sabato 9 novembre 2019

Beat the Devil (2002) e Agent Orange (2004): Tony's shorts

Ormai dovreste saperlo: tutte le rubriche monografiche che questa Bara dedica ai registi, si beccano un capitolo a sorpresa, questo è quello dedicato a Tony… Lo Scott giusto!
Mentre nel 2019 una certa casa automobilistica torinese (Fix It Again Tony) fa pubblicizzare una sua macchina con il nome di un animale in via di estinzione a Fabio Rovazzi, tra il 2001 e il 2002 la BMW per fare un po’ di pubblicità ai suoi modelli, pensò bene di assoldare otto registi dai nomi parecchio blasonati e l’attore Clive Owen. Quasi la stessa cosa, vero?

Non sto a girarci troppo attorno: in quel periodo “The Hire” è diventato il mio oggetto del desiderio numero uno. Mi sono lanciato in una caccia spietata per mettere gli occhi su tutti gli otto episodi, con protagonista Clive Owen, nei panni di un silenzioso, ma abilissimo pilota senza nome. Alcuni di questi (tutti non credo, ma non ho trovato riscontri) sono anche stati trasmessi in seconda serata da Canale 5, se la memoria non m’inganna.

Proprio come avere Rovazzi che pubblicizza un’utilitaria. Uguale uguale.
Cercate di capirmi: come potevo non sbavare come uno dei cani di Pavlov, davanti a roba diretta da gente come John Frankenheimer (il suo “Ambush” con Tomas Milian è una bomba), Ang Lee, Wong Kar-wai, Guy Ritchie (nel pieno del suo periodo da “Toy Boy” di Madonna che, infatti, recita nel suo corto “Star”), Alejandro Iñárritu, sua Maestà John Woo, Joe Carnahan e Neill Blomkamp. Ma sapete chi ha superato a destra tutti questi grandi nomi, sgommando e fumando il sigaro? Proprio quello giusto della famiglia Scott, il nostro Tony.

“Beat the Devil” (2002)
Questo è senza ombra di dubbio il segmento migliore tra tutti quelli di “The Hire”, è quello che racconta la storia più folle e divertente, ma anche quello diretto con il coltello tra i denti da un Tony Scott nel pieno dell’evoluzione del suo già riconoscibile e curatissimo cinema.

Quando dico che Tony Scott è uno di quelli che interpretano meglio le lezioni di Walter Hill non scherzo, è chiaro che il personaggio di Clive Owen sia diretto discendente dell’imprendibile Driver di Gualtiero che in questo cortometraggio di dieci minuti deve prestare il suo talento di pilota ad un cliente notevole: James “cocaina” Brown.

"Io mi sento bene, voi vi sentite bene? No perché io mi sento proprio bene"
La fotografia inimitabile di Tony Scott ci porta subito in un crocicchio (ed eccolo che torna Walter Hill) nel novembre 1954, dove un giovane Brown non ancora famoso, idealmente confessa il segreto del suo successo, un patto con il signore delle tenebre per diventare il padrino del Soul. Ma si sa come sono gli accordi con il Diavolo, no? Hanno sempre qualche clausola che alla lunga ti frega, quella che ha inchiodato James Brown impedendogli di fare le spaccate sul palco, è l’invecchiamento.

Quindi, l’autista Clive Owen porta il suo cliente a parlare con il Diavolo in persona, anche se la porta viene aperta dal suo assistente, Danny Trejo. Direi che a facce famose la BMW non ha badato a spese, ma aspettate perché il meglio deve ancora arrivare, in una delle sue prove migliori, in una carriera costellata da prova d’attore magnifiche, il Diavolo è interpretato dall’unico al mondo che potrebbe esserlo per davvero: Gary Oldman. Ora la capite perché sbavavo per vedere questa robetta!?

Perché pazzo Gary è nato per interpretare il ruolo del diavolo!
Se in Una vita al massimo, proprio diretto da quello giusto della famiglia Scott, Gary Oldman era stato gigantesco, qui replica entrando in scena truccato, leopardato e svaccato su una specie di sedia a rotelle. Buca letteralmente lo schermo e ruba la scena a tutti (anche a James Brown, scusate se è poco), ma non riesce ad imporre il totale dominio sui dieci minuti di “Beat the Devil” solo per una ragione: Tony Scott è ancora più scatenato di lui.

Il padrino del Soul vuole un’altra anima, per altri cinquant’anni di spaccate e spettacoli sul palco, il Diavolo gli propone una gara in auto, Danny Trejo su una Trans Am tamarrissima contro Clive Owen sulla BMW Z4 3.0i. Perché, comunque, lo sponsor paga e va bene divertirsi, ma saremmo qui per vendere macchine, mica biglietti per i concerti di James Brown.

