole cose, quelle che Leone sapeva rendere grandi.
Proprio con “Per qualche dollaro in più” Leone ha l’occasione per mettere in pratica la sua maniacale cura per il dettaglio, gli oggetti di scena (compreso il mitologico orologio con carillon di Indio) tutti selezionati da Leone con cura perché, a sua detta: «Nun stamo ar circo, stamo ar cinema: se vede tutto». Ossessione e cura che traspare fin dai due protagonisti, entrambi cacciatori di taglie, ma opposti nello stile e nell’aspetto, il Monco di Eastwood è spavaldo, consapevole di essere il pistolero più veloce in circolazione, il colonello Douglas Mortimer di Van Cleef invece studia le sue mosse, la sua strategia è sempre quella di essere un passo davanti al suo avversario («Hai avuto l'idea giusta ragazzo, ma arrivi sempre dopo di me»), infatti vince i duelli restano fuori dalla portata delle pistole avversarie e colpendo a distanza con la sua Colt Buntline modificata con l’aggiunta di un calcio da fucile. La sua entrata in scena lo presenta alla grande, con uno così le cose possono andare solo in un modo, ovvero come ha previsto lui («Questo treno ferma a Tucumcari»).

L’uomo che ferma i treni con lo sguardo.
Leone porta avanti la sua tradizione di “buoni” che campano di espedienti e che risultano tali solo perché opposti a personaggi ben più malvagi di loro, l’Indio di Gian Maria Volontè è il primo concreto passo di Sergio Leone verso la decostruzione del mito del West. Un cattivo che è malvagio senza possibilità di appello («Adesso mi odi al punto giusto»), ma che ogni volta che uccide deve sballarsi fumando come James Franco in un film con Seth Rogen, uno che ha fatto del suo senso di colpa un simbolo di terrore per i suoi avversari, è normale che uno così sfidi tutti a sparare quando la musica finisce (se ti riesce…), un modo nemmeno troppo inconscio di sfidare la morte che sarebbe l’unica liberazione. Quando riesci a raccontare un cattivo così, metà del film lo hai già fatto e Gian Maria Volontè qui recita davvero per la storia del cinema.

"Quando hai finito di blaterare frasi su di me Cassidy spara! Se ti riesce..."
La trama è una lunga presentazione dei personaggi, prima di un MacGuffin (la cassa piena di soldi), in attesa di uno scontro finale che sappiamo sarà inevitabile, ma nel frattempo viene caricato di una buona dose di gravitas, quando Leone scoprendo le carte poco a poco mette in chiaro che per qualcuno dei personaggi, non si tratta solo di mettere le mani su... Beh, qualche dollaro in più, ma di chiudere i conti con qualcosa di molto più grosso. Il modo in cui Leone ci rivela il tutto e poi lo conferma con una frase lapidaria, ma poetica di Clint Eastwood («C'è aria di famiglia in quella foto») è un capolavoro di sintesi.

Il carillon, quasi un personaggio nella storia. Se non proprio il protagonista.
Ogni dettaglio e ogni volto in questo film è già pronto per la leggenda, basta pensare al gobbo Wild, interpretato da Klaus Kinski, uno che sarebbe destinato a fare grandi cose al cinema e le musiche di Ennio Morricone sono (come al solito) la marcia in più della pellicola, lo scacciapensieri del tema principale è leggenda, prepara già agli echi della sfida che i tre protagonisti affronteranno, ma il pezzo chiave resta il carillon del duello finale.

"Quale gobba?" (Cit.)
Una musichetta ossessiva a cui Morricone aggiunge il tono solenne del momento, un'attesa che sembra diventare infinita e, non a caso, ricomincia ogni volta che sembra stia per arrivare l’ultima nota, quando la musica finisce, raccogli la pistola e cerca di sparare. Cerca! Eh, io cerco Ennio, ma qui non finisce mai. Al resto ci pensa Leone, con la sua regia, che indugia sui calci delle pistole, sui volti, sui primissimi piani degli occhi. Per qualunque altro regista una scena così sarebbe un coronamento, il punto d’arrivo di una carriera, per Sergio Leone è stato l’inizio, di un modello che in tanti hanno provato ad imitare, le prove generali, «Ho fatto de mejo», sì, Sergio, vero, però me cojoni, se tutti i capitoli meno riusciti di una trilogia fossero così. Dove devo firmare per un accordo del genere?

Il meno riuscito della trilogia. Ah sì? Così su due piedi non sembra.
Sembra banale dirlo, ma nella stagione cinematografica 1965-1966 “Per qualche dollaro in più” si porta a casa tre miliardi e mezzo di vecchie Lire, per numero di spettatori, ad oggi è ancora il quinto film italiano più visto di sempre, avrà pure ucciso la carriera di pittore di Lee Van Cleef, ma per quella da attore direi che è andata benino, oltre ad un sacco di Spaghetti Western, lo abbiamo visto diventare il maestro dei Ninja, ma anche essere l’unico con il carisma necessario per provare a tenere a bada Jena Plissken, d’altra parte dopo l’Indio, quasi tutto è una passeggiata, anche mettersi sulle piste di una tomba in un cimitero, ma questa è un’altra storia, ne parleremo tra sette giorni, non mancante!

