lunedì 11 febbraio 2019

Fuga da Alcatraz (1979): Essere una roccia e non rotolare

Anche quest'anno avete apprezzato moltissimo l’iniziativa Cassidy cover your favorites ricoprendomi dalla testa ai piedi di titoli uno meglio dell’altro, per questo non posso che ringraziarvi.
Ma la scelta quest’anno è stata facilissima perché con la bellezza di due voti (chiamiamoli così) e un quarantennale da festeggiare, non potevo proprio non scegliere “Fuga da Alcatraz”, quindi mille grazie a Marco Pacifici e Kuku per il post di oggi!

Non trovo niente di più angosciante delle storie a tema carcerario, ne avevo già parlato un po’qui, eppure allo stesso tempo il tipo di racconti che mi affascinano di più sono quelli di un (anti)eroe che si scontra con un sistema di regole, meglio per il coinvolgimento se opprimenti, per rimarcare con ogni modo possibile il suo desiderio di libertà, un soggetto che nel cinema degli anni ’70 era più facile trovare e che proprio sul finire di quel decennio, ha trovato un titolo come “Fuga da Alcatraz” che da quarant’anni è il modello di riferimento di tutto i genere carcerario, queste pietre miliari qui hanno un nome, si chiamano Classidy!


“Escape from Alcatraz” è basato su tre monumentali pilastri, tre icone inossidabili da sempre sinonimo di sicurezza, la prima è “La roccia”, The Rock come viene chiamata qui e nel film omonimo, la prigione più famosa della storia, Alcatraz che dal 1963 è diventata un'attrazione turistica dove la domanda che i gestori delle visite guidate si sentono ripete più spesso dai turisti è sempre la stessa: «Quale di queste era la cella di Clint Eastwood?» (Storia vera).

Le altre due rocce non possono che essere la faccia di granito di Clint e la solidissima regia di Don Siegel che firmano insieme la loro quinta ed ultima collaborazione, se ve lo state chiedendo, le quattro precedenti sono state cosette come: “L'uomo dalla cravatta di cuoio” (1969), “Gli avvoltoi hanno fame” (1969), “La notte brava del soldato Jonathan” (1971) e Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! Scusate se è poco.

Tu chiamale se vuoi emozioni leggende.
La storia è basata sul libro omonimo di J. Campbell Bruce che racconta della vera storia dell'evasione di tre detenuti, Frank Morris e i fratelli John e Clarence Anglin, dalla prigione nella baia di San Francisco avvenuta nella notte dell’11 giugno del 1962, pochi mesi prima della chiusa di Alcatraz. A trasformare il libro in una sceneggiatura ci ha pensato Richard Tuggle lo stesso che poi dirigerà proprio Estwood in “Corda tesa” (1984).

La leggenda vuole che una buona fetta del budget (e per la precisione cinquecento mila fogli verdi con sopra le facce di alcuni ex presidenti defunti) venne spesa per sistemare l’illuminazione e alcune delle strutture del carcere ormai in disuso per girare il film, ma il motivo per cui la pellicola risulta ancora un modello di riferimento, va cercato nel fatto che partendo da una sceneggiatura di ferro, Don Siegel ha saputo tirare fuori una pellicola rigorosa, forse l’apice del cinema geometrico e senza sbavature del grande regista.

Il vero Frank Morris, poi chiedetevi perché lo hanno fatto interpretare ad Eastwood.
Cosa dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Bravi! Che ne determinano tutto l’andamento. Quelli iniziali di “Fuga da Alcatraz”, per la precisione, sono otto, ma micidiali, il 18 gennaio del 1960 Frank Morris sotto una pioggia scrosciante diventa un detenuto della Roccia, spogliato, perquisito e nudo come il giorno in cui è venuto al mondo, Siegel ci mostra in una lunghissima scena muta come si diventa da essere umani a numeri, una scena da horror che Siegel conclude nello stesso modo, con le parole «Benvenuto ad Alcatraz» e il tempismo perfetto di un fulmine che illumina il volto (sempre lo stesso da quasi 90 anni) di Eastwood mentre le sbarre si chiudono. Un inizio che ti fa venire voglia di fare “GULP!” a te che sei comodamente seduto in poltrona, ma tranquilli, dopo peggiora.

