domenica 24 marzo 2019

Vice - L'uomo nell'ombra (2019): American Psycho (ma più grasso)

Sono contento che Christian Bale abbia alzato il piede dall’acceleratore, ha avuto un periodo in cui lavorava decisamente troppo con il rischio di svalutazione, ma, soprattutto, sono contento che abbia deciso di lavorare ancora con Adam McKay.

I due insieme avevano firmato La grande scommessa che con il suo spirito caustico era riuscito ad illustrare il funzionamento di una bolla speculativa e l’inizio della crisi economica, in un film che riusciva ad essere chiaro ed espositivo quasi quanto un documentario, ma rimanendo cinema al cento per cento.

Evidentemente non troppe persone sono corse a fargli causa, quindi McKay deve aver pensato che era il mondo di puntare più in alto, oppure, molto più semplicemente, anche lui è rimasto deluso dall’ultima stagione di House of Cards e ha preferito raccontarci le vicende di uno che è stato il vero Frank Underwood della politica americana degli ultimi anni, quel gran simpaticone di Dick Cheney.

Riflettere al cinema della propria storia, anche recente, è una peculiarità che ai nostri amici che vivono dall’altra parte della grande pozzanghera nota come oceano Atlantico non manca e bisogna dire che più danni di quelli combinati dall’amministrazione di George “Dabliù” e del vice presidente Dick Cheney, bisogna anche impegnarsi per farli, anche se Mr. Arancione là, pare partito con lo spirito giusto.

Ad interpretare il loschissimo e potentissimo vice presidente è Christian Bale, uno che... Posso dirlo? Non mi sta simpatico, sono arrivato al limite di sopportazione con il suo Batman, lo ammetto candidamente, anche perché meglio di come ha recitato in “American Psycho” (2000) non credo riuscirà mai, ma negli anni si è specializzato in cambi di fisico e dimagrimenti che farebbero invidia a chiunque, specialmente dopo le feste di Natale.

Quando quasi rischi la vita per ingrassare per la parte, ma tanto tutti ricordano solo Lady Gaga e Bradley Cooper.
L’ultima sua trasformazione e ha giurato che questa volta sarà l’ultima davvero (fino alla prossima) sono stati i chili presi per diventare un credibile sosia di Russell Crowe Dick Cheney, al resto ci ha pensato la sceneggiatura e la regia di Adam McKay.

Il film racconta la carriera di Cheney dal suo esordio alla Casa Bianca come stagista nell’amministrazione Nixon, fino alla sua nomina come vice presidente di George “Dabliù” passando per tutto il periodo come amministratore delegato della Halliburton, tenendo conto anche della sua famiglia, a partire dalla moglie Lynne (la sempre molto brava Amy Adams) e le figlie, quella desiderosa di seguire le orme paterne Liz (Lily Rabe) e quella omosessuale Mary (Alison Pill), dettaglio che per un Conservatore come lui è sempre stato un peso per la carriera politica, ma anche una presa di posizione a livello umano importante.

Amy torna pure al tuo colore originale, perché con quella pagoda in testa proprio non ci siamo.
Quello che emerge, è la storia degli ultimi vent’anni di un Paese che da sempre smuove tutta la vita nel mondo occidentale, ma non solo, visto che la smania di guerra costante Yankee ha effetti collaterali su tutto il pianeta. Raccontare gli eventi del film, sarebbe riassumere tutta l’amministrazione George “Dabliù” passando per un brutto giorno di settembre con cui Adam McKay decide non a caso di aprire il film, salvo poi riavvolgere la storia, ma quel giorno resta importante perché è stato lì che Dick Cheney aveva già capito come allungare le mani su quel potere a cui ha sempre girato attorno senza esporsi, restando, appunto, nell’ombra come dice l’utilissimo sottotitoli italiano, senza la quale non avremmo mai capito la trama del film. Grazie sottotitolo! Si è notato il noto ironico? Ok, allora vado avanti.

Quando sei bravo a fare il tuo lavoro, non fai carriera si sa, perché nessuno vorrà cercare un sostituto all’altezza, ma Dick Cheney ha capito che da dietro le quinte si può pilotare meglio specialmente se riesci ad applicare quel sistema esecutivo unitario che concede alla presidenza di fare quel cazzo che vogliono, per usare le parole del film.

