venerdì 22 febbraio 2019

Survival of the Dead (2009): Un uomo tranquillo (Stay scared)

Non volevo arrivare qui. Eppure, ormai ci siamo, quindi sistematevi il cappello, è ora di fare i conti con l’ultimo capitolo della rubrica… Lui è leggenda!
La verità è che George A. Romero (quando vi chiederanno per cosa sta la “A”, voi saprete cosa rispondere) aveva tante storie da raccontare e non tutte prevedevano i suoi amati “Blue collar monsters”, lo ha confermato anche sua moglie Suzanne Desrocher che dopo la dipartita della Leggenda, ha trovato qualcosa come una quarantina di sceneggiature accumulate negli anni (STORIA VERA).

Ma nel 2009, l’unico modo per lui di fare un film era infilarci dentro i suoi mostri operai e chiamarlo, quello che vi pare seguito da “… Of the dead”. Che, poi, per un bel pezzo, è stato anche il titolo di questo film, con tanto di locandina, una specie di “Quarto stato zombie” in marcia. Una trovata e un titolo ironico e più memorabile dell’anonimo “Survival of the Dead” scelto come titolo definitivo.

Continuo a pensare che sarebbe stato il titolo migliore per l’ultimo film di zombie di zio George.
Dopo una carriera passata a non trovare fondi per raccontare le sue storie, il primo a scherzarci sopra era proprio zio George “Ammmore” che, infatti, ha chiamato la sua casa di produzione (BLANK) of the dead e con un budget infinitesimale ha sfornato questo film, il primo horror a finire in concorso alla mostra del cinema di Venezia nel 2009, dai tempi di “Dr. Jekyll and Mr. Hyde” (1932), giusto per ribadire quanto Romero fosse (e sarà per sempre) legato a filo doppio al cinema Horror, ma, forse, mai come questa volta era chiaro che Romero avrebbe voluto fare altro.

Già in Diary of the dead, gli zombie Romeriani erano, ancora una volta, chiamati ad impersonare la generica catastrofe che spinge l’umanità al limite, per rivelarne la vera natura, qui Romero fa di più, sottolineando la sua volontà di usare i suoi “Blue collar monsters” come benzina da lanciare sul fuoco già acceso dei problemi dell’umanità, lasciandosi alle spalle il livore e la pesantezza dei dialoghi (e di quella voce narrante così ridondante, scusate la rima) di Diary, in favore di qualcosa di più frivolo ad una prima occhiata, ma di sicuro non meno cinico. Senza il peso del narratore, bisogna dire che i protagonisti di “L'isola dei sopravvissuti” (un giorno qualcuno dovrà rendere conto di questo titolo Italiota) vengono fuori a Romero un po’ meglio, anche se, parliamoci chiaro, il film non è tutto pesche e crema, anzi.

Qualche posto migliore di Venezia, per presentare un horror ambientato su un’isola (forse Mestre, più brutta degli zombie!).
Quanti film ci sono che si intitolano qualcosa “… Of the Dead”? Onestamente ho perso il conto. Sul serio, pensate ad una parola, una qualunque, probabilmente è stata usata in un film con degli zombie... Ufficio? “Office of the dead” (2009). Lussuria? “Lust of the dead” (2012). Siete fanatici di calcio? “Goal of the dead” (2014), certo ci sono dei capolavori come “Shaun of the dead” (2004), ma sono l’eccezione che conferma la regola. Tutti questi film, anche i peggiori, alla fine ci ricordano l’importanza capitale di zio George nell’economia del cinema horror, forse non ci sarà mai più un regista capace di dare così tanto ad un singolo genere. Il problema di “Survival of the Dead” è che ad una prima occhiata, potrebbe passare per uno di quei film, al massimo uno diretto da un imitatore particolarmente ispirato.

