venerdì 2 novembre 2018

La notte dei morti viventi (1968): Reinventare l'acciaio


Lo scorso anno per scegliere se iniziare una rubrica dedicata a David Cronenberg oppure a George A. Romero ho lanciato una moneta, sul serio, non è un modo di dire (storia vera). Mentre ero nel mezzo della rubrica sul mio secondo Canadese preferito, è arrivata la brutta notizia della scomparsa di zio George. Mazzata.

Forse quella monetina ha svoltato da lato giusto, lo ammetto perché non so se sarei riuscito a completare una rubrica su Romero che sarebbe diventata alla memoria tutta d’un colpo. Non so nemmeno se ci riuscirò adesso, quasi un anno dopo perché, lo dico apertamente, ancora la perdita mi smuove delle cose tra le budella. Eppure, ogni promessa è un debito e il 2018 è un anno così, bisogna cambiare ed esorcizzare se la rubrica su Terry Gilliam era il mio modo per omaggiare uno dei miei registi preferiti (e rispondere alla sfiga e ai burocrati), ora è il momento di affrontare la perdita di uno dei più grandi. Se questa rubrica fosse iniziata l’anno scorso, avrebbe avuto un altro titolo, ma ora questo mi sembra il più indicato, perché questa volta più di altre, come direbbero nei peggiori film d’azione “È una faccenda personale”, quindi benvenuti al primo capitolo di… Lui è leggenda!


George A. Romero non ha inventato gli zombie al cinema, quelli esistevano anche prima, ad esempio, la famigerata parola con la “Z” faceva già mostra di sé in “L'isola degli zombies” (White Zombie, 1932), oppure nel capolavoro di Jacques Tourneur “Ho camminato con uno zombi” (I Walked with a Zombie, 1943) in cui i nostri zombetti del cuore erano ancora legati al folklore di Haiti e ai riti Voodoo. No, Romero ha fatto qualcosa di ancora più complicato, perché pensare fuori dagli schemi rivoluzionando un concetto nel profondo è ancora più complesso che crearlo da zero, eppure ancora oggi il suo nome non viene ricordato come merita, ovvero come uno dei più grandi registi di sempre, non registi Horror, registi e basta.

Forse anche meno del Maestro John Carpenter, George A. Romero ha raccolto consensi in carriera al netto dei suoi effetti meriti, eppure non ho dubbi, quando penso ai film seminali della storia del cinema, su due piedi penso a qualcosa di Kurosawa e poi a “La notte dei morti viventi” di Romero, perché non esiste un singolo film che sia stato in grado di esplodere con la potenza di un milione di Sole come ha fatto “Night of the Living Dead”, seminale, così tanto che la prima volta che mia cugina l’ha visto, è rimasta incinta. Da queste parti i film così hanno un nome è un logo e i CLASSIDY non potrebbero esistere senza questo capolavoro!


Quanti registi hanno iniziato la loro filmografia con un capolavoro, per poi passare tutta la carriera a combattere con le aspettative e i paragoni con quell’unico, primo, grande titolo? Tanti, ma pochissimi sono riusciti a gestirlo e ancora meno lo hanno fatto senza nemmeno essere trentenni, invece Romero a 28 anni ha dimostrato una lucidità nel delineare tutta la sua futura poetica da illuminato che va di pari passo con un fuoco dentro che, forse, solo i veri rivoluzionari hanno. La grandezza ha spesso umili origini e nessun posto è più umile di Pittsburgh.

Pittsburgh, Pennsylvania, lo Stato americano preferito da vampiri a giudicare dal nome. Un postaccio a detta di quasi tutti, città industriale resa ancora più grigia dai fumi della produzione di penumatici, una specialità locale. Una città talmente brutta e anonima da non essere nemmeno considerata la peggiore d’America, primato (non proprio invidiabile) che tocca invece a Cleveland, definita “the mistake on the lake” per dirvi della sua bellezza. No, Pittsburgh non ha nemmeno un soprannome, ma è stata il luogo di nascita di George A. Romero, figlio di un papà di origini cubane e una mamma lituana, il nostro era un frugolone di un 1, 93 con la fissa per la pallacanestro (scelta che denota buongusto), una timidezza congenita e il carattere schivo di chi proferisce verbo solo il mercoledì e qualche settimana salta pure. Ma ve lo dico per esperienza: sono quelli di poche parole che hanno dentro il calore che può dare fuoco al mondo e anche qui, credetemi, se cresci in un posto grigio di provincia, hai dentro altro che il fuoco.

