giovedì 28 novembre 2019

Il colpo della metropolitana (1974): Un ostaggio al minuto

Iniziamo con una domanda, come si intitola il film dove i rapinatori usano i nomi dei colori Mr. Blue, Mr. Green… SBAGLIATO! Tarantino ha scippato l’idea a “Il colpo della metropolitana”.
“Perché rispondete sempre Tarantino! Perché!? I film esistevano anche prima di Tarantino!”
Il regista Joseph Sargent non è proprio uno di quei nomi che si ricorda, alcuni titoli solidi in carriera prima di passare a lavorare per la televisione, di sicuro “Il colpo della metropolitana” (Un ostaggio al minuto) è il suo film più famoso perché unisce una trama ad orologeria basata sul romanzo omonimo del 1973 di John Godey (pseudonimo di Morton Freedgood), ad una regia in gran forma e due attori che da soli fanno reparto. Insomma il classico caso di un film di genere talmente giusto in ogni sua parte, da diventare un film di culto che ogni tanto mi riguardo sempre con grande piacere.

Sarà che sono cresciuto con Walter Hill, oppure che mi sposto con i mezzi pubblici, ma penso che tutti i grandi film dovrebbero avere una scena in metropolitana, “The Taking of Pelham One Two Three” è tutto ambientato in metro, per altro una delle più grandi e articolate del pianeta, quella di New York.

I grandi film, prendono la metropolitana.
Ora però, chi mai prenderebbe in ostaggio i pendolari di un vagone della metro? Andiamo per salire sulla metropolitana devi scendere le scale, andare sotto terra, ed inoltre è un mezzo che si muove lungo la strada segnata dei binari, le condizioni peggiori possibili in caso di fuga. Un’idea balorda tanto quanto tentare di dirottare su Cuba un tram, come faceva il protagonista di un vecchio fumetti di Bonvi. Se decidi di prendere degli ostaggi in metropolitana devi avere un piano brillante, e per raccontarlo ci vuole una sceneggiatura solidissima, in cui tutti i dettagli filano, persino il raffreddore di uno dei personaggi.

Una citazione a Bonvi (anche a caso) è sempre una buona abitudine.
Joseph Sargent dirige con mano fermissima una trama che fila più puntuale dei vagoni della metro, Peter Stone adatta il romanzo originale in una sceneggiatura in cui tutto funziona alla grande, e anche le parti più verbose e necessarie, sono gestite con il giusto brio. Ad esempio la trovata del macchinista in prova, che descrive passo passo ogni sua azione, è un modo semplice di spiegare anche a noi spettatori il funzionamento e le procedure di un vagone delle metro.

Allo stesso modo il protagonista, il tenente della polizia metropolitana Zachary Garber (un Walter Matthau dalla giacca impossibile e sornione più che mai) a sua volta deve spiegare ad alcuni ospiti giapponesi in visita, tutto il complicato sistema di gestione della metropolitana di New York, aggiornando anche noi spettatori, che abbiamo modo di scoprire che il treno al centro della trama, è il Pelham 123, che si chiama così perché parte dalla stazione di Pelham all'una e ventitrè. salvo ritardi, perché come dice Garber « Non si può gestire una metropolitana senza qualche parolaccia». Dillo ai pendolari che aspettano il treno in perenne ritardo, loro di parolacce sono esperti.

"Jack Lemmon almeno viaggiava in prima classe sull'Airport '77. Io invece guarda quanti pulsanti!"
La normale routine della metro di New York viene sconvolta da un gruppo di rapinatori molto organizzati, vestiti con cappello, soprabito, occhialoni e baffi finti per sembrare tutti somiglianti tra di loro (a ben guardarli sembrano un po’ i Gumby, interpretati dai Monty Python), e che usano nomi fittizi Brown, Grey, Green (un atterrito ed azzeccatissimo Martin Balsam) e il loro capo Mr. Blue interpretato da un Robert Shaw magnetico e dall’aria pericolosa. Per altro in stato di grazia, basta dire che appena sceso dal Pelham 123, sarebbe salito sull’Orca, per andare a fare la storia del cinema.

