martedì 26 marzo 2019

[Guest post] Il Primo Re (2019): Fatti non fummo per viver come Borghi

Allora, “Il primo Re” è il nuovo film di Mel Gibson giusto? Allora perché è tutto recitato in una lingua che Google non traduce? Vabbè però è il prequel della serie tv “Roma” vero? Come no!? Vabbè sta di fatto che a me è piaciuto (nemmeno poco), ma per fare chiarezza, meglio farlo commentare da qualcuno più preparato del sottoscritto, Quinto Moro, la palla è nel tuo campo!


Una premessa. “Il Primo Re” è stata per me una sorpresa nel panorama del cinema italiano. Il suo più grande valore non sta tanto nella messa in opera – pur solida – quanto nel significato. E magari sono significati che ci ho visto solo io, ma è sorprendente nel raccontare la società, i suoi fondamenti, su come funziona l’umanità in bilico tra la ragione e lo spirito più animalesco. Non mi sarei aspettato un film capace di raccontare il nostro presente partendo dalle origini della società occidentale – perché di questo si tratta, a volte ce ne dimentichiamo ma i nostri avi italici furono, coi greci, i fondatori della società odierna. Perciò niente scuse, sappiamo chi incolpare!

“Che tutti gli uomini debbano essere fratelli è il sogno di chi non ha fratelli” (Cit.), tanto Romolo quanto Remo sarebbero d’accordo. Quello che “Il Primo Re” ci mostra è il legame tra due fratelli, intenso tanto nel bene quanto nel male, un legame tra uomini incapaci di piegarsi preferendo piuttosto spezzarsi a vicenda. Allerta spoiler: Romolo ucciderà Remo! Ora che vi ho rovinato il finale, sappiate che non siamo davanti ad una feroce lotta fratricida, anzi. È proprio l’indissolubile legame fraterno, la strenua difesa di uno nei confronti dell’altro a rendere il racconto affascinante e teso. Per tutto il tempo mi sono chiesto cosa avesse portato quei due a scannarsi, per come il loro legame paia così impossibile da spezzare.

“Here we are – born to be Kings – we’re the Princes of the Universe!”
Nonostante la risonanza mediatica che ha avuto – meritata – non avrei scommesso su tanta intensità, ma su un prodotto ben confezionato senza grandi slanci. A volte è bello sbagliarsi, farsi sorprendere quando la storia ti prende per il verso giusto. Il bello è che “Il Primo Re” non ci prova nemmeno ad arruffianarsi il consenso del pubblico: recitato in proto-latino (una versione bastarda antecedente al latino antico “ufficiale”) e quindi interamente sottotitolato. Il che non disturba visto che si chiacchiera poco ed è la brutalità dell’azione a condurre molti passaggi della storia. E quando le ciarle non mancano ogni parola è al posto giusto e carica di significati. Magari si sente ogni tanto quella pronuncia un pochino forzata da parte degli attori non sempre a loro agio con la lingua, ma capita in pochissime scene, perciò applausi.

Tutto è immediato, viscerale, crudo. Credo di avere sempre avuto dei problemi con la definizione di racconto/film “viscerale”, ma qui ci sta tutta.

Il gioco delle tre carte: Remo, Romolo e il Romulano, chi è chi? Quale sarà il Primo Re?
Nelle prime sequenze troviamo Romolo e Remo, due giovani uomini a pascere le loro greggi e trovarsi da subito piegati dalle avversità naturali. Primo colpo a segno entro i primi cinque minuti: spogliare i due d’ogni elemento leggendario per mostrarceli così umani, deboli e fallibili in balìa di un mondo ostile.

Guida alla visione: Alessandro Borghi (il tizio fangoso a destra della foto qua sopra) è Remo, Alessio Lapice (cosplay di Gesù a sinistra) è Romolo. Serve saperlo se all’inizio è così difficile capire chi sia chi, visto che nel marasma iniziale facciamo fatica a distinguere uno dall’altro. Giuro, mi ci sono sforzato, ma è difficile distinguere le voci in protolatino e questi ci mettono mezzo film a chiamarsi per nome.

Borghi è stato osannato come il nuovo divo del cinema italiano, io l’avevo visto in Suburra dove mi aveva ben impressionato, e qui domina la scena con personalità e vigore. È un po’ il Leonida nostrano, perché “questa-è-Roma!” e si fa apprezzare sia nella prova fisica che negli aspetti psicologici. Un po’ tutto il cast segue questa rotta, il che mi fa pensare a quanto deve aver ben lavorato Matteo Rovere, me lo immagino a dire agli attori “più selvaggi, più zozzi, tipo ubriaconi del lunedì mattina dopo il derby Roma-Lazio”. Un singolo attore può anche bucare lo schermo, ma che tutto il cast di contorno si mantenga sulla stessa lunghezza d’onda non è cosa da poco.