"Qui è dove passerai il resto della tua vita, così impari a rigare dritto".
Sì, perché Don Siegel sfrutta al meglio la sceneggiatura per mostrarci la vita nella prigione, le sue regole e la sua gerarchia interna, ma il colpo di genio per me resta la scelta di casting di affidare il ruolo dell’inflessibile e malefico direttore (una figura che sarebbe diventata la normalità in tutti i film carcerari da qui alla fine del cinema) all’attore Patrick McGoohan che davanti ad un artista della fuga con un quoziente intellettivo più alto della media come Morris, mostra subito i denti per mettere in chiaro che questo è il suo parco giochi. Con un paio di dialoghi drittissimi il film introduce le caratteristiche principali del protagonista e le regole del carcere, il tutto con poche frasi che tolgono l’aria persino allo spettatore: «Se disobbedisci alle regole della società ti mandano in prigione, se disobbedisce alle regole della prigione, finisci qui».

Perché McGoohan in questo ruolo è un colpo di genio, perché l’uomo che ha il compito, come dice lui, di tenere tutte le uova marce nello stesso paniere, si prende il suo tempo per sottolineare come all’interno della prigione tutte le regole e le informazioni del mondo esterno arriveranno da lui, lo stesso che in carriera aveva rappresentato uno dei miei ribelli dell’immaginario preferito, il Numero 6 («I’m not a number, I’m a free man!») della serie di culto “Il prigioniero” che qui è definitivamente passato dall’altra parte della barricata, quindi ancora più credibile nella parte perché solo chi è stato prigioniero sa come fare al meglio il carceriere.

"Adesso sei tu il numero 6".
Il suo perfetto opposto è il Frank Morris di Clint Eastwood che per tutto il tempo, oltre alla solita faccia di granito, sfoggia un atteggiamento che è remissivo solo per forza di cose, basta guardarlo per capire che ogni volta che obbedisce ad un ordine la parte più difficile per lui è trattenere il “vaffanculo” che gli passa per la testa, ma non c’è un solo momento in cui Morris non mantenga la schiena dritta e la testa alta, mentre cerca i punti deboli della prigione. Perché alla fine Morris è il perfetto esempio di eroe del cinema di Don Siegel, metodi... Vogliamo dire ruvidi? Ecco, diciamolo... E un’incrollabile fiducia nella sua capacità di poter alterare il mondo attorno a sé, un concetto che una prigione come Alcatraz non può che sottolineare, perché mentre tutti (anche il bibliotecario English, Paul Benjamin, l’uomo che spiega a Morris le gerarchie interne del carcere) gli spiegano che affrontare sbarre, turni di guardia, le correnti e l’acqua gelida della baia di San Francisco è un'impresa impossibile, il nostro protagonista si convince della sua teoria: fuggire da Alcatraz non è impossibile, è solo un rebus che nessuno ha risolto. Non ancora almeno.

Non mi piego e di sicuro non mi spezzo.
Tra le parole di English, alcune delle più significative sono quando dice che la Roccia può tirare fuori la forza di un uomo, oppure spezzarlo ed è proprio il bestiario umano che popola Alcatraz a dare spessore e realismo al film. I personaggi che ruotano attorno ai due opposti in lotta tra loro (Morris e il direttore) offrono tutta la gamma della razza umana.

Si va da “Tornasole” (Frank Ronzio), nomignolo che deriva dal suo volto che cambia colore in base al freddo o al caldo, che utilizza gli spaghetti sottratti alla mensa per nutrire il suo topolino, per passare al fragile pittore Chester "Doc" Dalton (Roberts Blossom) che con la pittura ha trovato un modo per non farsi spezzare e che sfoggia un crisantemo giallo, non proprio il più allegro dei fiori, ma una piccola ribellione, il simbolo della sua volontà di non farsi rinchiudere tra quattro mura.

Non tutti gli ospiti di Alcatraz, però, sono mossi da intenti artistici, anzi, qualcuno come Wolf (Bruce M. Fischer) preferirebbe dare sfogo ad istinti decisamente più bassi, come nella scena della doccia dove Morris gli fa capire che all’argomento non è proprio interessato, prima di dare tutta una nuova dimensione al concetto di "lavati la bocca con il sapone".

Con il metodo Eastwood, il bullo dopo farà le bolle di sapone dal naso.
Anche perché in un posticino tenero come Alcatraz, non puoi dimostrare di avere un’esitazione e il nostro Frank non tentenna nemmeno quando English gli racconta la sua storia, dimostrando di essere tutto tranne che uno stinco di santo, ma sicuramente uno affidabile, d’altra parte lo interpreta Clint Eastwood l’unico al mondo che è sinonimo di sicurezza anche più della stessa Alcatraz.