I quattro tizi coloriti, prendono in ostaggio i diciassette viaggiatori presenti su uno dei vagoni del Pelham 123, e via radio chiedono un milione di fogli verdi con sopra le facce di altrettanti ex presidenti defunti entro un’ora, dopodiché faranno fuori un ostaggio al minuto, per ogni minuto di ritardo. Una brutta gatta da pelare che Walter Matthau si trova a dover gestire cercando di trattare con Robert Shaw, in una gara di talento (di recitazione) a distanza.

"Un milione per me e per me solamente e io di questo treno vi porto la testa, la coda... e tutto quello che c'è in mezzo" (Quasi-cit.)
“The Taking of Pelham One Two Three” procede compatto filando sui binari, ed è uno di quei film in cui personaggi che fanno (quindi che sanno come funzionano le cose) malgrado abbiano tutte le ragioni del mondo come nel caso di Walter Matthau, devono fare a capocciate, non solo con la grana che si ritrovano per le mani, ma anche con la burocrazia interna, ben rappresentata dall’inetto (e malaticcio) sindaco di New York interpretato da Lee Wallace, un personaggio odioso quanto volete ma mai stereotipato.

Identico al corrispettivo nel romanzo di John Godey, dove risulta altrettanto satirico (e virulento).
Perché il bello di “Il colpo della metropolitana” è la sua capacità di farti affezionare ai personaggi, senza farti fissare sui meccanismi di una trama che va avanti da sola diventando quasi invisibile, che è ben diverso dall’essere inesistente badate bene. Ogni svolta del film diventa un’appassionante corsa contro il tempo, come la lunga sgommata in auto per consegnare in tempo i soldi, che appassiona anche grazie ai suoi imprevisti, e al modo in cui Walter Matthau deve metterci la faccia - anche se di fatto per i rapinatori è solo una voce alla radio - prendendosi anche dei rischi.

Lo so che sembrano i Chips, ma sono loro la scorta per il denaro.
Il film procede per scene efficaci, una lunga partita a scacchi che prevede cecchini dal grilletto facile e semafori verdi senza fine, in cui nessuno dei personaggi si ritrova mai a fare qualcosa di totalmente assurdo in nome della spettacolarità a tutti i costi. Una volontà di realismo che invece di sminuire una trama da thriller poliziesco, non fa che elevarla, dimostrazione che le idee semplici il più delle volte sono le più efficaci.

Anche l’ultimo atto del film, che potrebbe inevitabilmente mollare le briglie del ritmo, invece fa una scelta pragmatica, quella di cavalcare le indagini eseguite a caldo, subito dopo un evento criminale, quelle che il più delle volte portano per davvero alla risoluzione del crimine. Non voglio rivelarvi nulla nel caso non aveste mai visto questo film, ma sappiate che il suo finale all’insegna della semplicità, si conclude con uno dei più memorabili fotogrammi della storia del cinema, dimostrazione che ad attori mitici come Walter Matthau, bastava davvero uno sguardo dei suoi per riempire lo schermo, vedere per credere.

Con la stessa faccia con cui io vado al lavoro il lunedì mattina, Walter faceva la storia del cinema.
Sarà anche un film del 1974, ambientato nella New York di allora, uno scenario che può risultare datato agli occhi di una porzione di pubblico, ma il film fila ancora che è una meraviglia e secondo me l’ambientazione anni ’70 è una marcia in più. A partire dall’azzeccatissima colonna sonora di Davis Shire perfettamente in linea con il decennio e con un ritmo che ti porta subito nel bel mezzo dell’azione, la leggenda vuole che sia stata la sua allora moglie Talia Shire (l’Adriana di Rocky) a suggerire al compositore di rendere parte della sua colonna sonora, un’ode alla città di New York, scelta azzeccatissima per una storia ambientata nei meccanismi interni della Grande Mela.

"Chiamami ancora palla di lardo, dai ti sfido"
Il film ha avuto ben due rifacimenti, il primo un film televisivo del 1998, con Edward James Olmos nei panni del detective protagonista e Vincent D'Onofrio in quelli di Mr. Blue, l’altra versione invece è quella diretta dallo Scott giusto, ma per quello avremo tempo modo e maniera per parlarle, ed ora se volte scusarmi, devo andare a prendere la metro.

20 commenti:

  1. che dire un capolavoro


    da vedere e rivedere

    rdm

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    1. Ogni tanto vado a rivedermelo e non mi annoia mai, il romanzo originale è bello, ma il film è anche più a fuoco, forse perché la storia di fondo è già molto cinematografica. Cheers!