Intanto vi ricordo lo speciale su Leone di della Fabbrica dei sogni.

68 commenti:

  1. caro cassidy faccio che darti la mia playlist dei film di leone.

    premetto che tutti sono sopra il voto 8 "c'era una volta in america" è un capolavoro ma è troppo troppo rtropo lungo.

    l'unico film sopra le tre ore di durata che ho cisto più di due volte è appunto " il buon il bruto e il cattivo"

    grazie e alla prossima

    è tornato a piovere: iniziavo a preoccuparmi!!!

    rdm

    classifica rdm

    1) il buono il brutto il cattivo
    2) per qualche dollaro in più
    3) giù la testa
    4) c'era una volta in america
    5)per un pugno di dollari
    6) c'era una volta il west



    notevole anche la pubblicità della renault

    il film "il mio nome è nessuno" non mi piace e per me non è di leone come per me poltergeist non è di spielberg

    grazie


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    1. Ormai faccio come Clint nella gif, affronto la pioggia sotto il cappello ;-) Arriverò tutto nel corso della rubrica, e magari potrei tirare dentro qualcosa di Verdone (scritta da Leone), vediamo come va, tanto questi mercoledì proseguiranno anche nelle prime settimane del 2020.

      Ottima classifica, io non saprei farla, di nessun regista ma di Leone ancora meno, proprio per il fatto che comunque sono tutti dei capolavori, vado proprio a motivazioni di puro affetto ;-) Cheers!

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  2. giuro la classifica l'ho scitta prima di leggere il tuo commento!!!

    ebbene sì sono burino e scippatore!!

    redm

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    1. [Commento da leggere con la “voce” di Sergio Leone] Sei un coattone ;-) Cheers!

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  3. Carabara, immagino saprai già che Seth Rogen e James Franco stanno scrivendo un mockumentary nome di lavorazione Vincenzoni io ti ucciderò / sei troppo stupendo per vivere ( quasi cit. ) in cui si ipotizza che un regista chiamato Lee Van Lee ( che è di fatto Re Sergio Leone ) mesmerizzi i media inoculando il concetto che mimi i film davanti ai collaboratori, con tanto di poncho e cigarillo, come uno Stan Lee davanti a Kirby e Ditko, suscitando le ire di un collaboratore nomato Vinnie Lucky Luciano che ha raddrizzato la rotta in almeno un paio dei lavori di LVL. Il finto documentario termina con un surreale duello nel crepuscolo con i due uomini di cinema che attendono che termini Spaghetti a Detroit di Bongusto che esce da un anacronistico carillon. Ti dico solo che Lee spara intorno alla insalatina. Brr. Ciao ciao

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    1. Spaghetti western, pollo, insalatina e una tazzina di caffè, a mala pena riesco a mandar giù ;-) Seth Rogen con il so vocione sarebbe un perfetto Lee Van Lee, mi sembra quasi di vederlo, anche se probabilmente il cigarillo sarebbe caricato ad erba, quella che non piaceva a Ditko, anche se le sue tavole erano più acide delle roba da palestra usata di James Franco. Cheers!