Ho solo tre parole da dire: “America. Fuck. Yeah”.
“Vice” non risulta mai noioso, perché Adam McKay trova un modo efficacissimo per raccontare la storia, utilizzando trucchetti cinematografici che risultano estremamente satirici, finti titoli di coda che partono a due terzi del film, quando le cose per Dick Cheney (e di conseguenza per il mondo) potrebbero risolversi a tarallucci e vino, oppure dialoghi chiave scritti come se fossero drammi Shakespeariani, per sottolinearne l’importanza.

Il cast del film è oggettivamente sconfinato e non bada a spese, basta dire che nella parte di un cameriere spunta Alfred Molina, così, perché possiamo permettercelo, però bisogna anche dire che tutti i personaggi sono davvero somiglianti agli attori che interpretano, uno tra tutti Sam Rockwell che è un perfetto George W. Bush, anzi quasi impressionante, anche troppo, con la mia antipatia per “Dabliù” è stata dura vedere Rockwell ogni volta che entra in scena.

Una di quelle volte in cui, essere uguali all’originale non è una cosa buona!
Tra le facce note anche quella del narratore interpretato da Jesse Plemons che ha il compito di interpretare il “John Smith” della situazione, l’uomo comune, quello della strada su cui le decisioni di Cheney hanno degli effetti, uno in particolare che non vi rivelo molto satirico.

Ecco, la satira nel film è evidente, anche se Adam McKay con il brio della sua regia e con una sceneggiatura davvero solida, riesce a far scorrere i 132 minuti del film, come se fossero meno della metà, il che è un grande pregio. Ma considerando la materia che si è scelto, direi che dopo La grande scommessa, McKay si candida ad ereditare, o per lo meno a portare avanti, la tradizione di certo cinema politico e un po’ incazzato che fino a qualche tempo fa, faceva solo Oliver Stone, oh Adamo! Ti ho appena dato dell’Oliviero Pietra e per me è un gran complimento, quindi vedi di meritartelo.

"Cassidy ci ha paragonati a quel comunista di Stone, lo voglio chiuso a Guantánamo entro un'ora".
Difetti? Ci gioca lo stesso McKay che per tutto il film scherza con elementi quasi metacinematografici nella pellicola e nell’ultima scena fa lo stesso che auto denunciarsi come autore di un film che molti considereranno eccessivamente liberale, ma l’esposizione dei fatti è molto aderente alla storia, quindi se il film prende troppo per il culo i Repubblicani è perché sono stati loro stessi ad esporsi allo sfottò di McKay, anzi, a dirla tutta, considerando le tante gaffe (chiamiamole così) di “Dabliù” il regista avrebbe potuto forzare la mano anche più di così se avesse voluto.

Una delle ultime scene, invece, mi ha fatto pensare a “Il Divo” che è ancora il mio film preferito di Sorrentino, anche qui McKay concede al pubblico, quello che nella realtà non è arrivato mai, un’ideale confessione da parte del grande burattinaio Dick Cheney, proprio come accadeva per l’Andreotti del film di Sorrentino.

Detto questo, Christian Bale fa un buonissimo lavoro sulla voce e le movenze del personaggio, riuscendo a tirare fuori i momenti grottescamente comici (tipo i numerosi infarti) senza risultare una caricatura, però, se devo dirla tutta, in parecchi momenti mi sono ritrovato a pensare al Gary Oldman di L’ora più buia che, però, i tanti chili extra per interpretare Churchill li aveva guadagnati grazie ad un buon lavoro di trucco, quindi confrontando le due prestazioni, non riuscivo a non pensare a quella celebre storia di Dustin Hoffman che per apparire affaticato dopo una corsa sul set di “Il maratoneta” (1976) si mette a correre attorno ad un tavolo prima del ciak, sotto lo sguardo divertito di Laurence Olivier che alla domanda di Hoffman su come avrebbe fatto lui a sembrare stanco per girare la scena, gli ha placidamente risposto: «Io reciterei» (storia vera).

Come passare da "Batman" a "Fatman".
Quindi, se volete sapere se Bale vincerà l’Oscar per la sua prova, io credo di no perché penso che Dick Cheney abbia conoscenza anche dentro l’Accademy, ma indipendentemente dai premi, “Vice” è un bel film che riflette su una delle amministrazioni più vergognose della storia degli Stati Uniti, roba da incazzarsi sul serio, quindi ben vengano i film satirici di Adam McKay, bravo ragazzo continua così.

