mercoledì 27 febbraio 2019

[Guest post] A 30 secondi dalla fine (1985): A cold day in hell


Non lo so neanche più da quanto tempo conosco Quinto Moro, a ben pensarci davvero molto, ma quando uno si diverte il tempo passa in fretta. Scrittore, enorme appassionato di cinema, le volte in cui non ci siamo trovati d’accordo su una pellicola sono state una vera rarità, infatti per questo Guest Post ha scelto un film che adoro. Oggi sarà lui a far filare questa Bara Volante dritta come un treno, lascio a lui il proscenio e a voi auguro una buona lettura!


Mi sono sempre piaciuti i drammi carcerari. Forse perché nella mia infanzia ce n’è stato uno che, se hai sei o sette anni, ti segna a vita. Ma che di anni ne abbiate dieci, venti o quaranta, l’odissea dei due carcerati a bordo di una locomotiva infernale non potrà che lasciarvi un segno.

Gioca a trovare l’intruso…
Il titolo nostrano “A 30 secondi dalla fine” non rende quanto l’originale “Runaway train”, letteralmente “treno in corsa” o “treno della fuga”. Ma se andate a 30 secondi dai titoli di coda, ci troverete l’inquadratura più iconica del film. E vorrei cominciare proprio dalla fine, da quella frase in chiusura presa dal Riccardo III di Shakespeare, personaggetto che non era proprio un cuorcontento, esattamente come quelli di questo film:

“No beast so fierce but know some touch of pity
but i know none, and therefore am no beast”
"Non vi è belva che non abbia un qualche senso di pietà.
Ma io non ne ho alcuno, quindi non sono una belva"

Sembra una piccolezza ma usarla in chiusura (piuttosto che all’inizio) è un tocco di classe. Parentesi aperta, ci torniamo…

“Runaway” ha una struttura semplice: due galeotti in fuga salgono sul treno sbagliato. Il macchinista muore a caso, perché quel treno porta una sfiga infame, e i due si ritrovano spediti a velocità folle nell’inverno-inferno dell’Alaska. L’ambientazione è fondamentale: il carcere di Stonehaven circondato dalla neve rappresenta da subito una sfida alla sopravvivenza.

Minuto 34:10 – “Sono Cassidy! Il macchinista è caduto dal treno!”. Cassidy, testimone oculare… (il tizio si chiama davvero così).
“Runaway” ha un’origine strana: film americano diretto da un russo e scritto da un giapponese. La prima stesura del copione era di un certo Akira Kurosawa, ed altri suoi fidati nippo. Mi piange il cuore se penso che doveva dirigerlo Lui… Il progetto rischiò di deragliare ma riuscì a non finire sul binario morto, passando in altre mani comunque non del tutto inesperte. Il macchinista divenne il russo Andrey Konchalowsky fresco di migrazione negli U.S.A. dopo i consensi in patria (avrebbe poi diretto un filmetto intitolato “Tango & Cash”). Di Kurosawa rimase il soggetto mentre la sceneggiatura fu riscritta a sei mani. Due di quelle mani appartenevano ad Edward Bunker: il galeotto più famoso del cinema e della letteratura americana del Novecento non lo immaginiamo certo a tessere la trama della sala di comando del sistema ferroviario, ma è facile immaginarselo a scrivere le scene dei carcerati ed ogni parola uscita dalla bocca di Jon Voight.

Eddy Bunker appare anche in un ruolo secondario ma d’impatto, e si è trovato al crocevia di una di quelle storie di cinema nel cinema: Bunker era stato a San Quintino con un mezzo messicano, tale Danny Trejo, campione dei pesi welter in ambiente carcerario (storia vera). Trejo allenò il giovane Eric Roberts per la scena dell’incontro di boxe, che i due finirono per girare insieme.

