martedì 21 maggio 2019

Red Scorpion (1989): Born in the URSS

Quando la cricca di blogger cinefili, mi ha parlato della terza edizione dell’iniziativa intitolata Menare le mani 3, il mio senso di Cassidy ha iniziato a pizzicare all’impazzata. Trovate tutti i dettagli in merito alla fine del post, ma sono molto contento di partecipare con un titolo, forse meno altisonante di quelli scelti dai miei esimi colleghi, ma che, sono certo, è molto amato. Non perdiamo altro tempo e cominciamo!

Dovete capire che ho avuto una formazione molto particolare, le mie maestre alle scuole elementari avevano optato per metodi educativi particolari, come, ad esempio, farci passare un tempo infinitamente lungo a studiare usi e costumi di popolazioni poco note del pianeta. Mentre gli altri bambini venivano bacchettati per imparare a memoria le tabelline, noi divisi in tre gruppi famigliarizzavamo con Tuareg e Tasaday. A me toccarono i Boscimani, ancora oggi quando sono al supermercato e devo fare i conti suoi prodotti in offerta, ci metto un’ora a contare e sembro Carlo Verdone, nella sua posa con sguardo in aria mentre dice «In che senso?», però se volete sapere qualcosa sui Boscimani, sono il vostro uomo (storia vera).

“Mi ricordo di voi, vi ho studiati a scuola. Però vi immaginavo più alti”
La mia formazione casalinga, invece, non era tanto migliore, sono sempre stato un bambino teledipendente, anzi film-dipendente (crescendo non sono migliorato, anzi!), con una particolare predilezione, se vogliamo anche squisitamente politica, per tutta una serie di personaggi provenienti dalla fredda Russia.

Vi ho già raccontato di come avrei voluto crescere e diventare come il comandante Marko Ramius, solo per solcare gli oceani cantando in coro eh Ottrebrie! Ottebrieeeee! Vi ho anche già chiarito il mio stato di follia, quando vi ho parlato delle mie fantasie su un seguito tutto dedicato ad Ivan Drago. Sappiate che complice una rubrica su Walter Hill, ho in rampa di lancio un altro ragguardevole personaggio proveniente dal blocco comunista.

Ragguardevoli titoli di testa, giusto per entrare nell’atmosfera.
Questa lunga premessa, dovrebbe avervi fatto intuire che un film come “Red Scorpion”, per anni mandato in replica a ripetizione da Italia 1, sembrava fatto dal sarto per un piccolo pazzo che si divideva tra pomeriggi passati a giocare con i G.I.Joe, guardare film e... Beh, studiare la vita e i costumi dei Boscimani.

Con tutti i difetti che possiamo imputare agli Americani, bisogna riconoscergli la capacità di elaborare al cinema la loro storia, complice la presidenza Reagan, nel 1985 Sly Stallone aveva regalato ai suoi compatrioti una vittoria sportiva (e cinematografica) contro gli odiati nemici “rossi” in Rocky IV. Ma sul finire degli anni ’80, il vento del cambiamento stava soffiando, Schwarzenegger (e Walter Hill) lo avevano capito, zio Sly, invece, nel 1988 non voleva proprio mollare i sui Sovietici cattivissimi, come abbiamo visto in “Rambo III”.

“Vado a chiudere le finestra, sento degli spifferi di cambiamento”
“Red Scorpion” si pone a metà, non posso certo stare qui a raccontarvi che si tratta di chissà che fine trattato sul disgelo post guerra fredda, anche perché è un film orgogliosamente di genere, prodotto da un fervente anti comunista come Jack Abramoff, anche autore del soggetto, sceneggiato da Arne Olsen. Anzi, a dirla tutta, la produzione ha avuto più di un problema.

Originariamente il film doveva essere girato in Sudafrica con un budget molto più alto, che venne meno nel momento in cui la Warner Bros. si tirò fuori dalla produzione, per non violare il boicottaggio anti Apartheid imposto al Paese (storia vera). Venendo a mancare i soldi, abbiamo dovuto rinunciare alla sequenza d’apertura che vedeva Nikolai Rachenko impegnato in un allenamento nella nevosa madre patria.

In compenso, il cast e la troupe rimasero tre mesi bloccati a Johannesburg, in attesa del visto per poter spostare le riprese in Namibia, contrattempo che fece raddoppiare i costi di produzione da otto milioni di fogli verdi con sopra le facce di altrettanti ex presidenti defunti a sedici milioni, molti dei quali, secondo me, spesi in Fernet Branca, di cui il protagonista delle pellicola è un assiduo bevitore.