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  2. Carabara, non ci crederai, ma qualche tempo fa ero stato inviato dalla Casa Madre - ero vice apprendista ispettore di una import export di fazzoletti di carta riciclata - perché scoprissi chi tra i nostri dipendenti sabotasse la macchina produttiva infilando 99 kleenex in loco dei 100 previsti negli scatolotti. Io non sono stato morso da uno Sherlock Holmes radioattivo quindi ho risolto puntando il dito verso Impiegato Ics che starnutiva tutto il tempo. E' scoppiato a piangere ed è stato immediatamente spostato in amministrazione. Ha fatto carriera fino alla stanza dei bottoni dove ha premuto quello del mio licenziamento. Cattivo. Ciao ciao

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    1. Lo fanno eh? Quelli dell’amministrazione sono vendicativi. Se resi acidi dal raffreddore anche di più, quasi ostili li definirei. Sarà per quello che Tony Scott nel remake apre il film con “99 problems” di Jay-Z? 99 Kleenex? Vedo un disegno in tutto questo. Cheers!

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  3. Porca miseria, che flash...
    L'ho visto moltissimi anni fa, ma mica me lo ricordavo della faccenda del Pelham 123 (...STELLA! No, scherzo).
    E ovviamente mi sono fischiate le orecchie.
    Beh, a quel che mi ricordo...un bel poliziesco di quelli serrati. E come dicevamo un paio di giorni fa...trama essenziale ma personaggi magistrali e ambientazione indovinatissima.
    Piu' una serie di tocchi di classe, come i travestimenti e i soprannomi.
    Roba iconica, che ti rimane impressa in testa. Appunto.
    Bellissimo, il fumetto di Bonvi.
    Letto sulla defunta Comix.
    E anche li'...la frase che ti rimane in testa?
    DIROTTA SU CUBA!!
    Vi dice niente?

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    1. Al massimo è uno, due tre…. PELHAM! ;-) Allora non l’ho letto solo io (e il gruppo che si è ispirato per il nome) qui ci sta un Bro-Fist! Cheers

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    2. Un Bro-fist incrociato d'incontro alla Rocky Joe pure per te, Cass. Che l' 1-2-3...PELHAM e' da 92 MINUTI DI APPLAUSI.
      Mi hai fatto andare di traverso il caffe' dal ridere, mannaggia...
      Del fumetto di Bonvi (che tra l'altro il sequestratore ha le sue fattezze) ho apprezzato, oltre che alla storia (il classico sogno romantico di una fuga impossibile. Come volevo fare io col Giappone. Peccato che fosse un Giappone basato su cartoni degli anni 60 e 70, manga degli anni 80 e videogiochi degli anni 90. Che probabilmente non esisteva manco piu'. Sempre ammesso che fosse mai esistito, quello che immaginavo io...), anche il modo in cui ha raffigurato la mia citta'.
      Certo, il fumetto e' molto vecchio. E infatti mostra molti scampoli della Milano di una volta, e che ho fatto in tempo a vedere prima che sparissero del tutto.
      La nebbia, il freddo, le luci soffuse dei lampioni e i contorni sfumati.
      Sembra la scena di un romanzo di Scerbanenco.
      Gli anni 80 hanno dato tantissimo. Ma sono stati anche un disastro.
      La Milano "da bere" se la sono bevuta, infatti. Fino all'ultimo sorso.
      E poi il dialetto, la parlata.
      Nelle figure dei due ostaggi Biagini e Rapazzoni si nota una figura ormai estinta.
      Il milanesone di periferia. Quello che potevi trovare a Baggio, a Quinto Romano, alla Bovisa o in via Candiani.
      Che a momenti girava col palto' pure ad Agosto.
      Che poi uno va in centro e pensa che i milanesi sono tutti fighetti come quelli di Brera.
      Se mi parte "Luci a San Siro" mi sa che mi commuovo come Giovanni in Tre Uomini e Una Gamba.
      "No...non ce la faccio...e' troppo...non ce la posso fare..."