Dovessi dirvi che è il film di zombie di zio George che amo di più, dovrei mentire e siccome non ne sono capace non ci provo nemmeno, il film ha dei problemi di ritmo abbastanza notevoli e quella dannata CGI in molti momenti toglie la poesia, eppure, quando lo rivedo, penso che il peggiore film di Romero – e questo potrebbe davvero essere il candidato – è comunque migliore del miglior filmetto senza anima con gli zombie che corrono. Il classico film che si apprezza di più per la continuità tematica del regista che lo ha firmato, piuttosto che per la sua effettiva qualità. Ammettiamolo, ben lontana dall’eccellenza con cui la Leggenda ci ha viziati. Valutato di cuore e di pancia, “Survival of the Dead” è poca cosa, analizzato nei suoi contenuti, il primo che mi dice che Romero era arrivato al capolinea, si merita… “Knight of the Dead” (2013), ne ho appena scoperto l’esistenza, ma vi giuro che esiste!

“Cows of the dead”, no aspetta ci sono, “Ranch of the dead”.
Sapete quando negli horror i personaggi dicono che il posto più sicuro, quando gli zombie ormai hanno superato per numero gli umani è un’isola? In fondo, anche i protagonisti di Il giorno degli zombi, volavano su un’isola, no? Ecco, Romero ci dà una risposta finalmente chiara e quella risposta è: NO. Perché tanto il male sta nel cuore degli uomini, non c’è spiaggia o tratto di mare che possa proteggerci.

I personaggi di “Survival of the Dead” si dividono tra cattivi e appena un po’ meno cattivi, l’antico principio per cui il più pulito ha la rogna, infatti per la prima volta, abbiamo dei personaggi ricorrenti che arrivano direttamente dal film precedente, i militari guidati da Sarge "Nicotina" Crocket (Alan Van Sprang) che, non a caso, in Le cronache dei morti viventi, erano i bastardi che rapinavano i protagonisti. Vi ho già parlato dell’antico adagio sulla rogna, vero?

Se sei vivo spara (agli zombie).
I personaggi sono arroganti e volutamente sgradevoli, nel senso che fanno cose che ti aspetteresti solo da qualcuno che ha capito che il mondo è andato e le regole sono saltate, quindi è un fuggi fuggi generale, in cui chi è armato meglio ha più speranza di salvarsi, in un mondo dove gli zombie sono talmente tanti che spuntano alle spalle dei personaggi e in questo film lo fanno di continuo. Anche troppo per non notare che Romero abbia ben poca voglia di inventarsi chissà che novità, infatti il massimo che fa è regalarci qualche ammazzamento esagerato, quasi da cartone animato, tipo lo zombie che morendo in brutta CGI, si ritrova con la calotta del cranio che rimbalza sui resti del collo, nemmeno fosse la versione non morta dei Looney Tunes.

Manca giusto la musichina: That's All Folks!
No, in questo film i buoni sembrano mancare proprio, il cinismo di Romero si fa strada tra gli zombie uccisi in modo variopinto, infatti il videomessaggio di “Capitan Coraggio” Patrick O'Flynn (un Kenneth Welsh che si diverte molto nella parte) è solo una trappola per fregare qualche gonzo, ma, in compenso, permette ai soldati di raggiungere l’isola di Plum Island, al largo della costa del Delaware che diventa il teatro della vicenda ed è qui che il film inizia sul serio, anche se, intanto, una ventina di minuti sono andati via col vento.

Più che Capitan Coraggio sembra Capitan Findus, ma va bene lo stesso.
In un film che vorrebbe essere altro e ribadisco, in generale resta davvero poca cosa, zio George porta in scena le due caratteristiche che lo hanno sempre contraddistinto come essere umano, ovvero cinismo e umorismo in parti uguali e se l’umorismo si consuma con le “Dead heads”, come gli zombie vengono chiamati qui (isola che vai, vocabolario che trovi) uccisi in modo bizzarro, il cinismo è tutto da vedere, perché Plum Island è il riassunto di quasi tutti i guai dell’umanità.

I morti viventi sono la massa di immigrati clandestini indesiderati che vanno gestiti da chi prende le decisioni, un potere che su Plum Island è diviso tra due famiglie, gli ultra conservatori Muldoon, guidati dall’inflessibile capofamiglia Seamus Muldoon (Richard Fitzpatrick) uno sceriffo con tanto di cappello adatto al ruolo che per i non morti ha solo una soluzione: ammazzarli senza pietà. Anche se poi il suo credo religioso lo rende nei fatti meno coerente con le sue parole.

