lunedì 8 luglio 2019

Toy Story 4 (2019): Seconde occasioni da cogliere al volo

Inutile girarci attorno: avevamo tutti dei legittimi dubbi riguardo l’uscita di questo quarto capitolo di Toy Story. Un po’ perché dopo essere stato ufficialmente messo in produzione nel 2010, si è fatto attendere più o meno come "Chinese Democracy" dei Guns N' Roses e il rischio era che... Beh, come qualità assomigliasse davvero a quel bistrattato disco.

Ma soprattutto perché, ammettiamolo, si poteva fare meglio di quei perfetti quindici minuti finali che concludevano Toy Story 3? No, la Pixar aveva alzato l’asticella davvero troppo in alto, con quel terzo capitolo che concludeva alla perfezione il percorso dei personaggi, il rischio era solo quello di fare peggio.

Eppure, Woody, Buzz e soci avevano ancora storie da raccontare, come abbiamo visto nei due (consigliatissimi) cortometraggi “Toy Story of Terror!” (2013) e “Toy Story - That time forgot” (2014) di cui questo quarto capitolo tiene conto, basta dire che Combat Carl (doppiato da Carl Weathers) arriva proprio da lì.

The boys toys are back in town.
“Toy Story 4” conferma quello che penso spesso dei film: la fase di preproduzione è fondamentale, prendersi tutto il tempo che serve per costruire una storia è un approccio che paga dividendi. Infatti, questo quarto capitolo delle avventure dello sceriffo Woody è il miglior film Pixar dai tempi di Inside Out, se volete smettere di leggere e correre a vederlo non vi serve sapere altro, per tutti gli altri, continuiamo qui sotto con dovizia di dettagli.

Non era affatto semplice battere in bellezza e “lacrimoni” Toy Story 3, infatti questo quarto capitolo non lo fa – quello più o meno ve lo hanno già detto tutti, ne sono certo – eppure, visto che ho aperto il vaso di Pandora dei paragoni, posso dirvi che questo nuovo capitolo ricorda moltissimo Toy Story 2 nella struttura: connessione con il passato, nuovi personaggi che si aggiungono a quelli storici risultando subito efficaci, vaghi rimandi al collezionismo di vecchi giocattoli e, soprattutto, un ritmo incredibile, cento minuti (senza corto iniziale, ma con tre spassose scene dopo i titoli di coda) che non mollano un colpo nemmeno per errore, considerando la complessità di alcune sequenze, ci sarebbe già da mettere la firma per un seguito di questa qualità.

Vecchi e nuovi amici, riuniti insieme per la quarta avventura.
Ora, sapete già che ho questa immagine da duro durissimo da mantenere, quindi non sono proprio quello giusto per parlarvi dell’effetto “lacrimoni”, anche perché ho un mono neurone a 56k che mi fa elaborare quello che vedo alla metà della velocità altrui, ma “Toy Story 4” è la naturale prosecuzione del capitolo precedente, non solo per via del numero posto dopo il titolo, quanto più che altro perché questo nuovo film è un’ideale “coda strumentale” ai clamorosi quindici minuti finali di Toy Story 3, un effetto ottenuto grazie ad una piccola dose di calcolo, parecchie riscritture e un’unità d’intenti impeccabile. “Toy Story 4” è il film che inizia un nuovo corso per la Pixar, per questo mucchio di giocattoli che abbiamo imparato ad apprezzare dal 1995 e di tutti e quattro i film della saga, è quello che parla più chiaramente agli adulti (o presunti tali, nel mio caso) piuttosto che al loro bambino interiore.

Qualcuno ha le vocine dentro la testa, Buzz invece le ha tutte comodamente sul torace. 
Dopo vari cambi in stile cestistico tra sceneggiatori e con la regia affidata Josh Cooley (giù animatore proprio per "Inside Out") “Toy Story 4” parte subito forte con una scena ambientata nel passato, quando Andy era ancora un bambino e Woody lo sceriffo impegnato a tenere insieme il suo gregge di giocattoli. Infatti, la scena d’apertura con il salvataggio di RV regala subito una grande inizio e un colpo al cuore: vi ricordate della pastorella Bo Peep? Era sparita dal terzo film della serie, perché il regista Lee Unkrich considerava una bambola di porcellana un po’ troppo delicata per la “grande fuga” e le scene movimentate del terzo capitolo (storia vera).