Riprendiamo la tradizione: I titoli di testa, di una pietra miliare della storia del cinema.
George A. Romero (la “A” se chiedete a me sta per “Amore”) arrivava dalla pubblicità, ma aveva la passione per il cinema, insieme ai compari John Russo e Russell Streiner fonda la casa di produzione, la microscopica Image Ten Productions e convince tutti che è il momento di sfornare un film con un budget ridicolo, 6000 ex presidenti spirati stampati su carta verde messi di tasca loro, per produrre un Horror... Perché proprio un film dell’orrore? Facile: perché è il genere più facile da vendere.

Il copione scritto da Romero insieme a John Russo s'intitolava “Monster Flick", poi modificato nel più centrato “Night of the Flesh Eaters", subito modificato perché troppo simile a "The Flesh Eaters" (1964) ed è qui che i nostri amati zombi tornano in vita (ah-ah!), “Night of the Living Dead” con il suo titolo da B-Movie era pronto a dare alle fiamme il pianeta.

La fine del mondo come lo conosciamo (e no, non mi sento bene).
Romero a 28 anni, con un pugno di dollari in mano, fa quello che molti registi (o aspiranti tali) hanno fatto in carriera: iniziare con un film d’assedio, perché per farlo hai bisogno di pochi attori, tutti in una sola location fatta d’interni e poco altro. Ma l’intuizione geniale è quella di prendere ispirazione dai grandi e nessuno è stato più grande di Richard Matheson. Per tutta la carriera zio George non ha mai nascosto di essersi ispirato ad uno dei miei romanzi preferiti di sempre, quel capolavoro di “Io sono leggenda” (1954… Il primo che cita Will Smith verrà preso a scoppolate, vi avviso). E se Robert Neville ogni notte doveva barricarsi in casa e resistere alle orde di vampiri fuori dalle sue mura, Romero alza ancora di più la posta in gioco: prendi delle persone, costringile in situazioni avverse a convivere e poi guarda che cosa succede. Seminale dicevo, qui Romero pianta il seme da cui è cresciuta la pianta dalla quale tanti, ancora oggi, si alimentano, ma con una cinismo e un punto di vista realistico che nessuno altro film aveva prima del 1968.

La rivoluzione non bussa, al limite barcolla.
Basta guardare il primo adattamento ufficiale del romanzo di Matheson per il grande schermo, per avere il metro di paragone, parlo di “L'ultimo uomo della Terra” (1964), un film che a parità di tema e di bianco e nero, badate bene mi piace molto, ma Vincent Price contribuisce a dare una teatralità che in “La notte dei morti viventi” è del tutto assente. Quando uscì nel 1968 nei cinema, il film di Romero colpì il pubblico in piena faccia come un maglio, tutti si aspettavano il solito B-Movie, buono giusto per un Matinée del sabato, nessuno era davvero pronto per vedere sul grande schermo la fine del mondo, come potrebbe essere nella realtà se fossimo tutti costretti ad affrontare un evento capace di distruggere la società alle fondamenta, raccontato con quel realismo che non si limita a: "Oh ragà! Romero ha inventato gli zombie cannibali!". Anche se i primi piani sui morti viventi che si nutrono fanno la loro porca figura ancora oggi, anno di grazia 2018, figuriamoci come potevano apparire al pubblico del 1968.

“La notte dei morti viventi” inizia subito forte, due fratelli sono in visita annuale alla tomba dei genitori, Barbara (Judith O'Dea) è spaventata dal vecchio cimitero, mentre Johnny (Russell Streiner) fa lo spavaldo e la prende in giro cercando di terrorizzarla ulteriormente «Barbara, i morti ti prenderanoooo!» peccato che poi, i morti vengano a prenderti per davvero!