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    3. L'ambientazione di quella storia era metà della sua riuscita, pensa che l'ho letta più di vent'anni fa e ricordo ancora tutto, potenza di Bonvi ;-) Cheers

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  4. Lo confesso, ho conosciuto il film solo quando è uscito il remake, ma ovviamente il confronto fra i due lo vince questo alla grande. (Con tutto il rispetto per la regia dello Scott giusto!)
    E pensare che da ragazzino Matthau me lo ritrovavo in TV un giorno sì e l'altro pure, poi d'un tratto è scomparso e al massimo era il vecchietto di "Dennis la minaccia". Sarebbe da rispolverare la sua filmografia...

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    1. Penso che molti giovani spettatori lo conoscano solo per "Dennis la minaccia", quando é stato un attore più unico che raro. Lo penso anche io, il film originale é migliore, mentre le parti migliori del remake sono tutte frutto del talento dello Scott giusto. Per altro il remake elabora il film originale prendendo poco dal libro (il nome Ryder e poco altro) mentre questo film fa un bel lavoro, riducendo i numerosi punti di vista che nel libro abbondano. Insomma più asciutto e riuscitissimo ;-) Cheers

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  5. Ecco a me sono proprio questi film quelli che mancano alle mie visioni, dato che quando vado a guardarmi qualcosa di molti anni fa è difficile che tra i consigli su internet incappi in questi titoli, alla fine vengono fuori sempre i soliti. Me lo segno, sembra interessantissimo.

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    1. Ho riempito un blog di roba anni '80, ma ho una predilezione per il decennio precedente e mi piace consigliare questi titoli, quindi sono ben felice di fare un servizio di pubblica utilità ;-) Cheers

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  6. Già solo per il confronto finale (Mr. Blue/Shaw: "In questo stato c'è la pena di morte?") fra Robert Shaw e Walter Matthau varrebbe la pena di recuperarlo, Il colpo della metropolitana ;-)
    P.S. Grande Bonvi, ormai sono ventiquattro anni che il suo talento ci manca... lo ricordo in versione fumetto, nella parte di sé stesso, ad elargire informazioni al professor Martin Mystère ne "La signora delle vipere" (avventura appartenente alla trasferta italiana anni '90 del Buon Vecchio Zio Marty).

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    1. Bonvi amava disegnarsi nei fumetti, e la trasferta Italiana di zio Marty è stato l'equivalente del tour di una Rockstar ;-) Robert Shaw e Walter Matthau mettono su un grande scontro, per altro ho finito di leggere il libro, e il finale del film è anche migliore di quello (già bello) del romanzo. Cheers!

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  7. Film veramente vincente però adesso mi hai fatto venire il desiderio di leggere il romanzo!
    Comunque questi sì che sono i veri film anni '70 coi vestiti assurdi ma reali, altro che quelle patinature di film che tentano di riprodurre gli anni '70 con esiti piuttosto discutibili, secondo me.
    Veramente mitica la faccia di Walter alla fine.

    (A proposito, sui mezzi di trasporto, con quale colore ti presenti?)

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    1. Bravissima, quando provano a rifare gli anni '70 (ma anche gli' 80) al cinema, scelgono sempre soluzioni già provate prima, con il freno a mano tirato. Il libro è molto bello, si legge velocemente, e ha molti più personaggi e punti di vista del film, merita la lettura. Se il bus è in ritardo mr. Black, nel senso di incazzato nero ;-) Cheers

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  8. Di questo film conoscevo solo il remake di Scott giusto (senza sapere che fosse un remake). Ora devo recuperare sia il film che il romanzo. Certo che una volta Tarantino era disprezzato dai grandi critici, ora è diventato l'ago della bilancia per stabilire se un vecchio film è cool oppure una ciofeca.

    P.S. Io Matthau l'ho conosciuto tramite il film Dennis la minaccia. Come detto da altri sarebbe un attore da recuperare.

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    1. Perché bontà sua sei giovanissimo ;-) Attorone, con una filmografia notevole. Il problema è che anche i suoi fan lo considerano la Voce del Verbo, solo che molti di oloro i film che lui consiglia, non li vanno a rivedere, li elogiano per partito preso. Oh non tutti eh? Però troppi suoi estimatori fanno così.

      Il libro è molto bello, terminato due giorni fa, si legge in fretta, ma per assurdo questo film rende una storia già cinematografica di suo, ancora più snella e beh, da cinema. Cheers!

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