venerdì 28 giugno 2019

Wild Bill (1995): Il re della collina

Una tensione a competere da parte di tutti quelli che vorrebbero mettere la loro firma sulla tua bara, solo per poter dire di aver battuto il migliore. La costante sfida di dover essere sempre all’altezza della propria, spesso enorme fama, tutto questo vuol dire essere…King of the hill!
Il successo di “Balla coi lupi” (1990) segna i primi anni ’90, per uno come Walter Hill che si è sempre definito essenzialmente un regista western, è un invito a correre anche se il mezzo disastro al botteghino di Geronimo, avrebbe fatto cambiare idea a qualunque persona di minor carattere. Ma siccome qui parliamo di Walter Hill, ormai a secco di incassi degni del suo talento (e della qualità dei suoi film) da troppo tempo, pensate che possa essere un problema? Con la caparbietà dei personaggi dei suoi film e la volontà di continuare ad esplorare le leggende del West in modo realistico, Gualtiero punta il bersaglio grosso, difficile credere che non abbia visto un po’ di se stesso, nell’uomo nato con il nome di James Butler Hickok, ma per sempre ricordato come Wild Bill.

Proprio per questo Walter Hill si rimette a scrivere, la sceneggiatura del film è sua ed è ispirata al racconto “Deadwood” di Pete Dexter, i cui diritti di sfruttamento sono stati acquistati dai produttori Richard e Lili Zanuck nel 1986 e proposti a svariati registi, tra i quali Sydney Pollack e Barry Levinson, prima di finire nella mani giuste, quelle di un regista di “uomini” come il nostro Gualtiero.

Un regista di film Western, nel suo elemento naturale.
Ma la volontà di Hill di realizzare un film sulla vita di Wild Bill Hickok parte da ancora prima, dal 1980, quando in un teatro di Los Angeles il regista vide il dramma "Father and Sons" di Thomas Babe, sugli ultimi giorni di vita nella cittadina di Deadwood di Wild Bill e del suo figlio illegittimo Jack McCall.

Tutto questo viene rielaborato nella sceneggiatura di Walter Hill che, ammettiamolo, è l’uomo giusto per raccontare l’ultimo miglio della vita di una leggenda del West come Wild Bill. Sì, perché secondo i produttori Hickok era una specie di Rockstar e quando si parla di rock e di western, nessuno può essere migliore di Walter Hill, in particolare, se il protagonista lo interpreta uno che se non fosse stato un grande attore, avrebbe potuto tranquillamente calcare i palchi di tutto il mondo, uno dei miei preferiti di sempre: Jeff Bridges.

Motivi di stima nei confronti del signor Jeff Bridges: Aggiungete anche questo film alla lista.
Gualtiero Collina e Goffredo Ponti si annusano, si stimano da subito, infatti volano parole di stima per la professionalità reciproca, unico problema: Jeff è un attore che punta alla prestazione migliore, quindi, vorrebbe ripetere ogni scena per assicurarsi di avere il meglio nel girato finito. Walter Hill, invece, nel rispetto del suo stile, dirige con meno ciak possibili, ma malgrado questo tra i due fila tutto alla grande e il film ne guadagna.

Dài non giriamoci attorno: nessuno verrà mai a consigliarvi di cominciare da questo film se volete fare la conoscenza del cinema di Walter Hill, eppure considero “Wild Bill” drammaticamente sottovalutato. Certo, ha un secondo atto che s’incarta un po’ su se stesso, ma a ben guardarlo è un film che non vuole andare da nessuna parte perché non può andare da nessuna parte. Al pari del suo protagonista è legato mani e piedi alle aspettative che la frase “Directed by Walter Hill” si porta dietro, che altro non sono che l’equivalente cinematografico della fama di pistoleri di Hickok. Ma allo stesso tempo non può andare da nessuna parte perché Wild Bill è un personaggio dal destino segnato, ogni cosa nella sua vita è diventata leggendaria, persino le carte che aveva in mano al momento della sua morte (assi e otto) negli Stati Uniti sono diventati un modo di dire: la mano del morto.