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  4. E meno male che c'aveva il blocco creativo, a parer suo.
    Se non ce l'aveva, allora cosa tirava fuori?
    Scherzi a parte, e' la cosa che ti lascia a bocca aperta quando si parla dei grandi, vecchi artigiani come Bava o Leone.
    La semplicita' e l'umilta'.
    Per loro i film che fanno sono sciocchezze, la loro fama e' un sopruso, le lodi immeritate. Tu gli fai i complimenti e loro a dire "Ma si, ma si. Se vado in America dopo tre giorni me cacciano via a calci!!"
    E giu' a testa bassa a lavorare.
    Incredibile.
    Forse volevano solo ribadire in che razza di condizioni sono costretti a sfornare i loro capolavori.
    In un paese che spesso li ricorda solo dopo morti.
    Direi che il mito di Leone inizia qui.
    Con questa sorta di sequel - remake.
    Non deve stupire: molti seguiti sono dei rifacimenti del capostipite, sotto sotto.
    Rambo. Terminator. O Aliens.
    Il primo e' stato una pietra miliare. Ma come si diceva in un post precedente...il mito dello xenomorfo inizia da ALIENS.
    Capito, caro il mio FRATELLO SCEMO DEL TONY?
    La dove PER UN PUGNO DI DOLLARI rappresentava un esperimento, realizzato in fretta e furia e di fortuna per vedere se funzionava, qui abbiamo un Leone sicuro dei suoi mezzi e consapevole di cio' che vuole.
    Ha trovato il suo modo di fare film, la sua strada. His way. Ha trovato la formula per trasformare il piombo in oro. Potrebbe fare trenta film cosi' e sarebbero tutti belli. E allora...
    Si scatena. Pigia il tasto della macchina sforna - western che ha nel cervello. Solo che la macchina e' un bulldozer. Spiana tutto.
    Eastwood potrebbe essere lo stesso tizio del primo film, visto che e' uguale. Ed e' letteralmente scolpito nella pietra a colpi di temperino. Volonte'e' ancora piu' pazzo e sanguinario ed e' a capo di una banda di belve umane, e poi...ti becca uno come Van Cleef che ha faccia da carogna che levati proprio. E un nome che e' una SENTENZA (a - ah!!) gia'scritta. E che va in giro con una pistola simile a quella che usava il grande Wyatt Earp quando faceva il marshall a Dodge City (anche se lui aveva la canna di mezzo metro).
    Morricone supera se' stesso. Non ha senso dirlo, ma...sono le mie musiche preferite in assoluto. Quella del duello finale col carillon e' da crisi mistica.
    Mi ricorda un viaggio nei primi anni del nuovo millennio. Un' estate. Una tirata unica a rotta di collo da Milano a Malaga, fino a Torremolinos per fare sfracelli. In tre su una macchina coi finestrini abbassati attraverso la Sierra Nevada e poi lungo la Carretera, con la cassetta delle musiche di questo film messa nello stereo a palla...
    Alla stazione di post...pardon, all'autogrill ci guardavano tutti.
    Fantastico.
    La scena ha ispirato poi uno dei fumetti di Tex piu' belli di sempre (EL MUERTO, se volete andarlo a leggere).
    Il mito di Leone inizia qui. Ha finalmente un budget importante, mezzi e totale liberta' creativa.
    E infatti ci piazza pure una bella trama con dooppiogiochismi, voltafaccia, tradimenti e la vendetta come dessert.
    Un'opera monumentale.
    E gran pezzo, Cass. Complimenti.

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    1. Perché erano entrambi maestri, ma con le maniche arrotolate su, alla faccia di chi pensa di essere già arrivato, avercene di gente con il talento e lo spirito di Marione e Sergio. Bava ancora oggi lo ricordiamo solo noi appassionati di cinema (e gli americani), Leone fin dopo a “C’era una volta il West” ha faticato a ricevere sostegno in patria, per quello ci è voluto così tanto per sfornare “C’era una volta in America”.

      Sono tutti e tre perfetti, Indio è uno dei più grandi cattivi della storia del cinema, ma Van Cleef? Destinato a diventare IL cattivo, qui in realtà è il protagonista (insieme al carillon), i ribaltamenti di ruolo tra attore e personaggio di Leone sono roba da capogiro ;-)

      Se fossi un cinefilo con la pipa e gli occhiali parlerei di uso diegetico della musica, ma che gli vuoi dire a quelle musiche lì, fanno un buon 70% del film che porta avanti la trama solo con le musiche, mica male per un secondo capitolo meno riuscito ;-) Grazie capo, gentilissimo! Cheers

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    2. La critica qui da noi li snobbava, questi film. Nonostante gli incassi da capogiro. E nonostante fossero questi, i film che all'estero facevano sfracelli al botteghino.
      Sono questi i film italiani che sono passati alla storia, per gli americani. O in Giappone, ad esempio.
      Vedi Araki. In Jojo ci sono citazioni a manetta, di Leone. Nella terza serie, nel capitolo L' IMPERATORE E L' APPESO, mette in scena un pentaello (si potra' dire cosi'? Dopotutto sono in cinque. Tre buoni contro due cattivi) a base di stand che e' un chiaro omaggio a questo film.
      O nello scontro finale tra Jotaro Kujo e Dio Brando. Usano i loro due stand come pistole. Con Jotaro che fa ESTRAI, E VEDIAMO CHI E' IL PIU' VELOCE.
      Questi, sono i film che all'estero si ricordano.
      Non i Fellini, i Rossellini, i Visconti o gli Antonioni. Che hanno dato si' prestigio, ma servivano a far man bassa di premi ai festival e a mandare in visibilio i critici. Ma non erano film per i comuni mortali.
      Ma quelli di Leone ed altri venivano considerati roba commerciale. Di bassa lega. E sempre con quella punta di malcelato disprezzo per chi li fa e per chi li guarda.
      Sara'...ma era proprio grazie ai soldi che raccattavano loro che ti potevi permettere produzioni piu' "alte".
      Ma cosa c'e' di male, a fare intrattenimento. Che poi...sotto la pelle questi film hanno molta piu' sostanza di quanto sembri. E stile da vendere.