“Questa – è – ROMA!” (non saranno organizzati come gli spartani, ma picchiano duro)
La soddisfazione maggiore che ci viene dal cast è il mantenersi credibile in ogni situazione, da quelle di calma (che poi sono tesissime) a quelle di battaglia. Non siamo al cospetto dell’esaltata violenza dei 300 spartani, qui si tende al realistico più che allo scenografico. E infatti quando Rovere vuole spingere sull’aspetto visivamente più figo canna qualche inquadratura, ma glielo perdoniamo.

La furbata – riuscitissima – è mantenere il focus per tutto il film su Remo. Perché lo sappiamo tutti che il primo Re di Roma è Romolo, ma usa Remo per spiegarci il concetto di Roma, e perché Remo non lo incarnava. Borghi è fantastico, va in crescendo, si prende la scena come strappando la carne pezzo per pezzo dalla coscia cruda della storia, con la bocca grondante di sangue. Il suo Remo è un misto tra messia e guerriero maximo, capace di conquistarsi la fiducia degli sbandati – e del pubblico – da selvatico maschio alfa che rischia tutto per difendere il povero Romolo ferito a morte.

Rovere sceglie di mostrarci un’Italia popolata da tribù selvagge che più primitive non si più. La divinità è rappresentata dal fuoco e gli uomini sono poco più che bestie, così i due fratelli diventano incarnazioni differenti della rotta che la civiltà può intraprendere, rispetto al caos e alla follia generale.
Romolo e Remo sono due estremità della stessa curva. Romolo si inchina davanti all’apparizione del “Dio”, la fiamma nel braciere custodito da una vestale. Remo al contrario si inchina solo quando la vita di suo fratello è in pericolo. Occhio, perché siamo di fronte al metaforone più enorme sulla società odierna, poi vi spiego il perché.

“Fonderò il mio Impero, e lo chiamerò Lazio” – “Fonderò la mia città, e la chiamerò Roma”. Come iniziò una rivalità millenaria…
Pausa dai sottotesti filosofici e badiamo al sodo, alla tecnica, e a tutta la confezione. Matteo Rovere è diventato uno di quei nomi da appuntarsi in rosso – sangue – sull’agenda perché ha fatto da produttore per la trilogia di Smetto quando voglio (2014-2017), ed io detesto le commedie all’italiana ma questa in salsa criminogena un po’ ispirata a Breaking Bad me la sono goduta. Poi ha diretto Veloce come il vento, che dopo il modesto “Velocità massima” (2002) è l’alternativa nostrana più decente al filone Fast & Furious. Parliamo di un regista classe ’82 signori, chapeau!

“Il Primo Re” è in bilico tra l’opera intimista, lo sperimentale e l’ambizioso. Rovere gira tutto in esterni, con luce naturale e una fotografia ottima, anche se i colori sono spesso così desaturati che sembra di vedere un film in seppia, col sangue più nero che rosso, ma ci sta.

Mi ha colpito l’estetica, brutta sporca e cattiva di questi primitivi. Il film non fa che metterci di fronte all’umanità più truce e bieca, perché tutto ciò che precede Roma è l’inciviltà (un altro metaforone). Per far passare il messaggio Rovere ci mostra corpi mezzi nudi, pelosi e deformi, cosparsi di sporcizia e sangue. Ed è bello vedere il “prequel” di Roma senza linde vesti romaniche, senza corpi lisci e il trucco perfetto del peplum anni ’50, che idealizzava l’antico rendendolo una patinata rappresentazione da copertina.

Perfetti anche i costumi, che sembreranno poco più che straccetti sui corpi luridi, ma sono in linea con l’estetica minimale che rende tutto più realistico.
Nel film si combatte e si muore male, con schizzi di sangue in abbondanza, gambe spappolate a colpi di clava e spada, gole tagliate e cadaveri macilenti. Mentre i nostri si ammazzano allegramente si vede che non stiamo ad Hollywood, niente ansia da PG-13 e a livello di spettacolo Rovere ci prova e per lo più ci riesce. I combattimenti sono intensi anche se di tanto in tanto mostrano il fianco all’inesperienza: raggiungono quella botta di vivacità extra nella brutalità del massacro ma non tutte le inquadrature sono al posto giusto. Il montaggio è altalenante, e fallisce proprio quando si cerca la soluzione più “scenografica”. Ma ci sta in un’opera tanto ambiziosa, e il senso dell’epica è sostenuto da una colonna sonora ottima, senza un tema musicale preciso ma fatta di sonorità che accompagnano le varie fasi, con un apice nel duello finale.