"Ehi, tu non sei Seamus McFly!" (Cit.)
Dall’altra, invece, troviamo gli O'Flynn, del già citato Patrick, che ha due figlie gemelle Janet e Jane (entrambe interpretate da Kathleen Munroe), la prima ama andare a cavallo, infatti continua a farlo anche se è morta, aggirandosi al galoppo per l’isola come una versione zombie del cavaliere senza testa (che poi, a ben pensarci, forse era davvero uno zombie), l’altra, invece, porta avanti la teoria di famiglia, per cui i “Dead heads” potrebbero essere non dico ammaestrati, ma almeno tenuti a bada nutrendoli con altro, tipo la carne di cavallo. Insomma, il film preferito dei Vegani.

Non ordinate l’insalata, potreste finire voi a fare da contorno.
Contrasti sulla linea politica da adottare, divergenza di vedute lascito della religione, famiglia opposte dai nomi chiaramente irlandesi e di certo non scelti a caso, Plum Island potrebbe essere l’Irlanda del Nord e gli zombie sono solo il pretesto per portare avanti da anni, anzi da decenni una faida iniziata per motivi che ormai sono sullo sfondo, perché l’odio reciproco ha superato in priorità il vero problema che, ormai, vaga sullo sfondo come gli zombie in questo film. Con tutta questa Irlanda nell’aria, verrebbe da pensare che Romero si sia fatto influenzare un po’ da “Un uomo tranquillo” di John Ford, invece l’ispirazione arriva, non a caso, da un western, “Il grande paese” (1958), infatti il personaggio di Kathleen Munroe qui, cerca di fare quello che nel film di William Wyler, cercava di fare Gregory Peck, ovvero fare da paciere tra le famiglie in guerra.

Il problema del film, come detto, è l’uso abbondante di economica CGI che fa davvero male agli occhi, di sicuro gli effetti speciali fatti con il buon vecchio lattice (che non mancano) risultano ancora quelli migliori, ma il film ha parecchi problemi di ritmo, non riesce a coinvolgere lo spettatore al meglio, alla fine le chiavi di lettura politiche sono più interessanti di quello che accade ai personaggi, anche se è innegabile nell’ultimo atto il film salga di colpi.

“Ma che gli faccio io alle donne!”.
Il rapporto tra le due gemelle O'Flynn tiene banco e definirlo morboso sarebbe anche riduttivo, ma quando Romero decide finalmente di risolverlo, “Survival of the Dead” entra nel vivo, anche se ormai siamo arrivati all’ultimo quarto d’ora di film. Il piano di ammaestrare gli zombie e nutrirli con carne che non sia quella umana, sembra la profezia del Dottor Logan di Il giorno degli zombi che, però, giova ricordarlo, era matto da legare e se quello che resta dell’umanità deve aggrapparsi al piano di un folle, beh, tanti auguri gente!

“Survival of the Dead” ha svariati problemi di ritmo sicuramente, ma anche di budget, di sicuro non è un film privo di cose da dire, all’epoca Romero, con i suoi 69 anni, era ancora lì a giocare a fare il cowboy e usare i suoi “Mostri operai” come metafora, quando ormai gli zombie erano già ampiamente inflazionati e anche in quello che potrebbe tranquillamente essere ricordato come il suo film più scarso, sapeva come mandare a segno un finale che altri si scordano, il duello, in puro stile western, virato in chiave horror, però non a mezzogiorno (di fuoco), ma sotto la luna a mezzanotte tra Patrick O'Flynn e Seamus Muldoon, eterni nemici destinati a fare quello che hanno fatto per tutta vita, la guerra odiandosi per motivi che ormai non hanno più senso, continuare a spararsi con una pistola ormai scarica, infatti il “Click” dei revolver continua anche quando il film sfuma e stanno arrivando i titoli di coda.