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    3. Proprio così, era lo stesso Leone a pensarla così, gli incassi servivano a produrre cinema più “alto” e non ci vedo molto di male, specialmente se poi Leone trattava i film popolari così. Non ho mai letto Jojo, ma so che i suoi ammiratori sono tanti e molto appassionati, mi affascina ma è una di quelle letture infinite che non so quando e se mai riuscirò ad affrontare. Cheers!

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    4. Comunque incassavano anche i Fellini ecc... in più occasioni. Davvero altri tempi!

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    5. Perché le persone al cinema ci vivevano, e soprattutto ci andavano, certo il boom economico aiutava in tal senso. Cheers!

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    6. Grande Cass, un altro capostipite degli spaghetti western. Effettivamente anche per me è il meno riuscito, ma rimane sempre un capolavoro. Dice giusto il buon Redferne, Leone era un artigiano, un grande lavoratore e uno capace di gestire un reggimento con la stessa nonchalance con cui si fumava un sigaro. Era l'insieme di tanti uomini con caratteristiche uniche, quindi era un "mostro", nel senso che era davvero una persona eccezionale, con in più l'umiltà di chi è cresciuto nella guerra e ha patito (tanto) la fame. Insomma da un individuo di tale livello non potevano che provenire dei film eccezionali. Peccato che non esistano più persone così, lo stesso Verdone, che anche a me non ha mai fatto impazzire, ha però imparato dal Maestro l'arte di rimanere con i piedi per terra, favorita certo da una forte ipocondria...
      L'altro giorno ho sentito per radio Muccino e mi è venuta una grande tristezza e voglia di tornare nel 1955!!😜

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    7. Quando lavorava sul set dei Peplum, a colpire tutti era il modo in cui quel tipo smilzo, sembrasse un generale pronto a tuonare ordini a tutti. Crescendo ha smesso di essere smilzo, perché per Leone il cibo veniva dopo il cinema tra i massimi interessi, tutti (figlie comprese) lo descrivevano come tutto e il contrario di tutto, generoso ma tirchio, simpatico ma cinico, insomma "Larger than life" direbbero gli americani per uno così ;-) Cheers!

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  5. Complimenti per i tuoi Logo, sono sempre bellissimi. Ti invogliano alla lettura del post appena li vedi.

    La storia di Lee Van Cleef è veramente interessante, con quella faccia lì sarebbe stato sprecato come pittore! Per fortuna che Leone nostro gli ha fatto cambiare idea.

    Non sapevo che il protagonista fosse un uomo senza nome. Interessante, ma visto il genere ci sta.

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    1. Fin troppo buono grazie! Non ho nessuna competenza in nessun campo, tanto meno in quello grafico, quindi mi arrangio con puntine da disegno e colla vinilica, molto felice di sapere che il risultato dei miei pastrocchi sia almeno efficace ;-)

      Te lo immagini qualcuno che prova a criticare un quadro, per poi ritrovarsi davanti l’autore dell’opera, un pittore con la faccia di Lee Van Cleef? «Ehm, un dipinto stupendo! Anzi guardi lo compro, quanti soldi vuole? È tutto quello che ho, non mi uccida la prego!» ;-) Cheers

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    2. Inutile pregare, lui porta sempre a termine i lavori per cui lo pagano. (più o meno cit.) 😁

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    3. Splat! Splat! Macchie rosse. Non si sa se di vernice oppure di sangue ;-) Cheers

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  6. Film che rivaluto ogni volta che lo rivedo. Altro che meno riuscito! E' ricchissimo di momenti memorabili, frasi a effetto, la storia della cassaforte che si mescola con la vendetta...
    Il duello dei cappelli: non so se si tratta di un'idea originale, ma l'ho trovato geniale per dare una misura dei due pistoleri.
    Il flashback snocciolato poco per volta, per centellinare i tormentati ricordi di Mortimer, e al tempo stesso farci capire, dalle sole immagini, perché è sulle tracce dell'Indio.
    L'Indio è probabilmente il mio cattivo preferito dei film, forse se la gioca con Hans Gruber, ma sono personaggi calati in epoche differenti, e sarebbe come dire se è stato più bravo Pelè o Maradona, Borg o Federer, Senna o Schumacher... Facciamo che è questione di gusti e pace, fatto sta che questo post è per me anche un validissimo "Bad to the bone"! ;)
    Infine, non credevo un western sapesse strapparmi puntualmente una lacrimuccia a ogni visione, questo film ci riesce! Alludo, se ci fossero dei dubbi al saluto di Mortimer al Monco, quando scioglie la società... E da bambino, quando non mi rendevo conto dell'età di questo film, speravo in quell'altra occasione in cui i due cacciatori di taglie si sarebbero ritrovati per una nuova avventura... Invece Van Cleef è tornato a lavorare per Leone ma come cattivo, personaggio che gli è riuscito benissimo (ne parlerò al prossimo appuntamento), ma che perde il confronto con l'Indio di Volontè.
    Citerei anche Luigi Pistilli, fidato alleato dell'Indio, che forse ispirerà in futuro le sorti di Karl in "Trappola di cristallo", col suo ritorno a sorpresa (e meno assurdo!).
    Infine il film dice una cosa vera sulle spaccature tra nord e sud d'Italia: "Tutta colpa dei treni! Dei stramaledetti treni!" Al nord alta velocità, al sud linee abbandonate...