Qui ci viene raccontato come Bo Peep è uscita dal gruppo come Jack Frusciante, cercando di spiegare a quel testone refrattario ai cambiamenti di Woody, una grande lezione di vita (non solo per un giocattolo). Dopo un'ellisse narrativa che riassume i tre film precedenti sulle note dell’ormai celebre “Hai un amico in me” nella versione italiana di Riccardo Cocciante, la storia ci riporta da Woody e soci, impegnati nella loro nuova routine di giocattoli della piccola Bonnie.

La dura vita dello sceriffo (e del giocattolo di Bonnie) 
Un nuovo status quo a cui tutti si sono abituati piuttosto bene, tutti tranne Woody, anche se mosso dal senso di responsabilità che lo contraddistingue, cerca di non darlo troppo a vedere. Anche perché parliamoci chiaro: Bonnie non è Andy, è una bambina con gusti differenti e forse, è anche naturale che per lei sia più logico preferite la cowgirl Jessie (Joan Cusack), questo non è il mio modo di dire che i bambini dovrebbero giocare a calcio e le bambini andare a danza, eh? Vi sto solo raccontando la trama del film.

Woody è stato per anni il capo della banda e il giocattolo preferito di Andy, un tipo di dedizione assoluta che vuole portare avanti anche con Bonnie, costi quel che costi, ecco perché con il solito sprezzo del pericolo si nasconde nello zaino della bimba, per essere con lei in un momento critico: il primo giorno di orientamento all’asilo.

“Non ci voglio andare all’asilo è un posto terribile! Non lo hai visto Toy Story 3!?”
Il nostro sceriffo soffre della sindrome del nido vuoto, perfettamente identico al papà (oppure alla mamma, visto? Non sono un teorico del “Gender”) di un bambino grande che ormai è andato al College, è impossibile per lui accettare un ruolo diverso da questo, anche se è chiaro che Bonnie preferisca a lui chiunque, anche un cucchiaio-forchetta usa e getta costruito da Bonnie di nome Forky, un coso storto convinto di essere spazzatura, che mi ha fatto esclamare: «Ma perché parla come Luca Laurenti?». Beh, perché, in effetti, è doppiato proprio da lui e al netto del risultato una scelta azzeccatissima, anche se non sono un fanatico di doppiaggio, tantomeno di doppiaggio VIP. Però con “Toy Story” va così, infatti la dedica iniziale è a Fabrizio Frizzi, qui sostituito alla voce di Woody da Angelo Maggi che di solito doppia Tom Hanks, per chiudere il cerchio al meglio.
Quando dopo anni di lezioni di dizione, scopri che Luca Laurenti fa il doppiatore, e anche bene.
Quella specie di creatura di Frankenstein con mono sopracciglio di Forky diventa il preferito di Bonnie e per Woody, una specie di missione da compiere per portare avanti il suo ruolo, ecco perché durante la vacanza in camper della famiglia, Woody è quello che corre più pericoli di tutti per tenere al sicuro il nuovo arrivato.

La critica da muovere verso “Toy Story 4” potrebbe essere quella di essere troppo Woody-centrico, ma questo solo perché è chiaramente la sua storia e, forse, anche la fine del suo arco narrativo, ma è una critica che duro lo spazio di un secondo, perché grazie al suo ritmo indiavolato questo quarto capitolo dosa bene lo spazio per tutti i personaggi e anche i nuovi arrivati risultano subito efficaci. Inoltre, ho trovato piuttosto azzeccato che l’evoluzione di due di loro, come Buzz Lightyear (Tim Allen) e la cattiva di turno Gabby Gabby, passi attraverso la loro “voce interiore”, per il ranger spaziale rappresentata dai suoi pulsanti sul petto che lo guidano per tutta la storia (con effetti anche esilaranti) per la bambola vintage, il riproduttore con cordicella rotto, quello che le impedisce di completare il suo sogno perfetto di diventare il giocattolo del cuore della piccola Harmony. Un modo azzeccatissimo per rappresentare in modo semplice i vantaggi del seguire la propria voce interiore (il cuore) piuttosto che le ambizioni razionali (il cervello) e i piani che sono tanto belli sulla carta, ma nella vita spesso semplicemente non funzionano.

