venerdì 5 luglio 2019

Ancora vivo (1996): Per un pugno di Colt

La verità è che ci va un fegato notevole, condito da due palle monumentali per decidere di mettersi in mezzo a due colossi in lotta tra di loro. Tenete a mente questa premessa, perché è quella al centro del film di oggi, protagonista della rubrica… King of the hill!

Proviamo a mettere qualche paletto prima di iniziare, come ha brillantemente raccontato Lucius Etruscus nel migliore dei modi possibili, il maestro Akira Kurosawa poliedrico conoscitore delle letteratura occidentale, dopo aver letto “Piombo e sangue” (1929) dello scrittore statunitense Dashiell Hammett, insieme al suo sceneggiatore di fiducia Ryuzo Kikushima, ha sfornato quella pietra miliare di La sfida del samurai.

Nel 1964, infischiandone di tutto e usando come difesa in sede legale proprio il romanzo “Piombo e sangue”, un altro gran maestro come Sergio Leone ha copiato il film di Kurosawa riproducendolo in chiave western, “Per un pugno di dollari” è uno dei gioielli delle corona del cinema – non solo italiano – ma sempre di furto e rapina si tratta, non è questione di essere “Leoniani” di ferro come il sottoscritto, è un dato oggettivo.

Abbiamo uno scrittore americano, due registi, un Giapponese e un Italiano, vogliamo metterci anche un Francese nella barzelletta? Lo faccio subito: 1967, Jean-Pierre Melville guarda ad Oriente e firma la storia del suo Le Samouraï che da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa prende il titolo di Frank Costello faccia d'angelo, perché se il primo tirante del ponte che ha unito cinematograficamente Oriente e Occidente lo ha teso Kurosawa, il secondo sicuramente è opera di Melville. Che con il suo “Polar” tinteggiato di “Noir” ha influenzato tutti, anche i pistoleri con un’automatica in ogni mano di John Woo.

Bruce ha due espressioni: con il grugno da bulldog mentre spara, e con il grugno da bulldog mentre spara (ma con il cappello).
Secondo voi chi è l’uomo che dal del “tu” al genere Western come faceva Leone, quello che sa cosa ci vuole per un vero “Noir” e che ha la satura morale e artistica per fare da pilone centrale, al mega ponte firmato dagli architetti Kurosawa e Melville (Toninelli levati, ma levati proprio)? Non sono un esperto di quasi niente nella mia vita, figuriamoci di architettura, ma quando hai bisogno di un sostegno a tenere insieme tutto questo popò di robetta, meglio che sia in un punto bello alto, sopra una collina ad esempio, perché sì, solo “il re della collina” Walter Hill poteva decidersi a mettersi in mezzo a tutti questi nomi da far girare la testa.

Infatti, quando il produttore della New Line Cinema (prima di sfondare con Hobbit, anelli e trilogie) Arthur Sarkassian propose a Walter Hill l’idea di fare un remake americano di La sfida del samurai la risposta di Gualtiero è stata: «Ma tu sei matto nella testa ragazzo mio», ok non sono state proprio le parole che ha usato, ma il senso sì (storia vera).

Sembra uno dei personaggi del film, invece è il regista: l’intensissimo Gualtiero Collina.
Walter Hill non ha nessuna intenzione di rifare Kurosawa, per di più in versione western come vorrebbero alla New Line, quindi in veste di suo nuovo ruolo di “pilone reggi cavi” è perfettamente consapevole che un film del genere già esiste ed è stato diretto da Sergio Leone, perciò riporta idealmente tutto alle origini, pensa anche lui al romanzo di Dashiell Hammett e propone: "Ok, io il film lo faccio, però lo ambiento nel Texas degli anni ’30 e lo giro come un noir degli anni ’40". Affare fatto, con quasi 70 milioni di fogli verdi con sopra le facce di alcuni presidenti passati a miglior vita, e Walter Hill si mette al lavoro.