“Guarda che il campione qui sono io. Lasciami prendere il machete e ti metto a posto io ragazzino.”
La carriera di Danny Trejo inizia qui, a 41 anni suonati e dopo una gioventù dentro e fuori di galera. “Runaway” segnò la fine della sua vita criminosa ed è forse l’unico brandello di redenzione che troverete in questo film.
Eddy Bunker ha poche ma significative scene, specie quella in cui cede alla rassegnazione del vecchio galeotto: “qui sto bene, qui so come mi devo muovere”. A qualcuno farà venire in mente Morgan UomoLibero che non riesce ad andare a pisciare senza chiedere il permesso dopo una vita a Shawshank, ma Eddy Bunker che spezzato nel corpo e nello spirito rinuncia alla fuga, dopo dieci minuti di film riesce ad avere un peso specifico identico, se non superiore.

“Come ti sembro Eddy?” – “Come uno che non vede il sole da tre anni” – “Cos’è il sole?”.
Il cinema è zeppo di storie d’amore, ma sono rare le storie d’odio assoluto e viscerale come tra le due icone di questo film: il detenuto Manny – un Jon Voight memorabile – e il direttore del carcere Rankem. Manny è un idolo per i detenuti, con due fughe alle spalle è il bersaglio preferito del direttore che lo schiaffa in isolamento per tre lunghi anni. L’ascendente di Manny sui detenuti è cresciuto col protrarsi della battaglia legale contro l’isolamento prolungato, il che rode di brutto al direttore.

C’è già tanto materiale per un film di due ore ma siamo solo ai primi dieci minuti. L’ostilità tra carcerato e carceriere appare enorme prima ancora di vederli faccia a faccia. Ed è la superbia del direttore ad introdurre il vero cuore della pellicola: l’umanità, la bestialità, e il confine tra le due.
La disumanizzazione dei detenuti visti come bestie è affrontata raramente ma è tutt’oggi al centro del sistema carcerario (date un’occhiata “13th”, documentario Netflix sulle incarcerazioni negli USA).

Lei: “Se Manny è veramente un animale, come mai gli altri detenuti gli vogliono tanto bene?”
Lui: “Perché sono tutti animali come lui”
L’altro: “Mio eroe del cazzo” applauso (Cit.)

Si sa che gli americani hanno la libertà al posto del cervello. Chissà che quest’ossessione non venga dall’essere la nazione con più detenuti al mondo. Un detenuto su quattro è americano (la metà dei quali neri, ma questa è un’altra storia). Nel 1985, l’anno di “Runaway Train”, c’erano circa 200.000 detenuti negli Stati Uniti, oggi sono circa 1.400.000. Va anche detto che il culto del fuorilegge come eroe romantico è parte della nazione, ma l’onestà di questo film sta nel mantenere uno sguardo il più possibile imparziale e autentico, senza assolvere né mitizzare i fuorilegge.

La leggenda di Manny si specchia nell’ammirazione del giovane Buck – quella faccia da schiaffi di Eric Roberts – ma il film non cede alle ruffianerie, e non assolve nessuno. Apro e chiudo parentesi sul ruolo di un Eric Roberts convincente, ma la scrittura del suo personaggio è ridotta all’osso: sta tutta nella parlantina sciolta e vive di riflesso all’ombra del compagno di fuga.

America. Terra di Libertà. Ma non ditelo a Manny. Con quella faccia, la Libertà scappa appena ti vede.
Ed ora veniamo al grande protagonista del film: IL TRENO. Quattro locomotive collegate una all’altra, senza vagoni né passeggeri… né macchinista!
L'entrata in scena della locomotiva sembra l’apparizione del mostro in un film horror: emerge da una nuvola di fumo, con un suono lugubre che è più d’un presagio. Non appena Manny la vede ne è ispirato: "Perchè quella?" gli chiede il compare di fuga, "perchè sì" risponde lui.
Una volta in carrozza inizia un’altra storia. Dopo una mezzora densa di contenuti (persecuzione, rivalità, rivolta, fuga) e ottima nei tempi dell’azione (salvo le dinamiche della fuga), si chiude il film carcerario e ne inizia un altro: è “Speed” ragazzi, l’abbiamo visto negli anni ’90 e sembrava tanta roba, ma non era niente di nuovo.

Quello di “Runaway” è un treno della morte, non meno demoniaco dell’autocisterna assassina nel “Duel” di Spielberg. E non bastava l’aura sinistra delle prime inquadrature: finisce per sembrare un vero demone su binari, il muso di lamiere contorte come quello di un Graboid.

