lunedì 28 ottobre 2019

Nell'erba alta (2019): Ai confini dell'erbosità

Qualcosa si muove nell’erba alta, potrebbe essere il mio cane che ama correrci dentro solleticandosi la pancia, invece è Vincenzo Natali, bentornato ragazzo.

Il regista dietro al geniale “Cube” (1997) forse non ha mai espresso il suo massimo potenziale, ma in carriera ha fatto di tutto, anche il documentario “Getting Gilliam” legato alla produzione di Tideland. Oppure cosette come “Splice” (2009) il film che a dieci anni dalla sua uscita, non sono ancora sicuro se parlasse di zoofilia, di incesto o di entrambe le cose.

Dopo aver contribuito con la sua ottima regia ad un’infinità di episodi per le maggiori serie tv in circolazione (Hannibal, The Strain, Westworld e American Gods per fare qualche titolo) Natali ha provato a rilanciare anche Tremors, peccato che il pilota della serie tv che prevedeva il ritorno di Kevin Bacon nei panni di Val McKee, non lo abbia visto mai nessuno, perché la serie per mio immenso dolore, non è mai stata confermata.

Tremendamente ironico che il regista che ha esordito con personaggi intrappolati in un tecnologico e mortale cubo, si sia ritrovato a vagare, senza trovare l’uscita dal rettangolo del piccolo schermo. In suo soccorso arriva Netflix, che a ben pensarci è un giusto compromesso, un nuovo film come regista, però distribuito sulla popolare piattaforma di streaming.

La carriera di Vincenzo Natali: un riassunto per immagini.
Ma siccome il senso dell’umorismo scorre potente nella carriera di Natali, il suo nuovo lavoro è un classico per ogni regista horror degno di questo titolo: un adattamento Kinghiano che sembra fatto apposta per lui. La novella “In the tall grass” scritta da zio Stephen King e suo figlio Joe Hill, è stata pubblicata a puntate su Esquire nel 2012, e l’anno successivo in Italiano dalla solita Sperling & Kupfer, e a ben guardarlo sembra un altro “Cube” ambientato in un campo pieno d’erba. No, non quell’erba, smettetela di fare i Bob Marley!

Se c'è un autore che tende a ripetersi, quello è sicuramente zio Stevie, che nella sua lunga carriera, citandosi più o meno volontariamente ha rimasticato spesso situazioni tipiche della sua letteratura. Dopo due minuti dall’inizio di “Nell’erba alta” mi sono ritrovato a pensare a Lucius e al suo ciclo su Children of the Corn, perché la prima scena iniziale è proprio “I figli del grano”, con tanto di chiesa abbandonata, e nel parcheggio adiacente, fa anche bella mostra di se una polverosa Plymouth Fury rossa. La strizzatona d’occhio scorre potente in questo film.

Bad Day at Black Rock (sarà una citazione per caso?)
Becky (Laysla De Oliveira) viaggia in auto con il fratello Cal (Avery Whitted) la destinazione è la costa opposta e una famiglia a cui affidare la bimba che la ragazza porta in grembo, frutto dell’amore con un ragazzo di nome Travis, non proprio convintissimo di diventare papà. Durante una sosta accanto ad un infinito campo con erba altissima (tipo qualunque area verde a Torino verso maggio, visto che il comune risparmia sui giardinieri) sentono la voce supplicante di un bambino, e per aiutarlo finiranno a loro volta per perdersi tra i filari.

La prima parte del film è davvero riuscita e coinvolgente, ok sembra di guardare ancora una volta Grano rosso sangue, però Vincenzo Natali fa un lavoro perfetto e anche grazie ad un ottimo montaggio sonoro, diventa subito chiaro che tra questa erba le regole base della fisica, dello spazio e del tempo, funzionano tutte a modo loro. Ansia e disorientamento vagano a braccetto, in una lunga sequenza introduttiva che per i “Fedeli lettori” è molto familiare: Stephen King che scrive con Lovecraft nella testa, tirando fuori oro.

“Certo che potreste anche tagliarla l’erba ogni tanto eh!?”
La svolta arriva abbastanza presto e ha il volto di Patrick Wilson, attore ormai votato agli horror che si presenta ad una spaesata Becky dicendo qualcosa come: «Puoi fidarti di me, faccio l’agente immobiliare». Non so voi, ma io ad una proposta così, avrei preferito mille volte vagare tra gli orrori nell’erba alta da solo. Un saluto a tutti gli amici agenti immobiliari che ci leggono! Non vi odio lo giuro, almeno non tutti quanti voi. Forse.

“Perché quando dico che lavoro faccio scappano sempre? Succede tutte le volte”
Il nostro Patrizia Pallone rappresenta un altro personaggio classico nella bibliografia di King, il tipo tutto sorrisi e strette di mano, che normalmente finisce per farsi plagiare dal male, come puntualmente avviene qui, dove il maligno è rappresentato da un grosso pietrone, tipo uno dei Menhir di Obelix, decorato con antichi geroglifici in una scrittura incomprensibile. Toccando la pietra si può trovare la redenzione e una via d’uscita da questo erboso labirinto, oppure perdersi per sempre, con la seconda opzione in netto vantaggio sulla prima.