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    1. Indio avrò un “Bad to the bone” tutto per lui, era già nella lista dei candidati alla rubrica da molto prima che pensassi anche solo a questo post (storia vera).
      Anche io penso che sia il capitolo che migliora ad ogni visione, se “Per un pugno di dollari” resta sempre uguale, questo ha delle sfumature notevoli, solo che perde nel confronto diretto con i prossimi, il famoso «Ho fatto de mejo» di Leone.

      Indio è un personaggio con più sfumature di Sentenza, che invece incarna l’archetipo di beh, il cattivo. Mi piace il modo in cui ha abbracciato il suo ruolo di malvagio, ma di fatto soffra, tenendo aperte le sue ferite (e i ricordi) di quello che lo ha reso tale. Mortimer invece non cede mai all’emozione, è uno calcolatore, freddissimo, tranne in quel finale lì, ribadisco per me è un film minore solo per manifesta superiorità dei suoi fratellini ;-)

      La fissa di Leone per i treni è leggendaria, si potrebbe fare una compilation di affermazioni sui treni pescando dai dialoghi dei suoi film ;-) Cheers!

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    2. Non sono del tutto d'accordo sul confronto tra Indio e Sentenza: trovo più sfumature in Sentenza come personaggio, è un cattivo socievole, che scende a patti, mentre Indio è votato al Male senza possibilità di redenzione, un personaggio difficile da sostenere per l'attore senza renderlo surreale.

      Leone ci ha costruito la trama di un film su una ferrovia. Credo basti come prova. ;)

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    3. Si, dipende da cosa intendiamo per sfumature, dobbiamo solo accordarci su quello, Indio l’ho sempre trovato più drammatico e teatrale (anche per via dell’attore), Sentenza molto più diabolico uno più pratico, uno che ti fa pestare a sangue se serve alla sua causa, oppure media a seconda dell’esigenza. Infatti pensavo proprio a quello mentre lo scrivevo ;-) Cheers!

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    4. Più o meno dicevamo la stessa cosa: la cattiveria di Indio è più radicata, quella di Sentenza più versatile, per raggiungere uno scopo.

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    5. Si alla fine il senso era lo stesso, resta il fatto che nei film di Leone i cattivi sono protagonisti (e caratterizzati) tanto quanto i protagonisti, una lezione che troppi film dimenticano. Cheers

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  7. lo so voi siete dei santi e ci riuscite( scherzo non ci riuscite nemmeno voi ) ma io no -

    il compagno volontè ( compagno de che ) mi stava molto sulle scatole e questo mi influenza molto anche la valutazione recitativa .

    e perciò meglio sentenza piuttosto che l'indio.

    e w anche il film " i berretti verdi " di john wayne

    in fede Gianfranco Fini-

    no scherzo sono Geppo da Nichelino.

    sei un attore ? fai l'attore non fare politica.

    metto le mani aventi: il grande Ronald Regan non era un attore .

    nessuno ha mai visto un film di ronald regan.

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    1. Scherzi? Io ho visto quello con la scimmia (storia vera). Solo che a volte non capivo quale dei due era la scimmia ;-) Cheers!

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  8. Effettivamente è il più "lento", però anche il più affascinante grazie alla musica ed ai flashback.
    Interessante la scelta alla fine del personaggio di Clint che lo differenzia dagli altri 2.
    I battibecchi tra i 2 protagonisti sono uno spasso mentre Volonté è proprio inquietante!

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    1. Lo frega il secondo atto, perché l’inizio è micidiale, la presentazione dei tre personaggi non lunga, lunghissima! Il finale resta enorme, ma è nel mezzo che quella sensazione di “lento” si fa un po’ largo, forse avrebbe giovato un minutaggio più vicino a quello del primo capitolo della trilogia del dollaro, piuttosto che a quello del terzo, ma non mi lamenterò mai della lunghezza di un film di Leone, ogni fotogramma è un regalo ;-) Cheers

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    2. Si, a voler trovare il pelo nell' uovo hai ragione.

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    3. Sono quelle volte in cui è anche piacevole farlo, perché parliamo comunque di film grandissimi, magari fossimo sempre nelle condizioni di cercare il pelo nell'uovo a film così ;-) Cheers

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  9. Grande capolavoro! Non aggiungo altro!

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  10. Senza contare che molto del film si deve anche al fior fiore di attori/doppiatori che danno le voci agli attori. Dio non voglia il ridoppiaggio anche su questi film in futuro!!! Ciao da Sde.