Il risultato è la definitiva pietra tombale sui suoi disastrati anni ’90, tra tutti gli immeritati flop al botteghino, quello di “Last Man Standing” è il più sanguinoso di tutti, il confronto con Kurosawa e Leone è impietoso, ma ancora di più lo sono i 18 milioni portati a casa in patria al botteghino. Se ancora oggi vedete il film replicato con sinistra puntualità anche suoi nostri palinsesti televisivi, è perché dal 1996 sta ancora cercando di raggranellare qualcosina, con passaggi tv che vengono via per due spicci.

"Jericho. Popolazione stimata: presto molti meno"
Non ha aiutato nemmeno la confusione generale, attorno a chi ha ispirato chi. Da “Piombo e sangue” Kurosawa ha preso in prestito solo l’idea del protagonista che semina zizzania, ma le due storie viaggiano poi su binari anche molto diversi, quindi posso affermarlo tranquillamente: “Last Man Standing” – qui da noi trasformato nel significativo “Ancora vivo” – NON è l’adattamento del romanzo di Hammett. Avere, poi, un divo del muto come Walter Hill, non ha certo facilitato la possibilità di vederci chiaro, perché si è diffusa a macchia d’olio, quella che io considero poco più di una leggenda urbana, secondo cui Hill non avrebbe mai visto “Per un pugno di dollari”, un’informazione che viene riportata spesso un po’ ovunque, che dev'essere per forza il risultato di qualche affermazione travisata in fase magari di promozione del film.

Intervistato sull’unico seguito diretto in carriera (Ancora 48 ore) Hill ha fatto riferimento all’andamento in crescita dei film di Leone, ma poi sul serio come si può credere che un regista western come lui, non abbia mai visto uno dei classici del nostro Sergione eddài! Quando un film fa un buco così grosso al botteghino, a nessuno più interessa del suo destino, quindi vale tutto, specialmente sparare a zero.

Per carità non dire sparare! Poi mi ritrovo il blog pieno di buchi.
Eppure, la produzione del film è filata via abbastanza liscia, tranne per un paio di “cambi basket” chiamati al volo, ad esempio Walter Hill voleva il “suo” James Remar nei panni del cattivissimo Hickey, la New Line, invece, ha voluto Christopher Walken. In compenso, Gualtiero non contento della musiche di Elmer Bernstein lo ha spedito a casa per direttissima, facendo venire giù il suo Ry Cooder all’ottava ed ultima collaborazione con il regista di Long Beach. Vogliamo dire pari e patta? Perché Walken nel film buca letteralmente lo schermo, mentre la colonna sonora decadente di Ry Cooder fa il paio con la fotografia rugginosa di Lloyd N. Ahern e ci regala un tema principale cazzutissimo che anticipa di un paio d’anni quello molto simile per stile (e figoseria) di Vampires.

Christopher Walken e Mitra Thompson, due grandi attori per un grande cattivo.
Con il protagonista Bruce Willis, invece, tutto pesche e crema, pare che con Hill si siano capiti al volo, certo non sono diventati migliori amici, ma uno con l’aria da Robert Mitchum stropicciato e “ingrugnato” nelle mani di Walter Hill è oro e, infatti, “Ancora vivo” è costruito tutto intorno al suo essere roccioso, letale e scazzato in parti uguali, anzi, il suo personaggio dev'essere l’unico punto fermo in mezzo ad un film che prende tutte le suggestioni e i grandi nomi che ho snocciolato fino a questo punto e li rielabora tutti insieme.

Walter Hill nella sua sceneggiatura, riprende la voce narrante del protagonista, mutuandola proprio dall’Hardboiled e dai romanzi di Dashiell Hammett, il suo protagonista con aria beffarda alla domanda, dice di chiamarsi John Smith (equivalente Yankee di “Mario Rossi”) un nome che gli resta incollato addosso come accadeva proprio al “Sanjuro” di Kurosawa. L’ambientazione è innegabilmente Western, perché la cittadina fantasma di Jericho in cui arriva il protagonista - facendo ruotare una bottiglia di Whiskey vuota, versione Walter Hill del lancio del bastone di Toshirō Mifune – è il classico paesello di frontiera da cui tutta la brava gente è scappata ed ora viene usato per i loro sporchi traffici da delle famiglie rivali di contrabbandieri, da una parte i Doyle, gangster Irlandesi guidati dall’attore feticcio di Hill, David Patrick Kelly, dall’altra gli Italiani di Fredo Strozzi (Ned Eisenberg).

