lunedì 17 dicembre 2018

Millennium - Quello che non uccide (2018): Uomini che odiano Fede Álvarez


La sabbia negli occhi. Non riuscire mai a trovare una penna che scrive, quando hai fretta di appuntarti qualcosa. Le feste comandate che cadono di domenica. Gli autisti che non rallentano quando passano accanto alle fermate del bus quando piove. Tutti piccoli fastidi quotidiani che, comunque, mi urticano meno di leggere sul grande schermo le parole "Directed by Fede Álvarez". Lasciatemi l’icona aperta, che sull’uruguaiano ci torniamo più avanti.

Non ho mai letto i romanzi di Stieg Larsson, quindi la saga di Millennium ho potuto valutarla solo sulla base dei film che sono stati tratti, proviamo a fare un breve punto della situazione partendo dal principio. I primi tre film svedesi con Noomi Rapace nei panni della Hacker Lisbeth Salander mi erano piaciucchiati, il primo diretto da Niels Arden Oplev nel 2009, era quello più crudo, ma non mi aveva fatto appassionare granché alla storia, problema mio.

Anche se normalmente sono contrario a questo tipo di operazioni, il remake americano lo avevo trovato molto migliore, sì perché gli Americani pur di non leggere i sottotitoli dei film fanno prima: ne sfornano una versione locale parlata nell’unica lingua che conoscono. Per fortuna, nel 2011 hanno affidato l’operazione a uno che sa il fatto suo, il “Millennium - Uomini che odiano le donne” di David Fincher manteneva i nomi dei personaggi, l’ambientazione svedese e, soprattutto, l’atmosfera plumbea dei film originali, il tutto, però, con una narrazione secondo me più coesa, lo dico fuori dai denti: tutta la sottotrama dei Neonazisti per me aveva più senso nel film di Fincher che in quello di Niels Arden Oplev. Inoltre, il remake aveva due grandi pregi: il primo, quello di aver messo sulla carta geografica l’attrice Rooney Mara, il secondo, aver chiarito al mondo quello che ho sempre pensato dagli anni ’90, ovvero che “Sail away” di Enja è una canzone con dentro qualcosa di inquietante, mentre tutti attorno a me dicevano: «Oh com’è rilassante questo pezzo» io pensavo che fosse roba che solo un serial killer a casina sua poteva ascoltarsi, quindi grazie signor Fincher.

A sinistra, Glenn Danzig dei Misfits. Al centro versione Gothic Metal. A destra Dolores O'Riordan dei Cranberries.
Detto questo, il film del regista di Alien3, non ha incassato molto (troppi fan di Enja in giro, l’ho sempre pensato), eppure MGM e Sony pictures di smollare il colpo e abbandonare il filone dei romanzi del compianto Stieg Larsson, proprio non ne hanno voglia. Evidentemente dopo essersi accaparrati i diritti, devono rientrare dei soldi spesi, solo che Fincher li ha salutati con l’altra mano, citando gli Elii, quindi tocca inventarsi qualcosa.

Nel frattempo, purtroppo, Stieg Larsson è passato a miglior vita lasciandoci tre libri su Lisbeth Salander, due manoscritti per i seguiti e un paio di lezioni di vita importanti, la prima: vivete una vita sana, perché morire d’infarto non è bello, ma farlo perché l’ascensore è rotto e devi fare le scale di casa è ancora peggio. La seconda: se nella vita avete una compagna di cui vi fidate così tanto da affidarle i manoscritti dei vostri due prossimi romanzi campioni d’incassi, trovate il tempo di sposarla, perché la vita è breve e le rampe di scale da affrontare tante.

“Ok, fai ancora cento addominali poi forse ti farò scendere”.
Non essendo sposati, la compagna di Stieg Larsson a cui erano stati affidati i preziosi soggetti, non ha potuto avere voce in capitolo, i manoscritti sono finiti ai parenti diretti dello scrittore, il padre e il fratello che hanno affidato tutto allo scrittore David Lagercrantz che ha portato avanti le avventure di Lisbeth Salander. Ma gli Americani di tutte queste trame tra Svedesi hanno capitolo solo una cosa: punto ideale di partenza per far ripartire la serie di film, sotto con il rilancio!