"Non mi puoi trattare così, io sono il padrino del Soul", "Io sono il principe delle tenebre, sai che mi frega"
Tony Scott ha portato il suo cinema nell’era digitale con Nemico Pubblico e gli ha fatto fare un ulteriore salto di qualità in Spy Game, ma è con “Beat the Devil” che diventa definitivamente quella macchina da combattimento visivamente strapotente delle sue ultime pellicole. In dieci minuti qui, lo Scott giusto è il più scatenato di tutti, quando è il momento di narrare lo fa senza esagerare, tenendo la macchina da presa ferma come i manuali di regia insegnano, ma il resto del tempo usa ogni tecnica possibile (zoom selvaggi, “Frame Freeze” fulminanti) e a tutto dona una palette cromatica che al solito arancione (delle esplosioni e del deserto in cui si svolge la clamorosa corsa finale), aggiunge tocchi di verde su cui vi chiederei di tenermi l’icona aperta, perché tra un po’ ci torniamo.

Nudi Calvi alla meta.
Un’altra caratteristica che Tony Scott utilizza qui per la prima volta, sono le frasi pronunciate dai personaggi che letteralmente compaiono sullo schermo, come a voler dare enfasi alle parole, dando loro corpo, rendendole visibili e, quindi, puramente cinematografiche anche loro. Siamo nel campo della sperimentazione più pura per lo Scott giusto e tutte le tecniche e i trucchetti usati in questo “Beat the Devil”, torneranno buoni nel resto della sua filmografia e più modestamente in questa rubrica a lui dedicata.

Comunque meglio che farsi tirare giù dal letto dai Testimoni di Geova.
Il finale di “Beat the Devil” è bellissimo, un bellissimo (e divertente) omaggio al talento di James Brown che proprio nell’ultima scena si gioca una comparsata di lusso: secondo voi chi può avere come vicino di casa il Diavolo? Marilyn Manson che si lamenta perché la musica troppo alta, gli impedisce di leggere la Bibbia. No, sul serio, con enorme rispetto per gli altri grandissimi nomi coinvolti dalla BMW, lo Scott giusto qui è più imprendibile di Clive Owen! Se non lo aveste mai visto, vi metto il corto per intero qui sotto, rifatevi un po’ gli occhi.

Agent Orange (2004)
Nel 2004 Amazon commissiona a Tony Scott una cosetta intitolata “Agent Orange”, ufficialmente descritta come una storia d’amore psichedelica, in un oscuro scenario da sogno. Qualunque cosa vogliano dire queste parole messe insieme in questa sequenza, facciamo così: questo prima ve lo faccio vedere poi ne parliamo.

Lo sappiamo tutti, l’agente arancio era il nome del famigerato defoliante scaricato in dosi abbondanti dagli Americani sulle popolazioni locali in Vietnam. Mettiamola così, quindi: l’agente arancio è l’elemento che sganciato su qualcuno (nella fattispecie il protagonista del corto interpretato da Christopher Carley) gli sconvolge la vita. Lo so, ho dovuto fare uno sforzo per girare attorno al fatto che questo corto è una scemenza.

Sull’argomento “un ragazzo incontra una ragazza”, Tony aveva già detto tutto nel modo migliore possibile, qui l’unica aggiunta arriva dal fatto di poter inserire nei cinque minuti di “Agent Orange” un’altra sua fissazione, la metropolitana, anche quella ereditata idealmente da Walter Hill.

L’unico motivo per cui vale la pena prendere in analisi “Agent Orange” è farlo a questo punto della rubrica, dove ha un suo valore se contestualizzato nell’anno 2004 per farlo, però, devo chiudere quell’icona lasciata aperta lassù.

Se Tony Scott è arrivato ad essere soprannominato “Mr. Nove telecamere” è anche perché dal 2000 in poi la sua tecnica è diventata ancora più strapotente visivamente. Quello giusto della famiglia Scott gira come un forsennato da ogni angolazione possibile, poi armato con il super potere del montaggio digitale, mescola tutto l’assurdo quantitativo di girato donandogli una palette cromatica in cui verde e arancione (ovviamente) la fanno da padrone. I colori diventano letteralmente l’unico modo che ha lo spettatore di continuare a seguire la storia, le fasi dell’innamoramento del protagonista, sono scandite dal numero di indumenti arancioni con cui si ritrova addosso, abbandonando progressivamente il verde, per ritrovarsi vestito come la sua amata interpretata da Jessica Stam.

Cinquanta sfumature di nero arancione e verde.
Tony porta la saturazione al massimo, taglia, rallenta, accelera, sovrappone il montaggio e aggredisce le pupille dello spettatore al massimo, nel suo film successivo (prossimamente su queste Bare, non vedo l’ora!) utilizzerà la stessa identica tecnica, solo leggermente più sotto controllo, ma in “Agent Orange” Tony Scott apre il gas al massimo, in piena fase di sperimentazione. La palestra dove allenare le tecniche per il suo prossimo film che è talmente bello che permette di dare un senso anche a questa robetta fatta con i soldi di Amazon.

Per questo capitolo speciale della rubrica dedicata allo Scott giusto è tutto, ci vediamo come al solito venerdì con il solito appuntamento settimanale con Tony, invece, se avete ancora qualche minuto, qui sotto trovate il solito schemino della “Scottitudine”.