12 commenti:

  1. Me lo sono perso al cinema, ma tanto avevo già deciso di recuperarlo. Bale non ce la fa proprio a farsi truccare come ogni attore normale...

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    1. Ormai è schiavo dell'effetto elastico, pensare che anche al suo peso forma quando vuole recita con intensità (in "Hostiles" era azzeccato anche se il film non mi ha convinto del tutto). Questo merita McKay sa il fatto suo. Cheers!

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  2. Bella la citazione su Hoffman e Olivier, mi pare, credo, che la frase esatta fosse "Perché devi 'essere' Babe? Non puoi semplicemente 'fare' Babe? " Il grande attore inglese criticava direttamente la nuova generazione, schiava del 'metodo' e delle teorie di Stanislavskij.
    Anche io spesso non sopporto Bale, che poi è un grande attore, ma lui funziona quando è disturbante o quando in fondo lo devi odiare(L'uomo senza sonno, American Psycho, the Prestige), mentre riesce sempre problematico parteggiare per lui se fa il buono, basti pensare ai tre Batman.
    Quindi, in questo film lo adorerò :-)))

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    1. Esatto l'aneddoto era proprio quello, parola più o parola meno ;-) Concordo in pieno, Bale é perfetto quando fa lo stronzo o il pazzo, per quello Batman e John Connor non si potevano vedere. Qui ad esempio è perfetto proprio perché è impossibile patteggiare per lui. Cheers!

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  3. Purtroppo con grande disappunto l'ho perso. Lo hanno tenuto una settimana e neanche in tutti i cinema. E dire che sto a Milano.
    Lo devo recuperare sicuramente. Se poi me lo paragoni a stone che per me è una sorta di stella polare non posso mancarlo. Un mio amico che di politica si interessa poco l'ha visto e gli è piaciuto molto quindi sa parlare ad un pubblico vasto

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    1. Passato parecchio sotto traccia, anche tra i film nominato agli Oscar, McKay sta mettendo su una filmografia alla Stone, forse più sfacciatamente satirico, ma con notevoli capacità di divulgazione, qui applica ancora lo schema di “La grande scommessa” e va a segno.Cheers!

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  4. Io vorrei un film di Adam McKay per spiegarmi tutto, dalla storia alla politica alla scienza. Le trovate che ha e che mette nelle sue sceneggiature sono geniali e alleggeriscono anche un personaggio pesante (ahah) come Cheney.
    Non sono troppo fan delle trasformazioni fisiche, ma qui Bale ha saputo fare meglio di Oldman, meno caricato, più naturale. Ma vaglielo a dire a Bradley&Gaga!

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    1. Bradleygaga sono passati sopra tutti come uno schiacciasassi. Oldman era esagerato (nel senso migliore del termine) proprio come nel film in cui recitava, in cui tutto era affermato con grande impeto. Bale qui invece è in linea con il tono della pellicola e anche con la natura losca del personaggio, quindi perfetto. Per altro, il “Sistema McKay per spiegare tutto a tutti” qui risulta anche migliore, lo ha davvero affinato dopo “La grande scommessa”, questo ragazzo è da tenere d’occhio, fa scintille. Cheers!

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  5. Bale è davvero inquietante in questi suoi cambiamenti però devo dire che spesso troppe volte attori famosi sono sempre così tutti ben pettinati e ben messi che si fa fatica a dimenticare che sono loro e non qualcun altro, un personaggio. Con Bale non c'è questo rischio.

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    1. Noi con lui no, anzi a dirla tutta non capisce perché, quando é nella sua versione canonica, sia considerato così figo, ma per gli uomini lo dico sempre, essere considerati dei sex symbol è più facile. Cheers

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    2. Eh sì, le imperfezioni o anche l'aria da sfatto non sono incompatibili con la sexsymbolaggine, negli uomini. Le donne invece di solito devono essere piùcheperfette, più ancora dei tempi verbali latini.

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    3. Una discriminazione che porta ad orrori di botox, anche per quello Claudia Cardinale resterà per sempre la donna più bella mai vista in un film, perché ha semplicemente deciso di fare una cosa rivoluzionaria: Invecchiare ;-) Cheers

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