Non fa più tanto ridere quando poi succede, vero Johnny?
Qui Barbara inizia una fuga disperata dai caracollanti aggressori e finisce in una vecchia casa abbandonata dove trova Ben (Duane Jones) il più pronto a reagire alla situazione, ma soprattutto nero come la notte ed ora è facile fare ironia sul fatto che i neri nei film horror abbiano il destino segnato, ma Romero è così avanti che crea il cliché cinematografico solo per renderlo metafora, anzi, messaggio politico vero e proprio.

Sì, perché “Night of the Living Dead” non solo definisce tutti i canoni del “Survival horror” come lo conosciamo adesso e da cui il mondo dei videogiochi si è abbuffato nemmeno fosse ad un risostante cinese all you can eat, perché concetti come "cercare un fucile, i proiettili e i viveri" sono molto familiari a tutti, in particolare a chi ama i videogiochi, ma è chiaro che il film di Romero si sia ritrovato alla cresta della più grande onda di contestazione della storia. Zio George, stava portando in auto a New York la prima copia stampata del suo film completato, quando alla radio sentì la notizia dell’omicidio di Martin Luther King (storia vera), è diventato chiaro prima al regista (e poi a tutto il mondo) che “Night of the Living Dead” sarebbe stato un film politico, solo il primo diretto da un regista che ha utilizzato l’arte per mandare messaggi forti e chiari.

“Ma questo è un orrore” , “Penso di avere dei problemi biondina? Io sono anche nero”.
Pensare che la scelta di Duane Jones per la parte di Ben, fu dettata solo dal suo ottimo provino (storia vera), ma scegliere un attore di colore per interpretare l’unico personaggio davvero positivo (ed eroico) del film, era una presa di posizione forte. Per tutto il tempo Ben non ha un ripensamento, sì, si esibisce nel dialogo «Lo so che hai paura, ho paura anche io» che Romero contribuisce a rendere obsoleto, ma poi per tutta la pellicola prende solo le decisioni giuste e non si fa problemi a far notare (e a schiaffeggiare se serve) quando le decisioni del bianchissimo ed odioso Harry Cooper (Karl Hardman) siano una peggio dell’altra.

Messaggi forti, chiari e dritti sulla mascella!
Proprio per questo quel finale mi colpisce ogni volta come una tonnellata di mattoni, sopravvissuto combattendo con le unghie e con i denti alla notte peggiore della storia, Ben viene ucciso da un branco di ottusi con il grilletto facile e Romero ci mostra la morte del personaggio senza enfasi, ma gettando l’insensato fatto compiuto in faccia allo spettatore. Con una soluzione visiva e narrativa modernissima: utilizzare quelle immagini statiche e sgranate che sembrano foto che potresti trovare su un vecchio quotidiano, contribuisce non solo a portare realismo ad una storia che parte da uno spunto totalmente fantastico (i morti tornano in vita e si cibano dei vivi), ma riecheggia le tensioni sociali e la violenza di certa America, quella che Romero ha sempre apertamente criticato, che fa subito pensare a contadinacci con il fucile pronti a sparare a tutto quello che sia diverso da loro, che sia vivo, morto o nero non importa. Quel finale ti porta fuori dal genere horror e ti parla della realtà (non solo quella del 1968), ma, purtroppo, anche quella del 2018, se non siete convinti che questo sia uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, allora non vi conosco e mi spiace, non voglio nemmeno conoscervi.

Ma il cinismo e il realismo con cui Romero reinventa tutto un intero genere va oltre i limiti tecnici di un film con pochissimi mezzi che ha arruolato gli abitanti di Evans City (dove venne girato il film) per fare da comparse nella parte di “Quei mostri” o “Quelle creature”, perché la parola con la “Z” qui non viene pronunciata mai (e non mi riferisco a “Zuzzurellone”). Romero spazza di colpo via le spiegazioni, non si sa come mai i morti tornino in vita, ad un certo punto di parla di satelliti o di strane radiazioni spaziali, ma tutto resta nel campo della teoria, l’Apocalisse è totale perché davanti ad essa tutto crolla, la scienza è inutile e impotente e anche le basi stesse della religione perdono di significato.