La locomotiva incarna il destino dei fuggitivi che porta nelle sue fredde budella metalliche, un metaforone sull’impossibilità dei prigionieri di sfuggire alla loro condizione, su un binario che minaccia di ricondurli tra le braccia della legge o verso la morte, come non ci fossero altre alternative.

Il Manny di Jon Voight non assomiglia ai protagonisti di altri drammi carcerari, in cui l’elemento empatico e l’ideale di libertà deve prendere il sopravvento sulla colpevolezza per il crimine. Manny non è “l’eroe in fuga”, non è l’idealista alla Clint Eastwood di Fuga da Alcatraz spogliato d’ogni colpa ed elemento criminoso, “venuto dal nulla ad appianare i torti del direttore” (Cit. Cassidy). Manny è un uomo esasperato, e pur nella sua incapacità di abbandonare l’ira e la violenza, vorrebbe da se stesso (e dal fato) l’opportunità di una vita miserabile purché onesta. Al buon Jon Voight tocca così un monologo incredibile sul sogno di sgobbare e chinare la testa, sopprimere tutta la rabbia per mantenersi un posticino al mondo.

I dialoghi sono asciutti e la recitazione istintiva degli attori rende i fuggiaschi autentici. Manny e Buck sono uno opposto dell’altro e le sottili ostilità che nascono e si spengono rendono il rapporto tra i due mai banale. Jon Voight con la sua faccia piena di cicatrici e gli sguardi spiritati sembra costantemente in bilico tra lucidità e follia, “in guerra col mondo, nessuno escluso".

La locomotiva sembra quasi un’incarnazione dello spirito di Manny, della sua stessa vita. E’ quasi felice d’essersi ritrovato a bordo, preferendo quel pericolo alla prospettiva d’essere catturato ancora dagli sbirri, e infatti Manny non maledice mai la locomotiva, che come lui va dritta per la sua strada, si schianta, si ferisce e continua, correndo incontro al proprio destino.

La Legge Locomotiva di Murphy: se un treno può andare fuori controllo, lo farà sicuramente.
Ma perché un film tanto valido sembra così dimenticato? Un po’ per il destino avverso, un film con tanta sfiga nella storia un po’ se la tira addosso… e poi i difetti non mancano. Qualche incongruenza e debolezza nella sceneggiatura, sia nella fuga dal carcere troppo sbrigativa e poco tesa, quasi anticlimatica. Anche l’alternanza tra le fasi tese sul treno e quelle “a terra” non è sempre perfetta, le incognite sui possibili disastri della locomotiva impazzita visti dal calduccio della sala comandi non coinvolge. I limiti stanno più che altro nella regia: Konchalowsky non lavora sulle inquadrature né sui personaggi “a terra”, perciò si ritrova con un girato a due velocità, e solo il montaggio aggiusta il tiro. In alcune fasi le musiche scadono in motivetti da telefilm poliziesco anni ’70, ma per fortuna la maggior parte della colonna sonora ha sonorità potenti e drammatiche. L’accompagnamento nel finale è struggente, così come quella carrellata sui volti dei prigionieri.

! ! ! ALLERTA SPOILER ! ! !
Il finale è memorabile, ma ha delle forzature e la dinamica con cui gli sbirri partono alla carica quando poi si decide di far deragliare il treno lascia un po’ perplessi. Non si capisce come faccia Manny a sapere che c’è proprio Rankem sull’elicottero, e va bene la sua mania di persecuzione ma è un po’ eccessiva. Né si capisce come Sara – sì, c’è anche una donna in questo film – possa accorgersi che li hanno mandati su un binario morto, ma forse conosceva a memoria tutte le mappe ferroviarie dell’Alaska… e l’abbordaggio del treno con tanto di elicottero ha un che di surreale.
Ma ci sta che tutto sia votato alla resa dei contri. Le scene in cui Manny perde una mano e sale sul tetto del treno lasciano il segno. Lì si chiude il cerchio: il braccato ottiene più che una vendetta, sublima la persecuzione accompagnando all’inferno la sua nemesi.