“Oh ma questa bara non doveva essere volante? Mi sa che ci hanno fregato qui”
Proprio in questo sta tutto il fascino decadente di “Wild Bill”, un film che comincia in bianco e nero, al funerale di Hickok, dove a rimpiangerlo per davvero ci sono solo quelli che forse Wild Bill lo hanno conosciuto davvero – se qualcuno può dire di aver mai conosciuto l’uomo dietro alla leggenda – ovvero Calamity Jane (Ellen Barkin perfetta, ma che resta comunque troppo bella per la vecchia Calamity) e l’inglese dal carattere troppo irruento, per questo più adatto ad un posto come l’America, il narratore della storia Charley Prince (John Hurt che tiene bassi i gradi di separazione con la saga di cui Hill è patrigno, quella di Alien).

“Signora Barkin, la ricordo in: Nei panni di una bionda”, “Io invece mi ricordo di te in: Nei panni di un’incubatrice per Xenomorfi”.
La struttura di “Wild Bill” è quasi episodica, perfetta per tramandare gli aneddoti e le storie vere o presente tali su una leggenda vivente della frontiera come Wild Bill Hickok. Quindi vediamo il nostro sparare senza guardare a bicchieri appoggiato sulla testa di un cane, oppure sfidarsi al galoppo con Indiani, ma anche avere la meglio da solo contro sei cacciatori pronti a fargli la pelle, in una sparatoria a breve distanza dentro un capanno che mi mangio il cappello e tiro un morso agli speroni se Tarantino non è andato a rivedersela dieci volte prima di dirigere almeno uno dei suoi film!

Quando poi Wild Bill si lancia in una grossa rissa contro un plotone di soldati, realizzi che il film è iniziato solo da dieci minuti e hai già visto tre o quattro scene madri buttate nel mucchio, proprio per farci capire che con Hickok funziona così, la storie sulla sua grandezza arrivano prima dell’uomo.

Wild Bill, benedetto figliolo, ma non puoi usare lo specchio per raderti come fanno tutti?
Quando Walter Hill inizia davvero a raccontarci l’uomo dietro alla leggenda, lo fa in modo diretto, nel suo puro stile senza fronzoli, una sparatoria fulminea in strada e Wild Bill stende per errore il suo vice, un problema di vista, un glaucoma non curato regalino della frequentazione con troppe donnacce e altrettante bottiglie. Hickok è il pistolero più veloce del West, quello che tutti vorrebbero uccidere solo per potersi vantare di averlo fatto e non solo non ci vede più bene come prima, ma ha appena ucciso un innocente davanti a tutti. Senza uscire mai dal personaggio che si è costruito, ringhia minacce contro tutti i presenti e quando resta solo in strada, piange l’amico morto e siccome nessuno dirige film di uomini come Hill, il regista inquadra il personaggio da lontano, coperto dalla tesa del suo cappello. Dettagli, ma il rispetto con cui Walter Hill si approccia alla leggenda è tutto lì da vedere.

Il ritratto che emerge del personaggio è antispettacolare e inglorioso, come a voler togliere i lustrini dalla leggenda e allo stesso tempo rendendole onore, la scena che riassume l’approccio di Hill arriva nel finale, con Wild Bill che cammina a centro strada, in mezzo al fango evitando le passerelle posizionate apposta per non sprofondare con gli stivali, ma andando dritto verso i suoi nemici, camminando dove tutti possano vederlo fa parte della teatralità e del mito che Wild Bill si è costruito con il tempo.

Hai sempre gli occhi addosso, quando sei il re della collina.
Gualtiero ci porta per mano attraverso tutti i momenti della vita del suo protagonista, anche quelli meno nobili, come nel riciclarsi attore (pessimo) nello spettacolo di Buffalo Bill (interpretato da un pretoriano di Hill come Keith Carradine). La volontà è quella di raccontare ancora una volta gli uomini prima del loro mito, come in I cavalieri dalla lunghe ombre, ma con un approccio ancora più rugginoso, anche se non meno cinematografico.

Per alcuni flashback Walter Hill sceglie il bianco e nero e le inquadrature sghembe della macchina da presa, per simulare gli stati mentali alterati (dall’alcool e dall’oppio delle fumerie cinesi) che annebbiano la mente del protagonista, il tutto con scene che riescono ad essere memorabili pur non avendo nulla di glorioso, come il duello di pistola legato ad una sedia, contro un avversario che è un’altra vecchia conoscenza del cinema di Walter Hill, ovvero Bruce Dern.