"Datemi il mio Fernet Branca e nessuno si farà male"
A trent’anni di distanza dalla sua uscita, “Red Scorpion” risulta perfettamente figlio del suo tempo, l’alleanza tra Cubani e Russi (coadiuvati dai Cecoslovacchi) è decisamente passata di moda. Un po’ come l’estetica del film, muscolare e sopra le righe come solo gli action degli anni ’80 potevano essere, tutti esplosioni, “Frasi maschie” e muscoli oliati in bella vista. Ero un po’ preoccupato nel rivederlo, temevo di ritrovare un film anacronistico ed invecchiato malamente, è chiaro che lontano dal 1989, questa storia non potrebbe mai funzionare, però, cacchio, “Red Scorpion” è ancora una figata!

Lo è perché malgrado le evidenti volontà anti-comuniste del produttore Jack Abramoff, questo film è stato affidato ai professionisti giusti, a partire dal regista Joseph Zito, uno che si è fatto le ossa con Venerdì 3 - Parte IV e che arrivava da altri film d’azione di spudorata propaganda, come Invasion U.S.A.

Ma staremmo qui a parlare della fuffa condita con la nebbia, se non fosse per il protagonista, l’implacabile Spetsnaz, luogotenente dell’Armata Rossa Nikolai Petrovich Ravchenko che viene presentato con cazzutissime foto in posa dal Generale russo Vortek (T.P. McKenna) al suo alleato cubano il Colonnello Zayas (Carmen Argenziano), ha il volto, il taglio di capelli da militare e il corpaccione di quel mito vivente di Dolph Lundgren, degli applausi sarebbero graditi.

“Sono Svedese, ho una laurea in chimica, e questi continuano a farmi fare il russo”
Dolphone nostro, arrivava dal disastro al botteghino del film che avrebbe dovuto lanciarlo definitivamente “I dominatori dell'universo” (1987), prima di finire ad interpretare un’altra macchina da guerra come Frank Castle in Il Vendicatore, Lundgren riprende idealmente i panni del suo personaggio più famoso, l’unico per cui ancora oggi è ricordato, ovvero il pugile Ivan Drago.

Proprio come la Transiberiana, Nikolai è una macchina di distruzione, il meglio che il reparto degli Spetsnaz è in grado di produrre, con la differenza che Ivan Drago ti prende “solo” a pugni, mentre Nikolai Rachenko è un’arma in grado di usare ogni tipo di arma. Quando il colonnello Cubano cerca di presentarsi, lui si esibisce in un fantozziano caso di “Non dà la mano”, ma non ha nessuna remora ad accettare la missione: intrufolarsi nella base Sovietico-Cubana di Kuamo, prendere contatto e guadagnarsi la fiducia di Kallunda Kintash (Al White), solo per poter risalire la catena di comando e arrivare fino al capo dei ribelli e leader della resistenza Ango Sundata (Ruben Nthodi), ovviamente non per chiedergli l’autografo.

“Ho capito: vado, l’ammazzo e torno. Solita storia”
Nikolai usa un metodo tutto suo, si finge ubriaco, devasta il bar locale a colpi di mitra mentre intona a tutta forza l’inno dell’Armata Rossa e quando la sicurezza interviene per fermarlo, in tutta risposta rutta loro in faccia. Eroe non è la parola giusta, ma è la prima che mi viene in mente (Cit.).

Il modo sovietico di affrontate la tensione e lo stress.
In cella fa la conoscenza di Kallunda, ma anche del ruspante giornalista americano Dewey Ferguson (il leggendario M. Emmet Walsh, l’uomo che avete visto in tutti i film) arrivato in Africa per essere cronista degli orrori perpetrati dai Sovietici nei villaggi locali, diciamo leggerissimamente in opposizione al nostro Nikolai che disapprova il suo abbondante utilizzo di parolacce («chi cazzo è quello? King Kong?») ed inizialmente dovrà anche mandare giù la passione dello Yankee per Little Richard, ben rappresentato qui con molte canzoni, da “Long tall Sally” (si quella di Predator), fino a “Good Golly Miss Molly” che vi resterà in testa durante i titoli di cosa. D’altra parte cose c’è di più americano del Rock ‘n’ Roll? Forse solo l’invadere paesi in giro per il mondo portando loro la democrazia… Ooops!

“Rutger Hauer non è l’unico replicante che può ossigenarsi i capelli”
Tra le facce note, è impossibile non citare un ossigenatissimo Brion James, nei parti del sergente Krasnov, classico braccio destro grosso e cattivo da prendere a pugni per fuggire dalla cella di detenzione, come fa il trio da barzelletta di protagonisti (un Africano, un Americano e un Russo interpretato da uno Svedese) che nella fuga si porta via anche un camion, uno dei tanti mezzi militari europei, dipinti e riadattati per sembrare mezzi russi, come la moda dei film d’azione di fine anni ’80 imponeva.