Ora (e qui andiamo nel campo nelle mie teorie paranoiche), provando a pensare come uno che mette i soldini sul tavolo per produrre i film, penso che l’unica cosa peggiore di un film che ha fatto flop, sia il primo capitolo di una saga che ha fatto flop. L’idea di una saga incompleta potrebbe allontanare anche quei pochi che vorrebbero dare una possibilità al film, meglio fingere buona salute e sfornare subito un altro titolo per provare ad incassare. Oh! Teoria mia, poi magari non è andata così, sta di fatto che qui entra in gioco Fede Álvarez.

“Tu che sai usare il computer, ordinami online un Kebab arrotolato con tutto, ma che sia tipo grosso così ok?”.
Ho enorme stima di Sam Raimi, ma una cosa proprio gli viene male: fare il produttore. La parte della filmografia di Raimi da produttore, ha degli scheletri nell’armadio notevoli (“Boogeyman” brrr…) e anche la colpa di aver sponsorizzato Fede Álvarez come il secondo avvento. Sul remake di “La Casa” (2013) diretto da Álvarez, preferirei non dire niente perché non è bello leggere un post che degenera in un elenco di Santi tirati giù dal calendario con una selezione di parole ben poco gentili, è andata anche peggio con il modesto Man in the Dark su cui, invece, mi sono già espresso, per altro senza molestare Santi, non so bene come abbia fatto.

Quello che critico al regista uruguaiano è la sua propensione a tirare sempre via la mano, quando è il momento di mostrare la violenza, ma soprattutto, una certa propensione a, non vorrei utilizzare l’espressione “Mettersi a 90 per chi lo paga”, diciamo allora inchinarsi alle esigenze della produzione e dico grazie a Natalino Balasso a cui ho scippato l’espressione.

Quindi, “The Girl in the Spider's Web” è a tutti gli effetti un reboot della saga, un rilancio modesto, quasi timido direi, fatto per non farlo notare a nessuno, anche se avere una nuova attrice nei panni di Lisbeth Salander potrebbe far mangiare la foglia a molti, quindi partiamo proprio da lei, la lanciatissima Claire Foy.

“Uhm, parla bene di me. Allora questo blog con le bare volante non lo oscuro. Per ora”.
Noomi Rapace era tostissima, androgina il giusto e pronta a sporcarsi le mani con scene davvero toste (ogni riferimento a quel clamoroso schiaffo in faccia intitolato “Daisy Diamond” film bello e tostissimo del 2007, è puramente voluto), mentre Rooney Mara riusciva davvero a trasformarsi, diventando molto convincente nei panni di un personaggio al limite dell’autistico, Claire Foy è la prima attrice ad interpretare il personaggio, senza avere una doppia “O” nel nome, il che è già un netto stacco con il passato.

Il suo personaggio parte in media res, nella prima scena sentiamo un marito scusarsi perché è molto stressato in questo periodo, mentre la macchina da presa ci mostra sua moglie che è stata gonfiata di botte prima, probabilmente sui titoli di testa del film. Siamo al minuto uno e Fede Álvarez ci conferma che per essere uno che arriva dagli Horror, in fondo è pudico, quasi timido come questo reboot travestito.

Simbolismi raffinatissimi, presenta Fede Álvarez.
Ci pensa Lisbeth, angelo vendicatore (tanto che Fede Álvarez ci mostra il personaggio davanti ad una statua con due grandi ali nere, grazie Fede, questa da dove l’hai presa, dal manuale delle similitudini scontate?) a fare giustizia, ma la trama si complica quando Mikael Blomkvist (Daniel Craig Sverrir Gudnason) è preoccupato per l’andazzo della sua testata giornalistica “Millennium”, mentre Lisbeth viene contattata per recuperare Firefall, un potente programma informatico capace di scatenare la fine del mondo con il solito “Mambo Jumbo” informatico che tanto nessuno capisce, perché ormai l’informatica al cinema equivale alla magia, basta dire “HACKER!” e nessuno si fa più domande.