“Lo sapevo che avrei dovuto usufruire degli incentivi e cambiare gli inifissi!”.
Quando i morti tornano in vita, resta solo un giornalista alla tv che sbraita di dimenticarsi dei legami familiari, colpire quei mostri al cervello e poi dar loro fuoco, perché è l’unico modo per sopravvivere. Il concetto di resurrezione legato al Cattolicesimo perde ogni valenza, un’immagine (in questo caso religiosa) che viene soppiantata da un’altra (cinematografica), perché le sagome dei morti viventi che si avvicinano lenti, ma inesorabili sono diventate da subito una delle più iconografiche mai create dal cinema e l’Apocalisse Zombie, come direbbe Zerocalcare, è diventato il primo disastro immaginario alla quale l’umanità si è preparata prima nella finzione che nella realtà.

Ma nel suo rivoluzionario demolire ogni tabù, Romero punta al cuore dello spettatore, non è un caso se la scena più spaventosa del film, prevede la piccola di casa Cooper che si risveglia e punta subito verso la mamma, Romero demolisce ogni tabù, persino l’abbraccio materno viene privato di ogni valore e i suoi morti viventi, zombie, o come li ha sempre chiamati lui, “Blue-Collar Monsters”, i suoi mostri operai, con il colletto blu, diventano subito metafora, possono essere la massa che ti consuma pasteggiando con te per uniformarti, oppure il Capitalismo della peggior specie, quello più avido e pronto a divorare ogni cosa, ma sta di fatto che Romero li ha liberati, reinventati, prima erano solo cannibali senza cervello a comando, pronti a rispondere a qualche rituale Voodoo, qui, invece, sono liberi di rappresentare la minaccia che ti piomba addosso senza ragioni apparenti. Al suo primo film e a soli 28 anni, la poetica di Romero è già chiara, da qui in poi tutti imiteranno gli zombie che lui ha reinventato e non solo.

I primi passi dei mostri più amati e temuti del mondo.
Perché gli zombie di Romero contribuiscono a rendere realistica la violenza esplicita, anche splatter se vogliamo che fino a quel momento al cinema era mostrata solo dal miti come Herschell Gordon Lewis (il padrino del Gore), in film comunque di nicchia e comunque con una componente d’intrattenimento che George A. Romero spazza via, per mostrarci come sarà il nostro mondo e soprattutto noi, quando la corrente andrà via, le connessioni internet non funzioneranno più e saremo minacciati da un’inondazione, un terremoto, o un cataclisma generico che ci costringerà a lottare per le nostre vite. Romero sposta l’attenzione dai mostri caracollanti ai veri mostri, noi umani.

I veri mostri non barcollano, anzi, purtroppo sparano dritto.
Pronti ad ucciderci l’uno con l’altro per avere la meglio, Romero ci mostra davvero degli uomini (morti) che ne divorano altri, solo per ricordarci l’antico adagio per cui uomo mangia uomo e la vera minaccia sono quelli che ancora respirano, un nichilismo totale, un atto di ribellione contro la società che solo una ragazzo di provincia di poche parole e il grande talento poteva firmare, nell’anno 1968, quando il mondo era in rivolta, George A. Romero (vi ho già detto che la “A” sta per amore vero?) portava la rivoluzione al cinema e mai come in questo caso possiamo essere certi che la rivoluzione aveva un nome, un cognome e che veniva da Pittsburgh, Pennsylvania.

A sinistra, la Leggenda, mentre fa la storia con un barattolo di vernice.
Quando si parla di impatto culturale per un film, non ne esiste uno che possa anche solo aspirare ad arrivare a fare quello che Romero ha fatto con “La notte dei morti viventi”, un film spartiacque che denota chiaramente un “Prima” e un “Dopo” in maniera netta. La cultura Pop dal 1968 non è mai più stata la stessa, gli zombie dei fumetti, in televisione e al cinema sono tutti diretti discendenti dei “Blue-Collar Monsters” Romeriani, ma più in generale il mondo non è mai più stato lo stesso, sicuramente non quello del cinema, perché inventare l’acciaio è difficile, reinventarlo, invece, è quasi impossibile, quindi no, Romero non ha inventato gli zombie al cinema, ma ha fatto di più molto di più, ha reinventato l’acciaio e poi lo ha usato per iniziare una rivoluzione e ancora oggi qualcuno si ostina a negare che non sia stato uno dei più grandi registi di sempre e no, non ho detto registi horror.