A suo modo Morris è un cavaliere senza nome degno di un Western, non ha un passato né una famiglia, non ricorda nemmeno la data del suo compleanno («Ma che infanzia hai avuto?», «Breve»), sembra arrivato dal nulla (e al nulla destinato a tornare) per raddrizzare i torti del direttore, proprio per questo è l’unico che fa qualcosa nella scena della falegnameria, un momento di realismo quasi splatter che Siegel sottolinea con un utilizzo straniante della musica in cui Morris sfoggia tutto il disprezzo per l’istituzione che fatica a tener nascosto tra le mura del carcere.

Ma chi osa vince, perché la spavalderia di Morris trova preziosi alleati nel giovane Charley Butts che diventa Charley Puzo nel doppiaggio italiano, una scelta azzeccata per sottolineare il suo cognome buffo, ma soprattutto i due fratelli Anglin, Clarence e John, quest'ultimo interpretato da quel gran mito di Fred Ward, giusto per ribadire che a facce di granito, questo film è piuttosto ben messo.

Ferdinando Reparto, anche in lui in fuga dal reparto di detenzione.
Quello che funziona alla grande in “Escape from Alcatraz” è che su questo tessuto antropologico, si tendono delle istanze rivoluzionarie che non ti aspetteresti da due conservatori come Siegel e Eastwood, ma nemmeno per un minuto si dubita del fatto che la fuga dei personaggi, che in teoria sarebbero dei galeotti, non sia buona e giusta, considerando l’alternativa di un sistema repressivo che accumula criminali dietro le sbarre, ma non ha la minima umanità nel gestirli.

“Bel panorama”, “Intendi il muto di cinta?”, "Si, visto che bei mattoni?".
Siegel che nella sua filmografia ha saputo spaziare tra i generi, aveva già affrontato quello carcerario in “Rivolta al blocco 11” (1954), ma qui il suo cinema ha raggiunto una maturità totale, rispetto ad altri film della stessa tipologia, il grande regista predilige l’azione mostrata (quindi il cinema puro) alle parole, i momenti intimisti e intensi non mancano, ma non somigliano a quelli di “L’uomo di Alcatraz” (1964) di John Frankenheimer e manca anche la riflessione sulla perdita e l’annullamento dell’umanità di pellicole come “Fuga di mezzanotte” (1978) di Alan Parker.

Qui il regista mette l’azione al primo posto, se la sceneggiatura non ha un filo di grasso, la regia di Don Siegel è rigorosa, non uno stacco di montaggio o un’inquadratura che non sia strettamente necessaria alla narrazione, se Siegel mostra un dettaglio, state pur tranquilli che quello avrà un ruolo per portare avanti la storia, un tipo di approccio cinematografico che ha fatto scuola per signori come Michael Mann, oppure lo stesso Clint Eastwood che ancora oggi ha fatto dell’essenzialità un marchio di fabbrica dei suoi film da regista.

Gli anni passano, ma quello sguardo assassino è sempre lo stesso.
Provate ad affidare il terzo atto di questo film ad un regista di minor valore e aspettatevi un risultato decisamente meno riuscito rispetto alla pietra miliare che è “Fuga da Alcatraz”, perché parliamoci chiaro: vedere detenuti che scavano tunnel, oppure preparano dei mamozzi di carta pesta, non è proprio la più avvincente delle trame in termini di eventi e, a ben guardare, anche il finale è quasi anticlimatico, ma è proprio la regia impeccabile del regista di Chicago a rendere tutto un meccanismo ad orologeria perfetto.

Sullo schermo succede poco o niente, ma da spettatore è impossibile non scattare ogni volta che un secondino si avvicina alle celle dei protagonista e anche il piano del direttore di cambiare cella a Morris, oppure il ritorno in scena del vendicativo Wolf, sono tutti momenti che si risolvono in un nulla di fatto, ma un nulla di fatto con cui Siegel, comunque, t'inchioda allo schermo, anche se il film lo hai già visto cento e più volte, anche se l’esito è strombazzato ai quattro venti, dritto sparato nel titolo del film, questo è qualcosa che possono fare solo i grandissimi.