Deliri, visioni, momenti onirici che sfociano nell’incubo e Wilson che va decisamente troppo sopra le righe, facendo perdere le sfumature di un personaggio che sarà anche classico nella letteratura di King, ma che qui passa da potenzialmente minaccioso a decisamente matto, in un tempo troppo breve, perdendosi tutte le sfumatura che stanno nel mezzo. A questo aggiungete che gli altri personaggi hanno una caratterizzazione tutto sommato canonica, ed ecco perché il buon Patrizio qui sembra subito il più fuori luogo di tutti, anche se bisogna dirlo, Wilson non è riuscito proprio in pieno a rendere spaventosa come voleva essere negli intenti, la canzone canticchiata per tutto il tempo dal suo personaggio: “The Midnight Special”. lasciatemi l’icona aperta, che nel finale su questo celebre pezzo ci torniamo.

"Ma sono i Creedence?", "Toglimi le mani dalle orecchie che non riesco a sentirli!"
Uno dei personaggi ad opporsi allo strapotere di Wilson è Travis, interpretato da Harrison Gilbertson, una sorta di Leonardo DiCaprio più giovane ed economico, nel dubbio lo chiameremo Leonardo DiScorta. Il suo Travis vaga anche lui un po’ sperso in un secondo atto in cui, “In the tall grass” mena un po’ troppo il can per l’aia il campo nel tentativo di allungare la storia, anche se Vincenzo Natali ha un occhio notevole, mai scalfito da anni di lavori sul piccolo schermo.

Quando avete voglia di DiCaprio, ma siete poveri in canna.
Quando è il momento di creare momenti alla Lovecraft, il regista naturalizzato Canadese - ma di chiare origini Italiane - fa un buonissimo lavoro. L’ultimo atto del film riprende slancio e l’orrore non manca, tra omicidi e trovate gustosamente Horror, come la cantilena in lingua morta che proviene dalla misteriosa pietrona, che sicuramente vorrà dire qualcosa di osceno e in grado di violare la mente umana se fossimo in grado di comprendere la lingua di R'lyeh, ma che a casa Cassidy è stato tradotto dalla mia Wing-Woman, secondo lei la cantilena ripete all’infinito: «Ehi! Cap 'e cazz! Ehi! Cap 'e cazz!». In tutta onestà dopo la sua spiegazione, non sono riuscito a pensare ad altro di più sensato. Cthulhu gli spiccia casa alla mia Wing-Woman, o al massimo può portare i nostri cani a fare un giro nell’erba alta.

"Siamo sicuri che R'lyeh non si trovi nel golfo di Napoli?"
Non ho (ancora) avuto modo di leggere il racconto dei due “Re”, ma da quando ho capito pare che Vincenzo Natali abbia cambiato il finale, che devo dire ho apprezzato parecchio, perché non è solo uno di quei finali un po’ aperti (alla “Cube” per capirci) che mi piacciono sempre abbastanza, ma contribuisce molto all’atmosfera da lungo episodio di “Ai confini della realtà” di questo film.

Per una volta che il figliolo Joe Hill era riuscito a convincere papà ad essere più cattivello in uno dei suoi tanto chiacchierati finali, Natali arriva e decide di giocarsela più sul piano dei loop temporali, concludendo la storia in un modo agrodolce che devo dire, secondo me funziona benissimo.

“Non era meglio una serie tv su Tremors no? L'erba assassina ci toccava, molte grazie"
Vi ero debitore di un’icona da chiudere, lo faccio qui nel finale, perché se proprio si voleva utilizzare un pezzo reso celebre dai miei amati Creedence, forse sarebbe stato più logico “I heard it through the grapevine” vista l’ambientazione del film, però per certi versi “The Midnight Special” è anche meglio, perché come spiega Patrick Wilson nel film, era originariamente un pezzo folk americano, cantato dagli schiavi di colore, che invocavano una fuga sullo “Speciale di mezzanotte” per andarsene beh, dai campi.

Ma il pezzo è particolarmente azzeccato per l’atmosfera, anche perché era quello che cantava in auto Dan Aykroyd nella scena iniziale di “Twilight Zone: The Movie” (1983), scelto da un fanatico dei Creedence come John Landis. E con questa, il cerchio con “Ai confini della realtà” lo abbiamo definitivamente chiuso.

«You wanna see something really scary? (Cit.)

22 commenti:

  1. Pur se con troppe lungaggini nella seconda parte, per i miei gusti, considero questo film la vera versione di Children of the Corn che King doveva scrivere già nel 1977: una pietra più antica del tempo dà sicuramente una pista a Colui che Cammina Tra I Filari!
    Leonardo DiScorta è un capolavoro senza tempo, e complimenti alla Wing Woman per la padronanza dell'hyboriano antico! :-D

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    1. Si decisamente, King torna sempre sulle stesse piste, ma almeno qui ha corretto un pochino il tiro. Ah ecco mi sembrava proprio forse hyboriano antico, mi avrà fregato un po’ la pronuncia tipica di Hirkanya ;-) Cheers!