“Sei venuto a giocare a fare la guerra? Perché il signore qui accanto è esperto in materia”
Gli stereotipi sono quelli del film di Mafia, le due famiglie rivali, la bella moglie “Latina” di Doyle, Hickey il sicario fatto arrivare da Chicago con il suo mitra (Thompson) per risolvere la faccenda. Basta dire che tra le fila degli Italiani spunta anche Michael Imperioli, il celebre Christopher Moltisanti della serie tv “I Soprano”. In quello che è chiaramente un cortocircuito tra la volontà di replicare le dinamiche portate precedentemente al cinema da Kurosawa (lo sgherro con un'arma da fuoco di potenza superiore) da Leone (il protagonista pestato a sangue da un energumeno), ma anche una certa volontà di pagare il debito con tutti i modelli di riferimento, basta dire che al suo arrivo in città, il protagonista passa davanti al cadavere di un cavallo divorato dalle formiche, che urla fortissimo: SAM PECKINPAH! L'inquadratura, non il cavallo. Ma, a ben guardare, anche un modo per riprendersi Melville dalle (ottime) mani di John Woo, forse per questo Bruce Willis per tutto il film spara con una pistola automatica in ogni mano, fulminando i cattivi con la velocità dei revolver di Clint Eastwood, in esplosioni di violenza degne dei colpi di katana di Mifune. Oppure perché era il 1996 e quindi, nei film d’azione tutti sparavano a due mani seguendo la moda del genietto di Hong kong.

Un omaggio alla scena del portico di “Sfida infernale" (1946) di John Ford, brutto?
Difetti di “Last Man Standing”? Impossibile evitare la sensazione di déjà vu della storia, tra Kurosawa e Leone sappiamo già cosa accadrà, arrivo in città, zizzania, amicizia con qualcuno dei locali, rapimenti, un pestaggio ai danni del protagonista, il suo ritorno e lo scontro finale con lo sgherro armato, è una struttura da cui non si scappa e, per certi versi, non ci si stupisce nemmeno nel vedere come i personaggi agiscano più in funzione del loro ruolo che della trama vera e propria. Ha ragione Lucius quando dice che a tratti sembra che Walter Hill abbia prodotto un bel manuale sull’Hardboiled.

Trattandosi di Hardboiled, la donna che incasina la vita al protagonista non può mancare.
Forse mi sono sempre ritrovato ad apprezzare questo film, più per quello che rappresenta (Kurosawa e Leone, Hammett e Melville) e per i nomi in gioco (Gualterio e Bruce) che per quello che davvero è. Dài, insomma, un Western travestito da film Noir, con Bruce Willis con il Fedora calato in testa, le maniche tirate su che BANG! BANG! BANG! Falcia cattivacci quel suo grugno da bulldog che mi manda ai pazzi, come si fa a non voler bene ad un film che ha dentro tutto quello che mi piace?

Bruce, potrei vederti crivellare gente per giorni.
Mentre lo riguardavo in vista di questa rubrica ho capito perché mi piace così tanto: è Walter Hill, ha dentro tutta la sua passione per il noir e l’hardboiled, ma anche la rassegnazione di uno che quando ha avuto l’occasione di fare il film che sognava da una vita, non lo ha fatto terminare con un lieto fine, ma con una clamorosa separazione e tanta maschile solitudine per l’eroe che idealmente cavalca verso il tramonto, come in un Western tanto perché con Hill sempre lì si torna.

“Ancora vivo” è un film nerissimo, profondamente rassegnato, ha un tono rugginoso, volutamente anti spettacolare come già lo erano stati in parte Geronimo e Wild Bill. Quando arriva l’azione è diretta alla grande, ma fulminea, violentissima. Anche lo scontro finale con Hickey («Non voglio morire in Texas») termina frettolosamente, senza lasciare troppo spazio alla gloria per il trionfo ma lasciando il protagonista come lo abbiamo incontrato, a vagare solo in mezzo al deserto, senza un soldo solo molto più pesto e logoro, ma, appunto, “ancora vivo”.