“Proprio oggi dovevo lasciare il coltello svizzero negli altri pantaloni”.
Il finale, poi, è l’apice di un duello a distanza tra due forze opposte, ma la, chiamiamola firma, che Morris lascia volutamente al direttore è la prova di quanto tra i due scacchisti, Morris sia indubbiamente quello più intelligente, quel crisantemo giallo è allo stesso tempo un “Tana per il direttore!”, ma anche l’alibi perfetto per convincere chiunque a dare il fuggitivo per morto della fuga.

“Escape from Alcatraz” ha avuto un impatto incalcolabile sulla cultura popolare, Stephen King ha pescato a piene mani idee e personaggi da questo film, per alcuni suoi romanzi a tema carcerario, proprio per questo a chi dovesse capitare di scoprire questo capolavoro, dopo aver visto cosette come “Le ali della libertà” (1994), oppure “Il miglio verde” (1999) potrebbe avere un senso di Déjà vu in qualche momento, ma tutto è iniziato qui, proprio come la carriera del mitico Danny Glover, al suo primo ruolo d’attore, è il detenuto a cui Clint Eastwood passa uno dei libri dietro le sbarre mentre spinge il carrello della biblioteca.

"Sono troppo giovane per queste stronzate!" (quasi-cit.)
Insomma, sono molto felice di aver potuto finalmente ospitare questo film sulla Bara Volante, dopo quarant’anni è ancora una roccaforte inossidabile, una roccia che non rotola come il cinema di Siegel e la faccia di granito di Clint.

22 commenti:

  1. che dire : un capolavoro . ottima recensione.

    clint in sto film aveva 49 anni e tiene un fisico pauroso.

    io ho 48 anni e anchio tengo un fisico pauroso!!!!!

    mi sono depresso .

    oggi mi iscrivo in palestra. no scherzo.

    rdm

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    1. Grazie mille capo, gentilissimo ;-)
      Arriva da un’altra epoca, ad 88 anni ancora dirige e recita, hanno getto lo stampo quando lo hanno sfornato. Cheers!

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  2. Quando vado a prendere Crepascolino a scuola il venerdì e carico sulla mia schiena di Ichabod Crane la sua cartella piena di tutti i libri e quaderni della settimana, sento che i giorni in cui scalavo l'Everest cantando a squarciagola i songs dei Korn zavorrato dal peso della mia guida indigena addormentata esausta sono lontani come i gg in cui il mio amico ed ex allievo Clint lavorava in Rawhide. Poi mi ricordo che l'attore " con due espressioni ovvero col cappello o senza " è uno zinzino più vecchio di me e dirige un film all'anno, spesso interpretandolo e torno il Doc Savage di sempre. Più o meno. Ieri sera mi sono addormentato sul divano all'ora in cui i milanesi stanno decidendo quale nuovo ristorante sperimentare.
    Il film in cui Eastwood è un signore in età che porta qui e là sostanze stupefacenti non è ancora nelle sale, ma Old Man Legno dell'Est - il nome che prende quando ci troviamo insieme a Bradley in una sorta di Darkwood e giochiamo ai cowboys ed ai nativi americani - è già al lavoro su di un nuovo progetto di cui tento di seguito una sintesi.
    Paul Macca ha fatto qualcosa che non doveva ed il suo supervisore lo rinomina Number Saysaysay prima di farlo narcotizzare e risvegliare all'interno di una labirintica struttura orbitante codename Bara Volante. NS incontra nella sua nuova casa persone che il mondo considera decedute che nella BV hanno nuovi nomi, come Macca appunto, e ricordi sbiaditi di quello che furono. Fa amicizia con Ken " The Fitz " Geraldo - bizzara combo di personaggio televisivo e prez come lo vedrebbe Champ Lansdale - e con Jailhouse Hudson Rock - praticamente il Bruce Wayne di Graham Nolan convinto di essere un singer undercover agent di Trickie Dickie - e progetta con loro di tentare la fuga. So cosa stai pensando: uno zinzino quel film con Starlord e Mistique che si risvegliano nello spazio, ma le note sono sette ed ammetterai che assomiglia anche ai primi numeri di Shade The Changing Man di Milligan/Bachalo, cosa che non ti aspetteresti da Dirty Harry. O forse no. E' davvero imprevedibile. Ciao ciao

