giovedì 10 ottobre 2019

All’ombra della luna (2019): S'era assopito un Jim Mickle

Qualcuno si offende se dico che “All’ombra della luna” è uno dei titoli più brutti che io abbia mai sentito per un film? Cioè, sarebbe già al limite se si trattasse di una storia di licantropi, ma così. Però cosa vi devo dire, si trova su Netflix ed è diretto da Jim Mickle, e siccome ho un divano comodo e apprezzo il vecchio Jim, non ho potuto dire di no.

Si vuole bene a Jim Mickle per “Stake Land” (2010) e perché è uno a cui piacciono i romanzi di “Champion” Joe R. Lansdale come a noi, il suo Freddo a Luglio era davvero bello, e dopo la cancellazione della serie tv su Hap & Leonard (troppo valida per continuare… Uccidiamola!) Mickle ha ripiegato su questo film che sulla piattaforma di Netflix è etichettato come: thriller, spiazzante, fantascienza (storia vera). Se qualcuno conoscesse altri film del genere “Spiazzante”, per favore fatemi qualche titolo perché vorrei approfondire, anche se ora sogno il giorno in cui alla domanda «Che tipo di film ti piacciono?», potrò rispondere in modo spiazzante.

Philadelphia, la città dell’amore fraterno e del formaggio spalmabile. Anno 2024 un palazzo va a fuoco e con lui una strana bandiera americana, con il solito numero di strisce, ma un po’ meno stelle di quelle che siamo abituati a vedere. Riavvolgimento della storia, anno 1988 si comincia da qui.

Il poliziotto e prossimo padre Thomas Lockhart (Boyd Holbrook) indaga su una serie di omicidi apparentemente casuali: In diversi punti della città tre persone sono morte all’instante con copiosi sanguinamenti da naso e orecchie. La colpevole pare essere l’epistassi una tizia con cappuccio blu e mano sinistra ferita non meglio identificata, anche se di fatto è l’Australiana di The last man on earth, Cleopatra Coleman.

Anche se qui è pettinata come Natalie Portman in "V per Vendetta" (2005)
Sulle sue piste anche il capo di Lockhart, il detective Dexter Holt interpretato da Michael C. Hall, tra un inseguimento a piedi con drammatico finale in metropolitana, e una corsa all’ospedale dalla moglie in procinto di partorire, questa notte del 1988 sarà un momento cardine per la vita di Thomas Lockhart, che nove anni dopo nel 1997 si ritroverà a dare la caccia alla stessa ragazza con cappuccio blu, non un’imitatrice, proprio la stessa identica. Lo schema si ripete a blocchi di nove anni nel 2006, nel 2015 e se aggiungete altri nove anni capirete che il cerchio va a chiudersi sul disastro che apre il film nel 2024. Sto dando i numeri, letteralmente.

Ogni nuova sortita ci regala un cambio di scenario in cui Thomas Lockhart è sempre più vecchio, fisicamente devastato e più paranoico di un terrapiattista davanti ad un mappamondo. In rottura prolungata con la società ma non con la figlia, che malgrado tutto continua a provare affetto per il padre, anche se lui passa il tempo a portare avanti la sua solitaria indagine.

Scritto da Gregory Weidman e Geoff Tock (questo è palesemente un nome finto per seminare i creditori…) “In the Shadow of the Moon” ha delle premesse interessanti, e cerca di essere più complicato di quello che davvero è, anche perché ammettiamolo, bisogna solo arrivare a metà film per avere una spiegazione su quella stramba bandiera americana che compare all’inizio del film, da qui in poi il finale è più facile da anticipare della reazione di un terrapiattista davanti ad un mappamondo.

“Non è come sembra, posso spiegare, ho solo perso le chiavi delle manette!”
Che poi non sarebbe nemmeno un problema, se la trama non centellinasse azione e svolte spalmandole su un minutaggio fin troppo esagerato, 115 minuti per una storia così sono davvero troppi. Sono sicuro che con una mezz’ora buona in meno, il film avrebbe solo guadagnato in scioltezza, perché comunque Jim Mickle si gioca bene le sue carte per tenere alta l’attenzione del pubblico, ma se a quello dai troppo tempo per pensare, è abbastanza normale che con una storia così, tutti gli spettatori proveranno a giocare a fare il detective sul divano di casa, anticipando una conclusione che per altro arriva, nell’ultimo quarto d’ora con un monologo che fa da “spiegone”, appicciato in chiusura come a voler dare conferma al pubblico di quello che avevano già capito da un’ora buona. Un modo un po' balordo di dire a tutti: bravi avete indovinato.