"Fischietterei un pezzo famoso dei Pearl Jam, ma ho le labbra un po’ secche"
I momenti in cui il personaggio di Bruce Willis dice qualcosa, lo fa sempre con l’aria spavalda di chi non ha niente da perdere, snocciolando per questo alcune “frasi maschie” clamorose («Sei venuto qui per uccidermi?», «Sì e scusa se ti farò male»), mentre nei suoi monologhi interiori, quelli che possiamo sentire solo noi spettatori e che fanno da voce narrante, risulta totalmente rassegnato: «Puoi fare la cosa giusta, vivere in pace con te stesso. Oppure andare in un'altra direzione, continui a camminare, ma sei morto e non lo sai».

Anzi, a ben guardare, questa frase, una delle prime pronunciate dalla voce narrante ad inizio film, forse offre una chiave di lettura a tutto il film, Jericho (nome Biblico) è un ritrovo per anime dannate, in lotta per il possesso di un pezzo di sabbia in mezzo ad un deserto torrido, un postaccio in cui non ci sono buoni, ma solo carogne che le provano tutte per sistemare il loro stato di bastardi che, poi, è anche il primo obbiettivo del protagonista. Lo sceriffo Bruce Dern è un ignavo che vende il suo silenzio al miglior offerente e anche le donne ti s'infilano nel letto solo per sperare di trovare un modo per fuggire da quell’Inferno.

Scavarsi la strada fuori dall’inferno, una pallottola alla volta.
Se sei abbastanza duro, puoi ritrovarti ad essere l’ultimo uomo ancora in piedi il “Last man standing” del titolo, ma il paesaggio e la spavalderia con cui John Smith affronta il pericolo, ti fa venire il dubbio sul fatto che il protagonista sia davvero “Ancora vivo” e se il titolo più corretto fosse stato “Già morto”? Cercando di fare un’opera buona (salvare la donna di Doyle) Smith cerca di scavarsi una strada fuori dall’inferno, ma è destinato a ripetere tutto in eterno, perché come recitava una massima resa celebre da un romanzo di Stephen King: "L’inferno è ripetizione".

Ecco perché se ne va via con un'ingloriosa cavalcata verso il tramonto, del tutto identica al suo arrivo, intrappolato in un eterno loop, destinato per sempre a ripetere una storia che era già stata raccontata, da Kurosawa e Leone sicuramente. Scrivendo di La sfida del samurai, dicevo che Sanjuro è un personaggio proattivo, uno che fa cominciare il film con il suo arrivo, mi domandavo che pellicola avremmo visto, se il suo bastone lanciato in aria per scegliere la direzione da seguire, fosse caduto un po’ più in là. Per il John Smith di “Ancora vivo” non fa alcuna differenza, la sua bottiglia potrebbe dare come risultato tutti i 360 gradi della sua rotazione e, comunque, arriverebbe sempre a Jericho, perché è il perdente nato della tradizione dei Noir, ma anche perché è un altro dei guerrieri di Walter Hill, uno di quelli destinati a combattere per sempre.

"Jericho. Popolazione stimata: nessuno che conti qualcosa"
Tra qualche giorno vedremo altri guerrieri del nostro Gualtiero, ma prima dobbiamo andare a bere grappa alla pera nello spazio, ci vediamo qui tra una settimana!