“Mi hai rovesciato la zuppa in testa! Ti ammazzo!” Il vero movente del fratricidio.
Fin qui potrebbe anche sembrare una di quelle volenterose ricostruzioni da documentario storico impastata con un po’ di sano gore, ma c’è di più. “Il Primo Re” non pretende di ricostruire una vicenda che affonda le sue radici nel mito e nella leggenda. Si affida invece ad una lettura mistica, ricca di significati.

Romolo è il credente, quello che riconosce nel “Dio” rappresentato dal fuoco un’ispirazione per gli uomini. Romolo crede nei segni e nei presagi, e resta legato a questa fede dall'inizio alla fine, pronto anche ad accettare la morte pur di assecondare le profezie dell’oracolo. Parentesi per l’unico personaggio femminile: la vestale/oracolo Satnei interpretata da Tania Garribba è una figura sinistra e potente che aleggia sul destino di tutti gli uomini, capace di gettare la sua ombra o la sua luce in tutte le scene in cui appare. Legata a doppio filo col concetto della divinità e della fede, è l’ago della bilancia tra i due fratelli. Personaggi femminili di tale rilievo – pur secondari – se ne trovano pochi (specie nelle produzioni nostrane).

Romolo rappresenta tutto il futuro spirito di Roma, ne è l’ispirato e ispiratore: raccogliere intorno a sé il popolo, ogni popolo, facendolo suo, combattendo i selvaggi e i malvagi.
Remo è il superuomo di Nietzsche, pronto a sfidare la divinità perché crede solo in se stesso e nel legame di sangue col fratello, perciò rifiuta ogni forma di fede che viene dall’esterno. Remo è l'ateo, il condottiero che si fa tiranno quando la superstizione gli rema contro. Non si arrende davanti a nulla, il che non lo rende diverso dai malvagi delle altre tribù. Nello sfidare la divinità fa di se stesso il divino, soverchiante e prevaricatore.

Così Romolo finisce per incarnare l’umanità per come la conosciamo, quella che si è sempre riconosciuta nell’adorazione delle divinità, per crescere seguendo ideali più alti della fedeltà terrena, ma quella più astratta e celeste. Remo al contrario, pur sembrando il buono per tutto il film, rappresenta il selvaggio, lo spirito animale di vedute ristrette e pericoloso, contrario a più grandi ideali, da sopprimere per poter creare una società.

Mi ha fatto un’impressione fottuta vedere come Remo sia l’ideale del superuomo che vediamo incarnato dalla stragrande maggioranza degli eroi hollywoodiani, per cui l’elemento più importante è “la famiglia”, il piccolo gruppo sociale che mi interessa perché ci sono cresciuto dentro o è sangue del mio sangue. Tutti gli altri si fottano, possono morire se minacciano questo mio piccolo gruppo. Mi è capitato raramente di trovare in un film uno scontro tra questi due modi di vedere l’umanità, ed è molto significativo che il pilastro della civiltà non sia il superuomo egoista, ma l’uomo di fede votato al sacrificio per l’ideale più grande.

“Roma non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere” (coltissima quasi Cit.)
“Il Primo Re” si può considerare a buon diritto un kolossal del cinema italiano, non tanto per il budget – comunque importante – quanto negli intenti. Rovere non si è perso nella retorica o nei didascalismi di certi film storici, persino la vicenda del fatidico solco tracciato da Romolo, causa del fratricidio nella versione più comune del mito, qui diventa un’allegoria, la messa in scena di un ideale. Tutto è simbolico, e i simboli funzionano grazie ai personaggi che riempiono lo schermo.

L’ascesa di Romolo nella fase finale era inaspettata, ma funziona perché riprende esattamente da dove il discorso si era interrotto prima di vederlo in punto di morte. Mi ha sorpreso come Alessio Lapice – aiutato da sceneggiatura e regia – sia riuscito a riprendersi la scena con un colpo di coda.
Oh, poi capita che ci si perda in un bicchier d’acqua, tipo nel duello finale: il Romolo di Lapice decisamente più goffo del Remo di Borghi toglie un pizzico di pathos, e l’inquadratura che va per i campi perdendosi lo scontro stona. Ma alla fine i difetti scompaiono in un film che è più della somma delle singole parti. E ci racconta tutto il nostro mondo: chi siamo, da dove veniamo, e dove non stiamo più andando…

P.S.
Mille grazie a Quinto Moro per aver recensito il film! Vi invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.