Sarà che l’ho visto su Netflix, e magari mi sono fatto influenzare, ma la storia di “All'ombra della luna” è afflitta da questo costante aspetto da lungo pilot di una serie televisiva, che ad un certo punto si trasforma direttamente nel finale di stagione. L’unica certezza che ho è che se fosse stata una serie davvero, sicuramente avrebbero cercato di far sembrare tutto più complicato di quello che davvero è, magari rimbalzando continuamente tra le varie ambientazioni temporali della storia. Ecco le ambientazioni, parliamo di questo.

Trovare un film bello su Netflix non è un'esperienza stressante, dice Boyd Holbrook. 38 anni.
Il 1988 è sicuramente l'anno realizzato meglio, anche perché la parte davvero sfiziosa della storia si svolge tutta qui, andando avanti nel tempo e nella trama poi, l’invecchiamento dei personaggi è gestito malissimo, Boyd Holbrook recita bene e ci crede parecchio, ma nel 1997 è costretto a recitare con dei baffoni anacronistici per il periodo. In compenso nel resto del film sembra una specie di Doc Brown, avete presente quello del 1985 alternativo che veniva internato? Ecco tipo così, però ancora più marcio. Niente, credo che Holbrook non si libererà mai della maledizione di The Predator, quella capacità di accettare pellicole che sono ottime sulla carte e meno nella riuscita finale.

In compenso Michael C. Hall è un personaggio poco più che di contorno – a differenza di quanto lascerebbe intendere la sua presenza all’inizio – che forse viene da reputare più importante di quello che davvero è, solo perché nel film viene interpretato da uno che ormai è uno degli attori feticcio di Jim Mickle. Una finta di corpo fatta dal reparto casting, ma a ben guardare, del tutto immotivata.

"Comincio a pensare che il finale di Dexter non sia poi così male"
A proposito di trovate cestistiche, in questo miscuglio di 1997 che somiglia al 1988 che però è quasi identico al 2015, l’unica vera bussola che ho avuto da spettatore, sono stati i riferimenti cestistici. Nel 1988 alla radio si seguono le gesta di “Sir” Charles Barkley, giocatore di punta dei Philadelphia 76ers di allora, nel 1997 la figlia di Lockhart indossa la storica numero tre di Allen Iverson, mentre nel 2006 vengono citati Chris Webber e Ray Allen che però a Philadelphia non hanno mai giocato. Guarda caso il momento peggiore di Lockhart va di pari passo con le sfortune cestistiche della squadra della sua città. Mi sarei aspettato almeno una citazione per Joel Embiid almeno nella porzione di film ambientata nel 2015, ma forse a quel punto ero già troppo impegnato a sbadigliare per via della trama.

Insomma se siete grandi appassionati di film di genere “Spiazzante” magari potrebbe piacervi, io non lo conosco questo genere quindi non so dirvi se questo è più o meno bello della media, posso dirvi che a Jim Mickle voglio bene lo stesso, ma per fargli fare questa cosina, forse era meglio la quarta stagione di “Hap & Leonard”, no? Da qui in poi, un breve paragrafo pieno di SPOILER! Che piace tanto ai giovani.

L’idea di un suprematista bianco, una specie di Matteo Trumpini che premiato dalla sua politica di odio arriverà a riformare gli Stati Uniti non è originalissima, ma decisamente al passo con i (brutti) tempi moderni. Io vorrei potervi dire che ad una trama così segue anche un bel film, ma se voi mi mettete dentro un protagonista che di fatto è il nonno di una novella Kyle Reese, e che per mezzo di una specie di Mambo Jumbo informatico, é possibile uccidere maiali e esponenti chiave di un movimento, dal PC di casa vostra, nel vostro comodo soggiorno del futuro, io cosa mi devo inventare per parlare bene di questo film? Fate uno sforzo amici sceneggiatori, pensate al fatto che qualche povero blogger in giro per lo spazio tempo, dovrà dire qualcosa di sensato sulla vostra trama cretina cacchio!