“Zitti, sta passando la madama”, “Madama? Cos’è una parola in russo per dire che siamo fregati?”
Ora, io penso che quasi nessuno diriga inseguimenti come sa fare Steven Spielberg, uno di quelli che gli sono riusciti meglio è sicuramente Indy con la frusta che sale a bordo del camion, che corre nel deserto in I predatori dell’arca perduta. Non sto dicendo che Joseph Zito giochi nello stesso campionato, non è nemmeno lo stesso sport, però grazie a “Long tall Sally” in sottofondo sparata a volumi criminali, un ragguardevole numero di mezzi militari impiegati - anche molto variegati tra loro, tipo un autoblindo - e Dolph Lundgren che con la gagliarda spavalderia che lo contraddistingue, fa davvero di tutto, compreso sollevare di peso l’autista per scaraventarlo fuori, saltare dal camion ad un sidecar (e viceversa) e, in generale, devastare tutto, la scena in questione resta una delle tante memorabili di questo film.

"Devo farle la contravvenzione. Non si passa con il russo"
Anche perché “Red Scorpion” procede con un ritmo davvero notevole per tutti i 105 minuti della sua durata, quando il film rallenta, lo fa solo per approfondire i personaggi e tirare fuori qualche altra scena memorabile, quindi c’è davvero da divertisti.

Dolph non ha tempo nemmeno per concedersi una sosta ad una pozza d’acqua, che qualcosa esplode e a turno gli sparano addosso un po’ tutti, i Russi che gli danno la caccia, oppure i ribelli africani che lo scambiano per un nemico. Lui senza perdersi d’animo e con passo implacabile da creatura del dottor Frankenstein davvero azzeccato per Nikolai Rachenko, si carica il film sulle spalle.

Questo è il momento tranquillo del film, fate un po’ voi.
Per un film così di genere poi, torna davvero buono avere un regista che si è fatto le ossa con gli horror come Joseph Zito, la scena della tortura con gli spilloni è davvero riuscita, rivederla a trent’anni dall’uscita del film, ti fa rimpiangere il fatto che scene così oggi sono praticamente tabù per la violenza mostrata.

“All’AVIS usano aghi più minacciosi, dovrai fare meglio di così se vuoi farmi il solletico”
Trattandosi poi, di un film pensato per fare propaganda anti-comunista, non si scherza nemmeno con l’attacco russo al villaggio, la scena con il gas lanciato dagli elicotteri e i lanciafiamme è pensata per mettere in chiaro chi sono i veri cattivi del film ed è qui che mesi passati a studiare i Boscimani tornano utili!

Sì, perché Nikolai Rachenko, alla pari di Ivan Drago alla fine di Rocky IV, è un personaggio che vede vacillare e crollare il castello di valori con cui è vissuto, sentire il suo generale dirgli che lui non è più uno Spetsnaz, è una sofferenza peggiore che dover vagare in braghini nel deserto africano. Ed è proprio qui che morente e in balia degli scorpioni (rossi), Nikolai incontra, Regopstaan, 95 anni, vero capo di una tribù boscimane che ha accettato di partecipare al film, a patto di avere tutta la sua tribù a breve distanza di sicurezza (storia vera).

A sorpresa "Red Scorpion", diventa il "Buddy movie" che non ti aspetti.
Avete visto Revenge? In cui la bella Matilda Lutz rinasceva angelo vendicatore – con tanto di “tatuaggio” a tema – nel deserto per vendicarsi dei suoi nemici? Tutta roba che “Red Scorpion” aveva già fatto trent’anni fa però con Dolph Lundgren. Nikolai e il guerriero boscimane non possono comunicare, perché malgrado le varie lingue parlate dal Russo, l’altro non ne parla nemmeno mezza. Solo grazie ai sottotitoli possiamo comprendere il commento del cacciatore africano, quando i due incappano nel villaggio distrutto dai Russi («Il diavolo è stato qui») il momento in cui Nikolai capisce contro chi dovrà combattere ora e si guadagna anche il simbolo del cacciatore, lo scorpione (rosso) inciso sul voluminoso pettorale di Dolph.

Da qui in poi non credo vi serva una scienza per capire come si completa la trama: Nikolai guida i ribelli all’attacco della base, facendo piazza pulita di soldati cubani e russi, torna buono anche un vecchio fucile mitragliatore con caricatore rotante, che ad ogni colpo sparato fa dei buchi delle dimensioni di un cratere lunare più o meno.