Tipo il Baby Herman di Roger Rabbit, ma con meno sigari e più piani bellicosi per la testa.
Sì, perché se Toy Story 2 portava in scena vecchi giocattoli e il viscido Sneaky Pete, in “Toy Story 4” questa volta il ruolo di nemesi è affidato proprio a Gabby Gabby (ispirata alla classica “Chatty Cathy” popolarissima negli Stati Uniti), una cattiva che parla con la voce al caramello di Christina Hendricks (in originale) e che risulta davvero minacciosa fin da subito: Il negozio dell’usato in cui vive, oltre ad essere una cornucopia di citazioni a tutti gli altri film della Pixar (ho scovato decine di rimandi, ma ci vorranno dieci visioni del film per trovarli tutti) è un posto quasi horror. Basta dire che per accogliere i nuovi arrivati, dal grammofono partono le note di “Midnight, the Stars and You” (sì, la canzone finale di Shining!) e che Gabby Gabby ha quattro aiutanti, degli sgherri silenti e spaventosi fatti a forma di pupazzo da ventriloquo, del tutto simili allo Slappy di Piccoli Brividi.
Ma a vederlo così, anche un po’ il pupazzo di “Profondo rosso”.
Ma Gabby Gabby non è Lotso, cattivo e fiero di esserlo, è il perfetto contraltare di Woody, un giocattolo che non riesce a pensare a se stessa in modo diverso, ecco perché il negozio dell’usato è collocato a poca distanza da un coloratissimo Luna Park dove vive… Bo Peep!

“Dieci ad uno che si erano dimenticati di me, quanto ci fai?” 
A questo punto qualche povero di spirito potrebbe criticare la Pixar di essere eccessivamente “paracula”, sì vero, è impossibile non notare che attraverso questo personaggio, lo studio d’animazione abbia voluto mettersi dalla parte della ragione inserendo un personaggio femminile tosto nella storia. Ma se proprio volete qualcuno che vi tira su questa polemica, potete andare a cercarlo altrove, per me l’idea di trasformare una fragile pastorella di ceramica, in una specie di Imperatrice Furiosa che si rincolla le braccia con il nastro isolante e guida un’Auto-Puzzola fa esaltare il maniaco di mondi post apocalittici in me!

“A chi hai detto fragile pastorella? Beccati la scivolata di potenza!” 
Bo Peep non è fragile proprio per niente, anzi ha dimostrato di essere molto più pronta di Woody ad adattarsi alla sua nuova condizione di “giocattolo smarrito” facendo del Luna Park la sua nuova casa e non deve essere stato facile farsi un nome in un posto popolato da schizzati sociopatici come Ducky (Keegan-Michael Key) e Bunny (Jordan Peele) che con i loro piani “geniali” sono una coppia di matti che strappa subito il sorriso.

Carini, coccolosi e parecchio sociopatici. 
“Toy Story 4” è una corsa sfrenata contro il tempo, in cui i personaggi evolvono a colpi di momenti d’azione, per capirlo basta guardare uno dei più coloriti nuovi arrivati, Duke Caboom una specie di Evel Knievel declinato in salsa canadese, modellato attorno al suo doppiatore originale, Keanu Reeves, sostituito in maniera un po’ anonima in italiano da uno che anonimo non lo è stato mai: Corrado Guzzanti.

Ma che ci volete fare, non è colpa di Guzzanti, Duke Caboom è troppo pensato per sfruttare la popolarità di Keanu Reeves per riuscire ad emergere, ma resta il personaggio simbolo di questo film, quello che come un vero eroe d’azione, compie un arco narrativo non a parole, ma a colpi di momenti “action” come il salto finale, quello che la sua condizione di giocattolo gli impediva di compiere e che non lo teneva al passo delle aspettative create dalla pubblicità, per il bambino che lo ha abbandonato.

La vittoria dei Toronto Raptors nella NBA e Duke Caboom, il 2019 è l’anno del Canada!
Perché grazie ad un ritmo forsennato e a coreografie anche complicate (la scena dell’apertura della vetrinetta, con attacco del gatto e successiva fuga è lunga, articolata ed incredibile) “Toy Story 4” è un film sulle seconde possibilità, sul coraggio che ci vuole per coglierne una al volo, buttandosi nel vuoto (come Duke Caboom), oppure affrontando il sogno infranto di un mondo perfetto (come Gabby Gabby) e tutto questo accade per cento spassosi e coinvolgenti minuti in cui quel testone dello sceriffo Woody è costretto a sbatterci il naso più e più volte prima di capire la lezione.

Passano gli anni e noi diventiamo più vecchi di Andy, ma questo film così riuscito ci dimostra che abbiamo ancora bisogno di “Toy Story”, questo quarto capitolo ha tutto per piacere ai più piccoli, ma è quello che più di tutti parla a noi adulti. Non ho idea di come possa esserlo vederlo da genitori “maturi", perché è chiaro che Woody sia tutti quei papà e quelle mamme un po’ ansiosi e pedanti (come lo sceriffo di pezza) che devono reinventarsi dopo che il loro Andy ha lasciato il nido. Sarà perché amo i cambiamenti più o meno come lo sceriffo della Pixar e ho la sua stessa propensione naturale ad adattami alle novità (prossima allo zero), ma il finale di questo film è stato un grosso "Al cuore Ramon, al cuore!" (cit.).