Ma questo per fortuna, è solo l’inizio della rivoluzione e della rubrica, tra sette giorni avremmo tutti un’altra occasione per conoscere la grandezza del talento di George A. Romero, in un modo che potrebbe stupirvi. Tra sette giorni qui, sarò ancora in missione per conto di Zio George.


Non perdetevi la locandina originale d'epoca di questo film, sulle pagine di IPMP!

28 commenti:

  1. 50 anni ha festeggiato questa pellicola.
    Questo non è cinema, è storia. Lode all'inventore di un grandissimo genere.
    Ben è uno dei miei personaggi di fantasia preferiti e il finale è un terribile pugno allo stomaco.

    Comunque dopo Romero dovresti veramente recensire ogni film con zombie e morti viventi, ma anche quelli trash...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Siamo davvero di fonte alla storia, e chi sono io per contraddire la storia? ;-) Ben è anche il modello degli eroi (se così possiamo definirli) Romeriani, tornerà in qualche modo anche nel seguito, quello che non mancherà mai invece è la presa di posizione di Romero, che passa attraverso i pugni nello stomaco. Non ti nascondo che l'idea sarebbe quella, un lavoro titanico, ma io piano piano, un passetto alla volta potrei farlo, come uno zombie ;-) Cheers

      Elimina
  2. Doveroso omaggio e sono contento che inizi questa rubrica: mi sa che era più di un anno che ci pensavi, eh? ;-)
    Hai detto tutto e davvero è impossibile non trovare tracce di Romero nel cinema successivo, non solo zombie. Dall'assedio alla denuncia sociale, sono davvero tanti gli stili codificati da George in questo film.
    Ah, e malgrado Jamie Lee Curtis si consideri prima scream queen, la protagonista di questo film è imbattibile: la prima volta che l'ho visto spesso ho dovuto togliere l'audio perché la quantità infinita di suoe grida mi stava davvero urtando i nervi :-D (storia vera!)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille, considerando che Romero è da sempre uno dei miei registi del cuore, e ho sempre collezionato materiale sul suo lavoro, forse è tutta la vita che mi preparo, tipo Laurie Strode ;-) Judith O'Dea caccia degli acuti da aquila, brillante prendere la protagonista e lasciarla catatonica o nel panico per quasi tutto il tempo, anche questo è diventato un espediente classico (penso al padre della bambina in "Distretto 13"), viene davvero voglia di dirle «Oh ma hai capito che è la fine del mondo o no? Sveglia!» ;-) Cheers

      Elimina
  3. Un classico, ed il remake ad opera di Savini negli anni 90 non è da sottovalutare. 💎

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Concordo su tutto, ho già pronto anche il remake di Tom Savini per un ripasso, ammetto di averlo sempre apprezzato molto ;-) Cheers

      Elimina
  4. Grande articolo per un film eccezionale. Auguri per la nuova rubrica!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille capo gentilissimo, non vedo l'ora di proseguire, questa volta sono in missione per conto di Zio George! Cheers

      Elimina
  5. Che bomba! Bomba il pezzo e bomba totale il film. Però, devo essere onesto. La prima volta che lo vidi ero giovincello e lo beccai in seconda serata su qualche canalaccio regionale: non mi piacque per nulla.
    Ovviamente all'epoca volevo solo la violenza, il sangue, i morti e la violenza ("Hai detto due volte violenza", "Mi piace la violenza!" - semi cit.) e vedere un film in bianco e nero con mostri praticamente fermi mi lasciò parecchio insoddisfatto. Per non parlare del cinico finale che ti lascia di merd@.

    Va da se che appena capii l'importanza della pellicola e il suo doppio-triplo significato lo recuperai in tempo zero apprezzando ogni singola scena e misi il film di George Amore Romero nell'Olimpo dei migliori di tutti i tempi. E' da qualche tempo che non me lo rivedo...