Qua la mano amigos!
Prima vi dicevo che per anni ho fantasticato ad un film tutto dedicato ad Ivan Drago ambientato dopo Rocky IV, ma prima di Creed II, il titolo più vicino a questo mio bizzarro desiderio, era proprio “Red Scorpion”. Sono profondamente convinto che si possa godere di un film (anche d’azione come questo) senza dover per forza condividere gli ideali che quello si sforza di diffondere, a ben guardarlo Nikolai Rachenko sembra la versione sovietica del protagonista di “Born in the U.S.A.” di Bruce Springsteen, non è un reduce del Vietnam, ma si trova comunque a rivolgere uno sguardo disilluso verso la propria nazione, solo che Springsteen lo faceva usando la sua Fender, Dolph Lundgren staccando braccia di netto e abbattendo elicotteri a colpi di fucile mitragliatore, considerando che tutti i miei pomeriggi infantili passati a giocare con i G.I.Joe finivano quasi nello stesso modo (mimando rigorosamente tutte le esplosioni con la bocca, storia vera) per me tutto questo era davvero esaltante!

“Permesso di decollo revocato”
Nel finale Nikolai rinasce costruendosi una nuova scala di valori a colpi di frasi maschie («Io sono uno Spetsnaz, ma non sono più uno di voi») e nemici ammazzati nel modo più cinematografico possibile, come da tradizione dei film d’azione americani degli anni ’80. Ma a suggellare il suo cambiamento, l’ultima battuta scambiata con il giornalista, non a caso parolacce gratuite, le stesse che il vecchio Nikolai Rachenko non poteva accettare. Dove lo trovate un film che termina con uno Svedesone di 1,96 che dice «In culo a tutti», un attimo prima che parta “Good Golly, Miss Molly” di Little Richard sui titoli di coda?

Ma perché non li fanno più i film così! Perché?!
Perché è caduto il muro di Berlino Cassidy!


“Lo vedi quel muro? Stiamo andando a vedere se è così solido come dicono”
Qui sotto, subito dopo il notevole cartellone pubblicitario dell'iniziativa, trovate tutto il programma dedicato a Menare le mani 3:


20 maggio: Non c'è Paragone: Arma letale
21 maggio: Solaris: Die Hard - Duri a morire
23 maggio: La stanza di Gordie: True Lies
24 maggio: Il Zinefilo: Omicidio incrociato
24 maggio: La fabbrica dei sogni: Terminator
25 maggio: Director’s Cult: John Wick

In base alla pubblicazione dei post terrò aggiornata la lista, ed occhio perché i titoli continueranno ad aggiungersi, quindi vi conviene leggerli tutti, altrimenti Chuck spacca tutto verrà a cercarvi!

20 commenti:

  1. Mitico!!!!!
    Che emozione quando da ragazzo ho scoperto questo film in videoteca, all'epoca in cui i titoli "di menare" venivano addirittura esposti in vetrina!
    Passato molto poco in TV, purtroppo da noi Red Scorpion non ha la fama che merita, anche perché per noi Dolph è solo Drago...
    Zito e Cannon potevano fare grandi cose insieme, peccato che la casa all'epoca stesse sparando le ultime cartucce.
    P.S.
    Scopro solo ora, dal tuo "calendario", che la mia partecipazione è stata accettata: credevo che non aver ricevuto risposta fosse stato un rifiuto :-P

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi è andata bene, perché devo aver beccato il periodo in cui questo film era uno passaggio televisivo piuttosto frequente, tanto che non lo avevo nemmeno mai dovuto registrare, proprio perché mi capitava abbastanza spesso di incrociarlo. La Cannon era un po’ arrivata e Dolphone nostro è rimasto segnato a vita da Drago e dal flop di “I dominatori dell’universo”, ma quando penso ai suoi ruoli mitici a me questo film viene sempre in mente ;-)

      Ma si figurati, questo “Menare le mani 3” è proprio roba da Zinefili figurati se qualcuno ti direbbe mai di no, è un po’ in divenire il calendario ma basta aggiungersi. Cheers!