L’unico barlume di speranza è incarnato dalla sola controparte femminile: la presenza di una donna sul treno è l’unico vero colpo di scena. Rebecca De Mornay ha pochissime battute e a prima vista sembra un personaggio inutile ma incarna “la ragione”: le frequenti inquadrature sul suo volto, senza che lei dica nulla, sembrano indugiare su un’umanità diversa. I suoi occhi attoniti sono un po’ i nostri, spettatori del mondo “normale”.
! ! ! FINE SPOILER ! ! !

"Salve, sono un personaggio femminile anni '80 prima del #metoo. Non arresto i cattivi e non li prendo a calci in culo, ma non sono neppure una vittima e cerco soluzioni per salvare la pelle a tutti. Rappresento la ragione e l’umanità assistendo alle follie degli uomini. Qualche diva millennial riesce a farlo con così poco spazio e senza mostrare tette e culo?”
“Runaway” resta privo della fama di altri drammi carcerari ma sviluppa fino in fondo il concetto chiave di quel sottogenere: l’autorità vista come nemico. L’autorità ostile, arrogante, non meno deleteria del crimine stesso. E di volta in volta riprende il tema dell’uomo e della bestia: senza rendere i detenuti eroi, gli restituisce l’umanità delle loro azioni anche quando sono violente, anzi proprio per la loro violenza.

"Sei una bestia!" / "No, un essere umano, che è molto peggio!"

L’inseguimento finale di “Runaway Train” non è per celebrare la giustizia o proteggere gli innocenti, non è per salvare vite. Perciò quella frase di Shakespeare in chiusura ha tanto peso: non è l’assenza di pietà a fare le bestie ma il contrario, e vale tanto per il criminale quanto per il carceriere che si fa persecutore. Niente pietà gli uni per gli altri. Poiché siamo uomini.


San Quentin, Stonehaven, what good do you think you do?
Do you think I'll be different when you're through?
You bent my heart and mind and you may my soul,
And your stone walls turn my blood a little cold.
[San Quintino, Stonehaven, che bene pensi di fare
Pensi che sarò diverso quando avrai finito con me?
Mi hai piegato il cuore e la mente e forse anche l'anima
E i tuoi muri di pietra mi fanno un po' gelare il sangue.]
San Quintin, Johnny Cash

P.S.
Mille grazie a Quinto Moro per aver recensito il film!
Vi invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.

18 commenti:

  1. Visto con mio fratello, grande fan del regista dei sette samurai, in una calda estate in una sala di un cinema di una località turistica. Trenta gradi davanti alla biglietteria, qualcuno meno sullo schermo.
    Passano gli anni ed una sera dell'anno in cui Bunker è un rapinatore con un nome in codice colorato per mio amico Quentin, Andrej ed Akira passano da casa mia per giocare con i soldatini Atlantic, come dei bimbi. Mio fratello codename Ottavo Sam bombarda il dinamico duo di domande sul film che considera un cult. Di seguito alcune cose che ricordo. " Prima c'è Dio, poi ci sono io, poi le mie guardie, poi i miei cani là fuori nel cortile. E alla fine voi: siete soltanto spazzatura, non servite a voi stessi né a nessuno è una citaz del vostro Ignatz Silone che mette i cani prima dei cafoni, cioé i vostri contadini " " Tutti e due siamo grandi fan del vostro Johnny Verga e ci piace un frappo quella cosa della Provvidenza che è la prima ad affondare ne I Malavoglia e la considerazione che gli umili falliscono nel momento in cui tentano lo upgrade sociale " " Eric dice nelle interviste che Bernie Bertolucci non lo ha voluto per il suo Sheltering Sky perchè troppo bello, ma la verità è che non ha tutta la profondità che crede di poter esprimere...credo che la sorella arriverà invece a respirare aria più sottile " " Eravamo ad una premiere a Nantucket ed un paio di adepti della Herman Melville Society ci hanno battuto sulla spalla, sorridendo, per un tempo sufficiente a percorrere in treno la distanza tra New York e Los Angeles ".
    Mi fermo qua perchè sono passati anni e ho un solo neurone per giunta ossidato ed ero affascinato dal fatto che i due A erano riusciti a mettere in scena una tragedia in tre atti bonsai con due ettari di soldatini verdi di plastica. Formidabili quegli anni.
    Ciao ciao