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    1. Già non sono un fanatico del doppiaggio, figuriamoci del ridoppiaggio che associo solo a robe dolorose tipo “Indy” che cambia voce. Una di quelle leggende urbane che girano sul personaggio, come quella strampalata, per cui i suoi film sarebbero quattro, tzè! Lo sanno tutti che sono tre, TRE! E non ridoppiati ;-) Cheers

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  11. Ormai hai preso il via, come un consumato bounty hunter ti stai caricando capolavori su capolavori senza un grammo di polvere sul poncho: ti vedo che mastichi il sigaro e fai l'espressione "col cappello" :-D
    Scherzi a parte, grande recensione e se mai un giorno troveranno uno spezzone di pellicola girata sul set, con Leone che spiega a gesti la trama del film ad Eastwood, verrà venduta all'asta a miliardi di dollari!!!
    Peccato per Kinski, che avrei voluto vedere di più in scena. Tra lui e Van Cleef siamo ai massimi livelli dei migliori caratteristi della storia del cinema.

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    1. Ho due espressioni, con tastiera e senza ;-) Grazie mille mi sto divertendo molto anche perché devo rivedere tutti questi capolavori pieni di Kinski e Van Cleef. D'altra parte Leone era figlio di uno dei pionieri del cinema muto, da qualche parte dovrà aver imparato no? ;-) Cheers

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  12. Very good Job Cassidy��
    Avanti il prossimo, che leggo e poi torno cit.

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    1. Grazie capo, stiamo lavorando per voi, come si dice in questi casi ;-) Cheers

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  13. Mi hai fatto venire voglia di rivederli tutti, grazie ;)

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    1. Questo è sempre il mio obbiettivo principale, grazie a te! ;-) Cheers

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  14. Oggi arrivo ad orario aperitivo ma se ti raccontassi la mia giornata...
    Al volo. Secondo capitolo della "Trilogia" molto spesso dimenticato o sottovalutato (ma davanti al primo e al terzo è dura farsi notare...). Monumentale Volontè (prossimo titolo per "Cassidy cover your favorites": Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto), regia di Leone molto più sicura e a fuoco rispetto al fulminante capitolo primo. Se questi sono i film meno riusciti... Io personalmente lo adoro e lo metto sotto a "Il buono il brutto e il cattivo" ma prima di "Per un pugno...". Oh, io "odio" i western ma sti film me li sono rivisti alla nausea!

    Metto già le mani avanti: auguri per mercoledì prossimo. Ne avrai bisogno perché per parlare (bene o male) di cotanto film devi avere le palle che fumano.

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    1. Non dirmi niente, se domani non mi lasciano scrivere i miei post metto mano alla Colt. Ok segnata la tua preferenza, così mi porto avanti ;-) Lo penso anche io, questo film ha la sfiga del confronto diretto, ma di suo è un passo avanti nella trasformazione di di Leone in uno dei più grandi maestri del cinema di sempre. Mi prendo tutto quello che arriva, servirà tutto, in realtà quello di mercoledì prossimo è già pronto, ma quello successivo forse è ancora più grosso. Gli fumavano le tastiere... lo chiamavano Bara Volante ;-) Cheers!

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  15. Per qualche dollaro in più è esattamente quel che il titolo dice: prendete la storia ed i personaggi del film precedente, aggiungete più soldi alla produzione, minutaggio alle riprese, introspezione dei personaggi, e ne esce fuori un altro capolavoro.
    Leone è affezionato ai suoi personaggi, li segue, li coccola, quasi li spia, lascia che gli eventi (i western di Leone sono film di persone, film che raccontano storie) piaghino i personaggi al fine di avere personaggi tridimensionali. La polvere entra fin dentro gli stivali, il sudore si appiccica alla pelle, la musica diviene un altro personaggio che accompagna la vicenda e lui, il deus ex machina, che con rigore scientifico mette in scena, dispone le persone e gli oggetti con geometrica precisione.
    Ogni meccanismo si innesta in un incastro che diviene via via più grande e complesso, che racconta di persone disperate, persone che vanno incontro al loro destino cercando con arguzia una scappatoia.
    E Morricone che con le sue partiture sottolinea gli eventi, intona una melodia che varia in base ai personaggi di volta in volta troviamo in scena; quasi un film teatrale, dove la fisicità di ognuno degli attori pareggia l'abilità della ripresa da parte del regista.
    Eastwood si cala alla perfezione nel ruolo dell'uomo taciturno di cui nulla sappiamo ma che cerca di sopravvivere in mezzo alle mille difficoltà.
    Il cattivissimo Volontè incarna in modo ineffabile il cattivo di turno, un cattivo per cui non si può parteggiare ma che non si può neppure odiare: non c'è niente di programmato nell'avversione che lo spettatore deve provare nei confronti dell'antagonista, niente di programmato nella simpatia verso il protagonista, semplicemente gli eventi si svolgono e portano le persone a fare, inevitabilmente, quel che fanno.
    I tanti dettagli sparsi (l'orologio, la conta dei cadaveri...) servono a rafforzare il concetto. In fondo il genere western è questo: sopravvive il più forte in un mondo dove la legge del più forte è la legge che si impone su tutto senza guardare in faccia nessuno.
    Leone, con più soldi e minutaggio a disposizione, sperimenta e dilata i tempi per fare la prova generale di quella che sarà che la prossima messa in scena, sperimentando anche una trama più snella e meno picaresca rispetto al terzo capitolo della trilogia del dollaro.
    E certamente non è un caso se il buon Clint ha dedicato "gli spietati" a Sergio.
    Nizortace