18 commenti:

  1. escludo che lo vedrò sto film-

    toglimi una curiosità:la rivista ciack accosta il film di rovere a vahalla rising.

    è così?


    grazie


    rdm

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    1. Secondo me no, il film di Refn è molto più acido e onirico, questo si segue più facilmente e anche il proto-latino non è un problema, visto che parlano il giusto e si ammazzano tanto ;-) Cheers

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    2. Avevo letto l'accostamento anche in altre recensioni, ma non penso che Rovere volesse emulare altri film, non reinterpreta qualcosa di già visto o già fatto. Ho citato 300 proprio per dire che siamo praticamente all'opposto in tutto e per tutto, Il Primo Re ha un'identità tutta sua.

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  2. Non so se Quinto me lo ha venduto, bel post comunque. Un appunto, mi fanno piacere le citazioni su ROMA, è una serie strepitosa, forse la migliore prodotta dalla HBO, con un Ray Stevenson davvero fantastico, e personaggi che si mangiano a colazione tutti i pargoli di Giocotrono. Sono solo due stagioni, cari telespettatrici e telespettatori, recuperatele, mi ringrazierete poi!

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    1. Con un episodio, che é tra le ultime cose in ordine di tempo dirette da John Milius, non proprio la pizza con i fichi ecco. Cheers!

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    2. Visto che ti piace il genere il film ti prenderà di sicuro. Per me è tipo… un prequel del mondo in cui viviamo.

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    3. L'alba dell'umanità: Provincia di Roma ;-) Cheers

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  3. Un piccolo errore storico. Le vestali le ha create Romolo . Non potevano esserci prima di roma. Con altri nomi sì perché custodivano il fuoco per la trivu

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    1. Sicuramente è un errore cronologico, ma al livello narrativo la vestale fa un po' da coro greco per i personaggi, ci vuole perché Romolo e Remo sono due hanno il destino segnato, la cosa che ho apprezzato è che per buona parte del film vadano contro quel destino che da spettatori, già conosciamo. Quindi errore storico ma buona scelta narrativo, almeno dal mio punto di vista ci può stare. Cheers!

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    2. Si sapevo che le vestali erano successive alla nascita di Roma, non sapevo bene come chiamarla, è una specie di oracolo/vestale, una sacerdotessa. Volendo, la ragazzina nel finale a cui Romolo offre il fuoco è un po' la prima vestale.

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    3. Anche secondo me, molto più grezzamente io ho considerato il personaggio una specie di “coro greco” per i personaggi, anzi un “coro pre-romano”. Cheers!

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  4. Io l'ho trovato un bel film, con una trama veramente interessante, che esplora bene il concetto di religiosità e ateismo (nella figura dei due fratelli). Sopratutto interessante l'uso del proto-latino per i dialoghi. Peccato solo che il ritmo del film cali vistosamente nella parte finale del film.

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    1. Non ho avvertito un vero calo, dopo il cambiamento di Remo il film doveva un po' "riprendersi", ho apprezzato che ci sia stato quel dover ripartire un po' da zero, ricostruendo il gruppo prima del confronto finale.

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  5. Visto e piaciuto! Finalmente un film italiano di cui andare fieri!
    Certo viene rabbia sapere quanto siamo andati vicini dal segar via duemila anni di oscurantismo religioso...

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    1. Però il "messaggio" (se così vogliamo definirlo) è proprio l'opposto, il radunarsi di un popolo intorno a un "bene più grande", intorno ad una fede, è ciò che poi lo eleva dalle dinamiche del branco.

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    2. La vera questione "religiosa" semmai è altrove, l'Impero Romano per quasi mille anni si è mosso in direzione della tolleranza dei vari culti, la musica è cambiata con l'ascesa del cristianesimo, che era la negazione del politeismo tollerato nella cultura romana.

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  6. Che cacchio di film! La prova che noi possiamo fare le chiappette ai stellestrisce quando lo vogliamo!
    E il discorso finale poi è fomento puro.

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    1. Condivido lo stesso entusiasmo, sono molto felice del fatto che il cinema italiano si sia ripreso la voglia di sfornare film di genere, fatti in un modo che a guardarli, non sembrino girati con due lire nel tinello di casa del regista. Era ora, è il tipo di cinema che – prima che iniziassimo a tirare la corda – è sempre venuto meglio a questo strambo Paese a forma di scarpa. Cheers

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