22 commenti:

  1. lo vidi al cinema ma appunto mi lasciò un po freddo.

    non ho visto la sfida del samurai e ho visto 457 volte per un pugno di dollari ma appunto sto film ha qualcosa che ti lascia un po freddo .

    pecccato

    rdm

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    1. La conclusione dei western degli anni ’90 di Hill: anti spettacolare e inglorioso.
      Considerando tutto quello che mescola insieme dovrebbe essere istintivamente considerato il più grande film della storia, invece essendo hardboiled fino al midollo è figo e dimesso, perché il suo protagonista non potrò vincere mai, al massimo potrà essere l’ultimo ancora in piedi. Finirò sempre per rivedermelo a cadenza puntuale pensando: boh che figata! ;-) Cheers

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  2. Carabara, non puoi sentire la mia standing ovation - ti dico solo che un tipo da spiaggia si è fermato col gavettone in mano e la sua "vittima" ci è rimasta anche male - per il tuo splendido, geniale refuso " satura morale ". Quell'asso di Quentin - sorseggiando as usual un succo ACE - ha detto che quasi quasi torna sui suoi passi e non smette di dirigere film perché Zatura Moralia è il nome perfetto per un tale che infrange le mura di Gerico urlando la parola magica PECKINPAH! e si ritrova con un grugno da bulldog in una città che è il musical Cats se fosse un horror di Romero. Non so cosa ci sia in quel succo ACE o nella zucca di Quentin, ma ti confesso che è l'unica cosa che mi distrae fino allo stramaledetto gioco-caffè. Se - e sottolineo se, come direbbe Loretta Goggi - il ragazzo torna al cinema e non si " limita " a romanzi, tv e teatro, come ha minacciato in questi gg, sarà mia cura fare in modo che tu sia citato nei titoli di testa e non derubato come il vecchio Dash ai tempi. Qui la connessione ha qualcosa di erripotteriano - funge solo colla parola magica che magicamente cambia quando vuole - e temo di non riuscire a seguirti nei prossimi gg. Continua a sfornare inneschi come satura morale. Tornerò a leggerti il quindici sette. Ciao ciao

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    1. Ma la “vittima” almeno ha approfittato della situazione per mettersi in salvo? No perché ora sono in ansia ;-) Ti ringrazio per la segnalazione, a questo quasi mi viene voglia di non correggerlo, magari lo lascio proprio così, per non fare la fine del vecchio Dash. Hai provato “PECKINPAH!” Come password per la connessione? Di solito funziona è sblocca tutto, tipo quando si utilizza “Admin”. L’idea di uno con il grugno da bulldog in una città di gatti, mi ha fatto pensare a “Blacksad” fumetto hardboiled che di sicuro conosci e chissà se conosce anche Gualtiero. In ogni caso dentro l’ACE Quentin ci mette anche ottime dosi del cinema del nostro Walter, ci sono intere scene dei suoi film che non esisterebbero nemmeno senza Hill, prova a chiedergli conferma. Per il resto stammi bene capo, torna quando vuoi tanto la strada la sai ;-) Cheers!

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  3. Un grande atto d'amore nei confronti di un film sfortunato ma che davvero mette in scena l'apoteosi di tutto ciò che riempie il cuoricino di Walter Hill.
    Grazie per le citazioni, e dopo il Giappone medievale, il Far West e l'America anni Trenta... chissà che la prossima volta che racconteranno la stessa storia sarà nello spazio! Un navigatore solitario che sbarca a Jericho, città su un pianeta lontano, e scopre che due compagnie si litigano le risorse del pianeta: si scrive da solo! :-D

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    1. Doverose, avevi già fatto un lavorone enorme che non solo andava un po’ pubblicizzato, ma che era davvero inutile ripetere, troppo ben fatto di partenza. Ti ringrazio è proprio un film che ti fa capire tutto di Hill, il suo avere diverse marce in più, ma anche una sfiga monumentale.

      Purtroppo John Singleton ci ha lasciati, sognavo una sua versione di questa storia urbana, con gang di strada nella Los Angeles dei quartieri dove il regista è cresciuto, una cosa che poteva stare a questo archetipo narrativo come “Four Brothers” (2005) stava a “I 4 figli di Katie Elder” (1965).
      Per la versione spaziale può esserci un solo uomo, qualcuno scomodi John Carpenter dal suo divano! La storia si scrive da sola, e la regia potrebbe essere solo sua ;-) Cheers