Claire Foy qui sfoggia un capello corto (direttamente da First Man) che la fa sembrare già pronta per la biopic sulla vita di Dolores O'Riordan dei Cranberries (tanto dopo Bohemian rhapsody si aprirà la diga di questo tipo di film, poco, ma sicuro), eppure, qui è davvero convincente anche se non ha nulla in mano per caratterizzare il suo personaggio. Pensateci: sei un’attrice, devi recitar la parte di una hacker gotica, omosessuale e incazzata con il mondo (e gli uomini), peccato che tutte le caratteristiche chiave del personaggio siano state sviscerate nei quattro film precedenti (tre originali e un remake), quindi alla Foy cosa resta? I tatuaggi finti, i capelli strambi e vedi di farteli bastare. Un lavoro ingrato da cui l’ex regina di The Crown cava sangue da una rapa, dimostrando di poter dire la sua anche se non ha i muscoli di Noomi Rapace, per me è promossa. Quindi, la sua striscia positiva di ottime prove, con registi che mi stanno storicamente poco simpatici, è decisamente aperta.

Salvation, salvation, salvation is free (Cit.)
Sì, perché alla fine “Quello che non uccide” è più che altro una spy story con Lisbeth al posto del Jason Bourne di turno, quindi mi sembra di sentire da qui il “Click” delle penne riposte, oppure del tasto “Backspacer” delle tastiere, di tutti i recensori veri (quelli pagati per scrivere di cinema, quindi più eminenti del cretino che state leggendo) che si sono dovuti rimangiare tutti i paragrafi dedicati al movimento #MeToo. Mi spiace ragazzi: lo sceneggiatore Steven Zaillian aveva altri piani per questo film.

Passiamo subito alle critiche. Inserire una scena d’apertura con la sorella di Lisbeth, Camilla Salander (Sylvia Hoeks) è un effetto boomerang per il film, se avete la propensione per le storie di spionaggio, capire dove andrà a parare la storia sarà fin troppo semplice, il che fa perdere molta enfasi al film che, ovviamente, non può contare sull’effetto sorpresa.

Ci sono anche dei passaggi di trama che ho trovato abbastanza forzati e il personaggio di Edwin Neeham (Lakeith Stanfield, visto in Death Note), l’hacker americano passato a lavorare per l’agenzia NSA dopo essere stato beccato, fa una svolta un pochino troppo repentina, ma mi pare abbastanza chiaro che il film potrebbe far storcere il naso a tutti.

“Hey ti ho riconosciuto, sei quello che ha fatto Death Note!”, “No, no no ti sbagli, anzi guarda vado di fretta”.
Sì, perché per essere uno che arriva dagli Horror, Fede Álvarez qui conferma la mia idea che ho su di lui: un timidino bravo a sfornare il compito che gli viene chiesto, ma senza metterci davvero nulla di suo in più. Se penso alla differenza di estro tra Álvarez e Tommy Wirkola, anche lui passato ad un genere completamente diverso mantenendo, però, i suoi tratti distintivi, mi viene da pensare che Sam Raimi abbia puntato sul cavallo sbagliato.

Bisogna dire che la regia resta valida, di certo Álvarez è uno che sa dirigere questo non lo metto in dubbio nemmeno io sopporto poco la sua idea di cinema, purtroppo per finire a dirigere un paio di inseguimenti (lasciatemi l’icona aperta, che tra poco ci torno) e un dramma tra sorelle, Álvarez fa un compitino che intrattiene, ma non strabilia, forse il meglio dalle singole scene lo tira fuori più Claire Foy che il regista del film.

Anche perché per me gli inseguimenti (così chiudo quell’icona aperta poco fa) sono il sale del cinema: se sai dirigere un bell’inseguimento, vuol dire che sai il fatto tuo. Qui ne abbiamo uno tra Lisbeth in moto e alcune macchine della polizia che si risolve in maniera spettacolare, con Lisbeth rombando sul ghiaccio che, però, sembra più merito degli effetti speciali che della regia di Álvarez, mentre il secondo, con Lisbeth in auto che taglia per i pom, per i pim per i prati, viene castrato dalla sceneggiatura.

“Il primo che fa una battuta sulle donne al volante, gli svuoto il conto corrente e metto online le sue foto prese dal cloud”.
Va bene che, come dicevo prima, ogni trovata informatica in troppi film è la degna sostituta della magia nelle storie, ma trovo altamente improbabile che una Hacker, per quanto sia la migliore del mondo, con un APP sul suo Smartphone possa invitare i passeggeri sull’auto che sta inseguendo ad allacciarsi le cinture e successivamente a disattivare gli airbag anteriori. Capisco semplificare per rendere le svolte tecnologiche comprensibili, ma qui il confine tra informatica e magia ormai davvero non esiste più.

