venerdì 1 febbraio 2019

Bruiser (2000): Date ad un uomo una maschera ed egli vi dirà la verità


Quanto è ignorante intitolare un post con una citazione del leggerissimamente inflazionato Oscar Wilde? Ma il film di oggi è controverso, quindi tanto vale giocarsi il tutto per tutto nel nuovo capitolo della rubrica… Lui è leggenda!
Lo abbiamo visto nel corso di questa rubrica, gli anni ’90 di George “Amore” Romero, sono stati estremamente complicati, dopo aver visto sfumare tutto il lavoro fatto per Resident Evil, la Leggenda ha diretto poco o niente, “Bruiser” è il suo primo film dopo sette lunghi anni, da quel La metà oscura che ancora oggi è considerato ingiustamente una cosetta di poco conto.

Romero ha sempre faticato a trovare finanziatori per portare sul grande schermo le sue idee e i cinque milioni di ex presidenti spirati stampati su carta verde, ricevuti da Canal+ devono essergli sembrati la Manna dal cielo dopo sette anni d’inattività forzata.

Con un pugno di dollari la Leggenda non si perde d’animo e sforna “Bruiser”, vorrei potervi dire che si tratta di un’opera eccezionale, ma purtroppo non è così, anzi insieme al suo segmento di Due occhi diabolici e poco altro, è uno dei lavori meno riusciti del grande regista, ma non per questo privo di personalità, cioè, in realtà il protagonista è privo di personal… Oh, sentite! Ora lo vedremo in dettaglio, ok?

Finalmente spuntano i mitologici occhialoni di George “Amore” Romero!
L’inizio è notevole, Henry Creedlow (Jason Flemyng) si sveglia, fa le flessioni, la doccia, la barba e sogna di spararsi in testa. Insomma, un normale lunedì mattina, solo che tutto è inquadrato a distanza ravvicinatissima da Romero, come se il protagonista non avesse un volto, almeno finché non sogna di farselo saltare in aria con la Beretta, anticipando un tipo un po’ matto alla radio, che nell’ignoranza generale decide di fare lo stesso in diretta, in una trovata che in qualche modo ricorda un po’ le telefonate radiofoniche di Martin.

Henry ha una bella casa, in costruzione, con i costosi lavori che sembrano non finire mai. Una bella moglie che lo tradisce con il suo capo. Un cagnolino, amorevole come un dito in un occhio, per non dire in un altro posto. Degli amici che gli dicono «Dovresti proprio stare più attento» e intanto pensano «Sto cojone…». Un conto in banca, perennemente in rosso. Ma anche un lavoro presso la rivista di moda “Bruiser”, dove il suo capo è uno stronzo patologico, un uomo di merda da primato olimpico. Insomma, è il tipico signor nessuno che per citare un titolo minore di Carpenter: "Era già invisibile prima di diveltarlo davvero".

“Ho una vita di merda? Puoi dirlo forte!”.
“Bruiser” per certi versi è una specie di “Fantozzi” (1975), però diretto da George A. Romero, quindi con satira pungente al posto della commedia più spiccia, ma mantenendo per certi versi il tono grottesco della vicenda e con molta più emoglobina e morti ammazzati, ecco. Anche Henry fa dei “sogni mostruosamente proibiti” (passatemi la citazione), dove fantastica di punire tutti quelli che lo trattano male, un po’ come Hal Holbrook che sognava di uccidere Adrienne Barbeau in Creepshow, ma con dei flashback molto più smarmellati, forse perché al montaggio Romero non può più contare sul suo fidato Pasquale Buba e la cosa si nota abbastanza.

Ma per ogni ragioniere Ugo Fantozzi ci vuole un Mega direttore galattico che per Henry è Milo Styles, il direttore della rivista di moda per cui lavora “Bruiser”, uno che ha due cose fisse in testa, la seconda è spadroneggiare come un semi Dio in terra sui suoi collaboratori.

Ad interpretarlo è quel mito di Peter Stormare, uno che sa come andare sopra le righe e portare a casa il risultato, ma qui (e lo dico per voi) riscrive completamente tutto il concetto di recitazione sopra le righe, impersonando un personaggio che definire schifoso è poco, uno che oltre ad essere sgradevole non pensa ad altro che ad orizzontalizzarsi colleghe e modelle, in una prova di recitazione che fa sembrare il Jordan Belfort di Leonardi Di Caprio in “The Wolf of Wall Street” (2013) educato e posato, come uno di quelli che ti ferma per strada per chiederti se hai già accolto la parola di Dio nella tua vita.