Mezzogiorno Mezzanotte di Fuoco.
Ci sono film di zombie migliori? Potete dirlo forte, ma all’interno della filmografia di cui fa parte, “Survival of the Dead” è più coerente che bello e quando lo rivedo, a colpirmi e a lasciarmi della malinconia addosso, più che i difetti, è la volontà manifesta di Romero di uscire da quello schema “… Of the Dead” e affrontare anche altri generi senza poterlo fare in pieno. Non so voi, ma a me non sarebbe dispiaciuto un western con tutti i crismi, diretto dalla Leggenda.

Da parte mia, le ho provate tutte (ma proprio tutte!) per allungare all’infinito questa rubrica spostando più avanti possibile il momento di dover salutare George A. Romero per sempre, rimanendo senza più altri suoi film di cui scrivere. Romero è stato un regista davvero leggendario, uno che ha fatto la storia del cinema e della cultura popolare come quasi nessun’altro, anche se i suoi effettivi meriti non gli sono mai stati riconosciuti a dovere, immagino che lo sappiate, ma trovo quasi romantico che prima di andarsene, abbia chiesto alla moglie di mettere su la colonna sonora del film “Un uomo tranquillo” di John Ford, per passare anche gli ultimi istanti avvolto nel grande cinema, ovvero il posto dove merita di stare George “Amore” Romero.
Quando uno il grande cinema se lo porta dentro, fino alla fine.
Perché alla fine questo era George A. Romero, un uomo tranquillo e come vi dicevo fin dall'inizio di questa rubrica, sono quelli tranquilli, che dentro hanno il fuoco per ardere il mondo e nessuno lo ha illuminato come ha fatto questo spilungone di Pittsburgh che non smetteremo mai di ringraziare.

Quando ha presentato questo film a Venezia nel 2009, firmato autografi con dedica “Stay scared”, Romero ha dichiarato che aveva un obbiettivo: fare un film prima di morire e un altro, dopo essere “ritornato”. Quindi gente, restate spaventati perché zio George tornerà, io sono sicuro che prima o poi tornerà e lo farà davvero un altro film. D’altra parte, le leggende non muoiono mai, no?

Grazie di tutto George!

Missione compiuta, ma tanto sarò sempre in missione per conto di zio George.

24 commenti:

  1. Beh grazie per questa splendida serie di post, un bell'omaggio al maestro!

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    1. Grazie di cuore, ci tenevo moltissimo a salutare Romero al meglio delle mie possibilità, è un regista che prima di sfornare tanti titoli che amo, ha cambiato il mio modo di vedere il mondo come forse nessun altro, sarò sempre in missione per contro di zio George ;-) Cheers

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  2. Bellissimo post di chiusura, accorato e di impatto. Per quanto possa ricordare, il film non lo merita, forse. (L'ho visto una volta sola alla sua uscita, odiandolo, e dimenticandolo subito.) Magari dopo questa recensione potrei dargli un'altra possibilità.
    Grazie per questo viaggio romeriano e aspettiamo tutti il suo nuovo film ^_^

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    1. Ti ringrazio moltissimo, ci tenevo a finire bene visto che purtroppo questo sarà l’ultimo film di Romero, fino a quello nuovo ;-) Si, è davvero uno dei più deboli mai diretti da zio George, mai come questa volta ho avuto la sensazione che se avesse avuto la possibilità, avrebbe fatto altro, film che si apprezza più di testa che di pancia ecco. Ah ma torna, sicuro che torna ;-) Cheers!

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  3. e così si chiude il ciclo... per ora!

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    1. Tanto torna, e che nessuno osi sparargli in testa! Tanto non lo fanno mai, i film (tranne quelli di Romero) ci hanno insegnato che prima si passa mezz’ora a chiedere come fermare quei così caracollanti che sembrano proprio, beh, degli zombie ;-) Cheers

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  4. All'uscita ricordo i tanti articoli di giornale che parlavano di riscatto dell'horror, come se il genere avesse bisogno di un passaggio in mostra a Venezia per essere nobilitato. Peccato sia successo con un film così medio... non mi spingo a scrivere mediocre perché in fondo Romero ci mette mestiere e politica, e perché certe atmosfere da western crepuscolare sono ancora apprezzabili. Rileggerò le recensioni della tua rubrica che mi sono perso durante la mia assenza, sarà un piacere. Romero è sempre stato uno dei miei miti, e sono sempre stato convinto che se non fosse stato schiacciato dal successo degli zombie avrebbe potuto dare persino di più al cinema