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  2. Stima massima per Natali. Sarei disposto a concedere una chance a questo film solo per quello che mi (ci) ha regalato con THE CUBE.

    P.S.: abbiamo già l'MVP del campionato italiano: Teodosic?

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    1. "The Cube" è una bomba assoluta, un po' come Teodosic direi ;-) Cheers

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  3. Ce l'ho li in canna ma ancora non ho avuto voglia di vederlo. Sará che dal creatore di The Cube mi aspetto il mondo intero, da quanto lo amo...

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    1. Questo è una sorta di "The Cube" erbaceo, certo, l'esordio di Natali era meglio, ma questo ti salva la serata. Cheers!

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  4. Dai non male sto film con il mio omonimo canadese e il Leonardo di scorta... (ecco dove l'avevo già visto!)
    E i giardini di Torino, hai troppo ragione...
    Che poi abbiamo zecche ovunque... ma le zeppe nel campo di erba alta del film non ci sono? Com'è sto fatto...
    E comunque w i plongè di Natali

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    1. Quando i miei cani s’infilano in mezzo all’erba alta, non so se tirerò fuori loro, oppure una zecca di 20 chili al guinzaglio, beati i due King che stanno nel Maine, quello è un posto tranquillo rispetto a Torino ;-) Cheers

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  5. In tutta onestà a me alla lunga ha annoiato, ma la prima parte mi aveva avvinto a dovere.

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    1. Il secondo atto allunga troppo il brodo, il primo (il migliore) e il terzo vanno meglio, ma in genere travo che abbia tutto per intrattenere. Cheers!

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  6. Nonostante la bravura di Natali, sarò sintetico. Non ci ho capito un cazzo.

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    1. Ahaha MVP! MVP! Fantastico ;-) A me queste cose spazio temporali piacciono sempre. Cheers!

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    2. SPOILER
      Praticamente Travis toccando la pietra e rimanendo prigioniero del labirinto riesce a portar fuori il bambino e a interrompere il ciclo continuo di morte e di prigionia del bambino e della coppia. In pratica salverà anche se stesso (perché nei salti temporali lui non uscirà di casa per andare a cercare la sorella). I genitori del bambino invece sono destinati a morire definitivamente perché intrappolati nel ciclo di morte all'interno dell'area verde.

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    3. Grazie Riccardo, perfetto riassunto ;-) Cheers!

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    4. Pensa che a fine film avevo fatto lo schemino su foglio per ricostruire tutto😁

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    5. Ahahaha grande! Vabbè dai ci si arriva, non é certo "Primer". Cheers!

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  7. Secondo me il problema non è l'allungamento del brodo, ma il fatto che Natali abbia pasticciato un po' con la sceneggiatura.
    Ho letto in effetti che il romanzo di King si conclude in maniera piu' secca e che la seconda parte del film è appunto quella farina del sacco del regista-sceneggiatore, giusto?
    SPOILER
    A me piace l'idea che Travis e l'agente immobiliare siano in contrasto tra loro e che Travis si sacrifichi toccando la pietra per poter fare uscire il bambino dal labirinto e bloccare il ciclo di morte (tanto più che così facendo salverà anche se stesso - oltre alla sorella e al compagno - non invece i genitori del bambino). Ma allora perché il bambino tocca la pietra nera all'inizio del film? Poteva lui stessso far uscire sorella e compagno (o forse non aveva capito? Boh).
    Secondo me è perché nel romanzo il toccare la pietra ha un altro significato, no?
    Comunque il film mi è piaciuto, nel complesso, e ho trovato interessanti i messaggi "nascosti" legati alla redenzione dei personaggi.
    Travis se ne fregava della sorella, invece poi ha capito quanto sia importante.
    La sorella e il compagno non volevano il bambino, poi hanno deciso di tenerlo.

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    1. Si, il racconto finisce in maniera più nichilista e beh, horror ;-) Anche "Cube" era aperto a libere interpretazioni, non aveva regole scolpite nella roccia, quindi penso che a Natali interessino di più gli archi narrativi dei suoi personaggi. Cheers!

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  8. Ma il bambino non aveva già toccato la pietra?
    Ci sono un po' di buchetti...
    Avrei tagliato almeno 15-20 minuti.
    Ora dico una bestemmia: a tema prato omicida preferisco E venne il giorno

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    1. esatto
      Sembra quasi che il toccare la pietra siano due cose diverse.
      Ergo: sfondone dello sceneggiatore.

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  9. Ah, come mi sono goduta questa lettura! Come ho riso per il Leonardo DiScorta!
    Non è un filmone, rischia più volte per colpa di Wilson! Wilsooon! di scadere nel trash, ma fa il suo dovere per noi che apprezziamo le Wibbly Wobbly Timey Wimey stuff ;)
    E ora, se il cane mi scappa in un campo di erba alta non entrerò più a cercarlo, mannaggia ai King.

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    1. L'erba fa paura, prima al massimo faceva ridere se fumata ;-) Se strappo una risata sono sempre felice, e questa robe molto Timey Wimey si lasciano sempre guardare malgrado i (tanti) difetti. Cheers!

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