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    2. John Carpenter's Ghosts of Jericho ��
      Sul lontano pianeta Sulkis (omaggio a Larry Sulkis) due compagnie gareggiano fra loro senza esclusione di colpi per accaparrarsi le risorse planetarie: nei loro scavi alla ricerca di minerali rari e metalli preziosi si imbattono nelle vestigia di una civiltà antichissima. Nel saccheggio ad opera di entrambe le parti, nessuno fa caso alle iscrizioni aliene lungo le pareti di un corridoio costruito con una strana lega di metallo quasi organica, la stessa del massiccio portale posto a sigillo dell'estremità opposta all'ingresso... Il sovrintendente Cooder (omaggio a Ry Cooder) ricorda qualcosa accaduto su Marte molto tempo prima, nel 2176, ma nessuno gli presta attenzione. L'unica cosa che conta è battere sul tempo la compagnia avversaria, quindi il portale deve essere rimosso per procedere oltre, cosa che succederà senza preavviso appena uno dei minatori ci appoggerà sopra la mano e... Di lì a poco entra in campo John Smith/Bruce Willis, preso in mezzo fra le due compagnie ormai ridotte a esseri non più umani posseduti dalle essenze di guerrieri alieni di fazioni opposte, estintisi -solo fisicamente- millenni prima a causa di una guerra per il controllo delle risorse del pianeta (lo spunto di Lucius e il tuo suggerimento carpenteriano erano troppo ghiotti perché non provassi a svilupparli) ��
      Ancora vivo non ebbi la fortuna di vederlo in sala, ma lo trovai un film solidissimo da subito (ai tempi della mia prima e ormai lontana visione tv)...

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    3. Dove si firma per un film così? ;-) Vedi hai riassunto alla grande, ci vuole Carpenter ora! :-D Cheers

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  4. Francesco (M)6 luglio 2019 18:31

    Siamo alla resa dei conti straniero. Solo uno di noi resterà ancora in piedi. Ché, poi, dato che il blog è tuo, lo straniero sono io, ma fa tanto atmosfera.
    Allora... io Last Man Standing l'ho visto due o tre settimane fa. Senza saperne niente, manco il regista, dopo poco mi sono detto "Piombo e sangue". Consultato un libro di un critico con la pipa, anche se solitamente mi fido di loro come di un film con Johnny Depp dopo il 2004 (Parnassus a parte), la cosa è stata confermata e ho scoperto che era di Hill. Ci sono rimasto, vediamo... un termine desueto e non offensivo... ecco, di princisbecco... no, niente, propio di cacca ci son rimasto. Da lì in poi, anche se ci ho poi visto Leone e Kurosawa (non Melville, però, grazie per avermelo fatto notare) non mi si è staccata questa sensazione di dosso. Il libro mi è piaciuto molto, uno dei migliori di Hammett insieme a "La chiave di vetro", e rende bene l'atmosfera di Personville/Poisonville e come l'abbia generata l'intreccio tra l'imprenditore, il "padrone" della città, che ha usato gruppi di criminalità organizzata per distruggere le organizzazioni sindacali, come la situazione sia degenerata dopo con la connivenza prima, corruzione poi della polizia (di fatto, la polizia è un'altra gang della città, non solo corrotta e neutra); su questo Hammett, non si sofferma troppo, lo intreccia nel romanzo. I personaggi sono complessi e ben collegati e hanno una fisicità credibile e varia: tutti i detective di Hammett che conosco sono spesso in sovrappeso, con l'eccezione di Sam Spade e Ned Beaumont (che però ha il difetto opposto) e mi pare sia lo stesso qui, Dinah Brand, la femme fatale, non viene descritta perfetta, ma può apparire seducente al netto dei difetti (o anche a causa dei difetti) e così via. Il film non vuole essere un adattamento del libro, non solo, va bene, ma non posso non tenerne conto. La violenza mi pare eccessiva e patinata, cavallo a parte, non mi ricorda nè Pekinpah nè Hammett, ché se ce ne vuole di sospensione dell'incredulità per credere che un solo agente riesca a tanto nel libro, il tono salva la situazione. Leone e Kurosawa sono riusciti, credo, a inserire un dimensione, non so, epica, che non stona, qui trovo una stonatura stilistica tra ambientazione e rappresentazione della violenza. Il problema non è nella sostanza, ma nel modo. In Hammett la città diviene così per delle ragioni e lo svolgimento è intrecciato a quelle ragioni senza che queste prendano il sopravvento, qui la città è corrotta perchè ci sono le bande e il contrabbando; però la mancanza di molte spiegazioni in Leone è sostenuta da un'ambientazione solidissima, qui l'eliminazione delle cause è appoggiata su due bande che sembrano, a me, brutte copie di Scorsese (gli italiani proprio Goodfellas) e magari un tocco di Leone. Mi fa piacere che tu abbia citato Robert Mitchum: è uno dei miei attori preferiti e sono certissimo che sarebbe stato il Sam Spade perfetto. Ma, anche se Willis è bravo quando è ben diretto (e Twelve Monkeys ne è una prova), non ne certo ha il carisma, nè quello di Eastwood o Mifune; non fa male, ma non regge il film, secondo me. Ed è un problema non essendo, come nel libro di Hammett, un agente di quella che è essenzialmente la Pinkerton con scopi ben precisi. Perchè per essere un mercenario voltagabbana quello che fa non ha senso, e dato ch il personaggio non è approfondito nei suoi perchè, come non lo è quello di Eastwood, allora deve essere molto carismatico per essere lo Straniero Senza Nome. Walken mi sembra proprio sprecato. Lo scontro finale... mi giro, no guarda, ti attacco a sorpresa, così, oh, mi fai fuori. Mi è parso banale. Avrei preferito che Walken se ne andasse. Personaggi come Spade hanno una sorta di "etica del cacciatore", ma levando quello, in quel contesto western e hard boiled, mi pare che il "duello" finale sia stato messo perchè è convenzione ci sia, mentre due professionisti che si congedano sarebbe stato, credo, più adatto.