"Aspetta, frena quella spider!" (Cit.)
Ci siamo fatti un’idea del romanticismo nei film di Gualtiero in Strade di fuoco, qui viene ribadito che per gli uomini d’azione, gli affari di cuore sono considerati solo un imbarazzo. Ecco perché il rapporto tra lui e Calamity Jane è a dir poco conflittuale, persino quando fanno il bagno insieme, lui la tratta come uno strano uomo con le tette (passatemi la brutta immagine), un rapporto che sta a metà tra Jack e Reggie, ma anche tra quello tra Tom Cody e McCoy. Non credo sia un caso che vengano beccati con le braghe calate da Jack McCall e i suoi sgherri (tra cui il solito James Remar) proprio quando i due si decidono finalmente a darci dentro. Perché tutto in questo film deve finire in modo inglorioso, se non proprio grottesco.

Il romanticismo al tempo dei duri.
Qualche tempo fa ho finito di leggere l’ottimo “Paradise sky” di Joe R. Lansdale, è la storia del pistolero nero Deadwood Dick, ne hanno tratto anche un bel fumetto (anche se molto più edulcorato) e credetemi, non volevo finirlo perché ci campavo su quell’libro, Wild Bill Hickok e Calamity Jane sono due personaggi nella storia, Lansdale li spoglia proprio del loro mito e più leggevo più pensavo che Walter Hill ha davvero battuto per primo strade che altri si sono trovati a seguire dopo di lui, anche in altri campi, non per forza cinematografici.

Il modo in cui Hill introduce la cittadina di Deadwood è magnifico («Questa città più la vedo e più mi fa pensare alla Bibbia, quella parte che viene prima della collera di Dio») è una prosecuzione abbastanza naturale, il fatto che il primo episodio della serie tv omonima, sia stato diretto proprio da Walter Hill, anzi non sarebbe male che la serie trovasse spazio in questa rubrica dedicata a Gualtiero, vediamo cosa riuscirò a fare in tal proposito.

Dove “Wild Bill” ci mostra il suo protagonista come un uomo, è anche nei suoi errori, per la sua fama Hickok ha lasciato indietro affetti (molto ben rappresentati dalla bellissima Diane Lane) e gli errori commessi sono pronti a tornare per fargli pagare il conto. Jack McCall il figlio illegittimo ha il timore referenziale nei confronti di un padre che odia per averlo abbandonato e che per di più è una leggenda venerata da tutti, infatti Wild Bill non lo considera mai una minaccia, anzi alla prima occasione utile lo “sculaccia” in pubblica piazza nemmeno fosse un bambino.

“Secondo te dovrei avere paura di quello che in "Scream" faceva Linus? Tornate dalla tua coperta ragazzo”
Parliamoci chiaro: David Arquette è perfetto quando deve fare la parte dello scemone tipo Linus nella saga di “Scream”, come cattivo non è credibile, proprio per questo funziona ancora di più, specialmente opposto a Jeff Bridges che se lo divora in termini di carisma, esattamente come accade ai corrispettivi personaggi. Lo scontro tra di loro è inevitabilmente segnato, lo sappiamo già tutti come finirà la storia e Walter Hill è bravissimo a scoprire le carte poco alla volta, tenendo il pubblico sul filo, in tensione fino alla fine.

Hill oppone un “buono” che è un cortocircuito di errori ed idiosincrasie umane e un “cattivo” che avrebbe anche delle argomentazioni, ma è un codardo che non vuole sparare e risulta comunque impossibile fare il tifo per lui. Se nel cinema di Walter Hill la distinzione tra buoni e cattivi non è mai stata netta, qui lo è meno che mai, normale che alla sua uscita il pubblico rimase spiazzato da una presa di posizione così volutamente anti spettacolare.

Non manca poi un certo spirito critico nei confronti dell’America stessa, Jack McCall è determinato a voler punire il sistema rappresentato dal padre, ma uccidendolo non fa che trasformare l’uomo in mito, il funerale che apre e chiude la pellicola - dando al film una certa circolarità - è una fiera del grottesco, dove le persone adorano il feretro del morto, ammirati più dal mito, che dall’uomo dietro alla leggenda.