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    1. Tu scalavi l’Everesti con Jonathan Davis in cuffia, lui l'Eiger, noi con l’occhio a mezz’asta all’ora del Carosello, lui trasporta droga sul pick-up, per uscire dall’ombra di Clint e usare il suo nome impunito, Marty McFly è dovuto tornare al 1885, ed è strano che non abbia incrociato Rowdy Yates ;-)

      Citazione più che gradita, il massimo sarebbe che Number Saysaysay ad un certo punti ringhi «questp è una fottuta Bara Volante» poi sarei un bambino felice ;-) Oltre alle sette note si sente anche l’influenza di Champion Joe, ma Jailhouse Hudson Rock è già tipo il mio personaggio preferito di sempre! In effetti di vedo molto Milligan, ma nemmeno poi così strano Dirty Harry in una roba così, “Firefox - Volpe di fuoco” aveva momenti anche più matti, tipo il mandante albino chiuso in una stanza con poca luce. Cheers!

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  3. Mamma mia Cass! Me lo hai fatto rivivere! A parte le chicche che non sapevo e quelle che avevo dimenticato di sapere (il prigioniero n.6, poi Danny Glover, ecc...) e le immagini (foto e narazione) che hai scelto... accidenti!
    E' ovviamente uno dei miei film preferiti di Clint, e anche uno dei miei preferiti in assoluto. E stanotte sognerò di nuovo di essere un duro, duro abbastanza da raccogliere delle dita monche in una scatola di legno e porgerle allo sbirro di fronte a me, digrignandogli "Ecco, le metta nel suo rapporto".

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    1. Mi spiace solo che tu sia stato tra i primi a proporre un titolo, perché così potrebbe sembrare che non abbia preso in considerazione gli altri suggerimenti (uno meglio dell’altro) usciti fuori da “Cassidy cover your favorites II”, però questo era davvero irresistibile complice il quarantennale, quindi mille grazie per l’ottimo assist, non potevo proprio non mandarlo a canestro ;-)

      Quella scena è micidiale, la musica è opposta a quella che ti aspetteresti da una scena così, rende ogni secondo della scena quasi fastidioso, una scelta perfetta per rappresentare il tumulto nella mente del protagonista, che vorrebbe fare su un casino, invece può permettersi solo quella frase e quel gesto provocatorio, e può permetterselo perché fondamentalmente è Clint Eastwood. Non ha un fotogramma fuori posto questo film, davvero impeccabile. Cheers!

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  4. Film che mi piace parecchio, un po' come molte storie relative a fughe da carceri inespugnabili. Mi ero segnato l'appuntamento del quarantennale per metá giugno, forse considerando la data di uscita italiana... quindi lo rivedró in quel periodo, sicuramente

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    1. Hai fatto bene, io ammetto di non aver verificato, ho colto al volo l’occasione per scriverne perché anche a me piace moltissimo. Per allora ti aggiungerò come link a questo post, non vedo l’ora di leggerti ;-) Cheers!

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  5. Filmone totale. Copiato, omaggiato e parodiato (Una Pallottola Spuntata 3 e 1/3) da chiunque negli ultimi 40 anni. E già questo funge da termometro sull'impatto che il lavoro di Siegel ha avuto nella cultura cinematografica occidentale. Una tensione che ti fa friggere sul divano anche se sai benissimo come finirà il film (mica hanno messo "Fuga" nel titolo per caso, no?). Tutto sembra che deve andare a remengo da un momento all'altro o per colpa di Wolf o per colpa del direttore che vuole spostare Morris o per colpa delle distrazioni di Puzo che, poveraccio, si vede che desidera la fuga ma non ha la scorza di Clint e nemmeno dei fratelli Anglin. O, paradossale, per colpa proprio di Morris che può saltare il banco giocando sul filo col direttore (la scena del crisantemo in sala mensa è un capolavoro).

    Ottima scelta Cassidy! Me lo sono rivisto con immenso piacere! (anche "Corda Tesa" col famoso braccio non mi sarebbe dispiaciuto rivedere...)

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    1. L’unico lettore che ripassa i film prima di leggere e commentare, fatti un applauso da solo, che te lo meriti! :-D Il finale è basato sul nulla, perché sono tutte minacce di azioni che potrebbero bloccare l’azione quella vera (la fuga del titolo), sono delle finte che però tengono in tensione per tutto il tempo. Sempre bello poter suggerire il ripasso di capolavori così ;-) Cheers!

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    2. Grazie Capo, ma è stato un piacere anche mio il ripasso. Capitato a fagiolo visto che stamattina col febbrone ho dovuto attendere che facesse effetto la tachipirina prima di andare a lavorare...