“Beccati questa fratellino, tiè”
Beat the Devil (2002) e Agent Orange (2004)
Se li avesse diretti Ridley?
Tanti, anche troppi, starebbero qui a menare il torrone sul fatto che Ridley ha battuto una concorrenza diretta fatta di nomi non grandi, ma grandissimi. Ma lo ha fatto Tony, quindi se va bene tutto questo viene etichettato come una marchetta per BMW e Amazon.

Nel paragone diretto, restano comunque molto meglio di:
“Chanel No. 5: La Star” (1990) e “The Journey” (2019)
Perché cari adoratori dello Scott sbagliato, anche Ridley fa le marchette, per i profumi e per la Turkish Airlines, ma senza Gary Oldman e James “cocaina” Brown. Sono sicuro che molti di voi nemmeno lo sapevano.

Risultato parziale dopo il Round a sorpresa:
Tony sgomma con la sua sportiva tedesca sul vostro costoso profumo francese, perché lui è Tony, lo Scott giusto!

10 commenti:

  1. Interessante, gli daro' un'occhiata.
    Specie al primo, che mi sembra decisamente piu' nelle mie corde.
    Ora capisco da dove ha preso ispirazione Marilyn Manson per le sue canzoni.
    Tra ammazzamenti, scene di sangue e massacri al grido di TU SEI IL MIO POPOLO PREDILETTO, E QUINDI AGLI ALTRI GLI PUOI FARE TUTTO QUELLO CHE VUOI!! il vecchio testamentove' una fonte di ispirazione senza pari.
    Se ti pigli la briga di leggerlo, ma di leggerlo per INTERO...come minimo diventi bestemmiato professionista.
    Comunque adoro i corti. Spesso, proprio per la loro formula breve ed autoconclusiva, permettono ad un autore di sbizzarrirsi, senza tanti paletti e rotture.
    Qui vediamo un TONY eclettico, quasi in vena di sperimentare e stupore, complice il fior - fiore di comparate a cui puo' attingere.

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    1. Non potevo non averli in questa rubrica, "The Hire" è stato un mio oggetto del desiderio a lungo, e il corto di Tony un vero culto. Inoltre dici bene, i corti servono a sperimentare, e lo vedremo nel corso della rubrica, quanto questi due siano stato fondamentali per il resto della carriera dello Scott giusto ;-) Cheers

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    2. Quanto ci sono riuscito io con gli errori, almeno...
      Credo di non aver mai fatto cosi' tanti strafalcioni.
      Chiedo venia. Spero di essermi fatto capire lo stesso.

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    3. Vai tranquillo, capita e poi si capiva lo stesso. Cheers!

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    4. Director's cult10 novembre 2019 00:04

      Uh, se è per questo anche David Lynch ha fatto le marchette, se non sbaglio per Yves Saint Laurent. Comunque grande bel regalo di natale in anticipo, ho appena rivisto Beat the Devil e mi sono esaltata come quando lo vidi per la prima volta. Agente Orange invece lo devo scovare per la sua colour palette! ��

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    5. Esatto, anche Martin Scorsese e Spike Lee, ma la mia dedica ai fan(atici) di Ridley non può non farsi attendere ;-) Vero che è ancora una bomba? "Agent Orange" non è così figo, ma quella palette cromatica diventerà l'arma segreta di quello giusto di casa Scott. Cheers!

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  2. Beat the devil o, detto in altro modo, il migliore tra i cortometraggi della serie "the hire"; ogni segmento è contraddistinto dall'abilità del regista di turno ma qui Scott appare libero di sperimentare; ricordo chiaramente che quando vidi man on fire e poi Domino pensai che Tony Scott ormai dirige sempre con le stesse tecniche; forse talvolta eccede facendo abuso di colori ultra saturi e riprese che si ripetono, ma Tony Scott sa il fatto suo ed è un peccato che sia tanto sottovalutato. Magari un giorno qualcuno lo rivaluterà come è stato fatto con tanta altra spazzatura anni 70 che adesso tutti osannano (Tarantino, ce l'ho con lui: perchè quel che è brutto è brutto punto e basta. Salvo poi sublimare) ma a differenza di quella paccottaglia (anche se vi sono le dovute eccezioni) il nostro Tony ha saputo cogliere le mode dei tempi ed avuto il coraggio di sperimentare.
    Nizortace

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    1. “Man on fire” e “Domino” sono i figli legittimi di “Beat the Devil” e “Agent Orange”. Tarantino ha rivalutato (e i suoi fedeli che non guardano i film, ma ripetono a pappagallo) roba francamente indifendibile, visto che è uno che “sposta” e la sua parola conta, dovrebbe ricordarsi di più dell’uomo a cui deve la carriera, parlare bene di “Revenge” è un po’ pochino ;-) Cheers!

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  3. visto asùdesso il video di james brown

    che dire : geniale

    danny trejo in giacca e cravatta niente male



    avesse diretto lo scott giusto il primo fast and furious chissà come finiva la storia

    bravo tony

    rdm

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    1. Capito il segreto di longevità (e bellezza) di Danny? Lavora per la gente giusta ;-) Cheers

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