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    1. La regola aurea dei seguiti applicata: Uguale ma di più! ;-) Il suo ruolo di Deus ex machina sarà ancora più presente e marcato nel film successivo, ma già qui si vede. "Unforgiven" resta uno dei capolavori di Eastwood, che riassume sia Leone che Don Siegel i suoi maestri, ma quei personaggi non buoni, non cattivi, ma buoni e cattivi per ruolo ed esigenze, tutti molto ben raccontati, erano già qui, Leone aveva indicato la via, ecco perché è il registra preferito dei nostri registi preferiti ;-) Cheers!

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  16. Io segno anche questo eh... ma solo perchè ci sei tu che me li racconti così ;)

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    1. Mille grazie di cuore, è un po' più facile quando i film sono dei capolavori ;-) Cheers

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  17. Appena avrò finito con Cimino, sarà il turno di Leone dalle mie parti, lo spazio lo merita eccome, ovviamente film segnato xD

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    1. Sto seguendo anche il tuo ciclo su Cimino, quindi sono doppiamente felice ;-) Cheers!

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    2. Dopo 20 anni mi sono rivisto "L' anno del dragone". L' apprezzato di piú e capito meglio.

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    3. Bellissimo, prima o poi mi piacerebbe affrontarlo Cimino qui sopra. Cheers!

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    4. l'anno del dragone l'ho visto da piccola non lo ricordo nemmeno, devo rivederlo

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    5. I film di Cimino sono a lenta cottura, ci va tempo per vederli e assimilarli ma sono spesso dei titoli enormi. Cheers!

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  18. Ricordo quando Leone aveva sintetizzato la differenza fra i western classici USA e i suoi con una frase del tipo "Nei loro il protagonista si affaccia alla finestra e guarda il sole al tramonto, nei miei si affaccia alla finestra e si becca una pallottola in fronte!" ;-)
    Ottimo post (con il bonus di un brillante parallelo Eastwood/Doctor Who) e, del resto, come hai appena detto sopra, il tutto viene un po' più facile quando i film sono dei capolavori (anche quando Sergio, stranamente, non li considera tali) ;-)

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    1. Con la pallottola sarebbe ancora fortunato, di solito lo attende l’occhiello di un cappio ;-) Grazie mille capo, mi affascina il fatto che noi occidentali dobbiamo razionalizzare tutto in una storia immaginaria, anche “Doctor who” ha una sua logica interna per giustificare il cambio in stile cestistico di attori e attrici. Gli unici esempi che escono indetti dalla mentalità occidentale sono James Bond e l’uomo senza nome di Eastwood. Ci sarebbe anche Jack Ryan, ma a lui vogliamo bene in pochi quindi nessuno si pone il problema del cambio di “faccia” ;-) Cheers!

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  19. Allora: se dovessi fare una classifica, questa seguirebbe la cronologia della sua produzione (giù la testa a parte); come al solito mi hai fatto fare una bella risata (stavolta addirittura nei commenti - il criticone che si ritrova l'autore con la faccia di van cleef; anch'io la pensavo come te, ma dopo un'altra visione ho un po' fatto pace con il 4° Indy.

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    1. I film di Leone vanno in naturale crescendo, anche di qualità, poi arriva “Giù la testa” che spariglia le carte ma vabbè, qui è il cuore che parla. Molto felice che ti sia piaciuto, anche se su il famigerato quarto film di Indy di cui ogni tanto senso parlare, non so proprio a cosa tu ti riferisca, ho solo una strano senso di deja vu inspiegabile … Cheers!

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  20. ) chiudo la parentesi in ritardo, non me la sentivo di lasciarla aperta.

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    1. Faccio lo stesso quando devo chiudere le mie "icone", da buon ossessivo compulsivo ti capisco alla perfezione ;-) Cheers

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  21. Cassidy, commento in ritardo perché sono stato malato, e non ho guardato molto il computer.

    Questo è il mio preferito della trilogia del dollaro, o comunque quello a cui sono più affezionato o nel quale mi identifico di più (e dire che non mi sento per niente burino.)