“Che aspetti spara!” , “Non riesco se mi guardate, mi emoziono”
Walter Hill, invece, con il suo approccio diretto e solido come una roccia, tiene conto di entrambi, Jeff Bridges risponde con un ottima prova, il suo Wild Bill come ci si aspetta da un pistolero come lui, non ha paura di morire, più che altro è stanco di vivere e per far trasparire questa differenza, ci vuole davvero un gran talento.

No, è abbastanza chiaro che nessuno potrebbe considerare “Wild Bill” tra i capolavori immortali di Walter Hill, nemmeno il pubblico alla sua uscita, che lo premiò al botteghino con la bellezza di due milioni di fogli verdi con sopra le facce di altrettanti presidenti spirati, al netto di una spesa di trenta milioni (ammazza che botta!), ma allo stesso tempo è innegabile che un film così “crespucolare” (aggettivo che non può mancare scrivendo di western come questo) non si meriti nemmeno l’anonimato. Un altro film solidissimo e con un'idea di cinema molto chiara, in una filmografia che ribadisco (e lo farò fino alla fine della rubrica) è davvero invidiabile.

Nessuno più di Wild Bill Hickok ha rappresentato il concetto, molto americano, dell’essere il re della collina, un primato che va conquistato con la fatica, che può durare anche pochissimo e che ti rende il bersaglio di tutti quelli che sono pronti a farti le scarpe per ritrovarsi al tuo posto. Non stavo pensando a questo film in particolare quando ho sfornato il titolo della rubrica (storia vera), ma mi rendo conto che proprio questo, potrebbe essere il film più autobiografico della carriera di Walter Hill.

“Aspetta! Wild Bill terrebbe la pistola molto più alta di così, dammi qua che ti faccio vedere”
Un regista che ha il western come nord polare magnetico, da sempre anticipato dalla fama dei suoi capolavori, ma dimenticato prima del tempo. Come Wild Bill qui, verrà glorificato da tutti, quando passerà la cassa da morto con lui stesso a bordo – così quasi cito Caparezza e, intanto, auguro cento anni di salute a Gualtiero! – da tutti, tranne che qui. Qui lo sappiamo da tempi non sospetti chi è il re della collina, mai avuto un solo dubbio.

Questa rubrica continua tra sette giorni, ci vediamo qui, se siete vivi sparate. E se siete ancora vivi, sparate due volte.

10 commenti:

  1. Mi manca.
    Mi piace il western anni 90, adoro Giuffrido Ponti, la tecnica che alterna il b/n di cui parli la trovo azzeccata e infine mi sta sul cazzo quando i film sono sottovalutati (o sopravvalutati)... lo devo recuperare!

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    1. I western degli anni ’90 mi hanno formato, su queste premesse, potrebbe essere il tuo film preferito, fammi sapere com’è andata ;-) Cheers!

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  2. Carabara , qualche giorno fa ho portato 50 kg di libri ad una libreria impegnata nel sociale del nostro quartiere Isola sotto il sole isolano e tra i volumi era anche Paradise Sky colla cover zerocalcarica. Crepascola non sapeva dove mettere un tv in camera. Devo davvero passare allo e-book. Champ Lansdale ha infilato e zombificato Wild Bill anche nel suo Jonah Hex ( 1993 - Vertigo DC ) disegnato da Tim Truman, cioè il Lansdale dei fumetti e se avessi letto ParSky allora lo avrei apprezzato di più. Invecchio male dentro - fuori no perché ho portato 50 kg di libri in uno zaino e due sporte Ikea per 30 minuti nel fango metaforico senza passatoie metaforiche - e non sono + sincronizzato con la prosa di Lansdale. Sono arrivato al punto di tollerare solo racconti a la Jack Ritchie che sosteneva di poter scrivere Guerra e pace su di una bustina di fiammiferi. La sintesi. La mia seconda pelle, direi. Non ho visto Wild Bill, ma aspetto che qualcuno ne giri uno di 30 minuti. WB gioca a pinnacolo con alcuni altri vecchietti di Villa Arzilla. Linus Van Pelt lascia aperta una finestra e crea corrente e la staffilata blocca la schiena del pistolero che non può partecipare alla gita fuori porta e passa la notte a pensare a dove abbia lasciato quel portachiavi con calamita che era il suo giocattolo più bello quando pischello in un posto con tante stelle in cielo e fango sulle strade . Ciao ciao .