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    1. Giusto qualcuno meno nella pellicola, forse un paio ;-) Ci sarà stato da divertirsi, “Doppia A” avranno avuto qualche diverbio sul taglio da dare alla battaglia, una roba alla Rashomon dove ognuno ha il suo punto di vista, ma alla fine ha ragione Johnny Verga, che tanto si finisce tutti male appena si prova ad abbandonare il proprio scoglio, che può essere molto scomodo se è due metri per tre, citofonare Bunker per conferma. Cheers!

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    2. E' un film da rivedere d'inverno, senza riscaldamento e con le finestre aperte, così gli spifferi ti sembreranno il fischio del treno… e fa ancora più effetto se hai le sbarre alle finestre.

      " Eravamo ad una premiere a Nantucket ed un paio di adepti della Herman Melville Society ci hanno battuto sulla spalla", sacrosanto, sia Manny che il treno sono la Balena Bianca...

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    3. Di sicuro Manny è la balena bianca, ma anche l'ossessione del direttore, novello Achab. Cheers!

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  2. Quinto Moro, non ti conosco ma credo proprio di aver trovato un fratello ^_^
    Non so che età avessi quando ho visto in TV con i miei genitori questo film, ma di sicuro ero adolescente: e mi ha segnato a vita. Non conoscevo Eric Roberts (che anni dopo ha fatto per un po' battere il mio cuore marziale), non conoscevo Jon Voigt (invece amato dai miei genitori), non conoscevo Rebecca De Mornay (in realtà l'avevo già vista nuda in "Risky Business" con Tom Cruise ma non le avevo guardato certo la faccia! :-D ) non sapevo nulla di film carcerari, se non qualche classicone tipo "Fuga da Alcatraz", non conoscevo Kurosawa né il geniale Konchalovskij, fratello dissidente di Nikita Mikhalkov (ho amato in modo diverso ma profondo i due fratelloni, e mi mancano parecchio), insomma non sapevo nulla... quindi il film ha preso possesso del mio cuore è c'è restato!
    "Quel" finale mi ha completamente messo a terra, ko tecnico, e lo ricordo ancora nella nebbia della TV anni Ottanta, quando la qualità del segnale video a volte ti permetteva addirittura di distinguere un volto umano su schermo!
    Visto che il film ha lanciato un sacco di carriere, credo che il problema sia tutto italiano. Distribuito malissimo, finito in VHS Multivision (non proprio una marca di classe) e mai ristampato - la Philips addirittura l'ha portato in Laser Disc, il formato più jellato della storia moderna! - uscito in una pessima edizione DVD mai ristampata (ora per fortuna è arrivato il Blu-ray!), in pratica è un film noto solo a chi ha avuto la fortuna di vederlo in TV, dove non è che facessero a botte per replicarlo.
    Dovrei rivederlo ma amo troppo Konchalovskij per ammettere che abbia avuto delle sbavature nella regia. Per un regista diventato celebre in Unione Sovietica negli anni Sessanta per la storia di una contadina dei kolchoz, direi che ci sta un minimo di adattamento climatico al momento di dirigere un getaway movie con divi americani :-P
    Per chiudere, qualche anno dopo Eric Clapton ed Elton John hanno scritto Runaway Train (1992) che ovviamente accolsi con parecchio entusiasmo, quindi chiudo con quella ^_^
    Trying to get a grip on my life again / Nothing hits harder than a runaway train

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    1. I film che ti rimangono sono quelli di cui magari non sapevi niente, perciò quelli visti durante infanzia-adolescenza ci colpito e appassionato in modo diverso. E se ti rimangono a distanza di anni un motivo c'è. "Runaway" è stato passato pochissimo in tv, ha lo spessore di tanti classici anni '70-'80 ma è tutto da riscoprire.