Quello che ho capito da questo film, è che la Svezia ha una rete telefonica e una copertura di Wi-Fi paurosa, tutta la sparatoria finale (che non vi descrivo, è abbastanza appassionate ne do atto ad Álvarez) si basa sul fatto che la connessione Internet sia stabile e con una banda larghissima, poi chiedetevi perché gli Svedesi hanno antieroi controversi al passo con l’era digitale in cui viviamo come Lisbeth Salander, mentre noi abbiamo ancora personaggi analogici come Don Matteo... Non funziona il Wi-Fi? Che problema c’è? Vai in bici dalla persona con cui devi parlare, no? Sempre a “Spimpolare“ con sto telefono ai miei tempi non avevamo tutta questa roba!

“Questo è troppo Cassidy, ora ti cancello dalla faccia di Internet”.
Insomma, “Quello che non uccide” è una discreta spy story che conferma quello che sapevo (in positivo) su Claire Foy e (in negativo) su Fede Álvarez, nemmeno questa volta mi è venuta voglia di affrontare i romanzi di Stieg Larsson, però occhio! Viviamo in un mondo dove esiste una nuova tipologia di reboot più infido, quello timido, ma d’altra parte è tutto riassunto nel titolo nietzschiano, no? Quello che non uccide rende più forti e possiamo sopravvivere anche a questo tipo di rilanci e alla timidezza di Fede Álvarez.

12 commenti:

  1. Andrà a finire che Fede farà i reboot di Harry Potter.

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    1. Non mi stupirei sai? Secondo me se gli staccano l’assegno farebbe questo e altro. Non è un male accettare film commerciali, le bollette dobbiamo pagarle tutti, però farlo con così poca personalità dice molto del regista. Cheers!

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  2. Ne parlavamo proprio l'altro giorno per "Zatoichi" (2003): Kitano l'ha fatto su commissione, ma a patto di poterlo reinterpretare a modo suo. Ed è tra i suoi film più famosi all'estero. Fare film su commissione è parte fondante del cinema, Fincher stesso che citavi non ha certo scelto lui di esordire con "Alien 3", ma dove ti giochi tutto è lo stile che metti nel prodotto finale: non importa "perché" l'hai fatto, deve capirsi che l'hai fatto tu, dev'esserci la tua firma. Sempre se uno ce l'ha, la firma :-P
    Sono troppo innamorato di Noomi Rapace per accettare l'esistenza di altre donne nel ruolo di Lisbeth :-D

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    1. Esempio perfetto, pensavo anche a “Christine - la macchina infernale” (1983), va bene il film minore e anche su commissione, ma il regista si deve riconoscere. L’unica cosa che riconosco a Fede Álvarez è timidezza quando è ora di mostrare la violenza (e la saga di “Millennium” da quanto punto di vista non è mai stata tenera) e capacità di genuflettersi a chi gli paga lo stipendio (tutto il secondo tempo del remake di “La Casa”), un po’ pochino per definirsi un autore. Le altre due mi sono piaciute, ma Noomi Rapace è talmente tosta che le avrebbe usate entrambe come tappetino per il mouse ;-) Cheers

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    2. "ma dove ti giochi tutto è lo stile che metti nel prodotto finale: non importa "perché" l'hai fatto, deve capirsi che l'hai fatto tu, dev'esserci la tua firma. Sempre se uno ce l'ha, la firma :-P"

      Già! Sante parole!

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    3. Lucius ha scritto la "DVD Quote" per questo film, forse per la carriera del buon Fede ;-) Cheers