“Falli neri Cowboy, il finale è tutto tuo”
Perché ci vuole coraggio a fare un grande salto e cambiare tutto (come nel finale di Toy Story 3), ma poi ce ne vuole anche di più per riuscire ad adattarsi al cambiamento, a sacrificare qualcosa di se stessi - che sia il riproduttore vocale oppure il proprio ruolo consolidato - per non finire impolverato sopra una mensola oppure dentro l’armadio. A volte devi sacrificare la tua stella di sceriffo per andare verso l’infinito e oltre.

No, devo proprio delle scuse alle Pixar, perdonatemi se ho dubitato ragazzi, abbiamo ancora bisogno di un “Toy Story” bello così, anzi credo che invecchiando ne avremmo ancora più bisogno, quindi prendetevi tutto il tempo che vi serve per il prossimo capitolo, avete portato sul grande schermo una parabola sulle seconde occasioni incredibile, ve ne concederò tutte quelle che volete.

34 commenti:

  1. Ce n'era bisogno? Probabilmente no, ma la stessa cosa si potrebbe dire del 99% dei film che escono. La saga di Toy Story ci ha abituati a una qualità talmente alta anche nei capitoli "minori" che potrebbe continuare all'infinito e ne sarei felice :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ora è normale e anche logico, fare i paragoni con il terzo capitolo e sottolineare che il nuovo arrivato, non ha la sua strapotenza emotiva nel finale. Fatto passare un po’ di tempo, sarà chiaro che i quattro “Toy Story” sono tutti di ottima qualità, per me questo somiglia moltissimo al secondo (quello che nel tempo ho riscoperto con più piacere) però con un messaggio finale che per me non ha nulla di meno del finale del terzo, anche perché vanno a braccetto ;-) Cheers

      Elimina
  2. A me il doppiaggio di Guzzanti ha divertito un casino, impostato al massimo come il personaggio richiedeva :D E' strano invece che abbiano scelto Keanu in originale (se non per sfruttare il momento come hai scritto tu). E' un divo timido e schivo, all'antitesi del personaggio di Duke Caboom

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma infatti non lo critico, dico solo che non riesce ad emergere come potrebbe, e si è trovato costretto ad adattarsi ad un personaggio piuttosto già parecchio esplosivo di suo. Vero, come minimo avrà devoluto i soldi incassati in beneficenza, ma a parte questo, la Pixar voleva sfruttare il ritorno di fiamma della sua popolarità, infatti in una delle scene dopo i titoli di coda, Duke Caboom usa il celebre «Whoa!» quello di “Bill & Ted” ma anche “Matrix”, che ormai è un meme famosissimo. Cheers!

      Elimina
  3. Ma scusate, come ragazza tosta e indipendente per far contente le femministe, non c'era già Jessie ?
    Che fine ha fatto ?
    Cucca ancora con Buzz , quando fa l'amante latino ?
    Siccome ci vuole un detrattore che faccia opposizione a tutti quelli pro-Toy Story, mi viene da dire : un altro cattivo dall' aspetto coccoloso che poi è bastardo dentro come nel 3 ?
    A quando un Toy Story 5 con Woody e co. che lottano contro i terribili giocattoli per collezionisti, magari i robot e le figures giapponesi di lolitine, così giusto per far vedere il classico "Anerica contro Giappone" dove alla fine vince il primo, notoriamente più bella , più buona , più giusta ( sono ironico, eh !) ?
    Pixar, se mi leggi , sono pronto a venderti il soggetto per un milione o du3 di dollari ( lo so, è poco, ma non sono avido ) .

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In realtà Jesse non è proprio tosta, funziona perché affronta le sue paure. Mi piace Jesse è un bel personaggio, che però nei tre film (chiamiamoli canonici) non è così approfondita, per questo consiglio i due corti, in particolare “Toy Story of Terror!” (2013), dove si scopre che Jesse è claustrofobica perché veniva sempre chiusa nella teca da collezione. Infatti in questo film, quando i protagonisti tornano in scena e sono tutti chiusi nell’armadio, Jesse è più avanti verso la luca, il tipo di dettaglio che apprezzo ;-) Per quello che volevano raccontare con questo film, Jesse non andava bene non so se hanno fatto contente le femministe, ma hanno fatto contento me, con questa specie di Furiosa di ceramica ;-)

      Se questo vuol dire avere l’action figures di Margot/Fujiko in scena io ci sto, in ogni caso io prendo 10% per aver fatto da tramite tra te e la Pixar. Quei dodicimila dollari mi fanno comodo, «Cassidy ma il 10% di 120 milioni di dollari non è dodicimila dollari, è…»

      https://www.youtube.com/watch?v=AUgA1tWJCME

      ;-) Cheers!