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    1. Al massimo è il festival di Venezia a guadagnare prestigio ospitando un signore Romero, altroché ;-) Lo penso anche io, è poca cosa questo film, ma tra atmosfere e idee, per me il peggior Romero resta meglio di tanti al loro meglio, e non è una frase di circostanza, ne sono convinto. Anche io, alcuni suoi film hanno dimostrato che era un grande regista di cinema, che però non ha mai negato oppure schifato l’horror anzi, un artista e una personalità rara, vai tranquillo i post non scappano ;-) Cheers!

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  5. Dimmi tu come faccio ad esprimere anche solo una piccola critica a questo film dopo che mi concludi la recensione in questo modo... no davvero, dimmelo tu!!! ç__ç
    Lacrime e nodi gordiani alla gola a parte, purtroppo non é ne un capolavoro ne un cult movie, e i difetti riscontrabili li hai ben sviscerati tu... ma come sempre tu hai detto (allargo il concetto): il più brutto film di Romero é sempre meglio di tanta altra roba che si possa vedere in giro! E Dio solo sa quanto mi piacerebbe aver visto anche solo questo "Romero" sul grande schermo, anzichè il nulla che é destinato, ahimé, a non essere mai riempito! :-(
    ... a meno che...

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    1. Ho giocato sporco perché mi rifiuto categoricamente di salutare zio George con i toni mesti di quella che è molto probabilmente una delle sue pellicole meno riuscite, anzi, mi rifiuto di salutare zio George. Punto ;-) L’ho scritto, fosse stato per il percorso, avrei dovuto concludere con la canzone sui titoli di coda di “Knightriders”, eppure va bene così perché sono convinto che anche un Romero minore, ha più idee di tanta altra roba. Scandaloso che non sia nemmeno arrivato al cinema questo film, l’ultima beffa di un regista a cui non è mai stato riconosciuto quasi niente rispetto alla sua importanza, ecco perché in questo piccolissimo ed infinitesimale omaggio, ho lanciato il cuore oltre l’ostacolo e mi metto qui seduto, ad aspettare “The Amusement Park” o qualcosa così ;-) Cheers

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    2. Mi sono appena documentato su "Amusement park"... a quanto pare una bella bomba di film!!! O_o

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    3. Si molto promettente, si spera che la moglie di Romero non abbia fatto una sparata, e si possa vederlo in tempi accettabili, anche se le affermazioni di parenti vanno sempre prese con le pinze. Cheers!

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  6. Cara Bara, dopo questa bellissima e doverosa serie di omaggi alla Leggenda, ora quale sarà il prossimo appuntamento fisso?
    Una bella rubrica su Edgar Wright? ;)


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    1. La rubrica su Wright è nel mio mirino per il 2019,insieme a quella su un altro regista che come Wright non ha fatto molti film ma enormi, vediamo cosa riesco a fare, ogni tanto dormo anche io ;-) In ogni caso ora mi gioco due venerdi a tema libero (anche nessun tema tipo) e poi ripartiamo, non ho un calendario sotto mano ma dovrebbe essere il 15 marzo, qualche post l'ho già preparato a dirla proprio tutta ;-) Cheers!

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    2. E' sufficiente la trilogia del cornetto :D

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    3. Mi metterò all'opera, è una delle cosette che voglio trattare nel 2019 ;-) Cheers

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  7. Penso tu ci abbia azzzeccato , quando dici che Romero ha usato gli zombie per narrare un altro tipo di storia che teneva nel cassetto ( perché ormai gli zombie gli avranno rotto le balotas ), da qyui il risultato non eccelso.
    Senza contare che quando ha fatto stò film, quanti anni aveva ?
    Di certo non aveva più la lucidità ed energia di un tempo.
    Di sicuro ha provato a cambiare delle cose, tipo dare nuovi nomi agli zombi ( "dead heads " ) orami troppo inflazionati come terminologia ( e infatti anche in altri film o fumetti cercano di chiamarli con altri nomi ).
    Rimane sempre un mistero del perché questi film si svolgano sempre in dimensioni parallele dove non hanno mai girato un film di zombi ( e quindi tutti sono impreparati al loro arrivo e non sanno come difendersi. Tutto il contrario di quello che accadrebbe nella realtà ).