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    2. Conoscevo il pezzo omonimo dei Soul Asylum, ma questo di Clapton ed Elton John è cento volte meglio ;-) Cheers!

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    3. Rebecca DeMornay poi quì è quasi irriconoscibile! o-O Comunque il problema è anche che della Cannon sono famosi i trash-cult e non le belle pellicole che ha fatto. XD

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  3. Intanto complimenti a Quinto Moro per il bellissimo post.

    Ciclicamente "A 30 secondi dalla fine" mi riappare. O in post nei vari blog che seguo, magari citato, o nei film che i rivenditori online mi suggeriscono di acquistare. Personalmente l'ho visto molto tempo fa (a naso mi sa verso la fine degli anni '90 in tv a orari da vampiro), va da se che il mio giudizio è parecchio annebbiato. Devo per forza recuperarlo perché è una di quelle pellicole troppo spesso dimenticate ma che in realtà ha ispirato decine di pellicole.

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    1. E' uno di quei film che se lo rivedi adesso ti si scolpisce addosso, tipo tatuaggio da prigione: puoi mostrare il braccio col marchio del treno e dire "ehi, sono stato anch'io su quel treno. Manny rules"

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    2. Quando Quinto Moro mi ha chiesto se poteva scrivere di questo film, mi è venuto un sorrisone da tempia a tempia (Storia vera), non solo perché ci conosciamo da una vita, ma perché questo strano film che combinava il “mio” Kurosawa e il “mio” Bunker l’ho amato ferocemente da subito. Quinto Moro ha descritto tanti pregi e qualche difetto alla grande, posso solo consigliarti di recuperare una copia e rivederlo perché è un filmone, molto felice di averlo commentato come si deve anche qui sulla Bara ;-) Cheers!

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  4. A leggere il post e di commenti mi sento proprio a casa. Ho visto il film almeno una decina di volte, e mi sento sempre a disagio quando non lo vedo nominato tra i grandi classici di quel periodo. Finalmente qualcuno che gli rende l'onore che merita!

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    1. Infatti é una consolazione trovare tanti appassionati, per me è un classico quando Quinto Moro me lo ha proposto non ho avuto nemmeno un dubbio. Cheers!

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    2. A parte la distribuzione penso che molti ottimi film finiscano nell'oblio se nel cast non c'erano attori che hanno mantenuto fama nel tempo, lo stesso vale per chi li ha diretti. Anche per un vero appassionato di cinema, cercando i vecchi film si tende a scavare nella filmografia di registi e attori in base a certi successi che hanno ottenuto. Nel senso: è difficile considerare Konchalowski un regista "di nicchia" come si potrebbe dire di un Cronenberg o un Jarmush, autori che non sono "mainstream" ma che guadagnandosi una certa fama hanno garantito visibilità anche ai loro vecchi film. Lo stesso vale per certi attori, anche se Roberts e Voight non sono due sconosciuti, è difficile che uno si metta a scavare nella loro filmografia (per Voight ci può anche stare). Nel loro caso poi, questo è uno degli apici della carriera di entrambi, il che rende più triste la scarsa fama del film.

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  5. Ennesimo scoperto sul Mereghetti e beccato la notte su Canale 5. Effettivamente un film davvero asciutto dove la tensione non scade mai ed il paesaggio innevato è trascinante ed i protagonisti ti rimangono. Qualche tempo fa ho scoperto che sia Voight che Roberts ebbero la nomination all' oscar!

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    1. Vero, il film ebbe 3 nomination, c'era anche quella per il montaggio. Comunque Jon Voight vinse il Golden Globe.

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  6. Ed io alle 4:26 di notte di un venerdì di maggio ho rivisto questo film su una rete regionale e son venuto a cercare leggegendo quella frase qualcuno come voi..credo di averlo visto per la prima volta a 15/6 anni cioè 18 anni.. Solo adesso ho scoperto che "manny" è il padre di Angelina jolie!! Comunque un grande film..

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    1. Proprio lui, ma se guardi Jon Voight nelle sue foto da giovane, ha dei tratti del viso che la sua figliola ha preso uguali identici ;-) Cheers

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