“Come si chiama questo blog che scrive di me? La bara volante? Ma non sono ancora morto!”.
“Bruiser” è storicamente un film maltrattato e considerato senza non poche ragioni uno dei peggiori di Romero, ho sempre apprezzato molto il tema di fondo della storia, ma il motivo per cui voglio bene a questo film è un altro, ovvero la frase di Peter Stormare («We make heat!») che è diventata da tempo un mio tormentone personale, quando mi capita quelle due volte nella vita di riuscire ad anticipare qualcosa prima che cominci a piacere a tutti, mi lancio sempre nella mia versione del suo arrogantissimo: «Noi facciamo tendenza!» (storia vera).

Dopo aver ingoiato merda al lavoro ed aver incassato un sonoro “Mavattelapesca” (anche se non così edulcorato) dalla moglie che si getta, anima, corpo e mutande tra le braccia di Milo, Henry è un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, quindi Romero riprende la scena iniziale: flessioni, doccia, barba, senza mostrare il volto del protagonista, salvo che questa volta Henry al suo risveglio, un volto non lo ha più davvero, ma solo un’inespressiva maschera bianca attaccata alla pelle, identica a quella che fa la moglie di Milo, Rosemary, di cui Henry è invaghito nemmeno troppo velatamente, una signorina Silvani più carina interpretata da Leslie Hope.

Eletta per due volte consecutive "Miss IV Piano", corteggiata disperatamente da sette anni.
Qui torna buono il vecchio Oscar, date ad un uomo una maschera ed egli vi dirà la verità, oppure inizierà ad uccidere impunito, sì, perché libero dal vincolo della sua identità, impossibile (o quasi) da riconoscere, Henry può finalmente realizzare le sue fantasie omicide, ad iniziare dalla signora delle pulizie che gli ruba i soldi da casa e lo insulta pensando che lui non parli lo spagnolo.

Come sempre nella poetica Romeriana, i veri mostri non sono quelli che ne hanno l’aspetto, per questo Milo Styles è un personaggio abbozzato a colpi d’accetta, per risultare grottescamente malvagio (e felice di esserlo) e poi consegnato nelle mani di Stormare con una sola direttiva, quella di esagerare. Non sono certi i contenuti o le chiavi di lettura il problema di “Bruiser” che porta in primo piano un tema che è sempre stato presente in quasi tutti i film della Leggenda, ovvero la perdita dell’identità.

Cambiare la foto tessera sulla carta d’identità sarà un vero casino.
Un morso di uno dei suoi zombie e non sei più tu, ma parte di una massa barcollante che si aggira per i centri commerciali, oppure re Billy, in lotta contro l’omologazione del drago sistema per non perdere l’identità sua e dei suoi compagni. Il tema dell’identità personale è fortissimo nel cinema di Romero, “Bruiser” esplora con il suo protagonista, i vantaggi (se così possiamo chiamarli) di una perdita temporanea dell’identità, senza mai perdere il gusto per la satira contro le istituzioni, come la stampa che qui viene messa alla berlina.

Trovo significativo che anche Romero abbia nella sua filmografia un titolo minore, dedicato ad un uomo invisibile che esplora sé stesso e i suoi istinti (anche i più bassi) nel momento in cui nessuno può più guardarlo in faccia, oltre al citato film di Carpenter, “Bruiser” potrebbe completare un’ideale trilogia dell’uomo invisibile insieme a L’uomo senza ombra di Paul Verhoeven.

Purtroppo “Bruiser” non sbaglia il contenuto, ma la forma, per assurdo, quando il film dovrebbe entrare nel vivo, incredibilmente si spegne e sparisce come Henry dietro la sua nuova faccia (come avrebbe detto il Rorschach di “Watchmen”), se l’omicidio nel country club dell’amico bastardo che ha rubato soldi ad Henry per anni, è ancora abbastanza riuscito anche grazie ad un paio di movimenti di macchina da presa di Romero e alle ottime musiche di Donald Rubinstein, il resto scivola lentamente verso la banalità di un formato piatto, quasi da film televisivo, tanto che negli Stati Uniti il film è finito dritto nel mercato dell’home video, trattato peggio del suo protagonista. Considerando il maltrattamento subito da Romero nel corso della sua carriera, non ci vuole Sigmund Freud per notare che la fantasie liberatorie di “Bruiser” siano state il film con cui Romero ha voluto chiudere il suo decennio artisticamente nero degli anni ’90.