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    1. Hon ho visto la cover zerocalcarica di “Paradise Sky” perché gli ultimi libri di Champion Joe li ho letti tutti in formato eBook, con la promessa di comprarli tutti, specialmente quelli di Hap & Leonard sono già nella lista Amazonica (storia vera). I punti di contatto tra Walter Hill e Lansdale sono tanti quasi quanto quelli tra Walter Hill e Wild Bill, hanno anche un sacco di lettere in comune ora che lo scrivo.
      Chissà se a Villa Arzilla, quando gli capitano in mano assi e otto durante la pinnacola, il nostro Gualtiero mette mano sulla fondina, del dubbio non darei le spalle alla porta sedendomi, cosa che in effetti faccio, non amo stare seduto spalle alla porta, la chiamo “Sindrome di Wild Bill Hickok” (Storia vera) e questo ti dice anche dei miei problemi (mentali). Cheers!

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  3. " Calamity Jane (Ellen Barkin perfetta, ma che resta comunque troppo bella per la vecchia Calamity ) "
    Carabara, devi davvero essere un gentilomo della vecchia scuola, con protocolli di Eaton tatuati nei neuroni, perché Jane era tale e quale Bernie Provenzano come sarebbe stato Bernie se fosse cresciuto su Apokolips. Strano che al cine sia stata anche Doris Day. Se Walt avesse chiesto a me, la pistolera sarebbe stata portata sullo schermo da Ron Perlman. Tu starai sicuramente pensando che tra verità e leggenda si stampa la seconda e che nei dagherrotipi a volte anche Wild Bill sembra Robin Williams o Nicola Savino ed infatti io avrei scelto Alex Haber al posto del pur bravo Drugo. Sarà per la prossima volta. Non perdere mai la tua attitude e ricorda di lanciare il mantello sul fango quando sta per passare una signora, ciao ciao

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    1. Sempre, sempre, sono stato proprio programmato su “cavalleria vecchia scuola”, sono come Buzz Lightyear, devo aver un interruttore sulla schiena per questo. Quando leggerai “Paradise Sky” (wink-wink) vedrai che Champion Joe è stato più preciso, per altro Calamity oltre ad essere bella come una sella di cavallo (un di quelle particolarmente consumate) si portava la sfortuna dietro, da qui il notevole soprannome. In effetti sarebbe stato un altro dei “mostri” di Ron-Ron Perlman: «Penitenziàgite!» (Cit.). Cheers

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  4. Sai che non riesco a ricordare se l'ho visto? Scopro che di Hill davvero mi sono perso tantissimo, e questa rubrica mi ha fatto scoprire un sacco di lacune che devo assolutamente colmare! ;-)
    Ah, e spettacolare l'aggancio con la prossima settimana :-D

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    1. Questo è davvero uno dei suoi più sconosciuti, ma per questo non meno validi, ha dei numeri ;-) Ti ringrazio, sono bello carico per la prossima settimana, a pallettoni direi ;-) Cheers

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  5. Con te mi sto facendo un bel ripasso, mi hai fatto venire voglia di rivedere tutta la filmografia di Hill!
    Qualcuno non lo ricordavo (Streets of fire) e, al secondo ascolto, sinceramente, stava bene dov'era. Qualche altro lo ricordavo meglio (Southern Comfort) e, riassaggiato, aveva lo stesso gusto al bourbon della Special Reserve.
    Altri li ho riassaporati solo leggendo i tuoi testi e chiudendo gli occhi (i due 48 hours, Geronimo, The Warriors). Quest'ultimo lo vedrò a breve, ai tempi mi sfuggì, ma come si fa a dir di no a Hill&Bridges?
    Bro'fist!

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    1. Sono felice di questo, mi spiace che non ti sia piaciuto "Strade di fuoco" ma per gli altri sono molto contento di non essere il solo a godersi questo ripasso. Questo è un solido Western, se non lo hai mai visto merita una visione, la coppia regista e protagonista é di livello. Bro-fist! :-) Cheers

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