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    1. Francesco (M)6 luglio 2019 18:33

      Le due donne non mi hanno convinto, la ragionata avidità di Dina Brand nel libro è ben costriuita e quando, spoiler suppongo, viene uccisa, io ci sono rimasto male, mentre sia la prima che la messicana addolorata mi sono sembrate copie di personaggi fatti meglio altrove (il secondo proprio dentro Un Pugno di Dollari). In quella situazione, poi, perchè lo scriffo corrotto dovrebbe aiutare il personaggio di Willis, boh. Di nuovo, mi pare un problema di come sia stato abbinato qui il tono hard boiled con quello "epico". Comunque, capisco bene il tuo amore, ci sono vari libri e film che amo più per l'idea che c'è dietro che perchè mi piaccia come sono venuti. E, se questo film ha danneggiato veramente la carriera di Hill è una vergogna, non perchè penso avrebbe dovuto avere successo, ma perchè una carriera così non dovrebbe essere toccata da un fallimento, anche clamoroso. Ma ritorneremmo al modo di produzione. Di nuovo scusa il doppio post. Ah, ho visto Wild Bill, che mi è piaciuto assai. Posso fare un commento domani o sono fuori tempo massimo?

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    2. Puoi fare il commento di "Wild Bill" quando vuoi il post non scappa ;-) Ti ringrazio per il doppio post e mi prendo un po' di tempo per risponderti come meriti, ho davanti due giorni pieni, appena riesco ci parliamo a dovere. Cheers!

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    3. Il paragone con Hammett ci sta ma come scrivevo (citando Lucius) Hill ha fatto un riassunto dei temi Hardboiled, "Ancora vivo" è western e noir in parti uguali, ovvero la somma del cinema di Hill. Ha il difetto per cui i personaggi agiscono nella storia stando fermi immobili nei loro ruoli, per questo i gangster italiani sembrano (e sono) cliché di un film di mafia. Tutte le critiche le capisco, ma per me "Ancora vivo" resta un loop da cui il protagonista non può uscire, intrappolato in un archetipo narrativo che viene ripetuto uguale a se stesso, da Kurosawa, passando per Leone arrivando a Hill. Manca l'epica perché John Smith è lo sconfitto di un romanzo noir, non può vincere, al massimo sopravvivere, essere "ancora vivo" oppure "L'ultimo uomo a resistere", manca la volontà di essere spettacolari, in questo somiglia ai western degli anni '90 di Hill, e ti dirò, mi piace anche per questa ragione ;-) Cheers