    Ottima rubrica Capo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. TI ricordi quando ti dissi che un giorno qui sopra sarebbe stato tutto Romero, benvenuto a quel giorno ;-) Grazie mille! Devo dire che "La notte dei morti viventi" per me non ha mai risentito ne del peso degli anni, ne della sua lunga ombra e della sua enorme fama, amato fin dalla prima visione, più lo riguardo più lo trovo al passo con i tempo, e per fortuna siamo solo all'inizio della rubrica ;-) Cheers!

      Elimina
    2. Portillo: blazing saddles😁😁😁
      Ho vinto qualche cosa?

      Elimina
    3. Te lo dico io, hai vinto un mappamondo ;-) Cheers

      Elimina
  6. Ok! Posso tranquillamente dire che con questa rubrica (dal titolo perfetto) siamo in PERFETTA sintonia, parli di uno dei miei registi preferiti, di cui ho visto quasi tutti i film ed è il papà degli zombie movie (non è stato il primo a trattarli ma quelli prima manco li considero), mio tema horror preferito!
    Mi godrò ogni appuntamento gustandomi ogni singola frase, senza scorrere veloce.
    Ha fatto male anche a me la sua scomparsa, anche perché nonostante l'età non era ancora sbollito e aveva ancora tanto da insegnare ai tanti minchioni di oggi ma ne riparleremo quando arriverai ai film più recenti.

    Non sapevo della sua passione per la pallacanestro, come della sua altezza.
    Stessa cosa per l'ispirazione a Io Sono Leggenda, che ammetto di conoscere solo per il film con Smith e che, guarda caso, i suoi mostri mi hanno fatto sempre pensare più a degli zombie, piuttosto a che i noiosi vampiri. Quindi ora tutto torna!
    Dici il vero quando lo paragoni ai videogiochi survival horror (Mikami deve tanto a Romero, anzi, deve TUTTO!). Stessa cosa per l'anticonformismo sul protagonista di colore, un vero cazzuto come non credo si sia più visto al cinema o in TV, in ambito horror.

    "se non siete convinti che questo sia uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, allora non vi conosco e mi spiace, non voglio nemmeno conoscervi."
    Ti quoto e ti applaudo, con tanto di inchino!
    Romero stava avanti, termine abusato ma mai più vero se abbinato a lui.
    Quando i dotti da quattro soldi provano a fare i professorini con "gli zombie non sono questi, è una cosa voodoo e blà blà blà" ma tu gli schiaffi in faccia che Romero non ha mai usato 'sto termine. Schiacciata in faccia col la palla che dopo essere entrata a canestro, finisce in faccia all'avversario, rompendogli il setto nasale!
    Zombie lenti ma in massa, quelli che amo io, che ti fanno cagare addosso perché te li vedi arrivare contro lentamente, conti i secondi che ti restano prima della fine. QUELLA È SUSPENSE, non quei cretini rabbiosi che corrono come se avessero il culo in fiamme.

    "Romero li ha liberati, reinventati, prima erano solo cannibali senza cervello a comando, pronti a rispondere a qualche rituale Voodoo, qui, invece, sono liberi di rappresentare la minaccia che ti piomba addosso senza ragioni apparenti.
    Mamma mia, mi trovo costretto di nuovo a quotarti perché una descrizione così dei suoi morti viventi non l'avevo mai letta. Una cosa che ho sempre pensato ma che non mi è mai uscita così perfetta!

    Riguardo il finale, sulla vera minaccia che sono gli avidi sopravvissuti e non i mostri, Kirkman ci ha fatto la fortuna e deve solo che ringraziare il maestro!

    Non mi dilungo ulteriormente e inizio a fare il conto alla rovescia per il secondo appuntamento!
    Sinceri complimenti per questo primo appuntamento ad una rubrica che già amo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono felicissimo che la neonata rubrica sia di tuo gradimento, te lo dico fuori dai denti, è quello di cui ho bisogno per salutare zio George, questo è l'unico modo che conosco, sarà tosto ma sono sicuro che ci divertiremo ;-) "Fast zombie run" diceva la Leggenda, aveva ragione, se sei morto non corri, semplicissimo, l'idea di una minaccia lenta, enorme e inarrestabile è perfetta per diventare metafora, Romero lo ha fatto al meglio. Kirkman ha fatto più soldi di quanti ne ha mai fatti Romero in vita sua, il che dice tutto (purtroppo), ma in tanti si sono abbeverati alla fonte del grande George. Il prossimo capitolo è già pronto, arriverà a breve ;-) Cheers!