      Elimina
    2. Colgo la palla al balzo: a me l'evoluzione di Bo Peep è piaciuta molto, si vede che è un segno dei tempi, ma trovo che l'abbiamo sfruttata anche poco per il potenziale che aveva. Un pericoloso segno di come il #metoo possa ispirare cose buone, ma senza osare fin dove sarebbe doveroso e necessario in termini di script (vorrei/potrei scrivere un intero commento solo su come hanno usato Bo in questo film, in una maniera brutalmente ruffiana).
      Mi ha deluso sia l'uso di Buzz che di Jesse, personaggi che sono stati sacrificati di brutto sull'altare della logica da sequel con volti nuovi. Buzz che clicca isterico sulla sua "voce interiore" funziona una o due volte, non per tutto il film, mentre Jesse è sprecata nel ruolo da comprimaria che appare due minuti e trova la soluzione giusta. E' questo il modo di gestire il "nuovo sceriffo in città" scelto da Bonnie?
      C'erano tantissime buone idee in questo Toy Story 4, forse abbastanza per almeno 2 film, ma stando attenti a destreggiarsi entro i limiti di una storia che voleva toccare troppi argomenti e troppe note, pur senza stonare, sono riusciti a non farci ascoltare tutta la sinfonia. E' un medley di hit che ci sarebbe piaciuto ascoltare una per una, ma sono state sacrificate per una sola storia. Perciò confesso e mi sconfesso: in Toy Story 4 c'era materiale per più di un film, ed io non volevo sequel, ma il materiale c'era per più di così. Si è preferita la soluzione disneylogica che sta nel mezzo: raccontate quello che potete pixaroni, comunque vada sarà un successo.
      Eppure un po' mi prude il naso...

      Elimina
    3. Anche a me, ci vero è frutto di diverse lavoro di calcolo e qualche riunione con il reparto marketing, però secondo me funziona senza essere buttato in faccia al pubblico, almeno non troppo. Buzz e Jesse vengono messi un po’ ai margini, infatti tra le “critiche” al film ho citato il suo essere Woody-centrico, bisognava chiudere l’arco narrativo del personaggio prima di passare ufficialmente la stella al nuovo sceriffo. Sono d’accordo con la tua analisi, sarà banale ma meglio un film pieno di idee, inoltre penso che con il tempo sarà più facile giudicarlo, lo dico in base a come per me, “Toy Story 2” è molto migliorato con le visione, avessi mantenuto il parere della mia prima visione, non avrei mai voluto rivederlo. Cheers!

      Elimina
  4. Diciamo quindi che è un'aggiunta, una bella aggiunta, al finale circolare del terzo episodio, no?
    Ma come va la voce nuova di Woody? Ci si abitua?

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Assolutamente, nel finale del terzo Woody fa una scelta, qui affronta le conseguenze di quella scelta, personalmente lo trovato bellissimo, perché “semplifica” concetti anche parecchio complessi. All’inizio non ci ho fatto caso, forse ero distratto a chiedermi perché Forky parla come Luca Laurenti :-D Scherzi a parte, leggendo “Doppiaggi Italioti” ho imparato che un buon doppiaggio deve essere “invisibile” all’orecchio, quello di questo film lo è. Se ti soffermi a sentire Woody che parla, ti accorgi che non ha più la stessa voce, ma in generale non si nota il cambio, alla fine anche in Italiano Woody parla con la voce (italiana) di Tom Hanks, quindi ha anche una certa logica. Cheers!

      Elimina
    2. Maggi è ovviamente molto meglio del compianto Frizzi.
      Il suo doppiaggio è perfetto.

      Elimina
    3. Anche perché è il doppiatore ufficiale, del doppiatore ufficiale (americano) di Woody, tutto torna ;-) Cheers

      Elimina
    4. In ogni caso appena ne avrò la possibilità lo rivedrò anche in Inglese, come ho sempre fatto anche per gli altri capitoli. Cheers!