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    4. Francesco (M)7 luglio 2019 16:08

      Aspetta, mi sono spiegato male. Cerco di farla breve. Con epico non intendo una storia roboante con lieto fine: a parte Nestore nessun eroe dell'epica greca muore bene o nel proprio letto; o, per l'epica moderna, nei film di Tarantino il lieto fine non è obbligo. Per fare due esempi. Con epico intendo uno stile e un tono, un modo di esprimere sentimenti e violenza in una narrazione. Di per sè può essere fuso bene con l'Hard Boiled e con il Western. Solo che mi pare che l'amalgama qui non abbia funzionato. Il concetto dell'eterna ripetizione mi piace (una mia ex diceva che questa era l'essenza dell'Inferno di Dante e questo esserne intrappolati era il motivo per cui i dannati erano tali, incapaci di superare sè stessi; non so se il concetto è adatto all'analisi del pensiero medievale, ma mi piace) però il film, così com'è, mi pare la rovina del film che avrebbe potuto essere e mi dispiace perchè con quegli elementi da un regista che ha fatto Wild Bll e Driver mi aspettavo qualcosa da togliere il fiato. Ma, ripeto, da un lato capisco perchè ti piace, dall'altro non ne faccio certo una colpa ad Hill, può capitare e non si può rovinare una carriera così per uno sbaglio, se anche è tale. Nobody's perfect, dopo tutto, e ce ne fossero di registi così. Aspetto altre considerazioni, se in questi giorni ti viene voglia di dirmi altro.

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    5. Capisco cosa intendi, ma penso anche che Hill nella sua intelligenza sapesse benissimo che rifare quanto già fatto da Leone e Kurosawa non avrebbe avuto senso. Forse il film poteva essere più epico questo si, anche i guerrieri di Coney Island erano epici (nel senso di impegnati in un'anabasi, quindi pura epica greca) ma di fatto dei perdenti nati (la scena della metro, il ritorno a Coney), il John Smith di questo film forse compie una catabasi, un viaggio all'inferno da vivo. Capisco che poteva essere più spettacolare, ma a suo modo lo trovo molto epico, molto in stile Hill anche. Cheers!

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  5. Francesco (M)9 luglio 2019 00:18

    Oh, i perdenti non spettacolari mi piacciono. Amo Vazquez Montalban; non penso servisse più epica, solo, secondo me, una "mescla" migliore, come Hill ha ampiamente mostrato di saper fare altrove, tra i due registri. Comunque, ti ho capito, e di spazio me ne sono preso anche troppo. Cheer you, vecchia quercia (cit.).

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    1. Anche perché la tua critica ha cittadinanza, d’altra parte questo sarà sempre ricordato come il film che ha messo fine alla carriera di Hill, quindi qualcosa non ha funzionato. Sarà che arrivo da un ripasso dei suoi film, ma questo è particolarmente con il filone anni ’90 di Hill, anti spettacolare fino al midollo, poi non farti problemi, sei sempre il benvenuto ;-) Cheers!

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  6. Forse non è proprio il miglior Hill, ma questo film mi è sempre piaciuto un sacco, sarà Jerico che sembra viva e pulsante, sarà la freddezza del tutto, ma lo riguardo sempre volentieri in DVD

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    1. Non lo é davvero ma resta fighissimo, anche io finisco sempre per rivederlo ogni volta che capita ;-) Cheers

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  7. Bella recensione Cassidy, very good ��.
    Che consiglieresti a un nuovo cinefilo, questo film o la sfida del samurai o per un pugno di dollari?

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    1. Grazie capo! Secondo me un vero cinefilo li conosce a memoria tutti e tre ;-) Cheers

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  8. io ne ho sempre letto bene, e personalmente il film mi è piaciuto molto ^_^

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    1. Idem, lo adoro proprio come tutto il cinema di un Maestro troppo poco citato come Walter Hill. Cheeers!

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