      Elimina
  7. Lessi anni fa una bella analisi sul web che, oltre alle tue osservazioni, ne aggiungeva di interessanti. Una che mi colpì in particolare riguardava il rovesciamento di alcune tematiche classiche. Oltre al fatto che l'eroe intelligente è il nero e il fesso è il bianco, rimarcava il fatto che il nero e buono. Coraggioso. Ma ha torto marcio: se tutti avessero fatto come suggeriva il bianco stupido e cattivo, ovvero starsene tappati in casa ad aspettare la cavalleria, avrebbero salvato tutti la pelle, eroe compreso. Un'idea poi riciclata per quel filmone che è The Mist.
    Come hai detto tu: un film seminale, che Romero riuscì addirittura a superare seguitandolo con quella cosa sbalorditiva, quell'inferno sulla Terra che è dawn of the dead.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non è un caso se Frankuzzo Darabont abbia ripreso il concetto, la conoscenza di Darabont del genere horror è sottovalutata. Di solito i seguiti non sono all'altezza, tranne qualche caso, oppure se sono diretto da Romero ;-) Cheers!

      Elimina
    2. Allora, un veloce trivia su questa frase: nella sceneggiatura originale (Pulp Fiction, per chi si fosse sintonizzato solo ora) Jules risponde "correct-a-mundo", che era una frase usata nella serie "Happy days". Ovviamente la diceva sempre Fonzie, e qui il gancio con la domanda "Sai com'è Fonzie? "Quieto".

      Elimina
    3. Applausi e cartelli con voto “10” sollevati. Per altro è una delle mie “Citazioni involontarie” (frasi che si usano anche nella vita di tutti i giorni) preferite… Storia vera ;-) Cheers

      Elimina
  8. Ricordo che accennasti a questo progetto tanto tempo fa, quando scrissi il mio omaggio a Romero poco giorni dopo la sua dipartita. E' un piacere vedere che non te ne sei dimenticato. Ti seguirò ovviamente con passione.
    Non aggiungo nulla di questo film perché hai già detto tutto (e sono sicuro che dirai tutto anche di quelli che seguiranno). Uno degli aspetti più dannatamente efficaci, permettimi solo di aggiungere, è che in "Night" si arriva subito al sodo.
    PS: Più di Will Smith io ho odiato Chartlon Heston, in quell'altro inutile remake.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non ho mai smesso di pensarci, ho dato priorità a Gilliam perché lo ammetto, non me la sentivo ancora di scrivere di Romero così presto dopo la brutta notizia, ma questo è il momento e non vedo l'ora di proseguire con i capitoli. Dici bene questo film fa dritto al punto, succede quando hai pochi mezzi e tanto talento. Che poi di fatto il film con Will Smith era un remake non autorizzato di "1975 occhi bianchi sul pianeta terra", iniziano entrambi con i protagonisti su una rombante auto rossa, ed entrambi parlavano con i manichini, solo che in pochi se ne sono accorti, ai tempi bastava ancora avere Will Smith in un film. Cheers!

      Elimina
  9. L'ho visto una sola volta, tra il 1990-91, poco prima di vedere il remake di Savini al cinema... se non ricordo male, addirittura sulla RAI, sicuramente in tarda serata. Dopo tutti questi anni, con una sola visione, ricordo ancora molti momenti del film... e, soprattutto oggi (che ho una certa età) non posso fare a meno di apprezzarlo per il suo "classicismo" (nonostante la sua dirompente modernità), il suo essere più un film d'atmosfera che di efferatezze, che poi saranno (anche troppo ahimè) la cifra stilistica dei capitoli successivi.