      Elimina
  5. Ho provato la maratona impossibile: recuperare i primi 3 capitoli per provare a gustarmi in sala questo n.4. Le buone intenzioni ci sono ma sono riuscito solo a vedere metà del primo film!
    E quindi ciccia... Ripasserò tra qualche anno quando finalmente li avrò visti tutti e potrò dire la mia.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non ne vale la pena correre, cioè questo film è bello, però contando che ne hai tre e mezzo davanti, tanto vale gustarteli. Poi ammettilo che stavi guardando “Stranger Things 3” dai! ;-) Cheers

      Elimina
    2. Ma lo sai che devo ancora cominciarla? E una sera siamo a cena dai suoceri, un'altra la bimba non voleva dormire, un'altra siamo cotti noi dopo una giornata iper-piena,... Insomma tra una cosa e l'altra devo ancora iniziarla! Se Dio vuole inizio stasera. Salvo imprevisti che ormai mi aspetto.

      Elimina
    3. Mi farai sapere il tuo parere in merito allora, tanto ho preparato il post. Cheers

      Elimina
  6. "Eeeh ma Toy Story 3 era il finale perfettoooo, perchè rovinare la storia tra Bonnie e Woody?!?"
    Facile trovare commenti aspri sulla coraggiosissima scelta della Pixar di andare oltre l'epilogo del terzo e ai quali risponderei in questa maniera: La vita non ti dà Finali perfetti!


    Bonnie giocava con Woody nel terzo capitolo ma non lo privilegiava, non era il suo giocattolo del cuore come era per Andy, ma ai fini di quel film era importante risvegliare nello sceriffo la voglia di giocare , rendere felice un bambino\a, e spezzare il cordone ombelicale con il suo vecchio padroncino.
    Sono felice di aver letto il tuo post, perchè hai dato una versione ottima del significato del film e del suo scopo. Per me, ora, è impossibile pensare ad un proseguimento migliore per la vita di questo Sceriffo. Ora, quantomeno, mi aspetto un Toy Story 5 tutto Buzz-centrico (senza doverlo spedire in Cina, però! wink wink)

    PS: C'è da dirlo: la Disney deve aver rubacchiato qualcosina anche per il finale del suo "Ralph 2". Ormai i studios sono pappa e ciccia (la ciccia ERA John Lasseter ;) ).
    PPS: Vedere il primo TS subito prima di questo capitolo fa un effetto assurdo. Ti rendi davvero conto dello sviluppo del fotorealismo e della resa grafica fatti in questi 23 anni. Grandiosi.



    Ho un "Saluti!" nello stivaaleee

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esatto! Qui la Pixar parla (anche di questo) con il personaggio di Gabby Gabby ad esempio. Non lo so, ci trovo una certa dose di coraggio in questo “Toy Story 4”, penso che rispetto alla separazione, al taglio netto di Andy con l’infanzia del favoloso finale del film precedente, sia più difficile parlare delle conseguenze per chi resta (nella fattispecie Woody), in questo momento siamo ancora tutti legati a quei quindici minuti da brivido, ma sono sicuro che con il tempo questo “Toy Story 4” verrà apprezzato anche di più. No per carità! Niente campagna di richiamo per Buzz dai! Ormai è un vecchio giocattolo fuori garanzia, quella trama non vale più :-P

      Lo avevo notato scrivendo di “Ralph 2”, si vede che Pixar e Disney hanno gli uffici vicini, il che è un bene per entrambi forse. Davvero! Il primo “Toy Story” a livello di animazione sembra preistoria, per fortuna ha un cuore analogico (la trama e i personaggi) che ne hanno fatto un classico, ma rivisto ora diciamo che è tecnologico come Buzz ;-) Cheers

      Elimina
    2. Ralph 2 e Toy Story sono legati proprio dal tema degli amici inseparabili che prendono una strada diversa. Ralph 2 però metteva più il carico da undici, sottolineando la sofferenza di una delle due parti in causa (quella di Buzz, in teoria, non viene mostrata).

      Elimina
    3. Perfetta analisi, concordo in pieno, questo è un film più dedicato a Woody. Cheers!