      Che poi, il bello, è che stiamo facendo il tifo per dei delinquenti che fino a prova contraria dovrebbero stare giustamente dietro le sbarre. Per omicidio (duplice nel caso di English, anche se oggigiorno sarebbe legittima difesa), rapina a mano armata e altre sciocchezzuole!
      Mentre il direttore che non vuole casini e vuole far rigar dritto i detenuti lo vediamo come un sadico senza cuore.

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    3. Spero che tu oggi stia meglio, oppure che tu stia a casa a guardare film, sicuramente meglio che lavorare ;-) Per un film fatto da due conservatori come Siegel e Eastwood, nemmeno per un secondo viene messo in dubbio il fatto che siano i galeotti ad avere ragione, il che è abbastanza incredibile se ci pensi. Mi fa sempre pensare a quello che scriveva Edward Bunker del sistema carcerario, uno che le prigioni le ha conosciute bene in vita sua. Cheers!

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  6. ahhhh ormai siamo nei super-classiconi spinti! ^_^
    Da ragazzino mi travolse come un treno merci, splendido e terrorizzante: assolutamente degno di un siffatto omaggio volante!

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    1. Si si, è il bello di avere una Bara Volante, puoi andare dove ti pare ;-) Ben detto, splendido e terrorizzante, penso che sia all'origine dell'angoscia che i film carcerari mi creano. Cheers!

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  7. Gran pezzo e grandissimo film, è un sacco che non lo riguardo, dovrei riprenderlo...

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    1. Mille grazie! Una pietra miliare non passa mai di moda, ogni tanto anche a me piace rivederli i film così ;-) Cheers

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  8. Siiiiiiiiiií mitico Cassidy!
    Grandissimo, proprio bello questo post. Hai scritto bene, questo film ha una essenzialità travolgente che se fatta da un registuccio viene fuori una roba da tvmovie e invece qua...
    Oddio, davvero hanno usato un sacco di soldi per l'illuminazione? In effetti è fondamentale ma non mi immaginavo che per questo film la cosa fosse così spinta.
    Patrick Macgoohan veramente ha una faccia pazzesca, un'espressione da serpente sangue freddo pronto a mordere. Io lui me lo ricordo in più di una puntata del Tenente Colombo, nella parte del killer freddo come il ghiaccio.
    Grazie per il post e la citazione!

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    1. Figurati grazie a te per l’assist, mi sono potuto rivedere un gran film che amo molto ;-)
      Don Siegel tira fuori l’azione e la tensione, dove la storia prevede l’immobilismo, non credo ci sia nulla di più statico di persone chiuse in una cella, eppure da questa premessa il vecchio Don ha tirato fuori un classico che ancora t’incolla allo schermo dopo quarant’anni.

      Mi manca quell’episodio del Tenente Colombo, lo ricordo giusto in “Scanners”, qui e in “Il prigioniero”, grazie per la dritta mi cercherò la puntata ;-) Cheers!

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  9. Clint Eastwood per sempre mito, e a 90 anni ancora le suona ;)

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    1. Hanno gettato via lo stampo dopo averlo sfornato, ho il post su “The Mule” in rampa di lancio. Cheers!

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  10. Ah, grazie Cass, ci voleva 'sto amarcord perché non me lo rivedo da anni!
    L'ho visto una caterva di volte. Fuga da Alcatraz coincide forse con la nascita del mio io cinefilo più "adulto", lo registrai in vhs una tarda notte in seconda serata tanti anni fa, vedendomelo, e rivedendolo ancora. Poi lo presi in dvd, destino che spettava solo a pochi film eletti se c'era già una vhs…
    Ho un debole per i drammi carcerari, da Brubaker a Shawshank redemption, passando per Alcatraz/Murder in the first e Papillon. "Fuga" per me resta forse il capostipite, e lo associo molto a "Runaway train", film di cui un giorno spero di leggere un tuo commentone.
    Cheers.

    Bob.

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    1. Sono qui anche per questo, grazie a te ;-)
      Sui drammi carcerari sfondi una porta aperta, hai citato alcuni dei miei film preferiti, “Fuga” è il padre nobile di tutti questi, anche di “A 30 secondi dalla fine”, lo avevo commentato ai tempi di Movieplayer, già allora piaceva a noi due e pochi altri ;-) Cheers!

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