“Ma questo non è quello che ha ucciso tutti quei poliziotti nel distretto nel 1984?
La Kyle Reese in gonnella non poteva avvisare subito nonno Thomas sulla buona fede delle sue azioni? Ma in generale le domande sulla continuità interna dell’elemento fantascientifico di questo film sarebbero tante, e mi hanno tutte lasciate piuttosto… Spiazzato! Oh! Ho capito come sono i film di genere “spiazzante” sono quelli brutti! FINE SPOILER.

Insomma avete voglia di stare sul divano a guardare qualcosa di bello firmato da Jim Mickle? Guardatevi la serie tv su Hap & Leonard, mi ringrazierete dopo, nel futuro magari.

8 commenti:

  1. Ammetto che quando ho letto la trama di questo film "spiazzante" mi si è accesa la lampadina e ho pensato "Dai, non male!". Però ho istantaneamente fatto 1+1 e leggendo oltre la tua riga "spoiler" ho avuto conferma che avevo indovinato... O siamo troppo smaliziati noi oppure sti sceneggiatori non sanno dove sbattere la testa. Non credo l'avrei visto comunque ma se ho già beccato il twist leggendo un mini-riassunto qualche domanda me la farei se fossi chi ha scritto sta roba.

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    1. Non è un grosso problema la mancanza di originalità, alcuni dei miei film del cuore nascono da premesse già viste e riciclate (un titolo a casa, il primo Terminator), ma è come fai funzionare i personaggi che fa spesso la differenza, qui ci voleva un facci a faccia tra cacciatore e preda ben più coinvolgente di così. Jim Mickle sa il fatto suo, ma il film sembra sempre troppo una serie tv, una di quelle non particolarmente memorabili, il che è molto spiazzante! ;-) Cheers

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  2. Ma sai che ultimamente trovo più cose buone su Prime Video che su Netflix?

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    1. Idem, per un paio di mesi non ho quasi più usato Netflix. Ma ora si perché ho visto un paio di film (e domani arriverà El Camino) e sono ricominciate serie che guardo tipo "Big Mouth" e "Peaky Blinders". Amazon Prime punta più sui vecchi film, anche tanti horror, quindi mi attrae parecchio. Cheers!

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  3. Carabara, non ci crederai, considerata la sintesi e precisione che contraddistingue i miei scritti, ma a volte ho il sospetto di non aver tutti i venerdì o di aver il piano attico sfitto, come Truman Capote secondo Peter Falk in un film cult degli anni settanta, perché quando leggo le parole All'ombra della luna penso alla famosa PRIMA copertina di Claudio Villa per l'albo Morgana in cui alle spalle di Dyd è la luna ed alla spalle della luna...una nuvola. Capita. Nelle versioni successive l'errore è stato cancellato.
    Pensa però che bello se il tuo caro amico ed ex allievo Jim Mickle dirigesse la storia del prof Dexter che esce dal suo laboratorio nel crepuscolo ed ogni volta sembra un pò + grande ( scusa Mia Martini ) nel senso di + vecchio mentre tutto intorno a lui il mondo è leggermente diverso e per esempio il suo amico Lap Collins è un collie ( ! ) o la sua fidanzata australiana un canguro ( ! ). Unico indizio la luna piena. Sempre + grande e non nel senso di + vecchia quanto di + vicina. Colle nuvole alle spalle. Direi che Dexter Laboratory potrebbe dire la sua al Sundance...ciao ciao

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    1. Copertina non mitica, di più, anzi scusa di +! Penso sia una delle più famose di DYD credo, di sempre.
      In un’era in cui piacciono tanto i cartoni animati rifatti identici con gli attori, “Dexter Laboratory” con uno che Dexter lo è stato per davvero sarebbe un successo, almeno io lo guarderei di sicuro, poi tireremmo dentro tutti i malinconici, con un collie alla Lassie ;-) Cheers

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  4. L'ho visto giusto ieri e ne parlerò a breve, comunque niente di che, ma non mi ha fatto schifo, poteva essere decisamente meglio. Anche a me ha convinto particolarmente la parte del 1988, mentre quelle successive decisamente di meno, così come l'epilogo, che ho trovato poco interessante e non troppo giustificato. Peccato perchè poteva essere gestito meglio, ma quanto meno non annoia.

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    1. Non vedo l'ora di leggerti, ma siamo d'accordo, si lascia guardare, ma poteva essere meglio di così. Cheers!

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