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  3. Luca " LucaS " Scatasta ebbe a rispondere nella x-mail di uno X-men della Star in epoca Claremont/Silvestri/Green - quando gli uomini ics vivevano in Australia in una base hi-tech scippata ai cyborg birichini Reavers e si spostavano grazie al teleporta aborigeno Gateway - che magia e tecnologia nei comics come quello di cui curava la posta sono quasi indescrivibili. Visionario LucaS che anticipa il lavoro di FedeZ ( nel senso di Alvarez ndr ). Non ci crederai, ma il mio libro da bus in questi giorni è un Maigret e cioé Il Cane Giallo che ho letto la prima volta quando la
    Ics-Posse era stealth per i radar grazie ad una magia ( magia e tecnologica sono indistinguibili nei comics ndr ) ed inizia con il commissario Emme che guarda con sufficienza un giovane sottposto che crede in cose come le impronte digitali per risolvere i casi. Simenon contro Art Conan The Savage Doyle. Mi pare di vederti in prima fila ad una proiezione per bloggers del nuovo capolavoro di FedeZ ( nel senso di AlvareZ ndr ) con Don Lisander ( Alessandro dalle mie parti: il Don Lisander è un famoso ristorante dedicato a Lisander Manzoni ) intrepido preacher post apocalittico virus senziente trasmesso via siringa neurale direttamente nella corteccia di lolite ultracentenarie inside ed ammalate di analogia come zombies lenti in un vecchio film perché le porti di corsa nel 21 secolo dove il Sogno non è un posto in cui viaggiano aborigeni down under, ma una scuola per maghetti occhialuti che ti marchiano con il lampo digitale di una realtà in cui il male è sempre altrove mentre cadono vorticose in stile matrice le parole dei titoli di testacoda di un inseguimento ben girato che vale la spesa del biglietto.
    Prova a leggerlo a voce alta mentre sali le scala del condominio solo se non hai lasciato da qualche parte manoscritti di un qualche valore...ciao ciao

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    1. Mi gioco Arthur C. Clarke: «Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia», ma solo per avermi ricordato uno dei periodi più fighi degli Uomini-Pareggio hai già vinto tu, Reavers, Gateway e tanti “Walkabout” magico/tecnologici.
      No aspetta, ma come ho fatto a non pensare a FedeZ! Ti ringrazio per aver coniato il neologismo definitivo, che mi fa capire perché mi è così antipatico questo regista che si chiama come il toy boy pasticciato di una Influencer a cui spero Don Lisander cancelli presto tutti gli account ;-)

      Super soggetto, ma prima di leggermi aspetto di essere seduto, o almeno che ci sia l’ascensore, non ho mai scritto niente di valore se non forse qualche lista della spesa, ma sono pigro e se posso evito le scale dai tempi di “Psycho”. Cheers!

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  4. La mia compagna è appassionata dei libri originali e li ha letti e riletti alla nausea. Io ho letto solo il primo perché essendo i tomi dei discreti mattoni mi erano scomodissimi da leggere e così ho accantonato la saga senza grossi rimpianti. I 4 film precedenti però me li sono visti e onestamente non riesco a capire. Non riesco a capire il successo dei romanzi e neppure il flop dei film. I romanzi (almeno il primo...) sono abbastanza banali a livello di trama. Un giallo cupo, oscuro, un po' disturbante che ha la sua forza nel ribaltamente dei ruoli (lei tosta, lui caghette) e nella loro caraterizzazione. E mettici pure un po' di malsana violenza (sessuale e fisica) che alla gente piace sempre. I film (quelli tratti dal primo libro) sono la miglior trasposizione possibile visto che tralasciano lungaggini del romanzo per mostrare solo le parti essenziali. Anca qua, nulla di nuovo ma film peggiori hanno avuto un successo ben maggiore. Perfino il reboot con Craig non ha spaccato soffocando il progetto sul nascere. Assurda e inspiegabile sta cosa visto il successo planetario della controparte cartacea.

    Questo, naturalmente, prima o poi mi toccherà guardarlo. Vedremo...

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    1. Per il film con Craig posso capirlo, Fincher ha mantenuto nomi e ambientazioni svedesi, il che secondo me per gli americani equivale comunque a guardare un film straniero. Non so dirti, magari il contenuto forte dei romanzi va ben se letto e immaginati, ma non piace tanto visto sul grande schermo? Non so è davvero un bell’argomento, che dimostra che fare film non è un teorema perfetto, altrimenti vedremmo solo capolavori. Cheers!

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  5. Operazione davvero curiosa questa! Reboot, sequel... non si capisce bene e già così lo spettatore è disorientato. Aggiungiamoci pure che le luci dei riflettori su questa saga si sono abbassate... certe produzioni mi lasciano piuttosto basito. Boh!

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    1. Evidentemente chi ha messo i soldi aspetta ancora i suoi dividendi ;-) Cheers

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