      Elimina
  7. Sono combattuto dopo la visione quasi quanto lo ero prima dell'uscita, perché per me la Trilogia Classica (tanta roba quando puoi chiamarla così!) aveva chiuso in modo irripetibile, perciò all'annuncio di Toy Story 4 il mio dubbio non era tanto sul lavoro della Pixar (pur mutata), ma proprio sul riprendere questi personaggi che per me avevano detto e dato tutto.
    Alla Pixar i film li sanno fare, e dalla loro hanno un background di storie e sentimenti che hanno attraversato il pubblico per un fottuto quarto di secolo (!!!), quindi Toy Story è un patrimonio da trattare con le pinze, ma un patrimonio appunto. E' una roba che incasserà pacchi di milioni anche se il film sarà soltanto "buono" e qui nasce un problema bello grosso su cosa dovrebbe essere il cinema (almeno per me).
    Il film è buono per carità, ma a parte l'aspetto della "voce interiore" (di una sottigliezza e un significato portentosi) l'eterna lotta per non essere "rimpiazzati" si rifà con insistenza a tanto di già detto. Rifinito e arricchito certo, detto di nuovo con rinnovato stile, ma già detto.
    Il film ha un ritmo invidiabile, è una bella cavalcata con un paio di tuffi al cuore, ma la paura d'esser messi da parte è un messaggio che ho trovato meno solido rispetto al passato, soprattutto perché la ventata d'aria fresca veniva dalla storyline di Bo Peep, che è stata sì ben giocata, ma secondo me era l'aspetto cruciale su cui puntare, mentre ci si perde nel continuo perdi-giocattolo-ritrova-giocattolo di Bonnie e dei genitori, mentre l'influenza che riescono ad avere i giocattoli nel mondo degli umani è esagerata e crea situazioni ripetitive e un po' stancanti (almeno per me). Capovolgere il concetto di "giocattolo smarrito" avrebbe dovuto essere l'anima del film, ma i nostri campioni della Pixar hanno preferito accennare e camminare su territori ben sicuri osando il minimo sindacale.
    Gabby è una cattiva interessante e con un sottotesto potentissimo, che forse è stato sfruttato troppo poco.
    Oh, magari sono io che pretendo troppo, ma se ti chiami Toy Story e osi metterti accanto il numero 4, allora no, non pretendo troppo. Questo 4° capitolo mi fa pensare al primo della classe che fa il suo compito ben scritto a cui non puoi dare un brutto voto nemmeno se ti svegli male, ma il mio primo pensiero uscendo dalla sala (il momento in cui apro la porta per uscire dalla sala dice tutto su cosa mi ha lasciato un film) è stato "ok, bello, ma smettetela di fare sequel". Perché non voglio ritrovarmi a 50 anni a guardare Toy Story 8 o 10, ancora fatti benissimo, ma che tirano avanti forti di un passato glorioso e temi eterni che possono essere ri-raccontati.
    La Trilogia Classica di Toy Story è stato un percorso unico, io avrei preferito restasse tale, poi questo 4° è bello sì, ma proprio il fatto che ci fosse il materiale per dire ancora di più (l'universalità dell'essere un giocattolo smarrito che diventa "di tutti" come Bo, e il concetto dell'utilità/inutilità per un difetto di Gabby) e tutto sia stato gestito stando attenti a mantenere certi equilibri, quasi di fosse la paura di non osare troppo (io l'ho percepita), ecco, è questo che mi fa desiderare che la finiscano qui. Prima che sia troppo tardi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Alla Pixar ci tengono ai loro giocattoli, ti dirò “Coco” mi è piaciuto, ma non mi ha “smosso” come questo, quando si tratta di Woody e soci alla Pixar si muovono per non fare brutte figure. Come ti dicevo lassù, hanno voluto fare un film Woody-centrico per concludere (per sempre? Boh!) la sua storia, ma qui dentro il materiale e spunti da approfondire non mancano. Nemmeno io vorrei vederlo diventare un prodotto seriale, guarda cosa mi hanno fatto a “Star Wars”? Ora che ho uno “Star Wars” l’anno non ne ho mai sentito così poco il bisogno. Però tra i vari capitolo di “Toy Story” sono sempre passati parecchi anni, se questo vuol dire dedicarli e scrivere una storia che merita di essere raccontata, mi sta bene altri seguiti, altrimenti meglio un corti tipo “Toy Story of terror!”, una volta ogni tanto. Cheers!

      Elimina
  8. Non ho ancora visto il film, probabilmente per la troppa paura di sporcare il ricordo dolce-amaro del terzo capitolo. Ma prima o poi dovrò capitolare sotto le pressanti richieste della piccola W@lly e sono sicuro che mi troverò davanti ad una pellicola realizzata con maestria, sicuramente divertente e piacevole ma che si farà ricordare più per quello che non riesce (e può) dire rispetto a quello che realmente dice...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non partire così prevenuto, te lo dico perché lo ero anche io ;-) Dovessi mettere un ideale “dollaro” sul tavolo, direi che questo film ha tutto per piacere ad entrambe le generazioni di W@lly, anzi forse più a papà. Fammi sapere poi se ho vinto oppure perso un dollaro. Cheers!