      Elimina
  2. Mi accodo: ma perché non li fanno più i film così? Perché? Appuntamento fisso su Italia 1 ad ogni singolo passaggio. Regola non scritta ma che vale sempre e comunque per quella manciata di titoli imprescindibili per noi ex ggiovini.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La Cannon è stata speciale, ma era proprio un’industria costruita su attori come Dolph, purtroppo altri tempi, non solo per i nemici “rossi” nel film, ma proprio per tutto. Eppure boh, sono i film così quelli che mi hanno insegnato ad amare il cinema di genere ;-) Cheers

      Elimina
  3. l'avrò visto tipo sessantadue volte! Vorrei dilungarmi nel tessere le lodi di un perfetto prodotto d'intrattenimento di fine anni 80 come questo, ma le prime righe della tua recensione mi hanno lasciato con un pensiero fisso in testa: DANKO! DANKO! DANKO!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io lo so che posso sempre contare sul tuo buon gusto ;-) Per il resto ti dico solo una cosa: cosa fai questo venerdì mattina verso le ore 7.00? ;-) Cheers

      Elimina
  4. Non sono un grande cultore di Dolph Lundgren, rispetto agli altri eroi action di cui parleremo in questi giorni e purtroppo questo film non l'ho mai visto. Vista la tua recensione entusiasta conto però di recuperarlo al più presto, o quanto meno di segnarlo nella lista infinita!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Se proprio sei in vena di una roba che gronda action anni '80, con questo vai sicuro, ed è anche un ottimo modo per approfondire la conoscenza di Dolpone ;-) Cheers

      Elimina
  5. Ahahaha, devo proprio vederlo, prima ordino qualche cassa di Fernet.
    Quando hai scritto dell'incontro tra Dolph e il capo tribù in cui c'è una difficoltà linguistica, mi è venuta in mente la barzelletta dello straniero che si trova a chiedere indicazioni a due autoctoni e prova in varie lingue "Do you speak English?" "Sprachen Sie Deutsch?""parlez vous francais?" eccetera. Niente, i due autoctoni non ne sanno mezza. Lo straniero se ne va e uno dei due dice:"Vedi, bisogna imparare le lingue!" e l'altro:"Ma perché, con tutte quelle che sa lui, ha forse combinato qualcosa"?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ahahah non la sapevo mica male questa ;-) La cosa divertente è che il primo incontro tra i due è quasi così, con Dolph che prova con svariate lingue per farsi capire senza ottenere nulla. Armati di Fernet e fammi sapere come lo hai trovato questo film, magari ci scappa un'altra poesia ispirata da Dolph ;-) Cheers!

      Elimina
  6. Lo devo rivedere, penso di averlo visto per intero una sola volta da bambino (sì, da bambino guardavo queste cose), nonostante sia stata una delle prime vhs che sia capitata in casa non è mai diventato uno dei miei cult d'infanzia. Gli darò un'altra chance.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Orgogliosissimo rappresentante di quel cinema d’azione degli anni ’80 ormai andato, un tempo il palinsesto di Italia 1 viveva di questi film e ha contribuito a formare almeno un paio di generazioni, “Red scorpion” in particolare, merita ancora una visione, un tuffo nel 1989. Cheers!

      Elimina
  7. Devo essere sincero, questo film non mi ha mai ispirato, mi dava l'idea di un film ignorante nel senso peggiore del termine, ma mi sa che dopo questa tua entusiasmante recensione gli dovrò dare almeno una possibilità...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Diciamo che è "ignorante" per le esplosioni e le smitragliate, ma non è certo stupido, un cult che si merita tale etichetta ;-) Cheers

      Elimina
  8. Complimenti per l'ottima per l'ottima educazione. Hai ragione film così non ne fanno più... :(

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Educazione di una canaglia, per citare uno scrittore che mi piace ;-) Non solo è cambiato il mondo, è cambiata l’industria del cinema, una volta ci bastavano i nostri Dolph per essere felici. Cheers!

      Elimina
  9. Anche io sono cresciuta a pane e TV,ma io guardavo Una strega per amore e le telenovelas con mamma, miglior sabato assoluto! I telegiornali invece la sera anche se io da piccola volevo vedere David gnomo, mai una gioia! Dolphone invece sarà sempre Ivan spezzatino Drago per me! XD

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "Una strega per amore" ma lo confondo sempre con l'altro, "Vita da strega", da quando abbiamo visto "Le terrificanti avventure di sabrina" con la Wing-Woman volevano fare un ripasso amarcord di queste due serie (storia vera). David Gnomo lo vedevo da piccolissimo, poi sono passato direttamente a Dolph senza passare dal via, ancora oggi ne porto orgogliosamente i segni ;-) Cheers

      Elimina
    2. Director's cult31 maggio 2019 12:15

      Ken il guerriero, Uomo tigre e Candy Candy piu Dolphone e compagnia sono il background culturale dei bambini nati negli anni Ottanta. Chi non li ha visti ha avuto una infanzia triste!

      Elimina
    3. Amen sorella! ;-) I miei hanno dovuto cambiare il materasso perché facevo le fosse dell'Uomo tigre zompando sul letto (storia vera). Cheers

      Elimina