"Vado... l'ammazzo e torno" (Cit.)
Con cinque milioni di budget tocca arrangiarsi e se Peter Stormare cava sangue dalle rape, non si può dire lo stesso del protagonista Jason Flemyng, attore che non ho mai capito davvero, sarà per i capelli rossi, ma ogni tanto lo vedete ancora oggi spuntare in qualche film, qui funziona meglio nella parte dello sfigatello, ma, purtroppo, venendo a mancare un certo carisma da parte sua e anche una presenza scenica all'altezza, “Faceless” il senza faccia, non ha la forza per diventare un antieroe così memorabile. Andrea in quello che è uno dei miei pezzi preferiti di sempre su Malastranavhs, fa notare quanto il rosso non possa nemmeno allacciare la scarpe a Darkman, non potrei trovare paragone più adatto nemmeno se ci pensassi una settimana, quindi mi limito a citarlo.

Altrimenti ci arrabbiamo, anzi siamo gia' arrabbiati.
Temo che a zio George, dopo sette anni relegato in panchina, mancasse anche un po’ quello che nella pallacanestro si chiama ritmo partita, alcuni passaggi sono abbastanza forzati, ad esempio, Henry, nascosto dietro la porta, che sente parlare il detective che indaga sui suoi omicidi (un Tom Atkins incredibilmente piatto) che, di fatto, gli rivela informazioni che evitano la sua stessa cattura e portano avanti la trama, è una scelta facilona e non proprio raffinatissima.

Ma è il terzo atto dove “Bruiser” si sgonfia come un palloncino bucato: la grande festa organizzata da Milo dovrebbe essere il grottesco teatro dello scontro finale tra il “buono” (chiamiamolo così) e quello che, invece, è decisamente cattivo, tanto che alla festa in maschera, Peter Stormare indossa un costume da diavolo, tanto per mettere lì un simbolismo velato, quasi suggerito direi.

Metafore sussurrate, quasi accennate.
Purtroppo, della scena della festa, quello che si ricorda è più che altro la presenza dei Misfits che con il loro look portano un po’ di colore e anche un paio di pezzi musicali, il tutto in cambio di un video musicale diretto da George A. Romero, come abbiamo già visto nel dettaglio.

Oh oh oh oh, If looks could kill then death would be my name.
Il travestimento di Henry dovrebbe renderlo una sorta di fantasma del palcoscenico, ma dimenticatevi Brian De Palma perché lo scontro tra lui e Milo si risolve in maniera quasi anticlimatica, non ho mai capito perché dei perfetti sconosciuti presenti alla festa, dovrebbero rispondere all’ordine di un tizio con maschera bianca ed impegnarsi così tanto a legare Milo come un salame e per quanto la frase «Noi facciamo tendenza» mi piaccia tanto, il finale non riesce ad essere così beffardo per Milo (e soddisfacente per lo spettatore) come avrebbe potuto.

L’ultima scena, con tanto di versione punk di “Take on me” è gustosa, perché un collega o un datore di lavoro stronzo lo abbiamo conosciuto tutti nella vita, quindi un ghigno beffardo il finale almeno te lo strappa, ma lascia con l’amaro in bocca perché mette in chiaro che con un po’ più di budget e ispirazione in più, “Bruiser” avrebbe potuto essere un fumettone violento, liberatorio e con delle cose da dire, mentre, purtroppo, le buone idee presenti nel soggetto perdono la loro forza con il passare dei minuti.

George A. Romero (ormai lo sapete che la “A” sta per amore, no?) è stato bistrattato per tutta la carriera, gli anni ’90, in particolare, per lui sono stati, artisticamente parlando, un martirio, ma la riscossa era dietro l’angolo, la strada era tracciata, i suoi amati “Blue collar monsters” stanno per tornare sui loro lenti passi, tra sette giorni qui, saremo ancora in missione per conto di zio George!

18 commenti:

  1. lo vidi in vhs e a me piacque.
    sono daccordo che sembra un film per la tv.

    ieri ( no non ho colleghi hacker e io sol computer sono un neanderthal) ho visto sul computer "paura sulla città contaminata"

    due considerazioni
    1) negli anni 70 e 80 la censuar rompeva molto meno le scatole. evviva.
    2) robert rodrigueze il suo planet terror non sono un omaggio a........ sono un plagio e basta!!

    buon week end


    w la fioca!!

    rdm

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Pensa che io ho anche il DVD ;-) La filmografia di Rodriguez è un “omaggio” a chiunque altro, da Lenzi a Carpenter, visto che “fioca” oggi qui da noi, è il caso di dirlo, w la fioca e buon week-end! ;-) Cheers!

      Elimina
  2. Questo ciclo sta smascherando una mia colpevole ignoranza su molti lavori di George: anche di questo non sapevo nulla! Grazie del corso di aggiornamento ^_^

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono qui anche per questo, anzi è un piacere ;-) Il film è controverso, ma non dimenticabile, certo da Romero ci si aspetta sempre altro, ma un recuperino lo merita, se non altro per amore di completezza. Cheers!