    Adoro l'atmosfera dark che circonda tutto il film, sotto certi punti di vista penso sia questa la pellicola che abbia influenzato di più Corbucci per i suoi western, e ho sempre pensato che il personaggio di Volontè portasse un elemento di malasanità che rendesse la visone del film davvero molto intensa.

    Potrebbe essere che queste considerazioni sono influenzate dall'aver visto questo film quando ero molto piccolo, e quindi quando ero molto impressionabile (colpa\merito mio padre che aveva uno dei migliori gusti di sempre in fatto di cinema,) ma resta il fatto che il personaggio di Indio mi abbia sempre dato una sensazione di disagio molto vicina a quella delle 4 eccellenze di Salò di Pasolini, e del Fascista sadico interpretato da Donald Sutherland in 900 di Bertolucci.
    Mi rendo conto che sono dei paragoni molto azzardati e lontani tra loro, ma secondo me dimostrano come Leone potesse essere allo stesso tempo un regista viscerale, e di grandissimo intrattenimento per tutte le fasce di pubblico, fossero esse "burine" oppure diciamo un po più "snob".

    Qunado finisce We are 138 spara se ti riesce! <3

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    1. Io lo vidi alle superiori che ero più grande rispetto agli altri ed anche a me l' Indio inquietó, ben di più di Sentenza e Ramon.

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    2. L’importante è che tu ora stia bene capo ;-)
      Lo penso anche io, Volontè è un cattivo tragico, decadente e quasi maledetto, anche secondo me Corbucci si è rifatto spesso all’atmosfera di questo film.

      Leone faceva cinema popolare che mirava ad essere cinema di alto livello, diciamo che ci è riuscito in pieno, mi fa piacere vedere poi che il “Barista” medio (devo trovare un appellativo migliore!) è venuto su con un papà dai gusti cinematografici giusto… Quando finisce “We are 138” poga, se ti riesce ;-) Cheers!

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    3. Perché Indio è il primo che soffre, è un personaggio che tiene vive le sue ferite. Cheers!

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  22. Ma di cosa stiamo parlando?!?!?
    Qualche anno fa fecero rivedere la trilogia al cinema in versione restaurata, ovviamente non me li sono persi.
    Ricordo con estrema sorpresa che per i primi due la sala era praticamente vuota (che massa di stolti!)
    Beh che posso dire: qui c'è una sfilza di personaggi irripetibili.
    L'Indio non ha bisogno di presentazioni: gli sbalzi di umore, da facce serie e spietate a risate isteriche, o da frasi a voce cauta a grida roboanti, una mente corrotta ma che gira come un orologio, un'interpretazione munifica.
    Groggy mi ha sempre fatto impazzire, sembra l'antitesi de l'Indio: Volontè folle, tossico e spietato, che sembra uno straccione (sporco come un muratore a fine settimana), Pistilli invece è pulito, look da paura, e molto più sveglio di tutti quanti.
    E Kinski...non aggiungo altro.
    Clint e Lee Van Cleef sono uno più grande dell'altro, poche parole ma sempre ben pesate.
    "Che giocavamo?" - "LA PELLE" beh va beh se uno comincia così!!!!
    Adesso basta altrimenti va a finire che scrivo tutto il film

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    1. Ho fatto lo stesso, era il 2006, unico film che ha riempito la sala, il terzo della trilogia (ovviamente), la pellicola arrivava da una collezione privata e con il proiettore moderno ogni tanto saltava, insieme alle coronarie del proprietario (storia vera). Cheers!

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  23. Così abbiamo perso un grande pittore con un nome perfetto per la scuola neo-post-quasi-fiamminga. oh beh. Questo, insieme a Guerre Stellari è il film, i suoi interni ed esterni con dettagli pazzeschi, che mi ha iniziato ai misteri del cinema. E alla facce memorabili. Quella che è più rimasta dentro per anni, però, è quella di Kinsky, anche se fa una particina. Sono d'accordo su Kurosawa; qui non è stato "omaggiato" esplicitamente, ma è stato interiorizzato alla grande (Eastwood è un perfetto ronin). Tra Indio e Sentenza... due cattivi di alto livello, secondo me il primo è letteralmente pazzo, non stupido, con intrico tra pulsioni di morte e senso di colpa e rischi non necessari che corre perchè così dice la testa, mentre il secondo è lucido freddo calcolatore, poco o nessun sadismo, la violenza come strumento aplicato quanto e quando serve. Mi sembrano entrambi sfaccettati.

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    1. Una grave perdita per il mondo della pittura, ma un vanto per quello del cinema ;-) Qui davvero Leone ha interiorizzato il suo Maestro (anche se non lo avrebbe chiamato così nemmeno sotto tortura), cosa che molti registi anche contemporanei non fanno mai, ma restano a livello “fotocopia”. Un peccato che Kinsky abbia recitato così poco per Leone, ma tra i due penso che sarebbe stata guerra totale contando i caratteri piuttosto esplosivi di entrambi ;-) Cheers!

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