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    1. Aveva 69 anni, secondo me l'idea di chiamarli "Dead heads" non è male, ci sta che su un'isola, si sia formato un vocabolario locale. Vero, bisogna anche dire che qui tutti sanno cos'è uno zombie, e cercano un modo per contenerli, ma mai come questa volta, penso che se Romero avesse potuto fare qualcosa senza i suoi "Blue collars monsters" lo avrebbe fatto. Cheers!

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    2. Sì, qui sembra proprio trasparire da parte sua la volontà di raccontare al grande pubblico una storia in maniera differente e non necessariamente (o non più) legata alla presenza dei morti viventi. Del resto, però, credo che Romero fosse perfettamente consapevole dell'essere ormai "regista di zombie" a vita agli occhi di quello stesso pubblico e, giocoforza, per poterlo raggiungere con nuove storie i "vecchi" morti viventi avrebbero dovuto (anche contro la sua volontà) continuare almeno in parte a far da tramite...
      E dopo questo degno e sentito post di commiato, direi di darci appuntamento tutti insieme al parco dei divertimenti ;-)

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    3. Chiamare prima il film e poi la sua casa di produzione "... Of the Dead" è stata una dichiarazione d'intenti, oltre che una prova di grande umorismo. Aspetto il giorni di poter aggiungere un capitolo alla rubrica, tanto zio George prima o poi torna. Barbaraaaa i George ti prenderanno! ;-) Cheers

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  8. Il maestro avrebbe meritato un finale in crescendo, ma va bene anche così. In fondo, tutto quello che è venuto dopo la sacra trilogia non appanna minimamente la sua leggenda.
    Adesso diciamo che, più degli zombi, mi terrorizzano quei cinquanta script ritrovati nel cassonetto....

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    1. Ci ho provato a dargliene uno come potevo, ma la sacra trilogia resta la sacra trilogia, fondamentale. Quelle cinquanta sceneggiature sono l’ennesima prova di quanto Romero fosse incastrato nello schema “… Of the Dead”, in quei lunghi sette anni di silenzio durante gli anni ’90, non gli mancavano certo le idee (mai mancate quelle), mancava qualcuno che lo finanziasse. Romero ha raccolto davvero troppo poco in vita sua, rispetto a quello che ci ha donato. Cheers!

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  9. Caspita mi sono ricordato che vidi questo film su Rai4...senza sapere che fosse di Romero. E mi piacque! E ancora non avevo scoperto lo spaghetti western, quindi non mi sono goduto le atmosfere western che avete giustamente messo in evidenza. Il finale era geniale, mi piaceva molto l'espediente del gruppo di militari che finisce in mezzo al conflitto tra le due famiglie.
    Chiaro che non c'è quella carica "apocalittica" che magari si trova paradossalmente in pellicole molto peggiori dal punto di vista registico e degli effetti speciali. Però il film si guarda bene, eccome, non è solo splatter fino a se stesso.
    Poi sì, sul confronto splatter latticioso e pupazzoso vs splatter cgi..tutta la vita il primo!

    ps
    “Goal of the dead” (2014) ahhahaha non l'ho mica visto :D

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    1. Splatter latticioso vince sempre ;-) Ecco vedi? Mi confermi quello che sospettavo, che questo film rischia di passare per qualcosa non diretto da Romero, ma che comunque ha dei numeri per piacere. I film andrebbero sempre visti così, in prima istanza per quello che sono, e poi come parte della filmografia a cui appartengono ;-) Invece “Goal of the dead” penso proprio di averlo visto ai tempi, dovrei verificare nei miei archivi, però qualcosa ricordo, ma poco. Il che è già un commento sul film. Cheers!

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