    P.s.: Auguri per il debutto della rubrica. Aspetterò con ansia ogni appuntamento! ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ah quindi alla RAI hanno una copia del film? Avrebbero anche potuto mandarlo in onda per ricordare Romero, sarà una cazzata, ma è dettaglio che ancora non ho digerito. Dici bene è un film classico per molti versi e modernissimo per altri, proprio per questo si può guardare ancora oggi 50 anni dopo risultando ancora potentissimo. Ti ringrazio molto, non vedo l’ora di mettermi sotto con i prossimi capitoli! ;-) Cheers

      Elimina
    2. Fuori Orario su Rai 3 , a inizio millennio , una volta lo trasmise pure in originale sottotitolato ( quella fu la prima volta che vidi il film )

      Elimina
    3. Ghezzi santo subito, se non fosse per il suo "Fuori Orario" non so quanti classici non avrei mai potuto vedere! Cheers

      Elimina
  10. Purtroppo non posso giurarci che sia stato trasmesso in RAI... ho questa vaga sensazione di averlo visto lì, magari sulla terza rete... in fin dei conti la più propensa a mandare in onda film di questo tipo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Assolutamente, anche perché come diceva zio George, i suoi film erano tutti politici ;-) Cheers

      Elimina
  11. Scusa Cassidy, ma la tua visione del filom è parzialmente sbagliata : Duane è tutto tranne che un eroe infallibile, anzi , non fa una scelta giusta per tutto il film !L'idea migliore ce l'ha Cooper ,( nascondersi in cantina ), ma siccome è antipaticissimo, nessuno pensa che abbia ragione ( lui dice che gli zombie non ci metteranno nulla a sfondare porte e finestre , ed è meglio rifugiarsi in cantina :infatti nessuno riesce ad entrarci nel finale ). Duane è pure un pò stronzo, quando decide di tenersi il cibo nell casa come fosse suo senza dividerlo con Cooper se questi si rifugiasse in cantina , e altre cose così ( tipo il "qui comando io !" alla faccia della modestia ) .Romero gioca nello smarrire di continuo lo spettatore : all' inizio la protagonista sembra la ragazza, che poi pian piano sparisce di scena : poi arriva un protagonista di colore sicuro di se , ma che non ne fa una giusta ( e muore un pò da fesso ).
    Trovo che questo suia uno degli elementi di spicco del film, snobbati però dagli innumerevoli imitatori ( che invece mostrano sempre storie e i personaggi prevedibilissimi nel proprio ruolo )

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Guarda secondo me siamo d’accordo sul discorso generale sui personaggi, ma non sui dettagli. Non credo che la chiave di lettura di “La notte dei morti viventi” sia, questo o quel personaggio ha fatto giusto, mentre l’altro ha sbagliato, è l’unico film giustificato a mostrare personaggi che non sanno come reagire a “quei mostri” quindi ognuno lo fa a suo modo. In generale credo che Cooper oltre ad essere un po’ stronzo, faccia un errore grave, non tiene conto di sua figlia nella cantina, non credo che al posto di Ben, avrebbe avuto il cuore di uccidere la figlia (infatti non lo fa), forse l’idea migliore era davvero saltare sul camioncino e andarsene, ma il tentativo finisce drammaticamente male. Ora, i protagonisti non hanno potuto leggere “Manuale per sopravvivere agli zombi” di Max Brooks (solo uno dei migliori di libri che non esisterebbero senza il lavoro di Romero), però l’idea migliore con una casetta così isolata sarebbe barricarsi al piano di sopra e mettere fuori uso le scale. Non credo nemmeno che Ben muoia da scemo, non esce con un sorriso e un saluto, ma si avvicina furtivo alla finestra, ma la “cavalleria” lo impallina lo stesso, in quella scena è chiaro che Ben muore non per un suo errore, ma per l’ignoranza dei salvatori, che di fatto sono in giro solo per sparare a qualcuno o qualcuno, non credo ci siano dubbi sul messaggio che Romero vuole mandare con quella scena.

      In generale, sono molto d’accordo sul fatto che Romero sposti sempre il punto di vista, utilizzando i personaggi per creare una reazione nel pubblico, quando ha bisogno di terrore puro, la protagonista sembra Barbara, quando vuole gestire le dinamiche tra personaggi dell’assedio sembra Ben, ma ogni volta ci sfila via il tappeto da sotto i piedi, diavolaccio! ;-) Cheers

      Elimina