      Elimina
  3. Purtroppo non riesco a scrivere altro se non che la considero un occasione davvero sprecata... un'idea vincente ma trattata senza il necessario approfondimento. Il fatto stesso che provi poca empatia per il personaggio la dice lunga: é vero che provarne é sempre un pò un rischio ma confesso che, per il Kenny di "Terror train" venne fatto un lavoro migliore in tal senso, eppure lì si era di fronte ad uno slasher tipico dell'epoca. Il soggetto di questa pellicola preparava a qualcosa di più serio e approfondito. Concordo appieno riguardo la sequenza finale! :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "Terror train" era uno slasher puro, ma era anche un bel filmetto con tutte le cosine al suo posto. Questo purtroppo si sgonfia, un protagonista più carismatico avrebbe aiutato, o meglio, qualcuno più talentuoso nel risultare un mr. nessuno. Peccato perché "Faceless" poteva, malgrado la sua mancanza d'identità, diventare qualcuno, invece è andata male, il culmine di un decennio di bassa marea per la Leggenda. Cheers!

      Elimina
    2. "Terror train" é un mio cult del cuore... spero che un giorno, pur lontano, trovi spazio su questo blog! ;-)

      Elimina
    3. Piace un sacco anche a me, arriverà, in ritardo come un treno italiano ma arriverà! Cheers

      Elimina
  4. la cosa che ho sempre amato di più di questo regista è l'andare contro corrente..dove tutto sembra giusto e scontato per lui diventa da ricostruire.Ci bombardano che dobbiamo buttare le nostre" Brilliant disguises" e invece proprio in questo film, chiamiamolo minore , tutto diventa giusto, il cambio di identità, non averla proprio , può essere la salvezza per tutti. E già questa idea fa della pellicola e soprattutto crea un'originalità che spesso si dimentica e non viene presa in considerazione.
    Come chiosa finale, e se la nostra salvezza sta nel perderci e nel ricreaci una maschera invisibile? Abbiamo mai pensato a questo? Raramente io credo..e se poi fosse la strada giusta...?
    Grazie mio caro come sempre per le tue descrizioni originali e colorite, non di bianco ma di mille sfumature( non di grigio sicuramente)
    Bacioni.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio moltissimo e sono molto d'accordo, anche con la citazione a Bruce. A Romero non è mai mancata la personalità, che traspare anche dai suoi film, questo esplora l'assenza di quella personalità, dell'identità stessa. Non è tutto riuscito però nemmeno questo film minore ha delle cose da dire, non ne faranno più di registi come Romero. Cheers!

      Elimina
  5. Questo è un film che ancora mi manca, parlando di entrambi... sia Zio George che Jason Flemyng (tra l'altro, più che discreto nei panni di Bernard Quatermass nel remake BBC del 2005). Non ne ho mai sentito parlare benissimo, in effetti, ma è pur sempre Romero e con la Leggenda non si può rinunciare alla completezza... ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti consiglio di recuperarlo, per me il peggior Romero resta meglio di tanta roba più blasonata, malgrado gli evidenti problemi. Cheers!

      Elimina
  6. Mi sembra di notare qualche elemento in comune con L'uomo invisibile. Il fatto di non essere visti/riconosciuti in qualche modo fa tirare fuori il lato peggiore.
    Non avevo neanche mai sentito parlare di questo film; peccato che non sia riuscito così bene, le potenzialità c'erano.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L’uomo invisibile, in senso lato, di Romero. Il potenziale era enorme, purtroppo è arrivato nel momento più sbagliato possibile, in ogni caso anche il peggior Romero resta più interessante di parecchia altra roba spompa che si trova in giro. Cheers!

      Elimina
  7. Insomma, rispetto ai film di Carpenter e Verhoeven che hai citato è nettamente più debole.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Nel confronto è quello con il terzo atto più debole, ma per essere tre opere minori, comunque ci trovo del buono in tutte e tre. Cheers!

      Elimina
  8. Ne parlavo(molto meno accuratamente) anche da me, il film è una poracciata ma una OLA per Peter Stormare ce la metto lo stesso per simpatia <3

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi ricordo bene, ti avevo letta ai tempi e non avevo partecipato, proprio perché avevo già questa rubrica su zio George in testa. Resta uno dei film fanalini di coda della filmografia di Romero, eppure ci trovo sempre delle cosette dentro, tipo Stormare che qui ridefinisce il concetto di “recitare sopra le righe” ;-) Un attore che adoro, qui mi ha regalato un tormentone. Cheers!

      Elimina