      Elimina
    2. Dice cose vecchie e alcune cose nuove, con la delicatezza di cui sanno essere capaci i Maestri Pixar. Non sentivo il bisogno di un 4° capitolo ma più ci ripenso e più sento di averlo apprezzato. Questo ulteriore capitolo ha comunque senso di esistere per un paio di motivi, anche se spero sia l'ultimo.

      Elimina
    3. Ha una certa dose di calcolo, però secondo me ha anche molto da dire e una certa emotività mica male. Cheers!

      Elimina
  9. Come è bello essere smentiti.
    Sì, mi unisco al coro che dice che il terzo capitolo resta insuperato, ma qui ci sono di quei messaggi e di quelle lezioni per bambini e non più bambini (soprattutto) che fanno stringere il cuore.
    E versare lacrime a non finire.
    Woody che ammetto non aver mai trovato troppo simpatico qui si redime completamente, che bel finale il suo.

    p.s. al cinema davanti a me i soliti regazzini ignoranti si divertivano a bestemmiare ad ogni fine dialogo, bè, se non hanno capito loro il messaggio che porta la Pixar, posso dire che non sono riusciti a turbare la mia visione, e a rovinarmi il finale.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Dove si firma per essere sempre smentiti in questo modo? ;-) Vero, io con quel capoccione delle sceriffo Woody un po’ mi ci ritrovo, forse per questo il finale di questo film l’ho trovato così potente, lo sentito più per adulti che per bambini, magari sono ringiovanito e non me ne sono accorto ;-)

      Odioso, cerco sempre (nel limite del possibile) di schivare certi orari per evitare l’umanità, non ho mai capito perché tanti vadano al cinema per riempire il tempo e non per vedere il film bah! Detto questo quando il film mi piace però vado in uno stato di “trance” e non percepisco più l’ambiente circostante, roba che i cinefili possono capire bene ;-) Cheers!

      Elimina
  10. Non ho completato la lettura (sono arrivato quasi alla fine) perché non volevo- non voglio rovinarmi l'impatto del finale. Mi piace questo aspetto del film che parla al lato adulto dello spettatore e non al suo spirito fanciullesco. I film Pixar sono fantastici per i tanti piani di lettura che offrono.
    Terrò i fazzolettini a portata di mano, perché con i film Pixar finisce sempre così...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Per me resta uno dei migliori film usciti di recente, fammi sapere il tuo parere ;-) Cheers

      Elimina
    2. Con calma ti dico la mia.
      Ovviamente fazzolettini 😥😥😥😭

      Elimina
    3. Parto da questa considerazione: i film Pixar Disney sono sempre così intensi e commoventi grazie ad animazioni straordinarie (a volte sembra di vedere attori in carne e ossa) e a un doppiaggio superbo (Maggi meglio del buon Frizzi, Laurenti e Guzzanti eccezionali). Ma veniamo al succo
      SPOILER chi non ha visto il film non legga SPOILER
      Si dice che la saga sarebbe dovuta finire con Toy Story 3, ma non sono d'accordo..la conclusione perfetta è questa, con la nuova vita di Woody.
      Il film, dietro alle storie dei suoi personaggi giocattolo, nasconde tante cose della vita reale...
      Su Woody do una diversa interpretazione, siamo noi quando siamo chiamati a uscire dalla nostra comfort zone..quando dobbiamo accettare un "declassamento" che ci fa reinventare.
      Bo Peep è stato costretta a lasciare la sua comfort zone, ad adeguarsi alla nuova condizione, è una donna cazzuta, ma sicuramente dentro di lei ha passato tante sofferenze (che materialmente sono espresse dal braccio mozzato).
      Gabby Gabby e Forchy sono due diversi, la prima soffre per non essere accettata, il secondo vive con candore la sua diversità. Gabby Gabby è resa cattiva dal destino infausto, da quel difetto di fabbricazione..E alla fine Woody "si sacrifica" per lei. Alla fine, al di là del ricatto, quella scena ci mostra che qualcosa che per noi non è indispensabile, può essere invece fondamentale per la felicità altrui. La nuova Gabby Gabby comunque deve passare una grande delusione, prima di trovare la felicità (la bimba Harmony la rifiuta). E poi c'è Duke Caboom, prigioniero dei suoi limiti, di quello che vorrebbe essere e invece non è.

      Elimina
    4. Esatto, altro che finire con il terzo capitolo, questo è il finale della storia di Woody, che aveva un ruolo "sicuro" nel primo film, e qui ad una certa età, ha dovuto reinventarsi quasi da zero. La trovo una conclusione molto adulta, nel senso che gli adulti potranno capirla meglio dei bambini. Cheers!

      Elimina